CIAO MARCO
[pubblicato in Suono]
“Geniale. Unire la voce di Mina al canto sacro. Semplicemente geniale. Eppure già sembra di sentirli borbottare, i puristi della musica antica: "Ma che baggianata è questa? Un canto del dodicesimo secolo accompagnato alla chitarra elettrica? Monteverdi con un commento di pianoforte? Ma per piacere…". Dicano, dicano pure, coloro che intendono fossilizzare un patrimonio artistico di secoli. Tanto ormai lo sanno quasi tutti che la musica è musica, e basta. E che non ci si può più permettere di ragionare per compartimenti stagni. Parola di Friedrich Gulda, Herbie Hancock, Frank Zappa, Keith Jarrett, John Zorn, Balanescu Quartet, solo per citare alcuni dei più grandi contaminatori della musica degli ultimi cinquant'anni. I brani contenuti in Dalla terra hanno storie diverse. Il più antico, Memorare, è arrangiato su un testo attribuito a San Bernardo di Chiaravalle, il più recente è stato composto per l'occasione. I testi sono per lo più in latino, alcuni in volgare, uno in spagnolo. Eppure il disco può vantare un'omogeneità sorprendente. Il merito, manco a dirlo, va a Mina. Non staremo qui a dire dell'estensione vocale, impressionante, né di un registro acuto che gela il sangue, nonostante la non più giovanissima età. Quello che invece occorre sottolineare ancora una volta sono le sue doti interpretative, che la pongono tra le più grandi voci del secolo. Così, ascoltando il disco per l'ennesima volta, non viene in mente nessuno che meglio di lei potrebbe cantare con le parole di Maria: "Voi ch'amate lo Criatore, ponete mente a lo meo dolore […]", prese a prestito dal Laudario di Cortona. Doti interpretative che sposano perfettamente le melodie sublimi di questi canti. Proprio così, perché se è vero che in qualche raro passaggio gli arrangiamenti sfiorano il retorico, ad esempio in Magnificat, in tutti gli altri casi si tratta di melodie purissime. E tanto più le linee melodiche sono semplici e gli arrangiamenti essenziali, quanto più le infinite doti di Mina piacciono, stupiscono, commuovono. È il caso di Quando corpus morietur dallo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi e Voi ch'amate lo criatore, con il solo accompagnamento pianistico di Danilo Rea. Stupendi. Da segnalare, pregevolissima, l'Ave Maria di Charles Gounod (1818-1893) in versione jazz.
Con buona pace dei puristi della musica.”

Marco Conigliani
[pubblicato in Suono]
“Quanti di voi hanno mai sentito parlare di "meme "? Secondo lo scienziato statunitense Richard Dawkins, il meme è un campione informativo conservato nella memoria di un individuo e capace di riprodursi nella memoria di altri individui. Complicato, ma suggestivo. Per Dawkins la cultura si evolve seguendo principi analoghi a quelli dell'evoluzione biologica. Ecco che il meme diventa per la conoscenza ciò che il gene è per la biologia: l'unità d'informazione. A questo punto vi chiederete che c'entra tutto ciò con il vino e con la musica. C'entra, perché ogni espressione culturale può essere interpretata come un'insieme di memi: le religioni, i linguaggi, le mode, le tecnologie, le convenzioni sociali, eccetera. Un certo vino, quindi, possiede tanto più un significato memetico quanto più riesce ad influenzare il pensiero e la memoria di produttori e consumatori. Lo stesso dicasi per una determinata musica e per chi di musica fruisce. Questa lunga premessa ci serve per introdurre un abbinamento ad “alto contenuto memetico", che vede protagonisti un vino ed un disco in grado di costituire un riferimento nei rispettivi campi. Si tratta del Barolo Sorì Ginestra di Conterno Fantino e A Love Supreme di John Coltrane. E' un disco intenso, profondo, riflessivo ed innovativo che abbiniamo ad un vino altrettanto innovativo come quello di Diego Conterno e Guido Fantino. Il Sorì Ginestra del 1990 è potente, elegante, non eccessivamente tannico ma comunque impegnativo, almeno quanto le cerebrali note di A Love Supreme. Non è certo un abbinamento facile ma è in grado di regalare emozioni decisamente forti.”

Marco Conigliani
Marco, quanto dolore mi attraversa,
mi taglia dentro insieme all'incredulità
di aver perso il tuo sorriso birbante
e buono, il guizzo dei tuoi occhi
di carbone. Quanta sofferenza
in solitudine dietro quegli occhi
e quel sorriso, quanta sofferenza difficile
da toccare, da scoprire, da capire.
La fatica di vivere per te è stata più grande.
Com'è diventato inutile oggi il mare,
com'è inutile oggi la musica.
Il vino non ha più profumo
e il cibo non ha più sapore.
Chi oserà guardare negli occhi tua madre,
chi oserà rispondere alle domande mute
di tuo padre, chi oserà far sorridere
ancora tua sorella,
chi oserà consolare tua nonna?
Pace, Marco, pace.

Sandra