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Dow e S&P500

 



Ore 12.00 di Sabato, 18 Ottobre

Una premessa metodologica mi è d’obbligo.
Spesso uso alternare l’analisi dello S&P500 con quella del Dow Jones.
Non è che sia distratto e non me ne accorga!
Ho invece imparato nel corso degli anni che spesso è d’estremo aiuto il confronto con i due indici, per verificare conferme o piuttosto divergenze importanti.
Questo in primis... and last, but not least... invero l’indice Dow mi “garantisce” una sequenza storica molto più affidabile, se compio analisi a larghissimo spettro, dal ‘900 ad oggi per intenderci, tuttavia oggi il benchmark (che bruttissima parola!!!) maggiormente riconosciuto è lo S&P500, dunque nelle analisi più “vicine” lo utilizzo soprattutto come indicatore di “Sentiment” poiché ad oggi (essendo composto da molti titoli del Nasdaq) praticamente incorpora due “bolle”: quella di Internet e questa attuale – chiamiamola molto semplicisticamente – immobiliare.
Il Dow per converso, almeno fino a ieri, mi pareva più un utile indicatore economico, misurante appunto lo stato dell’economia americana per avere dunque un overview di primo acchito, molto generale ma al tempo estremamente “sintetica”, senza prendersi la briga di analizzare dati che poi quanto veritieri siano lascio a voi il giudicare... già i nomi non mi piacciono: GDP CPI PMI ecc... sembra di leggere più un’analisi ematica che altro!... ma c’è a chi piace e tant’è!



Ecco il grafico del Dow Jones Industrial Average che evidenzia la fondamentale importanza del livello 8,350/8,400 di indice stesso.
Come si ottiene questo livello?

1) Prima di tutto occorre congiungere i punti di massimo dell'indice di Gennaio 2000 a quota 11,750 e di Ottobre 2007 a quota 14,200 circa;
2) Il grafico è su scala semi-log, ma si traccia comunque la parallela, passante per il minimo dell'Ottobre 2002 (si otterrà un livello di crescita leggermente inferiore a quello che deriverebbe da una retta di regressione). Comunque sia, il grafico sopra riprodotto va “letto” insieme ai grafici presentati la scorsa settimana nello Speciale;
3) Automaticamente si trova il punto di incrocio per il periodo attuale e passante oggi proprio per 8,400 punti (punto evidenziato dal cerchio rosso);
4) A rafforzare il livello vengono i ritracciamenti interni allo A-B base da cui partì tutto il rialzo (ellisse celeste, ma ovviamente per chi ha letto il libro, risulta tutto molto più semplice da comprendere) e a 8,338 precisamente transita il 38.20%;
5) Fa particolarmente specie il fatto poi che il 61.80% transiti proprio all'altezza dei 7,900 punti, dove il venerdì 10 Ottobre (di primo sell-off) l'indice ha trovato il suo minimo a -7%, poi partendo per un rimbalzo che l'ha portato ad andare anche in positivo, durante quella giornata.

Inoltre, in caso di tenuta di area 8,400 (le escursioni sotto che vediamo ora fanno terribilmente impressione – perché le stiamo “vivendo” – ma chi studierà questi grafici tra cent'anni, paragonando una crisi finanziaria [del 2095?] a quella del 2008, non le coglierà neppure!), verrebbe così a completarsi mirabilmente preciso quel running flat (running proprio perché fatto con massimi e minimi crescenti) che cominciò a farmi perdere il sonno circa due anni orsono, quando mi misi ad affrontare la parte conclusiva del libro, dove si recitava:

... o se, invece, il movimento di “rilassato” rialzo sviluppatosi dall’agosto del 2004, dopo il primo forte rebound del 2003, vada riletto e interpretato secondo un nuovo angolo di visuale:
solo una lunga e lenta proregressive wave a precedere, in realtà, un’ultima e sofferta onda correttiva, prima di avviarsi davvero verso nuovi e duraturi massimi, un’onda di ribasso che potrebbe anche condurre a riavvicinare (molto o poco?), tra il 2009 e il 2010, i minimi 2002-2003.
Verrebbe così a prendere consistenza l’eventualità della costruzione di un esteso irregular flat, nella sua variante running (expanded, se peggio).

E poi dicono che gli esperti la crisi non l'avevano prevista!... Lungi da me il dire di aver previsto la crisi... ma io studio gli effetti e non le cause!!!
Ecco allora che una “scienza povera” si rivela magari più efficace di quelle che poi vengono insignite dei Nobel (bello, a proposito, un articolo sul Corsera, che diceva che dovrebbe essere attribuito il Nobel della Banalità a chi assegna i Nobel!... Tautologico?... Autoreferenziale?... No, no, nemmeno per idea!).

Certo, vista la velocità e la profondità del ribasso, se per converso gli 8,400 punti non dovessero tenere verrebbe a prendere consistenza proprio l’ipotesi peggiore che paventavo nel mio libro, ovverossia lo expanded flat, con proiezione addirittura sui 6,000 punti e lo si apprezza nel grafico sottoriprodotto.




Ore 14.00 di Domenica, 18 Ottobre

E per ultimi invece, si venga alla sorta di “assicurazione” creatasi con la seduta di mega-rimbalzo di lunedì 13 e alle due caratteristiche peculiari dello A-B base che potranno aiutare ad individuare il vero e reale bottom di mercato!

Spostiamoci dunque alla parte di analisi più focalizzata sullo S&P500.
Questo è uno studio statistico che porto avanti da un po’ di tempo e che ho avuto il piacere di presentare alle ultime due edizioni della Settimana della Finanza, nelle conferenze tenute al Palazzo delle Stelline, nel giugno di quest’anno e dello scorso (anzi l’anno scorso era a fine maggio, quest’anno era invece in tandem col validissimo Roberto Capuzzi).
Chi ha assistito all’ultima edizione lo può ricordare e nell’esporre la mia teoria dissi molto nettamente e lo ribadii con ferreo vigore (era l’11 di giugno):
«Il destino di questo mercato, attenendosi a una scrupolosa analisi, non è ancora segnato e per due motivi:

1) L’indice Dow non ha ancora rotto i suoi massimi del 2000 a 11,750 punti e un livello importantissimo passa a 11,550. Quando romperemo quelli bisognerà iniziare davvero a preoccuparsi, non prima!
2) Sull’indice S&P500 manca ancora una seduta con variazione (in termini assoluti) superiore al 4.5% (naturalmente questo, facendomi aiuto di quei lavori statistici cui accennavo). Quando si presenterà e soprattutto se col “più” davanti, ci fornirà indicazioni molto precise e magari qualche sorpresa!»

Il Dow Jones iniziò il suo lavorîo di rottura di quei livelli pochi giorni dopo... ero in ferie, lo ricordo esattamente, quando un amico mi chiamò e mi disse, il 26 di giugno:
«Ahi, ahi, ci siamo... il Dow Jones ha chiuso stasera sotto anche 11,500!».
Invece il 15 Settembre (col primo -4.71%) si è palesata la svolta fatale di cui ho già parlato nel primo Speciale del 6 di Ottobre e, da lì infatti si è concretizzato il vero ribasso che ha condotto a perdere in in sol mese circa il 25%, come mostra inequivocabilmente il grafico dell'indice americano, qui rappresentato.
Soltanto dalla ampiezza dei corpi e delle ombre delle candele, può decisamente comprendersi come sia cambiato da allora il mercato e cogliersi l'esplosione di volatilità che ha davvero contraddistinto questa fase (non prima!).



Come tutti gli studi statistici ha il “potere” di essere smentito dai fatti, tuttavia l’avermi dato affidamento e supporto finora, mi porta a continuare ad utilizzarlo, anche se ora mi atterrisce un poco, perché se da un lato il mega-rimbalzo di lunedì ci ha fornito una sorta di “assicurazione”, dall’altro se l’assicurazione stessa dovesse essere negata, prepariamoci davvero al peggio!

In effetti, in tutto questo bailamme (non penso sarà sfuggito a tanti, ma talvolta il panico confonde le idee), la seduta con la maggior variazione assoluta annua è stata contraddistinta dal segno “più” ed è stata quella di lunedì 13: +11.58%.

Il 1931 (l’anno peggiore della Great Depression), si concluse con ben sette sedute con variazione (sempre assoluta!) superiori al 7%, ma 5 di queste furono di segno positivo e 2 soltanto di segno negativo.
L’anno dopo infatti, nel 1932, fu toccato il minimo della crisi e poi, da lì, l’indice ripartì per cinque anni di rialzo.
Stessa sorte, anche se con variazioni decisamente inferiori, toccò al 2002 e, ancora una volta, i minimi del marzo successivo, furono forieri di quattro anni di rialzo e la presenza dunque di maggiori segni positivi, all’apice delle variazioni, segnalò la prossima inversione.

Ora ci presentiamo al cospetto degli ultimi due mesi e mezzo dell’anno con la variazione più grossa, in termini assoluti, di segno positivo (appunto il +11.58% citato prima), seguito poi dal -9.03% di due giorni dopo, ma ancora con un dato non troppo confortante: 4 sedute superiori al 7%, tre con segno meno e una con segno più.
Detto questo non credo che la volatilità andrà molto a diminuire: ormai il meccanismo è innescato e non bastano G7 e TARP che tengano a spegnerlo.
Però ora abbiamo i mezzi per valutare e... (preparatevi!!!):

1) Se avremo ancora una seduta fortemente positiva, almeno superiore al 9%, molto molto probabilmente, nel 2009, vedremo il minimo per poi ripartire con abbastanza violenza;

2) Se, per converso, si manifesterà una seduta negativa, con variazione superiore allo 11%, ecco che allora il 2009 diventerà un nuovo anno di passione e l'ipotesi di vedere gli indici perdere ancora un 40/50% dai livelli attuali sarebbe molto d'attualità.
Ecco perché dicevo che il +11.58% della settimana scorsa ci ha fornito una grande “assicurazione”. Le probabilità, ovviamente in termini puramente statistici, di vedere una seduta di tal genere (in questo caso con segno negativo) sono davvero bassissime (fermo restando che l'impossibile è soltanto ciò che non si verifica), come d'altro canto anche il caso presentato al punto 1) ha scarse probabilità di verificarsi... dunque dobbiamo andare al punto successivo... fermo restando che qualora si manifestasse avremmo precise indicazioni in merito alla crisi (effetti drammatici)...

3) Entrambe le situazioni descritte sopra non si verificano, dunque termineremo l'anno con la maggiore variazione assoluta col segno positivo. Il minimo, con tanta sicurezza e probabilità andrebbe cercato nel 2009...

Ma come riconoscerlo e quando capire che sia quello che prelude all'inversione?

Ho anche per questo una mia teoria, forse la più semplice tra quelle esposte sinora, poiché ritengo altamente più “comprovata”, almeno nelle premesse.
Sappiamo benissimo che le fasi di discesa avvengono molto più velocemente (soprattutto quest'ultima) rispetto alle fasi ascendenti.
Nell'ultimo ciclo, Onda a (quella 2000-2002), per esempio, è perdurata circa due anni e mezzo, mentre la b che ha ricondotto lo S&P500 (qui non riprodoto per brevità esplicativa) proprio appena sopra i massimi del 2000, si è protratta per quattro anni e mezzo e, adesso, in quasi neppure un anno, Onda c ha portato i corsi quasi nuovamente sui livelli del 2002, sui livelli cioè di partenza della stessa Onda b.
Ovviamente poi analogo discorso vale per le onde interne a quei movimenti più lunghi appena descritti...
Invece lo A-B base ha una sua particolare caratteristica del tutto peculiare...
Si veda intanto il chart di quello prodottosi sullo Standard&Poor's5oo, tra il 2002 e il 2003 che è poi l'esatto equivalente di quello compreso nell'ellisse celeste presente sul primo grafico proposto:



Lo A-B base più specificamente è una particolare combinazione di due onde, in tre movimenti (questo è un dettaglio di assoluta rilevanza) che si presenta alla fine di un ciclo ribassista importante, come appunto lo era stato quello 2000-2002.
Vitale è proprio la prima Onda (A) che dovrebbe essere in 5 movimenti per dare impulso a un rialzo vero, invece – risolvendosi, come descritto in un semplice 3 – induce un ultimo movimento correttivo (Onda (B) e da qui il nome) che ha la particolare caratteristica di terminare sopra il punto di partenza dell’originaria (A).
Questa particolare configurazione fu citata da Ralph Nelson Elliott, l’inventore delle “onde”, ma non sviluppata in modo chiaro e forse ortodosso.
Io ne ho semplicemente mutuata la “scintilla” e l’ho studiata per lungo tempo, convincendomi sempre più della sua importanza del tutto fondamentale.
Come dicevo le caratteristiche sono due e le abbiamo già accennate:

1) Il fatto di terminare (per (B)) appena sopra il punto di partenza di (A). È assolutamente doveroso, molto meglio di un doppio minimo perfetto, che non darebbe “inclinazione” a un futuro trend.
2) È l’unica struttura rialzo-ribasso in cui la parte ribassista dura di più della parte rialzista.
Nel caso in esame, infatti, ci vogliono 38 sessioni per raggiungere il picco, ma ben 68 per scendere (quasi il doppio!).

Ecco, allora: quando si assisterà a una configurazione con questa fattezze e caratteristiche peculiari (molto probabilmente nel 2009) si potrebbe pensare di essere davvero arrivati alla fine del ribasso... se non la vedremo prima (di qui a gennaio?...)...


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Per ogni quesito, Scrivetemi

Pavia, 2008 October, the 18th

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N.B. I pareri espressi in questa sede sono solo fonte di studi attribuibili unicamente al sottoscritto e, tantomeno, menchemeno, più o meno, rappresentano raccomandazioni di operatività sui mercati.