Giochi veri e responsabilit.
Agosto 1962, tanti amici e cugini con cui giocare liberi tra mucche, maiali galline, anatre, oche, tacchini, conigli, uno dei momenti magici della giornata era quello del bagno nel canale di irrigazione ed il nostro angolo preferito era una piccola chiusa di cemento con le porte che servivano per convogliare l'acqua nelle varie direzioni che sembrava un vera piscina dove sguazzavamo per un paio d'ore fino a quando la zia Pepina ci chiamava per la merenda che era un pezzo di formaggio "con i buchi" fritto in padella con un uovo, un panino e acqua di pozzo.Il finale di questa "merendina" lo si faceva arrampicandoci sul muretto per raccogliere e mangiare una serie interminabile di grappoli di "uva americana" nera e dolcissima. Io e i miei cugini ed amici eravamo dei veri specialisti nell'arte della costruzione di fionde ed archi . Anche se eravamo bambini avevamo un incarico importante, quello di tagliare e portare in casa la legna fine per alimentare il camino o la stufa su cui le donne cucinavano, quindi eravamo sempre armati di roncola, una specie di macete italiano con l'estremit ricurva e con un piccolo uncino al manico che attaccavamo alla nostra cintura. Con questa vera arma andavamo alla ricerca di un buon alberello di "Sambuco" che era l'unico ad avere rami conformati a forcella e una volta individuato il proprio lo si staccava a suon di roncolate. Porto ancora una cicatrice sull'indice sinistro per un colpo che avevo dato ad una forcella troppo piccola e che a momenti mi faceva perdere il dito. Mia madre vide la scena e non drammatizz la cosa, and a prendere dell'alcool e mi disinfett per bene con mio immenso piacere, lei ha sempre avuto una grande dote, quella di dare il peso giusto alle cose, non ha mai drammatizzato ed sempre riuscita ad aiutare pap e la nostra famiglia nei momenti difficili.
Anche i legni per gli archi andavano scelti con cura e avevamo degli alberi di salice che ci hanno sempre fornito ottimi archi.
In questo caso c'era il problema dell'altezza e quindi ci si doveva arrampicare, uno si posizionava in piedi con la schiena
contro l'albero (solitamente il pi forte) e il pi agile e leggero metteva il piede sulle mani incrociate di chi stava sotto, appoggiava l'altro piede sulla spalla, si aggrappava al primo ramo a portata di mano e cos riusciva a salire sull'albero, si posizionava e comiciava a tirare roncolate alla base del ramo scelto che dopo qualche colpo cadeva a terra mostrando un verde grigiastro che era la parte delle foglie che non prendeva la luce diretta del sole e questo un fatto mi ha sempre incuriosito. Una volta sceso a terra cominciavo a sfrondare il ramo badando di salvare i rametti pi belli e diritti perch sarebbero serviti come frecce, poi cominciavo ad incidere il mio arco con un coltellino (che ognuno di noi aveva sempre in tasca). Finito il lavoro di incisione che solitamente consisteva nelle proprie iniziali e qualche semplice graca si partiva alla ricerca delle corde che servivano per tendere la nostra arma.
Si andava a finire sempre con l'utilizzare le corde che legavano le balle di paglia oppure si andava in cucina a prendere lo spago dei salami che utlizzato raddoppiato faceva al caso nostro. Un particolare importante era l'incisione alle estremit del legno che permetteva alle corde di rimanere ben fissate anche quando con forza si scoccava la freccia. La freccia ricavata dai rametti andava bilanciata altrimenti non si ariusciva a controllarla quindi si mettevano tre giri di filo di ferro in punta che era sempre la parte pi spessa del ramo, poi si aggiungeva un pezzettino di corda di circa sei centimetri con una penna di gallina attaccata a circa tre quarti della lunghezza in direzione della punta della freccia stessa. Quando l'arco era ben teso e le frecce avevano la modifica descritta, vi assicuro che avevano una precisione incredibile a tal punto che riuscivamo a colpire anche dei bersagli in movimento. C'era poi una fase pi pericolosa del gioco che consisteva nel ricavare le frecce dalle stecche degli ombrelli fuori uso. Io ero uno specialista nel fare questo lavoro, con un tronchesino staccavo la stecca, con la lima ottenevo una punta taglientissima ed una base a "V" nella quale la corda dell'arco entrava perfettamente ed avendo a tre quarti della lunghezza un pezzettino di ferro che serviva per aggangiare la stecca all'ombrello avevano una bilanciatura naturale che ci permetteva un tiro estremamente preciso. In sostanza il nostro arco era una vera arma. Nessuno di noi si mai ferito e soprattutto ha mai ferito nessun compagno perch eravamo padroni dell'arma e consapevoli della sua forza, sembra incredibile ma la consapevolezza di ci che avevamo creato ci dava un'estrema responsabilit, non ci faceca paura perch avendola costruita e perfezionata la conoscevamo molto, molto bene.
TITOLO
Martinengo (BG) cascina "Brnighll" Agosto 1962.
Walter vede lo zio Nino che armeggia tra i numerosi bambini della cascina con una macchina fotografica e da buon creativo, senza pensarci due volte, corre nella stalla ,prende la giacca, il cappello e gli stivali da mungitore di nonno Angelo, raccoglie il primo cucciolo che gli passa tra i piedi, raggiunge lo zio Nino, lo chiama e si mette in posa. Quello che vedete qui il prodotto di quell'idea.

(foto di Nino Gritti)
Questo Walter fotografato a un anno mentre osserva incuriosito quella "cosa" che lo zio si messo davanti agli occhi e che ha puntato su di lui. Degne di nota le braghette della festa stile anni "60".
Qui sotto ecco Walter con le cugine "Matilde e Franca".
Questa l'epoca in cui mio padre mi portava sulle spalle al mercato di Magenta ed io cantavo a squarciagola tra migliaia di persone la canzone di Domenico Modugno "Nel blu dipinto di blu" pi conosciuta come "Volare". Allora non avevo nessuna considerazione sulle persone che mi guardavano e non provavo nessun timore nel dire e nel fare quello che ritenevo giusto quindi cantavo e basta. Mi sentivo semplicemente libero.
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