STORIA DI UN IMBALLATORE DI CARTA VECCHIA
(L'IMBALLATORE - UNA STORIA DI CARTA VECCHIA)
Liberamente ispirato da un romanzo di Bohumil Hrabal
“Una solitudine troppo rumorosa”

La storia di un uomo che lavora da anni a una pressa meccanica nell’oscurità di un magazzino ricolmo di carta e libri destinati al macero. Distruttore di libri ma incapace di resistere alla tentazione di guardare dentro di essi alla ricerca di qualcosa “che a sera lo cambi profondamente”,
imballatore di carta ma creatore e artista al tempo stesso di pacchi compressi dentro cui giacciono libri preziosi e sui cui lati risplende la bellezza di capolavori della pittura da Monet a Picasso.
La sua vita verrà stravolta dall’avvento di una gigantesca pressa meccanica che cambierà nel profondo il suo mondo e la sua stessa esistenza.

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Note di regìa di Antonello Pagotto

Il fondamento di questa versione scenica del romanzo hrabaliano è la costante sottolineatura ironica, quasi ipnotica di Hanta, unico protagonista dell’ allestimento nel quale immaginazione e realtà si fondono incessanti.
Testo altamente teatrale, seppure non concepito per il palcoscenico.
Una traduzione scenica impegnativa per la quale si è scelto un percorso che dia innanzitutto spazio all’oralità, alla parola per spiegare così il metaforico destino della cultura del libro nella società di massa, ma ancor prima far capire il “passaggio di purificazione” che il protagonista sceglie a causa della sua incapacità di adattamento di fronte all’inarrestabile processo di omologazione progressista.
La vera divoratrice di Hanta non sarà tanto la sua affezionata pressa meccanica -più volte nominata- quanto la sua solitudine, acutizzata dal prevaricante rumore della vita, un dolore che trova sollievo ed espiazione dai fantasmi usciti dalle pagine dei libri.
Carta insignificante, pressata giorno dopo giorno con religiosa passione da cui nascono cubi perfetti in ognuno dei quali imprigionare un libro, un “cuore” che pulsa nascosto e preservarlo così dalla morte più terribile: continuare ad esistere ed essere dimenticato.
Hanta non vuole perdere il contatto sacrale con la materia generatrice dei suoi pensieri e questi divengono in una delle tante sere qualsiasi i compagni fedeli, deliranti ed onirici della sua solitudine.
L’ amore per la carta stampata, per i libri ben rilegati e rinnegati -di cui la sua casa abbonda- sono il suo disperato grido di libertà e di condanna nei confronti di una generazione sempre più immersa in un’ ottusa sopravvivenza, distruttrice della dignità umana.
Dopo “Il sogno di un uomo ridicolo”, Vittorio Attene torna confrontarsi con un’opera letteraria complessa nel linguaggio e ricca di riflessioni che ben si adattano alla nostra società contemporanea. La tecnologia ha cambiato la nostra vita, ma ci ha reso più liberi? Una società che non legge più che società è? Tra aneddoti divertenti, amori perduti, amare riflessioni e viaggi in mondi sotterranei popolati da topi e studenti universitari un nuovo monologo che sorprenderà lo spettatore.
PRIMA RAPPRESENTAZIONE:
21 FEBBRAIO 2009
Teatro Polivalente Don Bosco di Padova