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| Prologo |
| In civiltà intimamente in contatto con le forze elementari della natura, la fiaba non poteva che avere un grande ruolo: serviva contemporaneamente a evocare, a esorcizzare e a fornire una chiave di lettura per quei fenomeni naturali e soprannaturali che tanta parte avevano nella vita di ognuno.
L'Arte di raccontare le fiabe, dicono alcuni, è morta e appartiene al passato.
E le tradizioni orali sono destinate a perdersi per sempre, quando la vena si inaridisce e i tempi mutano, se qualcuno non inizia con amore e con pazienza a raccogliere le ultime testimonianze disponibili.
Vi è stato un tempo in cui ero triste e anche un pò malata, con un'inerzia intellettuale che mi faceva rabbia.
Mi venne l'idea di scrivere una fiaba per i miei amici. Questo libro è nato così.
Ho una seria preoccupazione del giudizio di un pubblico che irrompeva ogni giorno per sapere quando questa fiaba sarebbe finita.
Guardando il libro finito sento un pò di rimorso.
Non commetto, forse, un'indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?
Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere dell'Iran.
Probabilmente non è assente una certa megalomania, un'innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere a una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l'errore, in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che lo hanno determinato. Colei che Vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.
Le Memorie della Princesse sono l'Itaca in cui tutti i lettori dovranno incontrarsi, sono la storia dei suoi lettori, insonno come colei che percorse il buio di tre anni di dolore e di morte. Rammento che un secolo fa qualcuno ipotizzò che l'Odissea fosse stata scritta da una donna.
Ma la Princesse sarebbe sola a tessere la sua trama e, forse, la trama stessa non reggerebbe se non avesse un interlocutore, che non è il Re, chi racconta non può incontrare il raccontato, ma ben altro Sovrano: il Principe F., cui racconta le sue notti e di cui cela l'identità con arguzia e abilità.
Le Mille e Una Notte è, forse, il libro più imparentato con le Memorie della Princesse. E questa parentela risiede non già nel gioco fantastico, negli itinerari improbabili o impossibili, quanto nel saldo, complice intreccio di tradimento e fedeltà, giuramento e terrore.
Protagonista è una donna, un'altra ribelle all'ordne costituito.
Non ci si sorprenda, dunque, se l'immaginazione della narratrice si ingegna a conferire a questa donna poteri che rifiuta all'uomo.
L'Iran evoca, oggi come ieri, l'immagine di un mondo molto lontano e misterioso.
Tutte le pagine scritte in questi tre volumi hanno in sé qualcosa di tipicamente persiano: l'aria fragrante e un pò magica dell'I.
Roma, 1 settembre 2006
(pagg. 3-4) |
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| PARTE PRIMA
IN ATTESA DEL RE |
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| LES FIDELES D'AMOUR
LE ROI ET CENDRILLON S'AIMAIENT D'AMOUR SI TENDRE
QUE LES DIEUX JALOUX, SANS LES PUNIR, N'AVAIENT PAS PU LEUR PARDONNER;
ILS N'AVAIENT PAS VOULU QUE L'UN PUT PRENDRE
CE QUE L'AUTRE POUVAIT DONNER.
ROMPRE AVEC LES CHOSES REELLES,
CE N'EST RIEN;
MAIS AVEC LES SOUVENIRS!
LE COEUR SE BRISE A LA SEPARATION DE SONGES. |
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| Capitolo I
Il Mondo Incantato
della Princesse Cendrillon |
| MA NON POTERONO GIUNGERVI
COME DOLCE POMO S'ARROSA
SULL'ALTO RAMO, ALTO SULLA CIMA
PIU' ALTA: SE NE DIMENTICARONO,
ALLORA, I COGLITORI?
NON DIMENTICHI FURONO, NO,
MA MON POTERONO GIUNGERVI.
SAFFO |
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| "Mesdames et Messieurs, Vi ringrazio di aver accettato di leggere questa storia.
Vi chiederete come mai a una persona della mia età venga in mente di raccontare una fiaba.
Non è così?
Trovo che le collezioni di racconti popolari siano magnifiche, eccezionali, ma devo confessarvi di essere rimasta molto turbata dopo aver letto la versione di Perrault della storia della Princesse Cendrillon, con la Fata, la bacchetta magica, la zucca trasformata in carrozza, i topini tramutati in destrieri.
Alcuni ritengono che sia la più veritiera e suppongo che la verità non sarebbe mai stata svelata se non avessi contribuito, in qualche modo, io stessa, a rivelarla.
Permettemi di raccontarvi come realmente andò.
L'1 settembre 2006, quando il postino mi consegnò il plico contenente le Carte Segrete della princesse Cendrillon mi sentii mancare.
Ho imparato a temere questi omaggi.
E non servì a rassicurarmi la lettera acclusa da Mademoiselle F., con la quale l'esecutrice testamentaria mi informava che si trattava di documenti raccolti dalla stessa Princesse, documenti che, secondo lei, avrebbero potuto rivestire un qualche interesse per me..."
(pag. 24) |
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| "...Essere nati senza un'aria di famiglia ha sempre destato sospetti. La Princesse non somigliava a nessuno: per nascita era condannata a suscitare inquietudine. Certi bambini non hanno, per così dire, infanzia. Bisogna aver vissuto dentro di sé questa tragedia personale per sarere quali risentimenti alimenti. L'usurpazione delle fantasticherie di un bambino, delle sue stanze segrete, l'improvvisa infelicità avvertita nel pieno dell'età della felicità, tutto questo lascia spesso un'amarezza cocente. Il bambino è un essere alienato. Il mondo, il tempo, lo spazio in cui si colloca, il linguaggio di cui si serve, li riceve dagli adulti.
Guance rosee e grandi occhi scuri, la Princesse era una bambina molto graziosa, di un'intelligenza fuori del comune, ma così diafana e fragile da temere che non avrebbe avuto una salute abbastanza forte. La sua famiglia era preoccupata.
Impiegò molto tempo per apprendere a parlare italiano correttamente e ciò non avvenne prima dei due anni.
Lo zio Romano la ricorda mentre picchiava impaziente sul tavolo della camera dei bambini reclamando la colazione che non aveva ancora imparato a chiamare con il suo nome.
Laparola, quando venne, doveva essere allora e per tutta la sua vita, la sua arma preferita. E intendo proprio arma.
Sin dai primi anni ci si rese conto che D era imprevedibile e stravagante. Sapeva dire cose che costringevano gli adulti a ridere con lei. Diventò la narratrice di storie della famiglia. Quando venivano spente tutte le luci e restava soltanto il riverbero delle braci, D iniziava a raccontare la sua storia. E la sua storia andava avanti, un'avventura fantastica che diventava sempre più grrandiosa e sempre più confusa, finché D non si addormentava e il suo pubblico doveva aspettare sino alla notte seguente per conoscere il seguito.
Per tutta la vita avrebbe cercato di convincersi cheesistessero la felicità, la sicurezza e l'armonia. Un dolore smisurato sembrava dover schiacciare per sempre quella fanciulla dolce, amorevole e tanto più amabile, in quanto rappresentava l'unico elemento solido di una famiglia, che oscure macchinazioni e eventi incomprensibili per una bambina della sua età, sembravano destinare al disfacimento..."
(pagg. 27-28) |
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| "...Il mattino seguente, chiamai Mademoiselle F.
Mademoiselle F. era protetta da una serie estenuante di segretarie, ma alla fine accettò di venire all'apparecchio.
Le chiesi subito chi le avesse fatto il mio nome.
Mi rispose che era stata la stessa Princesse a esigere la sua parola perché il plico mi fosse rimesso dopo la sua morte.
Secondo la stessa Mademoiselle F., né lei né altri erano a conoscenza del contenuto del manoscritto. Nessuno l'aveva mai letto e neppure visto, ma sono certa che la Princesse l'avesse scritto tenendo presente l'eventualità di darlo alle stampe.
E' uno scritto che presuppone un pubblico.
Per quale ragione, dunque, non l'aveva pubblicato?..."
(pag. 30) |
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| "...Quando, rimasta sola, vide il suo più bel sogno avverarsi: percorrere gli spazi deserti dell'I., a ogni sosta, la Principessa non solo fissò, con bella calligrafia su tre quaderni di scuola e su un piccolo taccuino, rilegato in tela, i suoi appunti, pensieri e impressioni, ma li arricchì on schizzi.
Dal suo studio i quaderni e il taccuino sono scomparsi.
sono andati perduti in un mare di foglietti manoscritti?
Quegli schizzi sarebbero stati un complemento di informazione. Aspirando a cogliere la verità nei suoi aspetti più umili, la Princesse, refrattaria al gusto dei suoi contemporanei, andava diritta all'anima del paesaggio: la nitidezza delle linee, quel vuoto grande come l'orizzonte, l'essenzialità del tratto per raffigurare le aride colline dell'I. Nel suo rifiuto dell'aneddoto vi deve essere in parte la reazione contro la decadenza plastica dell'iconografia orientalistica ma vi è anche il raro coraggio di attenersi alla realtà bruta e di fondersi con essa.
Le lezioni dello zio Romano avevano portato i loro frutti:
"Non ingrandire nulla a piacere, attenersi sempre alla misura delle cose." Ho deciso, quindi di presentare il manoscritto nella forma in cui l'ho ricevuto anche se, come ho già detto, per facilitarne la lettura, ho personalmente aggiunto alcune parti.
Per fare questo ho condotto contemporaneamente a altre indagini, ricerche sulla vita privata della Princesse.
E per prima cosa, mi sono recata alla Macedoine.
La Princesse parlava del suo rapporto con il paesino di C. come se fosse antico di secoli, in realtà, vi si era stabilita solo nel 1975 e, a quanto pare, vi era benvoluta.
Meticolosa com'era, aveva conservato ogni cosa in bell'ordine, comprese tutte le lettere che lei e il Re si erano acambiati nell'arco della loro vita in comune. Nei cassetti di un'enorme credenza in noce trovai anche centinaia di lettere indirizzatele da quelli che più avevano contato per lei tra i suoi amici, sin dall'infanzia. Le risposte della Princesse a quell'insistente tam tam, come si può ben immaginare, non si erano fatte attendere: sono lettere buttate giù a matita senza intestazione né data, senza un inizio, come due intimi al telefono, e senza una chiusa, tranne una D che prendeva mezza pagina. Dovevano inebriare sia colei che le scriveva sia colei o colui che le leggeva.
Concepita in un clima di costante rimessa in discussione, la sua corrispondenza con il Principe F., per quello che ci rivela del suo primoi soggiorno in I., è tra le più interessanti. La Princesse provò una profonda amicizia per oil Principe, gli parlò liberamente del fascino che esercitava su di lei l'O. Confidenze che fece solo a lui.
Non è, forse, esagerato che queste lettere siano gli unici scritti che permettano di seguire l'evoluzione della Princesse attraverso le molte tentazioni incontrollate, nelle quali sprofondò, sino alla scelta finale: la fuga nel deserto.
Il deserto..."
(pagg. 42-43) |
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| "...In tutta la casa non avevo trovato che una sola foto incorniciata, evidentemente della Princesse bambina. All'epoca poteva acer avuto sì e no quattro anni. Indossava un abito bianco a vita alta, con lo scollo quadro, le maniche ampie e il corpetto a nido d'api.
Quanto ai domestici, non ve ne erano. Forse si erano eclissati con le posate d'argento e gli abiti di seta della Princesse.
Un certo silenzio così come un ordine completo sembravano circondare la morte della Princesse.
Il passo successivo fu di sentire il dottor D. Il suo studio era al numero 17 di rue Georges V. Gli scrissi, non ottenni alcuna risposta e mi recai all'indirizzo. Il dottore non poteva più essermi di aiuto. Si era ritirato dalla professione.
Un viaggio altrettanto lungo mi condusse in Provenza, nei pressi di C.
Era la confortevolissima dimora di Mademoiselle F..."
(pagg. 46-47) |
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| "...Restava il Principe F.
Lo avevo lasciato per ultimo, in parte perché mi incuteva un pò di timore, in parte perché volevo rivolgermi a lui con un dossier il più possibile completo.
Gli scrissi e lui mi invitò nella sua casa di campagna a M.
Il Principe F. era un uomo di statura media, pieno di energia e prossimo ai settant'anni. Aveva capelli bianchi, occhi scuri e gentili. Per tutta la durata del pranzo fu molto amabile e l'atmosfera fu assai piacevole.
Mi chiese:
"Quanto ne sa lei dell'I.?",
e, senza attendere la mia risposta, soggiunse:
"Peccato, non potrà capire la grandezza della Princesse.
Lei avrebbe meritato il (...).
L'ho detto, ma quei maledetti idioti non mi hanno dato retta.
Si innervosivano un pò, arricciavano il naso, facevano gli occhiacci all'impudente che li scandalizzava. Perché in lei viveva quel sentimento che le faceva dire:
"Non vi è Oriente.
Vi sono popoli.
Ogni essere che ha vissuto l'avventura umana sono io."
Certo la Princesse avrebbe dovuto riflettere e evitare di atteggiarsi a pittore della realtà, quando elemosinava pareri illuminati in seno all'ambiente accademico. Ma sfuggire al letargo le importava di più e l'essenziale per lei era stabilire dei contatti, essere letta.
Un peccato che non abbia fatto studi regolari, è rimasta una dilettante. Ma che dilettante!
Mi dica, lei deve aver parlato con ogni sorta di persone che l'hanno conosciuta.
Qualcuno ha detto una parola contro di lei?
Vi è un essere talmente subumano da non provare simpatia per la Princesse?
No, naturalmente.
Piaceva alla gente.
E non è che lei scegliesse sempre la strada più facile. Per tutta la vita ha dovuto combattere.
Era una combattente con i fiocchi.
Era fatta per vincere e convincere.
Eppure, sa, non vi era mai malanimo e anche i peggiori finivano per rimanerne soggiogati.
Darsi all'errare non è così facile, bisogna non aver paura di nulla per lasciarsi travolgere. Non si è una Princesse, una Princesse che ha soltanto il sole per mantello e che sceglie di vivere alle frontiere dell'umanità, senza che questo non costi in disordini, in rimpianti.
Niente calvario senza stazioni..."
(pagg. 48-49) |
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| "...Insistette per avere subito una promessa scritta: e solo quando l'ebbe presa, piegata e riposta in un taschino interno della sua giacca fu pronto a dire:
"Vediamo quale è la frase che, di solito, si usa...
Oh, sì!..."
"C'era una volta... una fanciulla... che amava suo padre immensamente...
Si chiamava D e questa era la sua scarpetta di cristallo..."
(pagg. 51-52) |
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| "...E' riuscita a strapparmi alla mia indole chiusa e riservata e a farmi condividere le sue passioni... per l'arte, per i paesaggi, per la poesia, per la bellezza.
Trasferisce su di me parte del suo incessante entusiasmo per le cose, e la mia indole meditativa e fredda è stata liberata dalla tetraggine e dal cinismo. E' senza pudore nel suo insistere sulla bellezza.
E l'Italia...
Voi italiani siete un popolo di esteti, avete nel sangue il senso della bellezza, per questo tutto quello che voi producete, dalle scarpe, alle macchine, ai film è imbevuto del vostro innato senso dell'estetica.
Qualcuno, un giorno, mi ha fatto notare che gli italiani non dicono soltanto "ti amo" ma anche "ti voglio bene".
Non sono sicuro che tutti gli itliani mettano in atto le loro parole. Si dice che in Italia la passione uccida molto."
"Allora, certo, uccide soprattutto le donne."
sospirai.
"L'amore di un uomo ha così poca indulgenza."
Ho proposto a D un inverno in Francia, un intero inverno nella meravigliosa, limpida luce della Francia, nel sud.
A lei sembra affascinante poter dividere la vita in stagioni... trascorrere l'inverno qui e l'estate là, abolire il giorno individuale, che può essere di un tale tormento.
Trascorrerebbe la sua esistenza vagabondando di luogo in luogo, vivendo negli alberghi... adora la vita di albergo, la sua provvisorietà, la libertà da oggetti oppressivi, il fluire costante di volti, la possibilità di andarsene con pochi minuti di preavviso, se il luogo diventa noioso o la gente tediosa.
Ha lettomolto su Byron e su Scott Fitzgerald e, sebbene le esistenze di entrambi si siano concluse in modo disastroso, tutto è per lei ugualmente allettante, persino il disastro..."
(pag. 69) |
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| "...Tecnicamente sono complice di quella che la Giustizia definirebbe, immagino una frode, ma non potevo permettere che le facessero del male.
La mia coscienza è perfettamente a posto.
Amo teneramente D.
Che, in lutto per un uomo che mi è vicino per spirito, si sia rinchiusa con ferocia nel suo dolore ha rafforzato, molto egoisticamente, la mia voglia di trarla fuori dal suo ritiro.
Il nome del Re le brucia.
Si detesta per essere tornata a amare.
Si fa orrore.
Crede, sono sicuro che crede in un castigo di Dio per la sua doppiezza..."
Tornò a accomodarsi sulla poltrona e accavallò le gambe.
"Sì,"
mormorai,
"capisco il suo punto di vista. Bisognava salvare la Princesse, bisogna proteggere Mademoiselle F."..."
(pag. 70) |
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| "...Avevo avuto uno scompartimento tutto per me.
Il Principe F. mi aveva affidato quella vecchia foto preziosa e rivelatrice. Se qualcuno l'avesse messa a confronto con l'altra sarebbe giunto all'inevitabile conclusione. Al sorgere del minimo sospetto sarebbero saltati agli occhi tanti piccoli particolari sino allora inosservati.
Il taxi filava tra gli ippocastani di via Merulana..."
(pag. 71) |
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| Capitolo II
Le Carte Segrete
della Princesse Cendrillon |
| 1599
LE MIE GUERRE RIPOSANO NEI LIBRI
HO UNA BATTAGLIA ANCORA
UN NEMICO CHE NON HO MAI VEDUTO
MA CHE PIU' VOLTE MI SCRUTO', INDECISO
FRA ME E QUALCUNO CHE STAVA AL MIO FIANCO
E POI SCELSE IL MIGLIORE TRASCURANDOMI
FINCHE' TUTTI GLI ALTRI MORIRONO
DOLCE SAREBBE NON ESSERE SCORDATA
DAGLI AMICI CHE SONO ANDATI VIA
I COMPAGNI DI GIOCO A SETTANT'ANNI
SONO UNA RARITA'.
EMILY DICKINSON |
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| "...Prende l'avvio un estratto dall'autobiografia della Princesse risalente alla sua prima infanzia. Una narrazione in prima persona, un resoconto buttato giù a caldo, senza cancellature e correzioni che prosegue per centinaia e centinaia di pagine, scritte, nell'estate del 2005.
Il manoscritto, riordinato da me e riesaminato dal Principe F. e da Mademoiselle F., ha tuttavia, una forma continua e scorrevole.
La semplicità e il candore di questo scritto, l'infinito appello alla comprensione e al perdono, la speranza di resistere alle tentazioni, mi toccarono profondamente..."
(pag. 74) |
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| "...So che non ho alcun diritto, io, di scrivere tutta la verità sulla mia vita, giacché vi sono coinvolte, com'è naturale, le vite di tante persone, nondimeno mi accingo a farlo ugualmente, sospinta da un bisogno irrefrenabile di raccontarla, questa verità, che nessuno conosce in maniera completa. Vi è chi ne conosce una parte, chi è al corrente di un'altra, ma, quanto al quadro completo, non vi è nessuno che lo abbia presente. E, tuttavia, una volta fissata sulla carta, non mi fiderò di darla a leggere a nessuno. Vi è una sola persona in cui ripongo tanta fiducia da poterle rimettere la presente confessione, senza ometterne un rigo, ben sapendo che costei, dopo aver guadato questa palude - perché tale è la mia vita, una palude, un acquitrino, una terra traditrice, con una sola plagaamena al centro, la zona che appartiene, in assoluto a Lei - approderà all'altra riva senza aver smarrito nel gango la sua stima per me. Il tempo dirà se questa mia fiducia sia stata bene o mal riposta, ma non mi ritrarrò da tale prova.
Credo che gli anni dell'infanzia abbiano determinato la mia vita. Ho altri ricordi più prossimi, più vari, forse, più netti, ma mi sembra che queste impressioni nuove, essendo meno monotone, non abbiano avuto il tempo di penetrare abbastanza profondamente in me. Siamo tutti distratti, perché abbiamo i nostri sogni; solo il perpetuo ricominciare delle stesse cose finisce per impregnarsene..."
(pag. 76) |
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| "...Tutto questo è volato via verso ciò che il grande Goethe chiama il cimitero dei giorni passati.
Una cupa malinconia mi opprime.
Le giornate si trascinano, tutte uguali, lunga ognuna come un'intera estate.
Combattuta tra l'uomo di cui sono innamorata e l'uomo di cui ammiro l'eccezionale intelligenza, non mi nascondo la realtà: è chiaro come la luce, uno spirito infantile, dilagante, irrefrenabile ha avuto il sopravvento sulle mie fragili difese.
Potrei scegliere se entrambi avessero la stessa densità, vivessero nella stessa dimensione.
Ma l'uno non ha gesti nè pensieri come un essere di carne e di sangue.
Non è.
Si ostina a non apparire, a non essere.
L'altro, al contrario, esiste e la sua presenza è la prova del suo esistere, mentre la presenza del Re è un sogno.
J'ai beau Le chercher à travers les regards des autres. J'ai beau dire que je L'oublierai dans d'autres bras ou sur d'autres lèvres. J'ai beau me répéter que sur les papiers de mes romans je Le larguerai pour toujours, et que l'écriture finira de Le confondre avec les visages des personnages.
A Le diluer.
Il est comme Son pays lointain.
Il est tout comme Lui.
Mes souvenirs!
Qu'est-ce que cela veut dire?
Dois-je vivre éternellement dans mes souvenirs? Dois-je les revivre encore et encore et en mourir à chaque fois?
Dois-je porter leur deuil jusqu'à ma mort?
Je me rappelle tout.
Je me souviens de Son silence déchirant.
De mon silence implorant
Comment aimer après Lui?
Comment prononcer le mot "Amour" sans avoir Son regard qui m'enflamme?
Comment survivre après Lui?
Comment?..."
(pagg. 77-78) |
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| "...Da lui mi aspetto un atto di rinuncia, una forma di eroismo. Liberato dalle sue pulsioni, potrebbe, da uomo lucido, fare uso della ragione, aiutarmi a capire meglio me stessa e l'I. Ascolto con vigile orecchio le sue riflessioni sulla storia, al suo meglio, essa è per lui esemplare, come lo fu per la maggior parte dei grandi intelletti del passato, e come torna a essere per noi nei momenti più duri. Il suo metodo storico si avicina a quello di Montaigne, ricava da Tacito, Erodoto, Polibio, Plutarco, da oscuri cronisti del Basso Impero o di Bisanzio esempi, consigli, talvolta, stimoli erotici ben precisi.
E' saggista, moralsta spesso, umanista soprattutto.
Si limita, intenzionalmente o no, alla rapida scorsa, al tratto netto e nudo. Ma questo campo visivo strettamente ridotto è quasi sempre di una rigorosa precisione.
Questo realista non si riempie affatto di teorie, antiche o moderne, rifiutando anche il pastone di generalizzazioni, la zuppa di grossolani contrasti e di densi luoghi comuni scolastici che provocano la nausea per la storia in tanti validi ingegni.
Il suo Umanesimo non è il nostro.
Noi ereditiamo da Roma, dal Rinascimento, dall'Accademismo del XVIII secolo un'immagine eroica e classica dell'Oriente. L'Umanesimo di F. passa per Alessandria, per l'Asia Minore, in minima parte per Bisanzio e per una completa serie di Grecie sempre più lontane da quella che ci appare l'Età d'Oro della razza, ma in cui persiste una continuità vivente.
L'amore di un essere è un dono osì inatteso e così poco meritato, che dobbiamo sempre stupirci che non ci venga tolto prima. E' preferibile che quelli che amiamo se ne vadano, quando ci è ancora concesso di piangerli. Ho sempre temuto i legami dell'abitudine, fatti di fittizi intenerimenti, di illusione sensuale e di consuetudine pigra. Se rimanesse, forse, la sua presenza, indebolirebbe l'immagine che tengo a conservare di lui. Come il suo abito non è se non l'involucro del suo corpo, così F. non è per me che l'involucro dell'altro, che ho ricavato da lui e che sarà destinato a sopravvivergli.
Non si posseggono per sempre se non coloro che si sono lasciati. Avevo letto dei suoi lavori quanto bastava per sapere che i miei rapporti con F. sarebbero stati immediati e violenti come si possono avere con certi scrittori che incarnano in sé le passioni o le tendenze esclusive di un'epoca e che si è soliti rifiutare, quindi accettare e, poi, rifiutare ancora, per accettarli da ultimo ma su un piano diverso.
F. si è collocato tra quei valori sicuri e che non possono attendere.
Incontrai, per la prima volta, questo uomo vivace e di una cortesia ormai scomparsa in un salotto romano, l'8 gennaio 2004. Non fu ad dire il vero una presa di contatto, immagino che avesse notato appena la mia presenza, del resto poco significativa. Tornava da M., dove aveva trascorso, diceva, ore beate a tagliare le sue siepi di bosso.
Mi piaceva immaginare dietro F. quei viali di giardino alla francese.
Era il momento in cui le mie letture nel campo della saggezza orientale, proseguite in modo discontinuo sin dall'infanzia, cominciavano a non essere più un semplice argomento di studio ma a valere in modo netto e marcato sulla mia vita.
Il suo "Rubaiyat" fu un cartello indicatore all'ingresso di una strada su cui stavo per spingermi più avanti. Come sempre per qualsiasi scrittore, ma soprattutto per quelli subordinati, per necessità o per natura, al più stretto controllo, sono le sue osservazioni rapide o le sue annotazioni fatte in sordina che importa maggiormente intendere: ci informano sull'esistenza di terre che il proprietario non ci fa visitare, situate, per così dire, al di fuori dei suoi cancelli e delle sue mura. A ben vedere, sembra, a volte, che questo uomo, quasi volontariamente in disparte dalla nostra generazione e, persino, dalla sua, abbia toccato punte più ardite di quelle dei suoi contemporanei, ritenuti più audaci di lui..."
(pagg. 79-80) |
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| "...La bambina è socialmente una privilegiata e tale resterà. Non conoscerà, almeno sino al momento in cui scrivo, l'esperienza del freddo e della fame, non sarà intralciata, come tante donne ancora oggi lo sono, dalla sua condizione di donna, forse perché non le è mai venuta l'idea di sentirsene intralciata. Cadrà e si rialzerà sulle ginocchia scorticate, apprenderà, non senza sforzo, a servirsi dei propri occhi, poi, come i sommozzatori, a tenerli spalancati..."
(pag. 90) |
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| "... Comincio a essere stanca.
Il canto vespertino di un gallo malinconico annuncia la fine del giorno. Sta per calare la sera. Amo l'estate ma pavento il giorno del solstizio, lo spartiacque dell'anno, quando i giorni cominciano a declinare sino al nadir del solstizio d'inverno. Questa piena misura di luce, che al Capo Nord dura circa dieci settimane, è anche il momento in cui nell'Antartico regna la notte, illuminata soltanto dai fuochi lontani degli astri..."
(pag. 96) |
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| "...Ho vissuto alla Macedoine lunghi anni di una vita vagabonda tra gli animali e le piante, nella natura dalle innumerevoli pieghe, e il giorno in cui dovrò abbandonarla proverò un grande dplore. In apparenza ideata, si direbbe, per lo spazio di un'estate, durerà infinitamente più di me e, un giorno, andrà in mano di estranei.
Bisogna perdonarmi se mi soffermo sulla Macedoine, ma l'ho molto amata.
Vi rivedo dei volti gai in stanze troppo grandi. Avevo voluto che fossero grandi perché le risa vi risuonassero alte, senza timore di risvegliare ricordi che è meglio lasciare dormire..."
(pag. 101) |
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| "...L'amicizia, l'amore erano ai miei occhi qualcosa di definitivo, di eterno, non un'avventura precaria. Non volevo che l'avvenire mi imponesse delle rotture, bisognava che includesse tutto il mio passato. Mi ritenni autorizzata a considerare la mia passione per i libri, i miei successi scolastici come il segno di un valore che il mio avvenire avrebbe confermato. Ai miei occhi divenni un personaggio da romanzo e poiché qualsiasi trama romanzesca esigeva ostacoli e sconfitte, me ne inventai. Il piacere di vivere si confuse molto presto con il piacere di leggere.
I libri soddisfacevano in me una curiosità che ritrovo sin dai miei primi ricordi e che non si è mai attenuata. Nulla di più sconcertante dello sviluppo di un'adolescente, curiosa della vita e del genere umano, quando per volontà di chi le sta vicino riceve un'istruzione che nasce dai suoi impulsi naturali.
Fu il mio caso.
Nei momenti ingrati della mia giovinezzza, la lettura mi salvò dalla solitudine. Più tadri, mi servì a estendere le mie conoscenze, a moltiplicare le mie esperienze e a comprendere meglio la mia condizione di essere umano e il senso del mio lavoro di scrittrice. Oggi continuo a leggere molto: la mattina, il pomeriggio prima di mettermi al lavoro o quando sono stanca di scrivere. Se per caso, passo una serata da sola, leggo. In estate, alla Macedoine, leggo ore e ore di seguito. Nessuna occupazione mi sembra naturale.
La società in cui viviamo ha sempre meno tempo per i libri, è sempre meno vincolata dalla parola scritta. E' un mondo, il nostro, in cui non si dà più per scontato che tutte le persone istruite debbano avere dimistichezza con la letteratura o saper riconoscere, a prima vista, una citazione di Chateaubriand o di Yeats..."
(pag. 105) |
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| "...A quell'epoca avevo diciotto anni. Amavo la vita per le sue splendide illusioni. Amavo teoricamente, di un amore triste, un grande paese del Nord, il paese mitteleuropeo che non ho mai conosciuto.
Nel M. O. ho trovato la patria tanto e così disperatamente desiderata.
E l'ho amata.
Talvolta, nelle ore di malinconia, mi sembra di vedere dai mucchi di tristi ceneri, accumulate attraverso gli anni, ai piedi dell'austero (...), la sagoma della bianchissima (...), che si riflette nell'azzurro del suo golfo.
Mi sembra di vedere, come allora dalla terrazza della mia casa moresca, stagliarsi contro il blu cupo del cielo, verso O., la massa nevosa vagamente bluastr delle vecchie case tranquille e immutabili attraverso i tumulti e attraverso i silenzi dei secoli, ferocemente chiuse a tutti gli effluvi deleteri del mondo esterno..."
(pag. 117) |
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| "...L'amore mi preoccupa sempre, ne convengo e constato che ho un temperamento cerebrale, ma molto ardente.
Mi sentivo pervasa da un amore violento e triste.
Queston uomo ha qualcosa di molto seducente, di poetico e di malinconico.
"Nessuno ha mai saputo perché ha amato."
Neppure io lo so.
F. è giunto nel momento in cui iniziavo a andare alla deriva. Mi richiamò al compito che io stessa mi ero imposta: scrivere..."
(pag. 140) |
|
| "...Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il proprio segno su un luogo che ne resterà modificato per sempre, contribuire a quella lenta trasformazione che è il cammino stesso dell'Umanità. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi verso un più lungo avvenire, significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. La nostra vita è breve, parliamo contin uamente dei secoli che hanno preceduto il nostro o di quelli che lo seguiranno, come se ci fossero totalmente estranei. Le vestigia di questa città sono ancora calde del contatto di corpi scomparsi, mani che non esistono carezzeranno ancora i fusti di queste colonne..."
(pag. 146) |
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| "...Questo libro non è dedicato a nessuno.
Avrebbe dovuto esserlo alla zia Caterina, scomparsa il 16 marzo 2005, e lo sarebbe stato, se non fosse assurdo mettere una dedica personale in testa a un'opera dalla quale voglio, soprattutto, cancellare me stessa. Ma le dediche, anche le più lunghe, sono pur sempre un modo inadeguato e banale di onorare un amore così poco comune.
Quando cerco di definire questo bene che mi è stato donato, dico a me stessa che un simile privilegio, benché tanto raro, non può, tuttavia, essere unico e sarà pure successo che, nell'avventura di un libro riuscito o nell'esistenza di un scrittore fortunato, vi sia stato qualcuno, un poco in disparte, che lo abbia sostenuto, lo abbia approvato, a volte, lo abbia contraddetto, che abbia partecipato con lo stesso fervore alle sue gioie, ai suoi lavori, mai noiosi e mai facili, e non sia stato né la la sua ombra né il suo riflesso e nemmeno il suo complemento, ma se stesso, gli abbia lasciato una libertà divina ma, al tempo stesso, lo abbia costretto a essere pienamente ciò che era..."
(pagg. 156-157 ) |
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| "... Il fuoco si sta spegnendo e affonda nelle ceneri.
L'impossibile è divenuto realtà..."
(pag. 158) |
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| "...Questa lettera, Amici miei, sarà lunghissima.
Non mi piace troppo scrivere.
Ho notato sovente che le parole tradiscono il pensiero, ma mi sembra che le parole scritte lo tradiscano anche di più.
Scrivere è una scelta perpetua tra mille espressioni, nessuna delle quali, avulsa dalle altre, mi soddisfa completamente.
Una lettera anche la più lunga, costringe asemplificare ciò che non sarebbe dovuto essere semplificato: si è sempre così poco chiari quando si tenta di essere esaurienti!
Ciò che Vi chiedo è di non saltare alcuna di queste righe che mi saranno costate tanto.
Se è difficile vivere, è ancora più difficile spiegare la propria vita.
Ho disperso le mie energie, nella vita, ho fatto troppe cose differenti e non ho la sensazione che arriverò a un punto qualsiasi. Sono ancora molto promettente e lo sarò sino al giorno della mia morte.
Ma quante gioie mi hanno procurato le mie varie esperienze, quanto interesse!
So che sono troppo volubile, troppo fluida, ma pochi hanno saputo estrarre tante felicità dalla mutevolezza. E se mi volgo indietro a contemplare la mia vita questa appare come un prato alpino, variegato di fiori di ogni colore.
Sarei, forse, più felice se mi fossi dedicata a coltivare solo trifogli o erba medica?
No!..."
(pag. 160) |
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| Capitolo III
Le Lettere
della Princesse Cendrillon |
| SANG ET PLUMES
ALOUETTE DU SOUVENIR
C'EST TON SANG QUI COULE
ET NON PAS LE MIEN
ALOUETTE DU SOUVENIR
J'AI SERRE MON POING
ALOUETTE DU SOUVENIR
OISEAU MORT JOLI
TU N'AURAS PAS DU VENIR
MANGER DANS MA MAIN
LES GRAINES DE L'OUBLI.
JACQUES PREVERT |
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| "...Que l'appel du destin nous mène où il voudra, si loin que le bonheur nous permette d'aller, la terre étrangère, le monde, ne nous peuvent changer.
Mon coeur, en quittant Paris, était lourd de tristesse et d'anxiété, mais extérieurement, j'arrivais à garder mon sang-froid..."
(pagg. 178-179) |
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| "...Un desiderio di confessarti l'incoffessabile mi induce, per quanto indugi, a scriverti questa lettera.
Cosa penseresti di me se sapessi che il mio cuore è tornato a battere? Sono tre anni che tendo l'orecchio e che attendo dischiudere la mia porta, udire Qualcuno sussurrare il mio nome entrando nella mia camera.
E, invece, sono là, tutta sola.
So bene che apparenza e realtà sono disperatamente in conflitto e non potrei fare del male all'Uomo tenero e sensibile..."
(pagg. 191-192) |
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| "...Ieri sera la nonna mi mancava tanto da togliermi il respiro. Come se nessuno potesse mai aggiustare le cose!
La nonna mi manca sempre molto, ma adesso anche di più... avrei un gran bisogno di un suo consiglio.
Vorrei mi dicesse che quello che sta andando storto nella mia vita si risolverà.
Molto di ciò che accade mi ricorda qualcosa che ho letto in un libro... ma non dovrebbe essere il contrario?
Non voglio una risposta.
Voglio solo spedire questa domanda cosmica nel vuoto assoluto.
Ho appena ultimato l'ennesimo giro di bozze, di cui ho fatto un solo boccone.
Continuavo a dirmi:
"Come mi piacerebbe conoscere questa donna."
e poi pensavo:
"Ma la conosco."
e, poi:
"No, non la conosco, non proprio, la donna che scrive questo."
Sì, credo sia proprio buono.
E è anche quello che continuano a scrivermi... ma quanto a pubblicare il libro!!!
Non dispero, però, la F. è una terra generosa di editori e di lettori.
Tutto il libro è pieno di cantucci e di angolini che mi diverto a esplorare.
A volte ci vorrebbe una candela!
Vi è un atteggiamento baldanzoso che mi è abbastanza familiare, ma non l'altro, ingannevole, meditativo, riflessivo, elusivo.
Ho lasciato volutamente uno due punti oscuri in sospeso..."
(pagg. 195-196) |
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| "...Se sono afflitta penso a coloro che erano pronti a conslarmi e quando scrivo mi preoccupo della loro approvazione. Questo mi fa sentire vicina a quelle Persone, si direbbe, smarrite tra la folla del Tempo Perduto, tuttavia, devo confessarlo, a un certo punto interviene l'Oblio. I cari ricordi si affievoliscono, gli slanci di pietà e di dolore non sono che un'intermittente nevralgia. Il peso del futuro si fa meno opprimente, si suddivide, in pensieri lievi e in futili occupazioni, alcune piacevoli altre meno, ma atte a distrarmi e a riempirmi le ore che così passano inavvertite.
Come vorrei che qualcuno mi spiegasse la vita.
Trovo la questione sempre più complicata man mano che invecchio.
Proverò a rileggere i ricordi di Marco Aurelio per vedere se mi dà una mano.
Ho letto non so più in quale libro:
"Conoscere bene le cose è rendersene indipendenti."
Ne ho sovente dicusso la verità. Conoscere bene le cose, al contrario, è quasi sempre scoprire in esse significati e valori insospettati, percepire relazioni e dimensioni nuove; è correggere quell'immagine piatta, convenzionale e sommaria che ci creiamo degli oggetti che non abiamo esaminato da vicino. Nel signifcato più profondo, tuttavia, quella frase si riferisce a certe verità fondamentali. Ma, per farle veramente proprie, forse, è necessario anzitutto essere appagati nel corpo e nello spirito.
Sto scribacchiando in modo miserabile è l'effervescenza della guarigione.
Che cosa curiosa stare male quando non si è abituati!
La mia stanza sembra un prato dopo un pic-nic domenicale. Nient'altro che libri, fogli, cuscini, tazze di tè, trapunte cadute giù dal letto e così via.
E, intanto la terra gira.
Le note di una musica barocca mi trasportano in un mondo in cui il dolore non smette di esistere ma si allarga, si placa, diviene insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasforma in lago. Un quadro, una statua, un pensiero, una poesia, ci presentano idee precise, che di solito, non ci conducono più in là, ma la musica ci parla di possibilità sconfinate.
Un raggio di sole filtra attraverso gli spesse tendaggi, la giornata si annuncia bella.
E' in arrivo la primavere.
La linfa si sta muovendo.
E' tempo di abiti chiari, di emozioni tenere, di abbandonarsi alla dolcezza di vivere!
Andrò al mercatino dell'usato..."
(pagg. 197-198) |
|
| "...Il est indéniable que près de 80% de la Ière Partie raconte la vie d'une femme, dénommée Cendrillon, qui est en tout point la mienne. Mais il n'est pas moins vrai que le début qui décrit sa mort et la fin qui narre sa fuite sont absolument imaginaires. Les quelques dizaines de pages imaginées qui terminent cette longue confession ne changent rien à l'impression globale du lecteur.
J'ai éprouvé le besoin de remonter à ma tendre enfance et de suivre pas à pas l'évolution de Cendrillon pour rendre compte de l'adulte qu'elle était devenue. Il ne faut jamais oublier que je fus élevée par un pére rigide qui n'a cessé de me répéter qu'une femme parfaite est celle dont on n'entend jamais parler. Ul tel impératif interdisait absolument de se montrer sans masque. Ce qui n'était pas le cas pour les hommes.
Tous les événements que j'ai jugés importants sont relatés avec soins mes rapports difficiles avec ma mère, mes noces blanches et caetera..."
(pagg. 199-200) |
|
| "...Vi è un gioco che faccio di frequente.
Consiste nel trovare e nel mettere insieme i frammenti sparpagliati di D. Più di ogni altra persona al mondo, so di essere, incapace di dare un giudizio estetico sul mio libro: non sono du métier, io.
La mia unica giustificazione è che scrivo delle cose così come le vedo e sono sempre perfettamente consapevole che si tratta di un punto di vista molto angusto e un pò troppo etereo.
Penso che - se fossi Mrs Campbell che scrive a G. B. Shaw - potrei spiegarlo, in parte, con motivi esteriori, quali l'educazione, il modo di vivere, et caetera.
E, quindi, invecchiando, potrei, forse, migliorare un pò.
Tuttavia la mia attuale sensazione è che un vago mondo senza amore, né cuore, né passione è u mondo che non mi riguarda e non trovo interessante.
Non dovete, però, pensare neppure per un attimo che io sia soddisfatta o che questa mia visione colga il tutto. E' solo che a me sembra meglio scrivere delle cose che sento, piuttosto che dilettarmi di cose che, in tutta franchezza, non comprendo minimamente.
E' questo il genere di equivoco, in letteratura, che a me sembra spaventoso e imperdonabile: quello delle persone che "sguazzano" nelle emozioni senza provarle.
Questo ulteriore rifiuto mi ispira una replica quanto mai adeguata!
Sento già i muscoli rassodarsi!..."
(pagg. 205-206) |
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| PARTE SECONDA
CENDRILLON E IL SUO RE |
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| L'AMORE
PARI AGLI DEI MI SEMBRA
QUELL'UOMO INNANZI A TE
SIEDE E TANTO VICINO SENTE LA TUA VOCE
DOLCE,
IL DESIATO VISO. OH, A ME
IL CUORE SBATTE FORTE E SI SPAURA.
TI SCORGO, UN ATTIMO, E NON HO
PIU' VOCE;
LA LINGUA E' ROTTA; UN BRIIDO
DI FUOCO E' NELLE CENERI,
SOTTILE AGLI OCCHI IL BUIO; ROMBANO
GLI ORECCHI.
COLA SUDORE, UN TREMITO
MI PREDA. PIU' VERDE D'UN'ERBA
SONO, E LA MORTE COSI' POCO LUNGI
MI SEMBRA...
SAFFO |
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| Capitolo I
La Morte del Re |
| "...La camera mortuaria era semplice e modesta come una cella monacale.
Alle pareti nessun crocifisso, nessuna immagine sacra.
In tutta la Sua gloria e in tutta la Sua disfatta, che non aveva mai saputo né voluto disgiungere l'una dall'altra, aveva cercato più di ogni altra cosa una cella su un palcoscenico..."
(pag. 219) |
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| Capitolo II
L'Esilio del Re |
|  |
| "...Nessuno avrebbe mai potuto parlare della Sua epoca senza porLo al centro di un mondo che aveva animato e nel quale aveva svolto un ruolo di primo piano. Quelli che sarebbero venuti dopo di Lui, quel mondo l'avrebbero visto con i Suoi occhi.
Da solo, sarebbe stato il colore del Suo tempo.
Gli salì una vampata di orgoglio.
Un lampo fugace passò nel Suo sguardo.
Fortunata, in ogni modo la Sua vita, che non era stata né turbata dalla paura, né contagiata dagli esempi!
La soddisfazione, che provava oggi per quello che era stato allora, Lo rassicurava che la coscienza non è una chimera.
Con orgoglio del tutto comprensibile, scorreva quelle pagine della Sua vita, che erano rimaste i Suoi unici beni e che doveva solo a Se Stesso. Tutta la lontana giovinezza ritornava così, per frammenti, nel vortice del ricordo, alla mente del Re.
Nel tragitto tanto breve, che, giorno dopo giorno, Lo portava da (...) a (...) ripercorse, immagine dopo immagine, la nascita, l'infanzia e la giovinezza..."
(226-227) |
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| Prefazione |
| "...La sorte dei miei compatrioti è stata simile alla mia e le loro privazioni a volte più dure delle mie, ma gli eventi tragici, che riferisco, - tragici, eppure, pieni di speranze - sono una delle fasi della nostra storia e, se così non fosse, non so quanto meriterebbero di essere narrati.
Quando un ordine sociale è stravolto, occorre un lungo periodo prima che un'intera classe, scacciata dalle proprie case, sconvolta materialmente e spiritualmente, possa essere assorbita nuovamente dalla vita.
Da allora sono trascorsi ventitre anni, ormai!..."
(pag. 235) |
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| "...Per meglio spiegare il mio gesto mi occorrerà risalire molto indietro nel tempo, sino a quell'amore per la Giustizia che ha segnato la mia infanzia, a quella passione per la Libertà che ha fatto battere il mio cuore di adolescente, mi occorrerà parlare di quell'entusiasmo per la vita che ancora anima la mia matura età, mi occorrerà parlare dei miei dubbi, delle mie delusioni, degli sforzi disperati che ho dovuto fare, mano a mano che scorrevano gli anni, per puntellare, con robuste illusioni, una fede che vacillava e minacciava di crollare.
Per fare questo mi occorrerà passare in rivista la mia esistenza tutta intera e la vita stessa dell'I., nella misura in cui si confonde con la mia. Ho molto tempo davanti a me. Molto se lo computo in ore e in giorni, ma poco se lo rapporto agli anni che mi restano da vivere. "Si vive seguendo una strada in salita, si arriva alla cima e si comincia a discendere, percorrendo a ritroso tutti i misteri che si erano attraversati salendo. E la morte, così, non è altro che un ritorno, il cammino verso un'altra nascita."..."
(pag. 242) |
|
| "...Sono pochi gli uomini che amano viaggiare a lungo; è una frattura continua di tutte le abitudini, una smentita inflitta incessantemente a tutti i pregiudizi, ma io facevo di tutto per non aver alcun pregiudizio e pochissime abitudini.
Apprezzavo le delizie di un letto soffice, ma anche il contatto, l'odore stesso della terra nuda, le disuguaglianze di ogni segmento della circonferenza del mondo.
Ero avvezzo alla varietà dei cibi.
Benché nettamente deciso nelle mie preferenze in amore, persino là paventavo la consuetudine.
Non ho mai avuto la sensazione di appartenere completamente a nessun luogo, neppure al mio amatissimo I., neppure a Roma.
Straniero dappertutto non mi sentivo particolarmente isolato in nessun luogo.
Un Ulisse senza altra Itaca che quella interiore..."
(pag. 259) |
|
| "...Si sarebbe detto che io fossi per loro come quei frutti rari dei quali i giardinieri avidi anticipano la maturazione grazie a una cultura forzata per aver al più presto il compenso che si ripromettono dalla loro vendita..."
(pag. 268) |
|
| "...Eravamo un'antica famiglia.
Ancora in tenera età, mi ero preoccupato di sapere che cosa potesse significare questa formula un pò misteriosa: avevo domandato a mio nonno se alcune famiglie fossero più antiche di altre, se fossero esistite epoche così remote, custodite da Angeli che brandivano spade fiammeggianti, dove solo i miei bisavoli avessero passeggiato al tempo dei loro antenati scomparsi.
Così appresi ciò che dovevamo alla Memoria.
Il passato era una grande foresta molto fitta in cui si incrociavano a perdita d'occhio i ramoscelli di quegli alberi che scendevano sino a noi.
Spesso durante il pranzo, mio padre parlava di sconosciuti zii e zie, cugini e cugine.
I loro nomi si confondevano nella mia testa.
Tutto un mondo si agitava in una specie di gaiezza malinconica che mi dava un pò di vertigini.
Assai prima di Ferdowsi sono state le ombre del mio passato a farmi fantasticare sulle imprese dela mia stirpe.
Di colpo la mia famiglia appariva nella storia.
Usciva dalla notte..."
(pagg. 270-271) |
|
| "...Conducevamo una vita estremamente semplice, dove pesavano il culto della bandiera e il nome della famiglia. La nostra vita non ci meravigliava: ci era da troppo tempo familiare perché potessimo immaginarne un'atra.
Molto tempo era occorso perché tutto sembrasse così facile.
Molta sofferenza, molto sudore e ancora più sangue erano occorsi per consentirmi di correre in bicicletta sulle strade polverose, adiacenti all'imponente turrito edificio di pietra che la gente di Q. chiamava il Palazzo.
E aveva ragione: era proprio un Palazzo.
Vivere in un Palazzo ci sembrava la cosa più naturale di questo mondo. Mio padre vi era nato e, prima di lui, vi erano nati suo padre e il padre di suo padre. Vi nascevamo di padre in figlio e vi morivamo.
In tal modo si organizzavano intorno a noi il nostro spazio e il nostro tempo.
Un tempo che scrorreva in senso contrario, risalendo perpetuamente verso la sorgente.
Uno spazio il cui centro era quella culla della famiglia verso la quale la morte ci riconduceva..."
(pag. 278) |
|
| "...La giovinezza è una cosa meravigliosa!
All'inizio della vita, se ne parte con il capo cinto di fiori come un eroe pronto a salpare per la conquista di nuove terre.
Ingenuo, inesperto, appassionato, già affascinato dall'impossibile il giovane dio andava alla conquista di un cuore incontaminato.
Anelava l'ebbrezza di amare e di lasciarsi amare.
Ma all'amore si mescolava qualcosa d'inquieto.
Di tanto in tanto Gli veniva alla mente un'antica nenia persiana, come un triste presagio..."
(pag. 947) |
|
| "...Il Re portava con Sé soltanto i Suoi ricordi, le Sue illusioni e abbandonava un mondo di cui aveva caplestato la polvere e contato le stelle, per un altro di cui la terra e il cielo Gli erano ignoti.
Gli altri corressero a rinchiudersi nelle loro città, a guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte o a divorare il pane del povero, a sottomettersi alle loro piccole leggi o a scannarsi per una parola, per un padrone, a dubitare dell'esistenza di Dio, o a adorarlo sotto forme superstiziose.
Lui, libero da ogni legame, se ne sarebe andato errando nelle Sue solitudini.
Non un battito del Suo cuore sarebbe stato soffocato; non un pensiero della Sua mente sarebbe stato imbrigliato.
Sarebbe stato libero come il vento...
Il vento si era levato, l'I. era scomparso.
Il paesaggio era cambiato.
Stanco di pensieri, rimpianti vaghi e speranze ancora più vaghe, si fermò.
Era qusi arrivato al termine della Sua breve passeggiata..."
(pag. 1272) |
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 |
| Capitolo III
Il Tramonto del Re |
| "...Il XX secolo si era occupato poco della morte, che era stata seppellita sotto i fiori, le feste, paradossalmente sotto le guerre, sotto tutti gli aspetti più diversi della grandezza e del piacere.
Non si parlava della morte come non si parlava della miseria dei poveri e delle proprie disgrazie.
La morte era una tara, un fastidio, un inconveniente.
Si dimenticava..."
(pag. 1301) |
|
| "...Frattanto un mondo ordinato cominciava a rinascere: si lasciavano i caffè e le strade per rientrare nelle proprie case; si raccoglievano i resti delle proprie famiglie; si ricomponevano i patrimoni mettendone insieme i frammenti, come dopo una battaglia si fa l'appello dei presenti e la conta delle perdite..."
(pag. 1323) |
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 |
| Capitolo IV
L'Amore del Re |
| "...Sotto la lunga sterile sequela dei suoi trionfi, sia lei sia gli amici scorgevano malinconicamente il vuoto della sua esistenza. Il bisogno di dedizione la divorava, non aveva nessuno cui consacrare i suoi pensieri, le sue azioni, la sua intera esistenza. Si consumava nella solitudine.
Alle critiche, ai consigli che non respingeva, ma di cui teneva poco conto, la Princesse rispondeva con malinconia:
"Non sono mai stata felice e credo che non lo sarò mai."
E' a questo punto che, come un leggendario cavaliere, che accorre dal lontano orizzonte sul suo cavallo di gloria per liberare dai pericoli la Principessa sopraffatta, inseguito dalla muta dei pretendenti che lei non ama, apparve il Re..."
(pag. 1626) |
|
| "...Presso le famiglie aristocratiche e ricche dell'I. il prestigio del giovane Re era al vertice.
Schiacciato tra gli amori impossibili e gli amori proibiti, murato nel segreto e nella solitudine a due, incapace di guardare una donna senza arrossire e senza sentirsi turbato, il Re si plasmò una donna con tutte le donne che aveva visto.
La chiamò il Suo Angelo.
La evocava nelle lande che si stendevano in lontananza attorno al Palazzo, dall'alto della torre occidentale, dalle cime dei salici. Le parlava, la stringeva tra le braccia, confondeva il Suo alito con quello dell'Angelo nato dai Suoi sogni.
Il Re diventava la nuvola, il vento, il rumore, era un puro spirito, si spogliava della Sua natura per fondersi con la fanciulla dei Suoi desideri, per trasformarsi in lei, per toccare più davicino la bellezza, per essere, al tempo stesso, la passione ricevuta e quella data, l'amore e l'oggetto dell'amore..."
(pag. 1627) |
|
| "...Era immerso nei Suoi studi letterari.
Per quanto ritenesse i Suoi scritti insignificanti, li scorreva, ogni giorno, con quello sguardo che si getta su miseri disegni che rappresentino i luoghi da noi visitati. Questi fogli, datati da T., R., P., V., queste righe tracciate su ogni genere di carta, con gli inchiostri di tutti i colori, e trasportate da tutti i venti, racchiudevano tutta la Sua vita.
Ogni sera li riponeva per riprenderli il mattino dopo..."
(pag. 1702) |
|
| "...Il Re aveva sofferto molto e in ogni parte del corpo.
Durante la notte si svegliava di soprassalto, madido di sudore, ansimante, atterrito. Il polso era accelerato e la pressione bassissima.
Moriva un poco ogni giorno.
Non dormiva più.
Provava per qualsiasi cibo un'avversione che arrivava al disgusto.
Dimagriva.
La Princesse non Lo aveva mai abbandonato.
Quando dalle labbra Gli sfuggivano gemiti soffocati, Lo abbracciava un pò più stretto. Lo serrava contro di sé e Lo cullava dolcemente, come un bambino sofferente.
Voleva salvarLo.
StrapparLo alla morte..."
(pag. 1703) |
|
| "...Aveva capito che né lei né il Re potevano più disporre liberamente della loro vita e che, ormai, se ne era impadronita la leggenda. Era troppo tardi per apportarvi anche il minimo cambiamento. Tutto il mondo sapeva che la Princesse aveva dedicato la sua vita al Re. Non avevano più bisogno di niente e di nessuno per vivere e morire insieme.
Ogni volta che la Princesse, soffocata dai singhiozzi, usciva dalla stanza per nascondere le lacrime, il Re, senza richiamarla, la seguiva con lo sguardo e sul viso Gli si dipingeva l'angoscia di non poterla rivedere mai più.
Infelice, sconvolta, sull'orlo della follia, aveva visioni profetiche.
Sembrava che leggesse nel futuro e nel lontano presente.
Spesso, nelle notti d'insonnia, fissava il quadrante dell'orologio. Quando le due lancette, unite a mezzanotte, generavano nella loro terrificante congiunzione l'ora dei disordini e dei delitti, sentiva il rumore dell'approssimarsi della morte.
Sola e disperata era l'immagine romantica dell'amore e dell'infelicità..."
(pagg. 1704-1705) |
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| PARTE TERZA
IN MEMORIA DEL RE |
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| Capitolo I
Il Giardino Segreto
della Princesse Cendrillon |
| SOLA
TRAMONTATA E' LA LUNA,
SPARITE LE PLEIADI: LA NOTTE
E' A MEZZO IL SUO CORSO. FUGGE VIA
L'ORA. E IO QUI GIACCIO, SOLA.
SAFFO |
|
| "...Nel Mondo Incantato della Princesse non si concepiva che l'amore puro, eternamente fedele, in un'atmosfera di liuti e di viole.
Era un mondo nascosto di cupole dorate e aguzzi minareti, protesi verso il cielo come curatissime dita, di cupi boschetti di cipressi che celavano chioschi o padiglioni dai muri coperti di marmi, scintillanti mosaici o finissime piastrelle, di laghetti artificiali e di giardini di piacere, di profumi commisti di erbe e frutti e fiori, di un assoluto silenzio rotto solo dal mormorio degli zampilli delle fontane.
Dopo la morte del Re, la Princesse si era sentita smarrita, non riconosceva né le strade, né i palazzi di quella Città Eterna, che aveva aggiunto a tante esistenze un'altra vita estinta..."
(pag. 1714) |
|
| "...La Princesse ci ha offerto ciò che di più sacro portava con sé: il racconto che sospende la Morte..."
(pag. 1716) |
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| Conclusione |
| "...Questo è quanto resta delle Carte Segrete della Princesse. Le ultime pagine riportavano numerose cancellature. Probabilmente l'autrice le considerava troppo compromettenti per volerle conservare.
L'unica speranza di completare le mie informazioni riponeva in Mademoiselle F.
A questo scopo tornai a C.
Le dissi quanto sapevo.
Garantivo la mia discrezione e la incoraggiavo a essere sincera.
Da principio Mademoiselle F. si rifiutò di rivedermi ma, dopo una lunga discussione telefonica, l'atmosfera si schiarì e mi chiese una settimana per pensarvi con calma.
Quando la richiamai seppi che aveva impiegato quei sette giorni per mettere sulla carta, naturalmente in francese, una testimonianza, assai minuziosa, che oggi è in mio possesso.
Con la lettera, che ho incorporato al testo, dopo averne tagliato alcune parti, si conclude la mia indagine..."
(pag. 1757) |
|
| "Chère Mademoiselle,
Le scrivo questa lettera perché ho deciso di dire tutto.
Riprenderò il racconto da dove è stato interrotto...
...Lei mi chiede se la Princesse ha avuto una vita felice.
Sì, la meritava.
Aveva i suoi ricordi, la sua zucca, i suoi topini e, poi, aveva me.
Li ho benedetti quei topini.
Le fornirono l'occupazione di cui aveva bisogno, la curarono, e fu per loro che restammo a C. e alla fine fummo tanto felici.
Tornò alla vita...
...Avrei dovuto scrivere una lunga descrizione di lui prima di arrivare a questo mio strano miscuglio di interesse, di divertita curiosità e di fastidio. La verità, immagino è che una delle condizioni, tacitamente convenuta, della nostra amicizia è stato proprio il fatto che questa si fondava interamente sulle sabbie mobili. E è stata segnata da strani scorrimenti e battute di arresto, per mesi non ho saputo più niente di lui, poi ci siamo incontrati di nuovo su quello che, apparentemente, sembrava un terreno solido. All'inizio con una rigida e inquietante sensazione di formalità e freddezza. Domande sul lavoro e argomenti del genere. Nessun piacere né emozione nel vedermi. Mi venne in mente che fosse una specie di gatto, estraneo, riservato, sempre solitario, osservatore. E, poi, abbiamo parlato della solitudine e l'ho sentito esprimere i miei sentimenti come nessuno li ha espressi. Dopodiché siamo entrati in sintonia e abbiamo conversato con la solita affabilità, come se tutti quei mesi fossero pochi minuti.
Abbiamo avuto momenti di intimità, intensi, forse, più che espliciti; ma per quanto mi riguarda, il nostro rapporto è sempre stato interessante e mescolato a una piacevole componente personale, tale da ispirare affetto, se questa è la parola, oltre che la curiosità.
Non mi pare che abbia difetti come amico, tranne che la sua amicizia è così spesso avvolta in una nebbia confusa, una sorta di fluttuante cortina fumogena, composta di stagioni e di periodi, che ci tiene lontani e ci impedisce di incontrarci. Forse questa indolenza denota una scarsa consistenza dei suoi affetti, ma non ne sono molto convinta.
Credo che la sua "Grande Opera" prenda forma unicamente nelle ore che separano il tè dalla cena, quando tante cose appaiono non solo possibili, ma già realizzate.
Le notti d'estate in Provenza sono lunghe e calde, le rose in fiore e il giardino pieno di lussuria e di api che si mescolano nelle aiuole di aspergus...
La mia opera è compiuta.
Posso far ritorno a C.
Non ho cercato la vendetta, la mia non è mai stata una natura vendicativa, ma avevo dei conti da saldare.
Certo se lei sarà indiscreta per me sarà una seccatura, ma ho avuto il tempo di premunirmi.
Non sarà, poi, un disastro così terribile!
(pagg. 1762-1763) |
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| Epilogo |
| Come mi sono innamorata dell'I.?
Ebbene, credo che all'origine di questo Amore vi sia una zia fantastica e molto fantasiosa, che, inconsapevolmente, ne gettò il germe nel mio cuore di bambina, quando, per l'ottavo compleanno, mi fece dono di un'edizione integrale delle Mille e Una Notte.
Quel giorno, nella mia camera, accarezzai, a lungo, stretti al mio cuore, quei quattro volumi, che mi attraevano più di ogni altro libro sullo scaffale di legno lungo il muro alla mia sinistra: La Maschera di Ferro, I Tre Moschettieri, La Collana della Regina, Venti anni dopo, Il Tulipano Nero, I Miserabili...
(pag. 1819) |
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| Ringraziamenti |
| Il tema del libro è stato l'Amore, svolto attraverso il Tempo.
Un popolo si conosce dalla sua Storia.
E se un tema è proprio e tipico della Storia questo è indubbiamente l'Amore.
E' possibile, forse, conoscere meglio un sentimento, che il senso comune definisce insito nell'uomo, ritrovandolo in quei documenti che il Tempo ha raccolto e che la Memoria ci restituisce continuamente nuovi.
Le pagine dedicate alla storia della mia famiglia si basano su documenti tratti dagli archivi di famiglia. A partire dalla gioventù di mio padre, un buon numero di notizie provengono dai racconti della nonna, scomparsa il 16 marzo 2005, e del nonno.
Desidero qui nominare alcune persone nei confronti delle quali, per le parole che hanno saputo profondere, ho contratto un debito di gratitudine, che sono lieta di riconoscere:
(...)
e, infine, nell'elencazione, ma non certo per importanza, i miei ringraziamenti più sinceri vanno alla mia amica (...), che, per prima, mi suggerì di scrivere questo libro.
Una menzione particolare va a (...) e a (...). Hanno contato su di me per rendere il clima psicologico di certe esistenze:
"Anche se la verità storica non fosse rispettata, nessuno potrebbe fartene una colpa.
Non è compito facile rendere quella erità, poichè in quel circolo vizioso di eventi contraddittori dalle molteplici interazioni come osare definire ciò che è causa e ciò che è effetto."
Ossevazioni come queste sono atte a rassicurare qualsiasi biografo, storico o romanziere alla ricerca di una verità complessa, instabile, evasiva, talvolta deprimente e, a prima vista, pericolosa.
Alle mie figliocce (...), (...), (...), (...), (...), (...) e (...):
"Siate pazienti nell'attesa, nel timore di legarvi a una forma passeggera. Avete, dunque, così poca fede da non poter vivere un'ora senza religione, senza morale, senza filosofia?"
Rivolgo i miei ringraziamenti a (...), sempre pronto a chiarirmi certi fatti storici con la sua infaticabile cortesia.
Non vi è saggezza senza cortesia, né santità senza calore umano.Gli sono debitrice.
Ha risposto così profondamente alle mie propensioni spirituali da rappresentare per me una pietra miliare, una freccia segnaletica... Come Tacito non si fa scrupolo di abusare di toni foschi per i colpevoli e di idealizzare gli eroi virtuosi, a rischio di una shematizzazione eccessiva delle intricate vicende umane, ciò nondimeno mi appare spesso giusto.
Il suo genio di grande ritrattista gli impedisce di cadere nell'imagerie di Epinal e nella caricatura; anche se eccsiva, la sua indignazione resta quella di un Uomo Onesto ispirato ancora dal solido ideale civico dell'Antichità.
Credo di capire che cosa ci differenzia: l'Umanista puritano ha bisogno di far passare i suoi personaggi davanti a ciò che chiamerei le proprie assise.
Per me, le persone sono a un tempo oggetti e soggetti, sperimentatori e brandelli di esperienze, complici e testimoni del proprio destino più che giudici...
Vi sono Paesi che muoiono giovani o si arrestano giovani: tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza e le resurrezione. L'I. non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali.
E, solo ora, iniziamo a capire ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell'oggetto, l'emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto. Questa terra così celebrata è meravigliosamente immune da artifici letterari; lo stesso preziosismo di certi suoi poeti non la tocca. Questa terra da cui sono scaturiti tanti capolavori non viene sentita come l'Italia, subito patria privilegiata delle arti, ma vi pulsa la vita come il sangue in un'arteria. Poche regioni sono state più devastate dal furore delle guerre di religione, di razze e di classi; sopportiamo il ricordo di tanti furori inespiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l'uomo a fare del male all'uomo.
Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire...
Sono profondamente riconoscente nei riguardi delle persone delle librerie, delle biblioteche e dei mercatini che mi hanno coadiuvato, durante i miei tre anni di ricerche, nel reperimento di testi e documenti divenuti introvabili.
Senza l'amichevole buona volontà di (...) e (...), in particolare, certe pagine di questo libro non sarebbero, certamente state scritte...
Ciò che conosco della Sua storia mi viene quasi interamente dai Suoi ricordi, raccontati, notte dopo notte, nell'ultimo anno della Sua vita.
Qualche rara lettera conservata per caso, i fogli ingialliti di un taccuino, delle scritte sul retro di vecchie fotografie, mi hanno aiutato a precisare le date, che Lui lasciava sovente nel vago.
So anche troppo bene quanto simili errori siano quasi inevitabili in quella materia fluida e inconsistente che è la storia di famiglie e di individui ancora troppo vicini a noi eppure già troppo lontani, e temo che anche la mia opera ne offra qualche esempio.
Troppi documenti indispensabili sono andati perduti.
Certi nomi di luoghi o persone sono stati modificati, d'altronde molto di rado.
Come un'arpa eolica che rende qualche bel suono e non esegue alcuna aria, non avrei potuto portare a compimento questo libro senza ciascuno di Voi."
Roma, 16 agosto 2005
(pagg. 1827-1833) |
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| Indice |
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| JE VOUS RAPPORTE CES CHOSES PARCE QUE JE LES CROIS VALOIR D'ETRE CONNUES.
JE CONSIGNE, DONC, AU PRESENT MES SOUVENIRS, QUELQUES BRIBES DU PASSE POUR OUVRIR L'AVENIR, DES PISTES ANECDOTIQUES TRES PERSONNELLES. |
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