LES SECRETS DE ROME
creazione del sito: 21 gennaio 2007
aggiornamento della pagina: 5 marzo 2008
webmistress: A. Daniela Zini
copyright: A. Daniela Zini
SOMMAIRE
LA VITA PRIVATA DEI ROMANI
IL CALENDARIO ROMANO

I° ITINERARIO
ESQUILINO: PORTA ALCHEMICA

II° ITINERARIO
PALAZZO MASSIMO, AULA OTTAGONA E TERME DI DIOCLEZIANO

III° ITINERARIO
MERCATI TRAIANEI, FORO ROMANO E PALATINO

IV° ITINERARIO
MITREO DI SAN CLEMENTE
La storia del popolo e della civiltà romana si estende per un millennio. Si accetti o meno la data tradizionale del 753 a. C. indicata come quella di fondazione della città, gli oggetti più antichi trovati nel suo sottosuolo dai moderni archeologi risalgono appunto all'VIII secolo a. C. Grazie a questi ritrovamenti si può intravedere quale dovesse essere la vita quotidiana degli antichi abitatori del Lazio. Quando Roma perse, all'inizio del IV secolo d.C., il suo immenso prestigio e il titolo di capitale del mondo civilizzato erano passati circa mille e duecento anni dai suoi umili inizi.
E' perciò assurdo e inutile dal punto di vista storico pretendere di fissare in un'unica immagine la vita privata dei romani. Sarebbe come se qualche storico del futuro volesse riunire in un'unica prospettiva elementi della Gallia di Carlo Magno, della Francia dei Valois, dell'epoca di Luigi XIV e di Napoleone III. O, rimanendo in un panorama italiano, valutare allo stesso modo l'Italia del profondo Medioevo durante le lotte tra Impero e Papato, quella dei tempi di Dante, delle Signorie dell'epoca della dominazione spagnoa, del Risorgimento, del Fascismo e quella attuale.
Anche se si ammette che la densità degli avvenimenti non è uguale da un millennio all'altro e che, come è stato detto, la storia accelera, vi è comunque un'enorme differenza tra le povere capanne del Palatino, dove, forse, il Re Romolo radunava la sera le sue greggi, e i palazi imperiali le cui fondamenta sarebbero state gettate circa ottocento anni più tardi dall'Imperatore Tiberio, il secondo della dinastia Giulio-Claudia. Grande è anche la distanza che separa la Roma degli esordi dall'Impero e la Ravenna degli ultimi tempi.
Gli avvenimenti politici, militari e economici nel corso della storia hanno sconvolto la struttura del mondo così anche la vita quotidiana degli uomini che sono stati protagonisti e testimoni di questa evoluzione ha conosciuto profonde trasformazioni. La ricchezza di un popolo, la portata dei suoi commerci, l'intensità dei soui scambi, il valore delle monete hanno evidente influenza sul modo di vivere. Tutto ciò dipende, a sua volta, dall'estensione del suo dominio, dalle lotte che deve sostenere contro i nemici, dalla struttura stessa della società.
La verità è che non vi è nessuna separazione tra le due storie: la grande storia che si occupa di guerre e rivoluzioni e l'altra, il cui oggetto è, forse, più umile, ma anche più intimo, tale che penetra più a fondo nella psicologia dei singoli. Vedremo, per esempio, come le vittorie riportate dai romani sui regni della Grecia nel II secolo a.C. ne abbiano trasformato profondamente e in maniera irreversibile il modo di vivere e come questa trasformazione abbia influito sull'intero sistema statale: le antiche credenze, i principi che guidavano gli uomini al potere, gli ideali dei cittadini, tutto è stato messo in discussione. Forse, non è esagerato che la storia del mondo è stata modificata il giorno in cui i greci hanno insegnato ai rozzi conquistatori romani come comportarsi a tavola.
Rifleso di una precisa situazione economica e sociale, la vita privata è, allo stesso tempo, uno tra gli elementi che influenzano il modo di essere, l'intima essenza di un popolo. Ciò era noto agli stessi romani. Forse ne hanno addirittura esagerato l'importanza e hanno scambiato gli effetti per le cause. I moralisti romani hanno spesso inveito contro il lusso ritenuto appunto causa di corruzione. Catone, che fu censore proprio all'epoca in cui avvenne questa prima rivoluzione della vita quotidiana cercò di intervenire su quella che considerava una decadenza di costumi vietando l'una o l'altra tra le usanze che si andavano instaurando: pretese di limitare il peso dei gioielli portati dalle donne, di regolamentare le portate dei banchetti o il prezzo degli schiavi. Circa due secoli più tardi l'Imperatore Augusto attaccherà il rilassamento dei costumi e imporrà a tutti quelli che si recano al Foro di portare la toga, indumento tanto tradizionale quanto scomodo. Tenerà anche, ugualmente invano, di arginare la moda delle sontuose dimore circondate da immensi giardini. Periodicamente il mondo romano ha conosciuto le leggi suntuarie: l'obiettivo immediato era di ridurre le spese dei privati cittadini e il fine ultimo di restaurare, grazie a uno stile di vita più semplice, una morale vacillante. Ma non si risale una corrente così forte quando la ricchezza nazionale dilaga razziando ovunque tesori accumulati attraverso i secoli. Le leggi suntuarie restarono impotenti e la morale romana non sfuggì alle fatali regole dell'economia.
La vita privata dei romani ha, bisogna ammetterlo, una pessima reputazione. Qualche nome di dubbia fama marchia d'ignominia: i festini di Lucullo, le orge di Nerone. Ve n'è abbastanza perché i moralisti condannino tuto un popolo e con esso milleduecento anni di storia. I giudizi settari degli storici antichi ne sono in parte responsabili ma non è più possibile accettarli senza critica. Lo sfarzo a tavola è quello che viene attaccato con più frequenza. Si rimprovera ai cuochi delle famiglie abbienti di procurarsi cibi prelibati a peso d'oro e nei paesi più lontani ma, osservandoli da vicino, si scopre che questi cibi costosi e immorali sono ostriche, funghi, i pesci dell'Adriatico e le oche della Gallia. Un normale pranzo del nostro secolo apparirebbe particolarmente perverso ai nostri antichi censori!
Soprattutto, gli esempi che ci vengono citati - e ne incontreremo diversi cammin facendo - riguardano pochi clebri stravaganti la cui fama è giustificata proprio dalla loro eccezionalità. le virtuose indignazioni provano soltanto che la maggioranza dei romani si nutriva con minore sfarzo.
Roma ha sempre mantenuto un atteggiamento singolare nei confronti della su ricchezza: non si è mai sentita con la coscienza a posto e l'ha sempre vissuta con molti sensi di colpa. Forse, ciò è dovuto alla rapidità della sua ascesa: la vediamo passare quasi senza alcuna gradulità dal ruolo di piccolo centro italico a quello di capitale del Mediterraneo, mentre i conquistatori romani si ricordano ancora del tempo in cui erano poveri. L'avrebbero dimenticato se la vista degli altri piccoli villaggi, mantenutisi più a lungo di Roma nella loro mediocrità, non gli avesse continuamente ricordato le antiche virtù. A Roma la vita quotidiana si è evoluta molto più velocemente che nei municipi (così venivano chiamate le cità situate nelle province). La lentezza delle comunicazioni, la reticenza e il particolarismo locale generati dal rancore per un conquista violenta, il fatto che il cittadino dell'Urbe gode di privilegi che il suo omologo provinciale non condivide, tutto ciò conribuisce a scavare un profondo fossato tra Roma e il resto d'Italia. E' proprio nei municipi che augusto e ancora di più i suoi succesori, i Flavi e gl Antonini, andranno a cercare uomini puri per farne amministratori e burocrati. A mano a mano che il contagio proveniente da Roma si propagherà in Italia e che gli usi e i costumi delle piccole città somiglieranno sempre più a quelli della capitale, saranno le province d'occidente a diventare riserva di purezza e gli imperatori si rivolgeranno vers la Gallia, la Spagna, l'Africa, meno toccate dalle influenze orientali.
I romani, fino alla fine dell'Impero, non hanno mai cessato di credere che l'evoluzione dei costumi fosse, in ultima analisi, la sola causa della loro decadenza. In questa convinzione giocava un ruolo importante l'illusione che la semplicità antica, che aveva coinciso con il periodo delle più belle conquiste, ne fosse anche il motivo. Così, a forza di predicare l'austerità, senza mai praticarla, immaginavano che fosse possibile contrastare il corso della storia.
Il sistema calendariale romano rappresenta, con la sua complessa articolazione, uno strumento importantissimo per la comprensione della cultura di Roma in relazione alle sue attività agricole e pastorali, ma soprattutto, in relazione alla sfera religiosa e cultuale. Questa, infatti, svolgeva un ruolo fondamentale nella società romana proprio attraverso l'elemento festivo.
A tale proposito credo sia esemplificante ricordare che mei calendari conservati sono annotate 45 feste principali in lettere maiuscole; ma che, accanto a queste, è riportata in caratteri più piccoli anche tutta una serie di ricorrenze riferentesi a cerimonie in onore di singole divinità, agli anniversari di dediche di templi, a complessi di giochi e spettacoli e, dall'età imperiale, a avvenimenti storici, a natali degli imperatori e a loro assunzioni i cariche per un totale di oltre 200 giorni festivi.
Ma il calendario romano costituisce anche un chiarissimo esempio del debito culturale che la moderna civiltà occidentale ha nei confronti di quella romana perché il calendario da noi utilizzato è ancora quello introdotto da Giulio Cesare nel 45 a. C.
E lo è non solo nella strutturazione in uno stesso numero di mesi, con lo stesso nome e lo stesso numero di giorni, ma sovente anche nelle tradizioni e nei rituali che sono passati nelle nostre festività con le medesime motivazioni e strutturazioni, fatta eccezione per gli aspetti pagani che sono stati debitamente "cristianizzati".
Il calendario romano, come quelli di tutte le altre civilà antiche, ha subito un'evoluzione dettata dalle accresciute esigenze di precisione nel calcolo del tempo, in funzione della maggiore complessità raggiunta dalla società romana nel corso dei secoli, non solo sul piano strettamente economico ma anche civile, politico e, ovviamente, religioso. Infatti uno dei concetti fondamentali da tenere presente, affrontando il discorso festivo in ambito romano, è quello per cui non vi era "dicotomia tra Chiesa e Stato". Ossia non vi era azione umana che non avesse un presupposto religioso e spesso risulta difficile definire una festa religiosa piuttosto che civile. Infatti i sacerdoti che amministravano i culti erano guidati dai magistrati e dal senato oppure erano essi stessi magistrati e/o senatori; ogni decisione politica presupponeva la consultazione del parere divino e ogni avvenimento pubblico o privato veniva sempre celebrato con festeggiamenti che univano aspetti religiosi e civili, solenni e ludici allo stesso tempo.
La prima tappa nella creazione di un calendario, che consenta anche a popolazioni primitive un calcolo del trascorrere del tempo, è fornita dall'osservazione del ciclo lunare. Questo pianeta, infatti, non solo appare e scompare nell'arco di circa 28 giorni, ma durante questo periodo subisce una chiara trasformazione da sottile falce a disco pieno a falce nuovamente, consentendo, quindi, un'ulteriore suddivisione del periodo stesso.
La tradizione romana voleva che il calendario di tipo lunare fosse stato istituito da Romolo sulla base di un anno lunare di 10 mesi - marzo, aprile, maggio, quintile, sestile, settembre, ottobre, novembre e dicembre - per un totale di 304 giorni. Effettivamente l'esistenza di un primo calendario i soli 10 mesi sembrerebbe confermata dal nome dei mesi che, tranne per i primi quattro, rispecchia la posizione del mese nell'anno concludentesi con december, cioè il decimo. La tappa successiva è costituita dall'osservazione del ciclo solare e dal tentativo di conciliare i due sistemi. Se, infatti, il calendario lunare era abbastanza facile da realizzare con la semplice osservazione delle fasi della luna, d'altro canto non teneva conto del calcolo stagionale, procurando ogni anno un notevole sfasamento. Il sole, invece, consente di accordare il calcolo temporale con il ciclo naturale da lui condizionato. la difficoltà, però, consiste non solo nell'osservazione della posizione del sole, ma anche nel far coincidere l'anno lunare di 354-355 giorni con quello solare di 365, due numeri non divisibili l'uno per l'altro. In ambito romano, il merito di aver creato un calendario luni-solare che tenesse conto anche dello sfalsamento tra le due durate, era attribuito al re Numa Pompilio che riformò il calendario romuleo. Introdusse i mesi di gennaio e febbraio e variò la lunghezza dei singoli mesi, ottenendo un anno di 355 giorni. Istituì anche il mese intercalare o marcedonio (soprannome popolare dovuto ai pagamenti - mercedes - effettuati in questo periodo), di 22 o 23 giorni, che inserito prima degli ultimi cinque giorni di febbraio veniva a costituire un mese di 27 o 28 giorni, necessario ogni due anni per ristabilire l'accordanza tra il ciclo lunare e quello solare. Questo tipo di calendario, che non venne reso pubblico fino al 304 a. C., rimase in vigore fino all'epoca di Giulio Cesare quando si venne a creare una tale confusione, con incredibili slittamenti di stagioni, da rendere necessario un nuovo intervento. Sottoposto il problema a un astronomo alessandrino, Sosigene, nel 46 a. C. Cesare istituì il nuovo calendario che, come si è detto, è ancora quello tuttora in uso. In quell'occasione, infatti, si comprese che, inserendo un solo giorno ogni quattro anni, si poteva compensare lo sfasamento creato dal fatto che il ciclo solare dura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. L'unico difetto del calendario giuliano fu che, l'inserzione ogni 4 anni di questo giorno al sesto giorno prima delle calende di marzo (di qui il nome di mese e anno bisestile = due volte sesto), non teneva conto del fatto che l'anno solare non ha la durata esatta di 365 giorni e 1/4 come calcolato da Sosigene; questo eccesso di 11 minuti e 14 secondi, accumulato nel tempo, portò a nuovi slittamenti. A ciò pose rimedio Papa Giovanni XIII, nel 1532, abolendo il giorno bisestile ogni 400 anni. La riforma di Giulio Cesare implicò l'abolizione dei calendari repubblicani che, infatti, ci sono testimoniati da un unico esemplare proveniente da Anzio.
PREMESSA
Piazza Vittorio Emanuele è una delle più vaste e animate di Roma, situata nel cuore del quartiere Esquilino. Costruita e sistemata nelle forme attuali intorno al 1890, è racchiusa su tutti e quattro i lati da grandi palazzoni nello stile tipico del tardo XIX secolo, e a livello della strada è contornata da una serie ininterrotta di arcate, affollate di negozi.
All'interno dei giardini al centro di Piazza Vittorio, al lato del complesso dei Trofei di Mario, si trova la cosiddetta Porta Alchemica o Porta Magica, proveniente dalla villa, ormai non più esistente, fatta costruire da Massimiliano Palombara, Marchese di Pietraforte, vissuto tra il 1614 e il 1680, nella zona in cui oggi sorge la piazza. La storia della porta è ammantata dalla tenue nebbia della leggenda, e nessuno è ancora esattamente riuscito a carpirne i segreti. Alla fine del XVII secolo, si trasferì a Roma Cristina di Svezia e fondò un circolo di esoteristi, maghi e alchimisti cui il Marchese, da sempre appassionato di letture classiche e occultismo, aderì prontamente. Tra gli adepti del circolo, l'illustre studioso tedesco Athanasius Kircher, il noto astronomo Domenico Cassini e un giovane medico e alchimista mianese, Giuseppe Borri, che era stato espulso dal collegio di Gesuiti dove studiava per il suo interesse per l'occultismo. Vuole la leggenda che Bori, finanziato dal Marchese, conducesse numerosi esperimenti per trovare la mitica pietra filosofale che gli avrebbe permesso di trasformare la materia in oro. Ma una notte improvvisamente partì - ciò avvenne realmente, quando l'Inquisizione papale si mise sulle sue tracce - lasciandosi dietro un certo numero di pergamene sulle quali erano riportate complesse formule, che nessuno fu in grado di interpretare. Così Massimiliano Palombara le fece incidere sulla porta d'accesso del suo laboratorio o, secondo un'altra versione, fu lo stesso Borri a inciderle prima di partire.
Purtroppo Villa Palombara fu completamente demolita nella seconda metà dell'800, quando fu edificato il nuovo quartiere.
L'unica minuscola parte che se ne salvò fu proprio il portale d'accesso alla dependance, quela che oggi viene detta Porta Magica di Piazza Vittorio. Durante il XX secolo venne leggermente spostata dalla sua posizione originale, e collocata alle spalle delle imponenti rovine del ninfeo, recintata con una cancellata metallica. Consiste in un piccolo portale, ora murato, contornato da uno stipite di pietra bianca ricoperto da simboli alchemici, e affiancato da due bizzarre statue. Le due statue non appartenevano a Villa Palombara. Furono rinvenute nei pressi del Colle Quirinale, dove sorgeva il grande Tempio di Iside. Durante i lavori per l'apertura di Piazza Vittorio, nel 1888, queste statue furono trasferite dal loro sito d'origine alla Porta Magica, a guardiani di questo strano rudere.
ROSACROCE
Massimiliano Palombara era un membro dei Rosacroce, un famoso ordine esoterico, il cui simbolo era la Rosa Croce. Era stato fondato per la prima volta nel 1407 da un occultista tedesco Christian Rosenkreuz - che potrebbe non essere mai esistito- che aveva completato i suoi studi di occultismo in Terrasanta. L'ordine si era estinto nel '500, ma era stato succcessivamente rifondato agli inizi del XVII secolo.
Simbolo rosacrociano della Rosa Croce
Porta Alchemica
Sopra la porta è affisso un grosso disco (1) con un doppio triangolo a forma di stella a sei punte del Re Salomone, contornato dal motto (2) TRI SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS, "tre sono le cose mirabili: dio e l'uomo, la madre e la vergine, l'uno e il trino". un cerchio sormontato da una croce (3) è sovrapposto alla stella, e reca un altro motto, CENTRUM IN TRIGONO CENTRI "il centro è nel triangolo del centro". Nella parte più alta dello stipite, una scritta in ebraico (4) recita RUAH ELOHIM, "Spirito Santo", subito dopo (5) vi è un riferimento mitologico a Giasone: HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHINAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON "il drago delle Esperidi custodisce l'ingresso dell'orto magico, e senza Ercole Giasone non avrebbe assaggiato le delizie della Colchide". Infatti gli alchimisti identificavano il Velo d'Oro cercato da Giasone nell'antico mito degli Argonauti con la pietra filosofale, l'obiettivo fondamentale dei loro studi. I montanti dello stipite, (6) e (7), recano simboli dei pianeti, a ciascuno dei quali corrispondeva un dio e un metallo, e motti in ordine alterrno, dall'alto verso il basso.
Porta Alchemica
Porta Alchemica
Porta Alchemica
Palazzo Massimo
Terme di Diocleziano
Pianta dei Mercati Traianei
Inserire testo
Mercati Traianei
Mercati Traianei
Mercati Traianei
Mercati Traianei
Mercati Traianei
Roma, 4 ottobre 1852
Via Felice, n, 107

...Continuammo per la Storta ove era situata anticamente Veio. Entrai in Roma per Porta del Popolo il 2 ottobre 1852 alle 4 e mezzo del dopopranzo e scesi all'Hotel Cesari sul Corso.
La mia prima uscita fu nel Campidoglio e per il Foro; sul tardi al Colosseo su cui splendeva la luna. Non ho parole per esprimere la tempesta delle emozioni che provai allora...

Ferdinand GREGOROVIUS
Diari Romani 1852-1874
PREMESSA
Negli anni 1896-1898 appariva l'opera straordinaria di Franz Cumont "Textes et Monuments figurés relatifs aux mystères de Mithra", in cui l'autore tracciava le basi su cui si appoggiano tutti gli studi sui misteri mitraici
In questo libro viene offerta una nuova visione globale, infatti, dalla comparsa dell'opera di Cumont due nuove scoperte hanno cambiato radicalmente le opinioni al riguardo:
1) si è scoperto che la parola persiana mithra contiene il significato di contratto. Il dio porta, quindi, un nome eloquente e incarna il concetto della costituzione di una società basata sulle relazioni personali e contrattuali tra i singoli esseri umani. Questo significato funzionale del culto di Mitra è anche la caratteristica dei misteri mitraici a Roma.
2) durante gli scavi di Ostia è stato rinvenuto un pavimento con un grande mosaico raffigurante una scala a sette pioli, rappresentazione dei sette gradi di consacrazione dei misteri. Nei sette campi, delineati dai pioli della scala, si trovano i simboli delle ordinazioni. conosciamo, dunque, quali segni corrispondono ai gradi di iniziazione e quali detengono la chiave di interpretazione delle varie figure rappresentate sui numerosi monumenti mitraici. L'intero insegnamento dei misteri mitraici era nascosto in questa simbologia.
D'altra parte, oggi, si hanno a disposizione informazioni molto più dettagliate sulle rappresentazioni mitraiche di quanto si potesse conoscere ai tempi di Cumont. I testi persiani sono accessibili più approfonditamente grazie a traduzioni sempre più accurate e si possono, dunque, avanzare giudizi più sicuri e svelare le grandi incognite della cultura persiana.
I misteri mitraici erano una religione stellare. I sette pianeti del sistema geocentrico costituivano una solida relazione con i sette gradi di consacrazione dei misteri; l'ascesa dell'iniziato attraverso i sette gradi di consacrazione dei misteri; l'ascesa dell'iniziato attraverso i sette gradi sulla terra corrispondeva, dopo la morte, a un'ascesa della sua anima -attraverso le sfere dei sette pianeti - al cielo delle stelle fisse. La religione di Mitra è stata, pertanto, una delle forme in cui ha trovato posto la devozione cosmica dell'antichità.
Questa concezione ci è familiare dai tempi di Platone. Ma nel mitraismo sono filtrati anche altri elementi del platonismo: per esempio i santuari degli iniziati a Mitra erano costituiti da grotte e ricalcavano il concetto della caverna esposto dalla Repubblica di Platone; in questa, tra l'altro, gli uomini risiedono come prigionieri, il loro compito è quello di rompere le catene, di "volgersi" (conversio) e di salire verso la luce. Anche la rappresentazione del sacrificio del toro, visibile in ogni luogo di culto consacrato al dio Mitra, può essere interpretato grazie alla filosofia di Platone: sacrificando il toro, il dio Mitra ha creato l'universo. Porfirio nella sua opera sulla grotta delle ninfe afferma che Mitra è stato designato come padre e creatore del Tutto.
Queste parole sono una citazione tratta dal Timeo di Platone; il sacrificio del toro per mano di Mitra è posto, pertanto, in relazione alla cosmogonia del Timeo.
I misteri mitraici affondano, in verità, leloro radici nella religione degli antichi persiani e sono fortemente infarciti anche di concetti tratti dalla cultura greca, tutto ciò ha contribuito a formare una nuova religione.
Pianta della Basilica di San Clemente
Basilica di San Clemente
Basilica di San Clemente
BASILICA
La Basilica di San Clemente è situata a circa trecento metri al di là del Colosseo, sulla strada in lieve salita che dalla valle tra il Colle Oppio e il Celio porta a San Giovanni in Laterano.
Prende nome da San Clemente Papa, terzo successore di San Pietro, morto intorno all'anno 100 d.C. La sua festa ricorre il 23 novembre, secondo la data che troviamo nel martirologio italiano del V secolo noto sotto il nome di Martirologio Geronimiano.
L'ingresso principale della Basilica di San Clemente è sulla piazza di San Clemente, attraverso un protiro che immette in un piccolo atrio del XII secolo. Situato immediatamente sopra al cortile primitivo, del IV secolo, questo è - si dice - l'unico atrio medioevale ancora esistente a Roma. A destra, vi è il vecchio ingresso al monastero, su cui si legge un'iscrizione dei Domenicani irlandesi. Di qui, una breve rampa di scale sale a un portone interno sormontato da uno stemma dei monaci Ambrosiani e, ancora un pò più su, da una lapide commemorativa della donazione di San Clemente all'Ordine Domenicano, nel 1667. All'angolo di sinistra dell'atrio vi è un campanile del 1600 circa, che sostituisce la torre campanaria primitiva, la quale sorgeva all'angolo opposto.
Basilica di San Clemente
MITREO
L'ingresso al terzo livello di San Clemente si trova nella parete di fondo dela navata laterale Sud (N) accanto alla presunta tomba di San Cirillo. A destra della porta vi è un busto Cardinale William O'Connell, Arcivescovo di Boston e Titolare della Basilica di San Clemente dal 1911 al 1944. Al di là della porta vi è una scalinata delIV secolo che conduce al livello del I secolo e al tempio di Mitra della fine del II o al principio del III secolo. Ai piedi di questa scala, si svolta l'angolo a destra e si trova il pronao o vestibolo del tempio, con un bel soffitto a stucco dai disegni geometrici e floreali. Due pilastri quadrati di marmo pario, con dei capitelli corinti, sostengono i tre archi di ingresso che furono costruiti quando le stanze preesistenti furono trasformate a uso del culto di Mitra verso la fine del II secolo.
A San Clemente l'area esplorata consta di tre stanze: il triclinio, il pronao o vestibolo e una terza stanza che probabilmente era adibita all'istruzione dei catecumeni.
Nel triclinio vi sono dei banchi da una parte e dall'altra per il banchetto rituale, con delle nicchie semicircolari per le statue. Sui davanti di questi banchi è scavato un piccolo vano che pare servisse da ripostiglio per le ossa degli animali e del pollame, specialmente di galli. Sull'altare al centro della stanza vi è il grande bassorilievo dell'uccisione del toro. Mitra, afferrato il toro per le froge, gli affonda il coltello nella spina dorsale e volge la testa verso il corvo che aveva trasmesso il messaggio di Apollo. Il bassorilievo qui presente è una copia romana della fine del II secolo e è sormontato da un'epigrafe commemorativa del Pater che lo aveva fatto installare:
"Cn(aius) Arius Claudianus Pater posuit."
A destra dell'ingresso in questa stanza, vi è un busto di Apollo, Dio del Sole, della fine del II secolo.
Fuori del triclinio, in fondo al corridoio dalla parte dove si vede un cancello di ferro, troviamo la cosiddetta scuola di Mitra, da cui si può scorgere l'abside della basilica primitiva che posa sull'attiguo vestibolo. Nelle pareti di questa scuola vi sono sette nicchie corredate di graffiti che sono stati interpretati come rappresentazioni dei sette stadii attraverso i quali il catecumeno doveva passare prima di essere ammesso agli intimi misteri del pronao e del triclinio. Il pavimento della stanza è in mosaico bianco e neo, abbastanza ben conservato, ma la volta a stucco è in pessimo stato. Il cancello di ferro fuori della scuola conduce a un condotto scavato da P. Louis Nolan nel 1912-1914 a spese del Cardinale O'Connell di Boston. Per quarant'anni, infatti, questo livello archeologico, scoperto, per la prima volta da P. Mullooly, nel 1867-1870, era stato inaccessibile, giacché l'acqua infiltratasi attraverso le pareti ra salita poco a poco fino a raggiungere nel 1912 l'altezza della porta del triclinio. P. Nolan decise di affrontare il problema scavando un canale di scolo di circa 700 metri di lunghezza, partendo dalla Cloaca Massima fino a raggiungere San Clemente a una dozzina di metri di profondità sotto la via Labicana. Questo canale passa a circa 6 metri di profondità sotto il livello mitraico e corre attraverso il quarto livello a noi conosciuto della vallata tra il colle Oppio e il Celio; precisamente, attraverso le case che esistevano prima e poi furono distrutte dall'incendio di Nerone nel 64 d.C. L'insula che, in seguito, doveva ospitare il culto di Mitra e il grande palazzo cristiano attiguo sorsero alla fine del I secolo sulle rovine interrate di queste case.
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Cautes simboleggia l'acclività del sole
(21 dicembre-21 giugno)
Cautopates rappresenta il sole in fase discendente (21 giugno-21 dicembre)
CAUTES E CAUTOPATES,
LUCIFER E HESPERUS
Alla destra e alla sinistra del sacrificio del toro appaiono i due tedofori in costume persiano. Rappresentano il quinto e il sesto grado, sono in relazione alla Luna e al Sole e in latino sono indicati come Espero e Lucifero. Generalmente Cautes-Lucifer si trova, con la sua fiaccola innalzata sotto al Sole e Cautopates-Hesperus, con la fiaccola abbassata, sotto alla Luna; non è raro però incontrarli perfino in posizioni invertite. In questi casi occorre leggere le quattro figure nel senso orario: al levarsi del Sole (in alto a sinistra) segue il tramonto (in alto a destra), e a questo in cerchio segue nuovamente l'alba (Lucifer-Cautes a destra in basso) e l'ascesa della Luna (Hesperus-Cautopates a sinistra in basso).
I teofori indicano anche la circolarità dell'anno. Su alcune statue si osserva Cautes con la fiaccola sollevata e il segno zodiacale del Toro e Cautopates con la fiaccola abbassata e il segno zodiacale dello Scorpione. Gli stessi segni appaiono anche su alcuni rilievi con il sacrificio del toro. In tali raffigurazioni Cautes indica con la sua fiaccola innalzata l'inizio della metà dell'anno in cui il giorno è più lungo rispetto alla notte e Cautopates ovviamente il contrario, cioè la rimanente metà dell'anno.
Mitreo di San Clemente
Ara Coeli
I GRADI DI ORDINAZIONE
I sette gradi di ordinazione sono raffigurati su tutte le rappresentazioni del sacrificio del toro. Attorno al toro vi è sempre un numero mutevole di figure, ma stte di queste appaiono in tutte le rappresentazioni e esistono numerose immagini del culto mitraico che riportano solo queste sette figure: Mitra, i due tedofori in costume persiano, il cane al di sotto del toro in agonia insieme allo scorpione e al serpente e, al di sopra di Mitra, il corvo.
i sette gradi sono rappresentati sui rilievi dalle seguenti figure:
Corax: sui rilievi e affreschi il corvo vola dal Sole a Mitra, annunciando a quest'ultimo che è tempo di uccidere il toro.
Nymphus: è rappresentato dal serpente, posto sempre al di sotto del toro. Il serpente beve il sangue che sgorga dalla ferita inferta da MItra.
Miles: questo grado è simboleggiato dallo scorpione che in tutte le raffigurazioni afferra i testicoli del toro per bere il seme dell'animale sacro. il grado del miles è sotto la protezione di Marte come il segno zodiacale dello scorpione; Manilio, il poeta astronomo romano, asserisce a proposito della costellazione dello scorpione e del pianeta Marte: "Il bellicoso scorpione appartiene a Marte" (II, 443 pugnax Mavorti Scorpios haeret). Le macchine da guerra (catapulte) dell'esercito romano erano chiamate scorpiones.
Leo: nelle raffigurazioni che ritraggono solo sette figure il grado del leone è rappresentato dal cane; se, invece, appaiono più di sette figure è riportato quasi sempre anche un leone.
Perses: è rappresentato da Cautopates con la torcia abbassata: il suo nome latino è Hesperus, la stella della sera che annuncia la notte e la luna e che, in un certo senso, abbassa la fiaccola.
Heliodromus: è Cautes con la fiaccola verso l'alto, in greco Phpsphoros e in latino Lucifer. L'eliodromo è sotto la protezione del Sole.
Pater: è Mitra stesso; Porfirio - usando l'espressione tratta dal Timeo di Platone - lo chiama "il creatore e il padre di tutte le cose." Il suo pianeta è Saturno.
CORAX (corvo)
Gli iniziati al primo grado portavano una maschera da corvo e servivano a tavola; il loro simbolo era una coppa. Il grado del corvo era sotto la protezione di Mercurio: le numerose rappresentazioni di Mercurio all'interno dei mitrei si riferiscono, dunque, anche al primo grado.
NYMPHUS (crisalide)
La parola greca nymphos era usata solamente nella lingua degli iniziati mitraici e esistevano solo i vocaboli nymphios sposo e nymphe che significa sposa, Fauno, il protettore della natura, larva o crisalide dell'ape o della vespa. Evidentemente la parola nymphos è un adattamento specifico per il secondo grado dei misteri mitraici. E' la forma maschile di nymphe e non di nymphe nel senso di sposo bensì di nymphe nell'accezione di larva, crisalide (dell'ape e della vespa). Nymphos significa, pertanto: larva maschile.
Nella zoologia aristotelica la parola nymphe per la crisalide dell'ape appare in un contesto relativo alle farfalle che in greco si chiamano psychai, si adopera, infatti, lo stesso vocabolo per indicare la farfalla e l'anima. Aristotele dice:
"Le psychai (farfalle) nascono dalle larve... Queste sono all'inizio più piccole di un grano di miglio; quando crescono diventano vermi e dopo tre giorni piccole larve. Poi crescono ancora e piano piano mutano il loro aspetto diventando quindi crisalidi e, sebbene abbiano un guscio duro, si muovono se vengono toccate. Dopo poco tempo il guscio si rompe e volano via animaletti con le ali che chiamiamo psychai (farfalle). Dapprima, allo stato di larva, essi prendono il nutrimento e eliminano il superfluo; appena diventano crisalidi non mangiano più nulla e non secernono niente. Così è il proceso per tutti gli animali che si formano dai vermi... Anche le api, le api selvatiche e le vespe, ancora allo stato di giovani vermi, assorbono il nutrimento e producono secrezioni; ma quando dallo stadio di verme subiscono lametamorfosi - e si chiamano nymphai - non prendono più nessun nutrimento e non secernono più, ma rimangono racchiuse nel guscio finché sono grandi abbastanza da poter uscire dopo aver forato l'involucro."
Larva, crisalide, ape, trasformazione, metamorfosi: è chiaro come queste idee ben si adattino a un culto di misteri nel quale ra prevista un'ascesa graduale attraverso sette differenti figure. La strada attraverso i sette gradi era anche una strada attraverso le sette sfere dei pianeti verso l'ottava porta: il firmamento delle stelle fisse; probabilmente nei misteri mitraici è stata trapiantata la dottrina pitagorica e platonica della metempsicosi. In Platone (Fedone) l'ape rappresenta una delle migliori incarnazioni per l'anima.
Generalmente il grado del Nymphus è rappresentato dal serpente. Annche questo animale subisce una metamorfosi e gode di un ringiovanimento costante: sguscia dalla vecchia pelle e indossa una nuova veste.
MILES
Anche il terzo grado rientra tra gli stadi preparatori che gli iniziati oltrepassano rapidamente. Il Miles è rappresentato dallo scorpione sui rilievi e sugli affreschi con il sacrificio del toro.
Il dio dello scorpione e del soldato era Marte. Il pianeta Marte è stato messo in stretta relazione con il segno zodiacale dello scorpione. "Lo scorpione", dice Manilio, "infiamma negli uomini lo spirito alla guerra e agli accampamenti di Marte; a volte conduce una guerra sanguinosa e violenta contro gli uomini, a volte contro gli animali."
"Scorpios...
in bellum ardentis animos et Martia castra efficit...
nunc hominum, nunc bella gerit violenta ferarum."
La cerimonia di ordinazione al grado del soldato consiste in un rito con spada e corona da Tertulliano. Davanti al candidato veniva tenuta una corona che questi doveva conquistare; un uomo armato di spada gli si pponeva. L'iniziato doveva sconfiggere in duello l'avversario: si trattava certamente di lotta simulata in cui però veniva messo alla prova il coraggio del candidato. Dopo aver conquistato all'avversario la spada e la corona, il vincitore riceveva quest'ultima da un servo con l'ammonizione del Pater e l'invito a restituirla prontamente pronunciando le parole:
"Mitra è la mia corona."
Una parte di questa scena è ritratta da un affresco nel mitreo di Capua. Qui liniziato è nudo e inginocchiato, la spada sottratta all'avversario gli giace accanto. Da dietro giunge un servitore mitraico con la veste bianca per incoronarlo; a sinistra di queste figure l'affresco è andato distrutto. In quel punto doveva essere raffigurato il Pater che invitava l'iniziato a deporre la corona. La scena è stata descritta dal cristiano Tertulliano nella sua opera "Sulla corona del soldato" (De corona militis) .
LEO
Quando sono visibili solo sette figure sulle rappresentazioni del sacrificio del toro il grado del Leone viene rappresentato da un cane. Su molte immagini di culto però è stato ritratto anche un leone; la maggior parte dei servitori di Mitra apparteneva, dunque, al rango del Leone. Il leone è stao posto in relazione alla natura dell'aridità e della cultura, pertanto, l'animale ha simboleggiato l'elemento del fuoco. Il dio planetario protettore del quarto era Giove e la sua arma era la folgore. Gli antichi distinguevano tre fenomeni: fulmine, tuono e folgore; il fulmine era visibile, il tuono si poteva udire, ma non era certo auspicabile provare la folgore, ossia il lampo micidiale di cui Giove si serviva per colpire i nemici, un'arma superiore contro la quale non si poteva combattere. Durante le cerimonie di ordinazione, come è riportato da Porfirio, le mani venivano purificate con il miele e non con l'acqua, perché l'acqua era elemento di contrasto con il fuoco; inoltre si inculcava nella mente dell'iniziato la necessità di mantenere monde le mani da ogni cosa che arrecasse dolore e danno e da tutte le impurità; il miele, infine, purificava la lingua da ogni peccato. Ascendendo al grado di Leone gli iniziati ricevevano un nuovo nome che aveva un significato religioso.
PERSES
Il Persiano era un grado posto sotto la protezione della dea planetaria Luna: Il suo rappresentante sulle raffigurazioni del sacrificio del toro è Cautopates, il pastore vestito secondo l'uso nazionale e con la torcia abbassata; porta spesso anche un arco e la faretra oppure un bastone da pastore. La forma greco-latina del suo nome è Hesperus.
HELIODROMUS
La cerimonia di consacrazione dell'Eliodromo è illustrata su numerosi monumenti: l'iniziato si inginocchiava davanti al Pater e lo ossequiava, il Pater lo spogliava del berretto frigio e lo incoronava con la raggera dell'Eliodromo. L'episodio è ritratto sull'affresco di Dura-Europos: un iniziato nudo è inginocchiato con le mani alzate e imploranti, il Padre gli leva dal capo il berretto persiano; sopra è raffigurata la corona di raggi con la quale gli iniziandi di questo grado venivano consacrati.
PATER
Il dio planetario del Pater era Saturno. A questa divinità gli antichi collegavano la concezione dei buoni vecchi tempi, dei tempi d'oro, questa epoca d'oro ritornerà alla fine dei giorni, così profetizza Virgilio nella sua quarta egloga:
"...redeunt Saturnia regna." (...il dominio di Saturno ritornerà).
Mitreo di San Clemente
Colombario
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Colmbario
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Mitra
Mitreo di San Clemente
Mitra
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Ara Coeli
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aggiornamento della pagina: 5 marzo 2008
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