GLI ETRUSCHI
MAGIA SESSO POLITICA |
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Scipioni editore, 2006, pp.128, ill.
IV edizione |
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| ◊ Venticinquesimo migliaio ◊ |
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Presentazione
1. Quali etruschi?
2. Mondo magico-religioso
3. Musica, cibo e sesso
4. La sconfitta degli etruschi
5. Superstizione e conoscenza
6. Gli etruschi e noi
Piccola bibliografia |
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Tarchon, un contadino etrusco, arava il suo podere, accanto al fiume Marta. Ogni tanto volgeva indietro lo sguardo per una rapida occhiata al lavoro già fatto. Fu durante uno di questi veloci controlli che qualcosa attirò la sua attenzione. Lasciò l’aratro, si avvicinò e, meraviglia delle meraviglie!, da un solco appena tracciato venne fuori un fanciullo che, come se fosse per lui una cosa normalissima, cominciò a cantare.
A quella vista Tarchon impallidì e, in preda al terrore, cominciò a gridare. Accorsero allora un gran numero di persone, tre le quali i re sacerdote etruschi (i lucumoni), ai quali il fanciullo disse di chiamarsi Tagete. Continuò quindi a cantare dei versi contenenti insegnamenti degni di un vecchio saggio, insieme a profezie riguardanti il popolo etrusco. I lucumoni trascrissero velocemente ogni parola. Finito che ebbe di cantare, Tagete morì. I suoi versi divennero i libri sacri della dottrina etrusca.
La storia che vi ho raccontato non è una favola di second'ordine, una delle tante che circolavano nei tempi andati. Essa rappresenta niente di meno che il certificato di nascita, la rivelazione della religione etrusca. Ora, se pensiamo alla solennità e anche alla drammaticità di cui sono circondati gli atti di nascita di tutte le religioni che si considerano rivelate, c'è veramente da rimanere interdetti della straordinaria frivolezza con cui gli Etruschi garantivano la veridicità del loro poderoso edificio religioso. Dalla qual cosa si ricava che essi non avevano il minimo senso dell'umorismo oppure che vivevano immersi in un'atmosfera così intrisa di magia e di portenti che la storiella di Tagete non era affatto così straordinaria e meno attendibile di altre che non ci sono pervenute. [...] |
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| Il Velabro di Roma e gli attentati del 1993. Note storiche sull'area; steppa.net, ebook .pdf, pp. 30, 2010 |
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Presentazione
Riferiva un cronista che, quando nell'estate del 1993 ci furono gli attentati a monumenti romani e alla Galleria degli Uffizi di Firenze, nelle redazioni ci si chiedeva dove fosse localizzato il Velabro di Roma e la sua chiesa di San Giorgio, davanti alla quale era esplosa una delle bombe, provocando danni notevoli. Poi, dopo affannose ricerche e la consultazione di specialisti, quasi tutti i mezzi di informazione parlarono del Velabro come della "culla di Roma". Un'area dimenticata dunque, o meglio, appartata, estranea ai circuiti del teatro sociale cittadino. Eppure era proprio vero: si trattava della culla di Roma. Lì dietro, sulle pendici del Palatino, c’era il Lupercale, la grotta in cui una leggendaria lupa avrebbe allattato Romolo e Remo.
Ora, con le ultime rivelazioni in sede giudiziaria, con le inquietanti dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e dell’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, risulta un po’ più chiaro che la scelta di San Giorgio al Velabro, “la culla di Roma”, come teatro di uno degli attentati non poteva certo essere opera di rozzi mafiosi che come unica lettura (da quel che si è trovato nei loro covi) sembrano aver avuto la Bibbia. Ha dichiarato Carlo Azeglio Ciampi in una intervista a la Repubblica del 29 maggio 2010: […] “Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell'apparato statale, anzi dell'anti-Stato
annidato dentro e contro lo Stato […]? Tuttora io stesso non so capire... " […] “su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. Il fatto è che nessuna zona di Roma, abbastanza isolata da non suscitare immediati sospetti per inusuali movimenti, ha un così alto valore simbolico come il Velabro.
Non sembra perciò inutile pubblicare ora un breve resoconto storico-archeologico sull’area del Velabro, scritto più di dieci anni fa, per rendersi conto di quanto effettivamente potesse essere mirata e pensata in termini di impatto mediatico l’azione terroristica. Opera, quindi, di menti raffinate e colte. |
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