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Il libro secreto dei preti. Trattato di castità
di R. Louvel
Saggio introduttivo e adattamento di Albino Venezian (PierLuigi Albini)
Scipioni editore, 1995, pp.80 |
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Il Trattato fu scritto dal reverendo Renato Louvel, superiore del Seminario di Sèez e vicario del vescovo di Evreux. Pubblicato in Italia nel 1880, era un manuale di addestramento alla confessione per i seminaristi e la stampa anticlericale dell'epoca ne menò grande scandalo. In realtà, il Trattato potrebbe "anche essere letto come un gioco del labirinto, nel quale la capacità di distinguere, al momento giusto e nell'occasione giusta, la differenza, è condizione o meno di caduta nel peccato". Forse il testo è ormai inattuale e utile solo come documentazione, tuttavia c'è da chiedersi se la radice sessuofobica che lo ispirava sia stata estirpata. Se la risposta, come credo che sia, è negativa, allora questa è pur sempre una lettura utile.
DALL'INTRODUZIONE
[...] Debbo dire che la natura del Trattato di castità è tutt’oggi istruttiva per avere un’efficace rappresentazione di un cultura che considera il sesso una cosa riprovevole, la donna una statua di pietra (una non-persona) e il maschio il solito sporcaccione che però può adempiere, se ben indirizzato, i fini divini. Non so se il lettore proverà le mie stesse contraddittorie sensazioni: curiosità, irritazione, sarcasmo. Anche se scuoterà la testa divertito, sono però sicuro che non potrà sfuggire dal fare paragoni tra la morale (“quella” morale) dell'epoca e i costumi e la morale di oggi. Per qualche verso potrà misurare i progressi compiuti; per molti altri, avrà motivi di preoccupazione per la persistente, tenace continuità di concezioni che si dovrebbero vedere (o si pensava) confinate a epoche ormai lontane.
Il fatto è che Louvel era e sarebbe in buona compagnia nel giocare con i tabù e le ossessioni millenarie, figli di quando all'angoscia esistenziale si cominciò a rispondere attraverso un armamentario che tentava di dare un senso al ciclo della nascita, dello sviluppo, della decadenza e della morte. Un armamentario che si è certamente affinato, ma che non ha perso nulla della sua soffocante minuziosità, dei suoi penetranti divieti, della sua capacità di intrufolarsi nelle pieghe più recondite della coscienza per inchiodarvi il senso di colpa. Cioè il peccato. Quel peccato, che per Louvel (come ancora oggi), è classificabile in un'articolazione senza fine di casi, di circostanze, di condizioni che, a loro volta, si ripartiscono e proliferano in sottospecie, diramazioni e sotto insiemi per i quali valgono i principi generali, ma anche quelli specifici.
Il Trattato di castità potrebbe anche essere letto come un gioco del labirinto nel quale la capacità di distinguere, al momento giusto e nell'occasione giusta, la differenza, è condizione o meno di caduta nel peccato. [...]
È l'eco di Louvel, secondo il quale una fanciulla modesta non deve far vedere che il viso e le mani, evidentemente per non indurre in tentazione nessuno, nemmeno se stessa. Certo, la religione cattolica non impone il chador alle donne, ma non si può dire che non ci abbia mai provato e nulla garantisce che, se potesse, non ci proverebbe di nuovo, almeno a livello di regressione morale.
L'integralismo che opprime la coscienza individuale e la libertà civile non è infatti un fenomeno solo islamico, se in Polonia, la Chiesa ha condotto con tutti i mezzi una battaglia affinché la costituzione di quel pese assumesse, all'articolo 1, le leggi divine come fondamento dello Stato. Perché il fondamentalismo religioso, il sogno (che è un incubo per la sensibilità moderna) di un'umanità la cui coscienza è diretta da una guida religiosa e la cui vita civile non può varcare la soglia di ciò che apparterrebbe alla legge eterna, ebbene questo sogno e ancora quello della Chiesa attuale. Per Giovanni Paolo Il siamo ancora al tempo di San Tommaso, a una visione opprimente dei rapporti tra sfera religiosa e coscienza civile: una legge può esistere solo se è conforme alla retta ragione (laddove ciò che è retto e ciò che non lo è viene evidentemente stabilito dall’autorità religiosa). [...]
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“Non fra gli urli e tra gli strepiti
Come a un barbaro festino
Ma da beati fra canti amabili
Bevendo piano piano.”
(Anacreonte) |
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INVOCAZIONE INIZIALE
“Con un urlo chiamai di Maia il figlio,
re di Cillene: ”Mercurio strozzacani,
polpetta! come nome hai fra i Lidii,
compagno dei ladri, dammi una mano.
Mercurio mio, figlio di Maia,
re di Cillene, ti scongiuro! Ho addosso
un freddo maledetto, e batto i denti.
Regala ad Ipponatte un mantelluccio,
ed un corsetto, e un paio di stivali,
e due ciabatte, ed una sessantina
di pezzi d’oro. Rubale al vicino!”
Ipponatte, VI sec. a. C.
(trad. Ettore Romagnoli, Zanichelli, 1965)
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CENA ROMANA
Ideazione ed esecuzione:
Francesca Romana Albini
PierLuigi Albini
Alessandra Bailetti
Giorgio Benigni
Caterina Conigliani
Marco Conigliani
Miranda De Cicco
Ornella Malaguti
Marta Piccarozzi
16 aprile 1999
ore 20,30 |
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ALLESTIMENTO e INVITI
I tavoli sono dislocati a ferro di cavallo, in modo da lasciare lo spazio centrale libero per il servizio e per l'intrattenimento, e per riprodurre il più possibile la configurazione di una cena antica.
Il tovagliato deve essere bianco, oppure rosso. Le stoviglie sono moderna, ma vengono usati solo coltelli (a punta), cucchiai e stuzzicadenti (niente forchette). Le carni, sono servite già tagliate in piccoli pezzi.
Al centro dello spazio ci sono due tavoli, uno per poggiare le pietanze e uno, basso, con un cratere dal quale attingere il vino con dei misurini ammanicati.
Ogni invitato deve portare la sua salvietta, che potrà utilizzare al termine della cena per portare via il cibo avanzato. La tavola e gli invitati dovranno essere adornati di fiori. La sala va resa odorosa con bruciaprofumi.
Ogni invitato avrà un breve testo di quattro pagine contenente il menu, illustrazioni e informazioni relative alle usanze culinarie degli antichi romani.
CARATTERISTICHE DELLA CENA
I prodotti da servire sono quasi tutti di provenienza laziale, come del resto i vini. Occorrono vini rossi, della stessa consistenza di quelli campani, preferiti dai romani. L'importante è che siano di corpo e robusti. Per il dessert si serve un passito, che è molto vicino al sapore del passum romano, ricavato dall'uvetta passa.
La sequenza delle pietanze non è ovviamente quella moderna. In linea generale si segue, dal punto di vista del tipo delle portate da servire, lo schema di una cena non di lusso, ma nemmeno quotidiana, scegliendo la cucina romana di epoca imperiale. Le ricette sono riprese da vari testi ma soprattutto dal libro di cucina attribuito a Celio Apicio (il più grande gastronomo romano), unico testo di arte culinaria romana pervenutoci. L'epoca è quella dell'imperatore Tiberio, durante il cui regno Apicio morì.
La sequenza delle portate è imperniata sul numero tre, importante nella simbologia romana. Tre sono i servizi: antipasti, piatti forti e dessert (la comissatio è un dopo cena). I piatti di carne sono tre, come tre sono le scelte dell'antipasto e del dessert. In totale, quindi, nove pietanze.
Il pane, per essere il più simile possibile alla focaccia usata dai romani, è fatto con farina (non fior di farina), acqua e sale (non grosso ma nemmeno fino). Senza lievito. L'impasto deve essere ridotto in forma rotonda, leggermente spessa, infornato e tolto quando è dorato.
SVOLGIMENTO DELLA CENA E MENU
► Gustatio (antipasto)
1. Ceci fritti: una volta ben cotti in acqua con una foglia di alloro rosolare in padella con olio d'oliva finché non diventano croccanti, poi asciugare bene su un panno pulito, porre su un piatto di portata e aspergere di pepe e di garum al vino.
2. Foglie di lattuga alle cipolle: cuocere le foglie di lattuga con un pizzico di bicarbonato, quindi scolare bene e tritare finemente. Mescolare quindi il pepe, il prezzemolo (al posto dell'introvabile levistico), il sedano, la menta, le cipolle, aggiungendo poi il garum, l'olio e il vino. Cospargere questa salsa sul trito di lattuga e servire.
3. Pollo lesso: dopo aver fatto lessare normalmente il pollo, farlo raffreddare e nel frattempo preparare una salsa pestando in un mortaio pepe, cumino, timo, finocchio, menta, ammorbidendo il tutto alla fine con il limone. Aggiungere quindi l'aceto e i datteri, sminuzzando anche questi. Lavorare quindi il tutto con il miele, il garum e l'olio d'oliva. Tagliare a pezzi il pollo lesso, metteterlo in un vassoio e cospargerlo con la salsa, quindi portare in tavola.
4. All'inizio del pasto ognuno viene inviato a brindare al dio che preferisce o al destino.
5. Durante questa parte della cena vengono cantati poeti greci, tra una portata e l'altra.
► Prima et altera cena (intermezzo)
1. Lenticchie all'Apicio: cuocere le lenticchie. Scolarle e mischiarle con porri a pezzetti e coriandolo verde. Bagnare con una salsa di semi di coriandolo, puleggio (o menta piperita), semi di menta e di ruta, aceto; tempera con mosto (o vino rosso) olio e mescolare. Addensare con farina; stillare sopra olio verde; aspergere di pepe e servire.
2. Maiale alla Gaio Mazio: tagliare la carne di maiale in piccoli dadi con la cotenna, metterla in una casseruola e aggiungere l'olio, il garum, il brodo, i porri e il coriandolo sminuzzati. Far cuocere il tutto avendo cura a metà cottura di aggiungere le mele tagliate a pezzi e private dei semi e del torsolo. Mentre la carne cuoce pestare in un mortaio il pepe, il cumino, la menta, ammorbidendo poi con l'aceto, il garum e il miele. Quando il composto sarà ben amalgamato, aggiungere il defrutum e cuocere il tutto. Cotta la carne, metterla in un vassoio, versare il sugo di cottura nel recipiente della salsa, legare con la farina, poi versare la salsa sulla carne e servire.
3. Lesso all'Apicio: lessare il manzo e arrostirlo, condire con salsa fatta di pepe, prezzemolo, cipolla, mandorle abbrustolite, datteri, mele, aceto, garum, mosto o vino rosso ed olio.
4. Durante questa parte della cena, fra una portata e l'altra, vengono illustrati i piatti e gli usi culinari degli antichi romani.
► Secundae mensae (dessert)
1. Frittatina al latte all'Apicio: battere insieme un litro di latte, le uova e una parte dell'olio, fino ad ottenere un composto perfettamente amalgamato. Fate scaldare il rimanente olio in una padella e versatevi il composto che farete cuocere come una normale frittata. Prima di servire cospargete di miele e insaporite con il pepe.
2. Dolcetto casalingo all'Apicio: Tritare pepe, pinoli, miele, ruta e uva passa, e sciogliere nel latte. Imbere il pane carassau o similari e cuocere il dolciume, bagnandolo con uova battute. A caldo, aspergere di miele e servire.
3. frutta: mele, pere, melograni, frutta secca.
4. Vino servito: passito.
5. Durante questa parte della cena viene eseguita musica antica e vengono letti alcuni passi della cena di Trimalcione, da Petronio Arbitro.
6. Alla fine della cena ognuno viene inviato a brindare al dio che preferisce o al destino.
► Comissatio (dopo cena, ossia la moderna "passatella")
1. Vengono date coroncine di fiori e di foglie di lauro.
2. Vengono serviti solo vini in bottiglia da stappare alla presenza dei commensali (a somiglianza di quanto avveniva con le anfore in questo dopo cena) e dolcetti pepati.
3. Viene eletto un rex convivii che deve dare l'ordine dei brindisi e delle bevute (bere un solo sorso, oppure l'intero bicchiere, oppure saltare qualcuno). I brindisi vengono fatti dai presenti ad altri presenti o agli uomini o alle donne amati.
4. Il primo brindisi viene fatto agli antenati, con dedica antica.
5. Nella parte centrale della comissatio viene letta una composizione dall'Arte di amare di Ovidio, accompagnata da musica.
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