VITTORIO POLITO


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"Il Teatro" di Maurogiovanni

Recensioni

Barisera 17 giugno 2010


Parlare di dialetto o di idiomi locali all’inizio del terzo millennio potrebbe sembrare fuori tempo nell’epoca della comunicazione globale e di internet. E invece no. Proprio questi i motivi che devono stimolarci ad impegnarci di più nell’operazione di promozione, recupero e salvataggio di quello che c’è, dal momento che il dialetto rappresenta la nostra storia, le nostre origini, le nostre tradizioni. In una parola siamo noi.
Oggi i giovani preferiscono il francese, l’inglese, il russo, l’arabo, il cinese, ecc., anche per via del gran numero di stranieri ed extracomunitari che ormai gremiscono anche il nostro paese e quindi la necessità di meglio comunicare ai fini del lavoro e dell’integrazione. Ma questo non deve farci dimenticare il passato.
Una delle forme che tende alla salvaguardia dei dialetti, mantenendoli vivi, è rappresentata anche dal teatro dialettale e questo non vuol dire teatro di serie B, poiché le rappresentazioni teatrali in dialetto sono le più naturali e spontanee, quindi le più genuine per trasferire la lingua, con la esatta pronuncia e le espressioni originali. In sostanza tutto quello che il teatro in genere può trasmettere al pubblico con la sola spontaneità, senza alcun artifizio.

Il teatro dialettale rappresenta anche una operazione culturale di alto livello, dal momento che il dialetto si modernizza conservando sempre la sua immediatezza, il suo colore, la sua cantilena, la sua autenticità. Questo è anche uno dei motivi che i piccoli teatri che hanno in programma la produzione dialettale di nostri autori hanno molto successo. Ovviamente è prioritario il dialetto con la D maiuscola, senza volgarità, senza linguaggi triviali, senza bestemmie. Tanto per intenderci il teatro dialettale di Vito Maurogiovanni, giornalista, scrittore e cantore della memoria storica di Bari, che ha elevato a dignità letteraria e teatrale il nostro dialetto, insieme a Domenico Triggiani ed a tanti altri autori.

Un cenno merita il noto poeta e scrittore dialettale barese Giovanni Panza, che ha scritto anche per il teatro, e che pur non essendo stata rappresentata pubblicamente alcuna delle sue opere opere, le ha comunque scritte. Il numero non ci è dato di sapere, ma mi piace ricordarne una, donatami dall’autore quando era in vita: La Capasedde (Il vaso di Pandora), una farsa quasi mitologica in due atti. Nella mitologia greca, il vaso di Pandora rappresenta il leggendario contenitore di tutti i mali che si riversarono nel mondo dopo la sua apertura. Nell’opera di Panza si susseguono personaggi mitologici come Saturno (u uattane), Giove o Cronos (u figghie), Pandora chiamata Eva (la uagnedde), Caino (Coline), Abele (Cilluzze), e tanti altri. Ma provate a immaginare gli interpreti di certe personalità parlare il nostro bel dialetto come, ad esempio, Eva che chiudendo la capasedde si rivolge ad Adamo con questa frase: “Fa mbrime a cresce cà nù senze de te non petime cambà. Crisce figghie; e acquanne sì cresciute, tanne jisse pure tu da la capasedde e va sop’o munne. Fa accapì a l’emene ca de tutte le diaue ca stevene jind’a la capasedde, cudde ca conde chiù de tutte sì asselute tu: la speranza”.


Franz Falanga, un estroso architetto e scrittore, è convinto che “Il dialetto barese è un formidabile strumento da poter utilizzare in una scuola di teatro quando fosse arrivato il momento di studiare comportamenti e modi di utilizzare sentimenti di qualsiasi tipo. Il dialetto barese è dotato di valenze inimmaginabili nel campo espressivo potendo essere strumentalizzato anche da attori che nulla hanno a che spartire con la baresità. Questo ovviamente non significa che il dialetto barese sia volgare ma che il nostro dialetto, ed i dialetti in genere, hanno delle nicchie nascoste nelle quali si annidano strumenti espressivi di grande eccellenza, che difficilmente si possono rintracciare frugando nelle caratteristiche, le più remote del lessico italiano” (“Teatralità del dialetto barese” in “Baresità, curiosità e…” – Levante Editori).

Da quanto sopra si evince chiaramente che il teatro dialettale è un patrimonio straordinario e fondamentale di cultura e sensibilità, denso di raccordi con infinite realtà e di agganci tra il passato ed il futuro.


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