CARINI prov.Palermo
Dati geografici - Lat: 38.16° Lon: 13.18° Alt: 170m s.l.m. Abitanti: 32917
L’atto di morte di Laura Lanza e Lodovico Vernagallo,
trascritto nei registri della chiesa Madre di Carini,
reca la data del 4 dicembre 1563.
Nessun funerale fu celebrato per i due amanti,
e la notizia della loro morte, o per paura o per rispetto,
fu tenuta segreta.
La cronaca del tempo lo registrò con estrema cautela
senza fare i nomi degli uccisori, scrive Luigi Maniscalco Basile,
senza dire nemmeno che cosa era accaduto,
mentre il Paruta riporta il fatto nel suo diario, così:
"sabato a 4 dicembre. Successe il caso della signora di Carini".
Ma nonostante la riservatezza d’obbligo,
la notizia si divulgò lo stesso
ed il "caso" della baronessa di Carini divenne di dominio pubblico.
Dai suoi 160 metri d’altezza, Carini domina l’incantevole golfo che va da Capo Raìs ad Isola delle Femmine. La sua conformazione geografica e la ricchezza del territorio, hanno fatto si che fosse abitato già dal Paleolitico, testimonianza ne sono i numerosi resti rinvenuti nelle grotte di Carburangeli, Puntali-Armetta e Maccagnone.
Conquistata la Sicilia dai Normanni, Carini è affidata al barone Rodolfo Bonello, il quale inizia la costruzione del Castello, che avrà la sua massima evoluzione sotto il dominio della famiglia La Grua - Talamanca, signori di Carini dal 1397 e artefici, in massima parte, dell’evoluzione storica e monumentale della cittadina. Nel 1563 avviene l’Amaro Caso della Signora di Carini. Laura Lanza, moglie di Vincenzo II La Grua Talamanca, è uccisa dal padre per motivi d’onore, dando così vita alla leggenda della Baronessa di Carini, immortalata nella tradizione popolare dai “cunti” dei cantastorie. A loro fece riferimento il Salamone Marino per i suoi poemetti e, non per ultimo, Vincenzo Bellini che musicò la famosa “Fenesta cà lucive” ispirata all’amaro caso.
La Chiesa Madre, che in se rappresenta una vera e propria pinacoteca, è un ottimo punto di partenza per un itinerario artistico; al suo interno possiamo ammirare opere di Alessandro Allori, di Giuseppe Testa, dello Zoppo di Gangi, del Tancredi e dei fratelli Manno. Pregevoli sono anche un tabernacolo ed un’acquasantiera della scuola dei Gagini, oltre a stucchi di Procopio Serpotta.
Il perché di questo orrendo delitto e' inconcepibile, Laura era una donna di grandi virtù e di grande fascino, ed il popolo l'aveva come un angelo. Fin dalla sua prima infanzia ebbe modo di frequentare sia i La Grua che i Vernagallo, con i cui figli frequentò scuole di musica, danza e canto. Sorse tra loro una grande amicizia alimentata da incontri, battute di caccia, ricevimenti ed altro. Ad un certo punto subentrò l'interesse delle famiglie.
Laura era una ragazza che poteva dar lustro sia ai La Grua - Talamanca che ai Vernagallo, ma i La Grua bruciano i tempi la chiedono in sposa per il figlio Vincenzo. All'età' di quattordici anni, il 21 dicembre 1543 viene celebrato il matrimonio.
Non era possibile farsi precedere dai Vernagallo, anche se era nota a tutti la grande tenerezza di Laura per Ludovico. Tuttavia il fatto, almeno in apparenza, non turbò l'amicizia fra le famiglie. Infatti, nonostante tutto, Ludovico era considerato come uno di famiglia.
A poco a poco però, gelosie e vecchi rancori emersero fra i La Grua, Lanza e Vernagallo, ed ecco le insinuazioni, le calunnie ed infine il tragico evento.
L'Oratorio della Compagnia del SS. Sacramento fu edificato accanto alla Chiesa Madre nel XVI secolo. E' finemente decorato al suo interno, da stucchi settecenteschi della scuola del Serpotta che richiamano quelli degli oratori palermitani di S.Cita e di San Lorenzo.
Sui due mascheroni posti agli angoli della prima finestra a destra, è visibile un serpentello, "sirpuzza" in dialetto siciliano, simbolo con cui Giacomo Serpotta firmava i suoi lavori. Nella volta è un grande affresco raffigurante "Il Trionfo dell'Eucaristia" di Giuseppe Velasco, inserito in una elaborata cornice di stucchi insieme ad altri affreschi (re e profeti dell'Antico Testamento, le Sibille e i quattro Evangelisti).
Nessun documento esiste nell'archivio di famiglia o nella tradizione del popolo che possa offuscare la nobiltà della figura della Baronessa di Carini. Purtroppo la fantasia di coloro che in seguito si sono ispirati all'evento, presentarono i fatti sotto molteplici aspetti. Il vero studioso e' stato Salvatore Marino il quale, nella prima edizione del 1871, raccolse la recita del contadino cantastorie carinese, Giuseppe Gargagliano. Ma nel 1872 lo stesso Marino presentava una seconda edizione ritoccando fatti poeticamente importanti, della prima. Nel 1913, infine, presentava il poemetto in una edizione che lui stesso chiama storica. Il poemetto parla di una donna uccisa dal padre per salvare l'onore della famiglia. E' importante una pubblicazione del prof. A. Pagliaro che accenna a tre documenti di protocollo dai quali risulta che il Vicere' di Sicilia, all'epoca informa la Corte di Spagna che il Barone Cesare Lanza aveva ucciso la figlia Laura ed il Vernagallo e che l'avvocato Grimaldi ne aveva occultato il fatto.
Questo documento costituisce un elemento sicuro che avvalora l'atto di morte della Baronessa, redatto il 4 dicembre 1563 e che si conserva nell'archivio della Chiesa Madre di Carini. Quindi, contro ogni interpretazione si rileva che Cesare Lanza di Trabia, connivente e complice con il genero, uccise per leso onore della famiglia, la figlia Laura, moglie di Vincenzo II La Grua ed anche se non di propria mano, lo stesso Ludovico Vernagallo (quest'ultimo fu ucciso da uno sgerro di Vincenzo La Grua, tale Francesco Musso). .....continua.........\\\\
.......Troviamo infatti nel registro della Parrocchia, gli atti di morte della Baronessa e del suo amante, ucciso lo stesso giorno e scritti nella stessa pagina.
Il Barone Vincenzo II La Grua, il 4 maggio del 1565 convola a nuove nozze con Ninfa Ruiz e rinnova alcune parti del Castello che potevano ricordare la Baronessa di Carini. Intanto il Barone Cesare Lanza, forte delle sue influenze presso la corte di Spagna, riesce a far archiviare il caso, mentre il popolo terrorizzato e' obbligato al silenzio.
Il Castello di Carini, edificio che racchiude in se quanto meglio può restare dell'arte arabo-normanna, del '400 e del '500 catalano e rinascimentale e del '700, e' oggi in avanzata fase di restauro; posto su di una rupe a 170 metri circa sul livello del mare, e' sorto per volere di Rodolfo Bonello il normanno, fra il 1075 ed il 1090, ma la struttura definitiva si e' avuta alla fine del secolo XVI. Ad una prima elaborazione araba ne seguì una seconda svevo-normanna che preparò l'assetto definitivo nel perfetto stile rinascimentale. Il primo vero restauro si ebbe al tempo di Vincenzo II La Grua.
Chianci Palermu, chianci Siragusa,
chianci Carini lu amara casu
chi fa petra di l’aria dulusa,
fu dragunara arbolica, marvasa.
A cuntalla, la storia rispittusa,
lu cori abbunna e lu sangu stravasa;
ca di tirruri la menti cunfusa,
e a cu’ la senti resta l’arma ‘nvasa;
e resta un gruppu e resta ‘na rancura:
comu si persi ‘sta bella Signura!
Stidda lucenti, com’appi sta fini?
Povira barunissa di Carini.

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Il Salomone Marino, nel secolo scorso, raccolse da un esaltatore questi versi in cui si fa rivivere l’efferatezza del delitto:

"Vju viniri ‘na cavalleria
chistu è mè patri chi veni pri mia!
Signuri patri, chi vinistivu a fari?
Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari.
Signuri patri, aspettatimi un pocu
Quantu mi chiamu lu me cunfissuri.
- Habi tant’anni ch’un t’ha confissatu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
E, comu dici st’amari palori,
tira la spata e cassaci lu cori;
tira cumpagnu miu, nun la sgarràri,
l’appressu corpu chi cci hai di tirari!
Lu primu corpu la donna cadìu,
l’appressu corpu la donna muriu."
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