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| UN MODERNO POSSIBILE
L’esposizione di Vito Giarrizzo comprende pezzi che appartengono per la maggior parte all’ultimo periodo della sua laboriosa esistenza.
Scelti e accostati per piani sequenza dimostrano una attenzione critico analitica ai movimenti della società e alle sue opinioni, per dir così, stratificate.
Svolgere una idea critica e nello stesso tempo non discostarsi dai canoni artistici richiede, è appena il caso di dirlo, una forma di militanza sobria e impegnata.
Vi sono artisti che sottolineano le loro idee di dissidenza con una sorta di verbosità pittorica che se da una parte ne fa apprezzare l’intenzione, dall’altra ci pone di fronte a risultati almeno imbarazzanti.
Vito Giarrizzo ha conseguito la laurea in architettura nel 1970, appena due anni dopo il mitico ’68, ha fatto numerose esperienze in Medio Oriente , in Africa e in America latina, ha partecipato ad importanti imprese di edificazione e queste esperienze senza dubbio sono servite a far decantare certe qualità connesse al fare artistico e che non sempre sono positive: in altre parole gli hanno permesso la distanza e l’uso controllato dei materiali.
Difatti quasi tutte le opere qui esposte, sia che si tratti di “ Voglio la luna” sino a “ Play Time” , da “ Monn Light” sino ad “ Alcatraces” esibiscono un rapporto riuscito fra una idea critica e una idea artistica.
Correnti sotterranee di rilievo si incrociano in questa pittura e guardando alcuni risultati, come per esempio ai già citati Alcatraces e Play Time viene da pensare a Carrà e nello stesso tempo a certa pittura messicana
( forse Rivera).
Stranissima storia che in altri contesi andrebbe messa in maggior rilievo, di suggestioni primonovecento che si imbattono nei murales messicani interpretati da un architetto occidentale quasi come continuazione e risposta. In altri lavori qui esposti o esposti in altre occasioni il segno di Giarrizzo può far pensare a Magritte o a una situazione post cubista.
Di notevolmente interessante questa pittura ha che si presenta come interprtetazione ancora da compiere sino in fondo del moderno.
Quello che in genere si rimprovera, e non sempre a torto, alla pittura contemporanea è una certa monotonia tematica e stilistica, per cui l’uscita dal moderno è realizzata, e va bene, ma non ci si può non chiedere dove poi sia approdata.
Qui, forse per merito dell’uso della distanza e della sobrietà di cui si parlava prima, ci si ferma con studiata decisione proprio sulla soglia, interrogandosi instancabilmente ( giustamente e in obbedienza alla sua poetica, Giarrizzo è in attività costante) sulle strade da percorrere, sulle varianti da apportare, sui soggetti che meglio possano avere licenza di espressione.
L’inizio del novecento è stato vertiginoso, con i suoi movimenti, i suoi grandi nomi, la carica innovativa e rivoluzionaria, le ricche prospettive offerte agli eventuali eredi,i geniali stravolgimenti della forma e del colore. E questo inizio da un certo punto di vista poteva ( ed è accaduto) essere interpretato come fine, fine dell’arte, termine della possibilità di espressione.
Piace qui chiudere ricordando che un poeta francese parlando di Leonardo da Vinci diceva che se si fosse trovato di fronte ad un abisso si sarebbe messo a pensare a come costruire un ponte.
Possibilità attiva e dinamica, dunque, di costruzione, di risoluzione delle situazioni, il tutto senza se e senza ma.
Si licet parva componere magnis , Giarrizzo deve aver avuto una intuizione simile e proprio da architetto ( “ costruttore di ponti”).
La grande arte del novecento ha dato i suoi esiti e ha suggerito se non imposto la rottura non solo con i canoni antichi ma anche con quelli del moderno. Dando anche origine, si sa, a quel movimento che passa col nome di postmoderrno.
E se invece si provasse a continuare quelle grandi indicazioni senza irredimibili cesure, meglio, semmai, riflettendoci e saggiando dei nuovi passaggi, delle inedite transizioni e, forse, transazioni?
E’ probabile che Giarrizzo abbia pensato proprio questo o qualcosa di molto simile.
Del resto l’uso contenuto delle suggestioni e delle forme non può non portarlo che in questa direzione.
Gregorio Scalise |
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| VITO GIARRIZZO
Nasce a La Spezia il 6 marzo 1940, inizia a disegnare e dipingere giovanissimo .
Frequenta il Liceo Artistico di Carrara e successivamente l'Università degli studi di Firenze, dove nel 1970 consegue la Laurea in Architettura .
Dal 1974 al 1989 ha insegnato al Liceo Artistico e all'Istituto d'Arte di Firenze .
Ha fatto numerose esperienze di lavoro oltre che in Italia, viaggiando in Medio ed Estremo Oriente, Europa, Africa e Centro America, affiancando all'attività professionale di architetto, il lavoro artistico di Pittore, che svolge da più di quaranta anni .
La sua ricerca artistica è incentrata sulla condizione dell'Uomo e i vari aspetti della Vita e dell'ambiente del nostro Pianeta .
Pur attento ai vari movimenti dell'Arte contemporanea, opera una rivisitazione critica e sperimenta linguaggi diversi in piena libertà, indipendente da ismi e mode ricorrenti, elaborando una sua originale visione del fare arte.
Attualmente svolge la sua attività in Italia con base a Bologna |
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TITOLO |
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| Chi Piglia Si Impiglia
cm. 100x90 |
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| Angelo della Pace
cm. 70x 80 |
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| BREVE LIBERTA’
Da orizzonti liberi
Il libero cacciatore
Fatto di Luce
Giungerà fino alla nostra trappola segreta
Le sue mani
Senza consistenza tangibile
Apriranno la tagliola
La carcassa avvizzita
Abbandonata fuori
Farà volare farfalle scintillanti
Le sue parole, senza suono
Né articolazione
Ci spiegheranno ancora
il Mare ed i Fiumi dell’Amore
E la distanza serena tra le rive
La Luce ritroverà
Il suo Spazio senza spazio
Il suo Tempo senza tempo
Il suo Corpo Totale
…………….
Ma fu troppo tardi
Perché il ricordo dell’Ombra
Animò la carcassa
Che ancora si chiuse
Come trappola mortale |
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| SOSTA
Troppo veloci le cose passano via
Le immagini frustano il cervello
Emergono appena sbiadite
Già troppo lontane
Ombre e labirinti costruiscono percorsi
Dentro Caos di Possibilità
Quando fermo la corsa tutto si muove
I Punti Fermi delle linee
Concepite lungo la Strada
Cercano invano Stabilità e Relazione
Immensi cimiteri
Di frenetiche individualità
Le città costruiscono nuovi deserti
Per l’avvenire
La Luna passa in silenzio
…………………………
Ed è già l’ora di dormire . |
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| FILOSOFIA
Questa mia vita è un fiume
Le cose passano
Passano le idee
Galleggiano davanti
Sopra
Sotto
Vanno leggère nella memoria
Strati su strati
Come grattacieli
Su piani di appoggio
( sempre più ristretti )
La voglia di fare
Trova spazio per dimenticarsi
Il tempo
Nudo
È come un serpente
Senza capo e senza coda …
Speranze di ricordi
Ricordi senza speranza
Nella stanza
Spostamenti di orizzonti
Nello spazio
Come una barca sul fiume
Trascorro
A volte corro
Quando mi fermo
Rabbrividisco :
L’ombra dei filosofi
Fa perdere la faccia !!!! |
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| La Terra, gli Elementi, la Materia, l'Uomo, la Vita, la Trasformazione incessante, Infinita : il Passato, il Futuro nel Presente , nella Mente |
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| Notte Mediatica
cm. 90x80 |
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| Vedere, pensare, ricordare, gioire, soffrire, correre, fermarsi, comporre il tutto dentro lo spazio della tela, mescolare e lasciare asciugare |
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| INTERAZIONE
Interazione
Non è un’invenzione
Né un’opinione
Storia o confusione
Stasi o quiescenza
Dell’esistenza
Un’arancia un limone
Una confusione di movimento
In un momento di visione
Perché senza domanda
Ma con un senso
O con il senso del nonsenso
Interagendo ogni cosa ha un senso
Atteggiamento o predisposizione
L’Esistenza mi pare un’Interazione
Continua e diffusa
Dalla muffa all’ossidazione
Dall’accrescimento al muoversi
Nello Spazio e nel Tempo
Una pianta e la terra
Il Sole e la pianta
La Luce e le sue radiazioni
La terra e le radici
Sono tutte Interazioni
Non c’è bisogno che lo dica
C’è Interazione
Dove c’è Vita |
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| Castello di Carte
cm. 120x100 |
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| OZIO EQUINO
La condizione di stasi
Meta-Psicosi
Che osi
Gridare all’interno
Anche se sta nell’Inferno
Il polidrammatico
Del fatto pratico
Non trascendentale
Che è il reale
Necessario e vitale
Come quel Tale
Che aveva voluto, potuto
O aveva bevuto
Per dimenticare e si era trovato male
Del resto ogni cosa ha il suo Tempo
E le sue Necessità
Anche se cammina sulla sua Cecità
Lo scambio e il ricambio
Ricamati sul manto
Pertanto con il guanto
( Per non farsi male )
Possiamo partire
Sperando di arrivare a capire
Il fatto traslato che anche il Peccato
Viene pagato |
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| Cercare, Vedere, Sentire, Interagire prendere e lasciare
Andare
dove finisce il Mare |
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| Paradiso Perduto
cm. 90x90 |
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| MATTINO
Non senza ferite
Raccogli il Fiore
Ma presto appassisce
Senza dolore
Che avverta la mano la giusta distanza
Di rose lontane la vicina fragranza
Che dia questa bolla di sangue rubino
Il ricordo vivente di questo mattino
E all’alba
Trafitto da un sole turchino
Mi trovi curioso
Come un bambino
Azzurre parentesi di lune ottomane
Dipinte sui bordi delle sottane
Mi portino altrove
Oppure anche qui
A guardare la vita che ancora rimane
Fra trame sottili e grossolane
Con tagli, rattoppi
Di dubbia poesia
Comunque la Vita
La vita che è mia
La mia e la tua
La tua e la sua e quella degli altri
Ad ognuno la vita che porta
Che a volte ci piace
A volte non ci importa
Che ognuno comunque se la porta
Senza farsi vedere
La tiene nascosta come il sedere
Se la tiene racchiusa
Oppure se la esplode
Come più gli piace
Tanto è lui che paga
Che si fa una memoria
Che scrive sui fogli
Scrive sui muri
Per fare la Storia
La storia di sempre
Quella degli umani
Che sono “Superiori” perché hanno due mani
Hanno una testa ben programmata
Che vive di solito alla giornata
Tra sogni, utopie e mille pensieri
Tra neon e cromate TV private
Lontane dall’Uomo mille giornate
Giornate perdute giocando
Con mosche azzoppate ancora affamate
Che ronzano, ronzano in questo stanzino
Che è il nostro cervello rimasto bambino.
Se l’uomo potesse arrivare al concetto
Di far di se stesso
Ciò che ha fatto l’insetto
Potrebbe sperare di andare lontano
Fin dove arriva allungando la mano
Ma ancora è lontano
O troppo vicino
…………………
E intanto là fuori è un altro mattino |
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TITOLO |
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| Tra interno ed Esterno,dentro e fuori, pubblico e privato, passione e riflessione, estasi e sofferenza, cerco la Via di Mezzo, cerco di percorrerla in equilibrio : in punta di piedi è facile cadere di qua o di là |
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