Tensione e pace. Non sono questi gli elementi che mettono in moto l’uomo di ogni tempo e gli consentono di elaborare pensieri, sentimenti, pulsioni di vita? L’Alto Adige è terra di tensione e di pace. E i contrasti non sono solo nei rapporti tra le persone e tra le lingue, ma in primo luogo nella natura. Proprio nella natura delle cose. Che cos’hanno in comune gli infidi ghiaioni, popolati di veloci marmotte, alle falde di un’inaccessibile parete dolomitica, e la verdeggiante, grassa, odorosa pianura del fondovalle? Nulla, o forse tutto. Che cosa spinge la mano del contadino, aggrappato coi denti ad un pendio brullo, a roteare la falce per ore e ore, e cosa conduce il turista spensierato a trascinarsi senza meta sotto il sole di maggio, ad appoggiarsi poi ad una ringhiera smaltata e a fissare il fiume? Pulsioni del tutto diverse, o forse identiche. Che cosa porta donne uomini a dire pane anziché Brot, amore anziché Liebe, oppure sia pane che Brot, sia amore che Liebe, se non la stessa fame e la stessa passione?
E’ il contrasto manifesto, croce e salvezza di questa terra contesa (ma non è così ovunque?), che ti mette una penna in mano e ti invita a dare voce a ciò che non si vede.
In molti, in passato, hanno subito il fascino di un luogo, ad esempio Merano, in cui si respirano l’odore acre delle lame che si incrociano ed i profumi inebrianti di una perenne primavera, capace di produrre un germoglio là dove la morte aveva avuto l’ardire di cantare vittoria.
La città stessa, antichissima come rivelano i portici ed i castelli, ha pure residenze nobiliari e nuove ville di buon gusto e quindi fonde passato e presente in un insieme gradevole. Bianca e tuttavia immersa nel verde di parchi e giardini pubblici, si estende gradualmente verso i prati ed i vigneti, che a loro volta salgono verso le scure selve. I boschi si perdono in alto scalando le rocce, il cui grigiore viene coperto progressivamente dal freddo biancore delle nevi e l’alta linea dentellata delle montagne si staglia contro il blu del cielo infinito. Il ventaglio dei colori qui si apre con toni puri e chiari: nulla stride e tutti gli opposti si risolvono armoniosamente. Il nord ed il sud, la città e la campagna, la Germania e l’Italia, tutti questi aspri contrasti si fondono placidamente e persino gli elementi più ostili sembrano qui concilianti e familiari. Nel paesaggio non ci sono movimenti bruschi, da nessuna parte c’è una linea spezzata o infranta; qui la natura ha scritto sul mondo con grafia equilibrata e tondeggiante e con lettere multicolori la parola Pace. (S. Zweig, Herbstwinter in Meran, in: Fahrten, Landschaften und Städte, Vienna 1919, pp. 104-111)
Sono parole che presto compiono un secolo di vita. Le scrisse un allora sconosciuto Stefan Zweig, dopo un breve soggiorno nel “mondo di ieri” dei vigneti di castel Labers, nei primi mesi del 1908. Zweig vide, o volle vedere, “aspri contrasti che si fondono placidamente”. Come altri, prima e dopo di lui, fu rapito dalla bellezza e da una vagheggiata armonia degli opposti. Ne fu ingannato? Non si accorse dei muratori straccioni, costretti a turni estenuanti nei cantieri dei grandi alberghi, cacciati sotto il ponte a cucinare la polenta, per non turbare l’idillio della bella società che sfilava sulla promenade. Non colse, in quel 1908, i venti di guerra e le parole ottuse del nazionalismo imperante. Ciò che impresse sul suo taccuino, lo scrittore, fu una parola difficile, fuori luogo, esagerata: “pace”. Forse ebbe ragione. Seppe conferire in tal modo un senso al contrasto, allo scontro, all’insanabile inconciliabilità delle cose.
Scrivere, in Sudtirolo ed in tutti i luoghi del pianeta dove domina il contrasto, non significa solo “descrivere”. Non ci si può accontentare di quello – ed è molto – che impressiona la vista. La realtà visibile, sia essa brutta o bella, perde ogni consistenza se sfugge o svanisce quel qualcosa che potremmo anche, prudentemente, timidamente, chiamare “anima”.
Così avvenne, a metà degli anni ’30 del secolo scorso, per Luigi Bartolini, scrittore, poeta e pittore, confinato per alcuni anni dal regime fascista nella città del Passirio. Per lui l’anima di Merano ebbe un volto ed un nome, quello di Anna. Andata via lei, la sua musa, all’artista non rimase che abbandonare per sempre la città.
Partire era la miglior cosa, da un luogo dove io non vedevo che Anna. Ché, senza di lei ogni cosa cadeva come in un teatro al termine della rappresentazione. L’acqua del Passirio, l’acqua che di gennaio si disgela e corre sotto il ghiaccio, il picchio che archeggia sopra il fiume trasvolando pei querceti di destra e di sinistra, il contadino che pota il melo, ed altre cose belle, come mi erano sembrate in compagnia di Anna, ora le vedevo come fossero lo scheletro di se stesse. Sprovviste d’amore non mi piacevano più. Ed anzi mi accorgevo che venivo guastando, in me, quanto avevo edificato passando per le rive, pei boschi, per gli antri di verdura insieme ad Anna Stickler. (L. Bartolini, Vita di Anna Stickler, Cava de’ Tirreni 2002 (nuova edizione), pp. 146-147)
Merano era lì, bella come prima, ma aveva perso l’elemento che conferisce alle cose fascinose la capacità di eccitare i sensi e di stimolare i pensieri. L’anima. La bellezza non basta a se stessa.
Se fosse rimasto ancora per qualche mese, Bartolini avrebbe forse potuto essere sfiorato dal sibilo tenue e via via più impetuoso dell’anima che abbandona il corpo. Sul viale della stazione agghindato d’autunno avrebbe incontrato decine, centinaia di ebrei “stranieri”, con le loro cose impacchettate in fretta e furia, inseguiti da un perentorio ordine di abbandonare la città. Partire per loro non fu “la miglior cosa”. Oppure invece sì, dato che i pochi rimasti, qualche anno più tardi, furono raccattati di casa in casa da zelanti gendarmi, sbattuti in uno scantinato e poi costretti in due auto per un viaggio di sola andata.
Se fosse rimasto un anno in più, Bartolini, avrebbe forse incontrato di fronte al treno il piccolo Joseph Zoderer, ignaro bambino di quattro anni. L’avrebbe senz’altro notato per via dei pantaloni corti e delle calze di lana. Era una fredda mattina di gennaio. Ancora oggi si chiede, Zoderer, perché “ce n’andammo” (J. Zoderer, Ce n’andammo – Wir gingen, Bolzano 2004).
Stefan Zweig, Luigi Bartolini, Joseph Zoderer e tanti altri non hanno dimenticato il Sudtirolo. Ci sono rimasti invischiati. Ne hanno scritto. Ne hanno dovuto scrivere.
Sono nato a Merano, a lume di candela, all’inizio di novembre del 1966. In quegli stessi giorni, quarantotto anni prima, entravano in città le avanguardie dell’esercito regio. Sfilavano al cospetto di gente esausta e umiliata. Offrivano maccheroni ai meranesi affamati. Mezzo secolo dopo la dinamite turbava i sonni degli altoatesini di lingua italiana, mentre le forze politiche lavoravano con reciproca diffidenza a ridisegnare lo statuto di autonomia.
Sono nato a lume di candela perché, ai primi di novembre del 1966, ci fu una replica in tono minore del diluvio universale. Tutti ricordano Firenze allagata, i suoi tesori d’arte seriamente minacciati. Ma anche Merano fu percossa dalle acque e nell’ospedale saltò la corrente elettrica.
In quella stessa clinica, Fonti San Martino, ventisei anni più tardi morì mia nonna. Era nata nel 1905 nei pressi di Sarajevo dove la sua famiglia trascorreva la bella stagione e l’autunno a disboscare foreste. Venivano da un villaggio dell’altipiano veneto, con le case di pietra ed il tetto di paglia. Il paese, nel 1916, fu raso al suolo dalla furia dei colpi incrociati delle artiglierie italiana ed austriaca. La gente vi parlava ancora, in parte, il cimbro, un’antica lingua germanica, retaggio di un lontano passato.
Il nonno trasferì la sua segheria a Merano agli inizi degli anni ’30. Non so perché le cose andarono male. Riuscì a farsi assumere in una fabbrica di concimi chimici. Pochi mesi dopo morì di polmonite. Mio padre aveva sette anni, unico maschio di cinque figli. Nacque, mio padre, pochi mesi dopo la salita al potere di Hitler. Proprio allora a Merano si riversarono decine di famiglie ebree alla ricerca di una nuova patria: parlavano tedesco, italiano, polacco, ceco, slovacco, ungherese, rumeno, lituano, lettone, turco, svedese, olandese, francese, e spagnolo. Una piccola colonia russa celebrava riti ortodossi a Maia Alta, nella chiesa di San Nicola Taumaturgo. Gli ospiti fissi inglesi tenevano il God service nel piccolo tempio anglicano. Agli altoatesini di lingua tedesca, allora, era precluso l’uso della madrelingua nella scuola, negli uffici e nella vita pubblica.
L’altro mio nonno arrivò con i suoi nel 1939 da una valle del Trentino, il vecchio Tirolo Italiano. Aveva combattuto la Grande Guerra con la divisa dell’esercito austriaco. Era stato, prima del conflitto, un capocomune fedele all’impero e all’imperatore Francesco Giuseppe. Mantenne la carica anche dopo la guerra. Qualche tempo dopo la marcia su Roma si lasciò sfuggire una frase che non piacque alle camice nere. “Sotto l’Austria le cose funzionavano meglio”, disse, o qualcosa di analogo. Fu mandato per alcuni mesi al confino in Sardegna.
Quando si trasferì, armi e bagagli, in Alto Adige, il duce e Hitler avevano stretto da poco il loro patto d’acciaio, l’Austria era scomparsa dalla carta geografica, gli ebrei meranesi erano costretti al loro ennesimo errare ed il piccolo Zoderer, braghe corte e calzetti di lana, aspettava infreddolito alla stazione, mentre il padre, in cuor suo, molto probabilmente già si chiedeva che diavolo stesse facendo.
Tutto questo per dire che il sudtirolese italiano e l’altoatesino tedesco non sono altro che un coacervo di storie diverse. Differenze che non vanno negate né esasperate, ma accolte. Estrarne identità pure è una forzatura, una finzione. L’Alto Adige, Merano, non offrono molto agli amanti del grigio. La politica ed anche parte della cultura amano le semplificazioni. Hanno bisogno di ridurre a pochi elementi una realtà complessa e multiforme. Tracciano confini, disegnano identità, costruiscono gabbie ideali nelle quali sospingono i “nostri” e gli “altri”. Si impossessano delle differenze omologandole in insiemi falsamente coerenti. Esaltano il contrasto violento e temono al tempo stesso una realtà variopinta. Impongono simboli e bandiere, erigono muri, si fanno muro.
Ha ragione Claudio Magris, nella sua impietosa analisi:
Gli scrittori tirolesi godono di una fortuna invidiabile ossia di un gretto establishment politico-culturale che, proclamando le incorrotte e schiette virtù della Heimat e della sua tradizione, conferisce involontariamente importanza e autenticità a ogni deviazione, anche banale ma comunque liberatoria, da questo modello. Grazie al conservatorismo talora retrivo della cultura ufficiale sudtirolese, è facile essere uno scrittore osteggiato e meritarsi considerazione in virtù della prepotente ostilità dei benpensanti. Atteggiamenti letterari che in un contesto culturale diverso sarebbero puberali o patetici, in Alto Adige hanno ancora un valore contestativo.
Tutto ciò impone alle anime perse la necessità di capire. Molte risposte le dà la storia, quando essa non è addomesticata. La grande storia e le piccole, insignificanti vicende dei nostri nonni. C’è davvero un confine? E dove passa, chi l’ha imposto? Chi siamo noi, che cosa ci differenzia l’uno dall’altro? Che cosa ci accomuna? Solo la lingua o mille altri impercettibili fattori?
Chiunque, in Alto Adige, non può non fare i conti con la propria appartenenza ad un gruppo linguistico o a più gruppi linguistici (ma non è così in tutto il mondo?). Il primo passo da compiere è trovare le chiavi della gabbia dell’identità. Oppure scardinarla, morderne i legacci.
Gli scrittori tirolesi – ha scritto ancora Magris – sono ossessionati dal confine – dalla necessità e difficoltà di varcarlo – e dall’identità e ricercano quest’ultima nella negazione dell’identità compatta cara al potere culturale del loro paese. Con la sofferta ma abusata e facile retorica frequente negli scrittori di frontiera, per esempio quelli triestini, si collocano anch’essi volentieri dall’altra parte, addolorati ma pure compiaciuti di sentirsi italiani fra i tedeschi e tedeschi fra gli italiani, avidi di essere brutalmente attaccati dai custodi delle memorie patrie per poter dire, con declamata sincerità, che soffrono di non saper dire a quale mondo appartengono. (C. Magris, Microcosmi, Milano 1998, pp. 223-224)
La frontiera è una scusa o esiste sul serio? La letteratura può lanciare ponti? Deve farlo? Essa è pur sempre l’ambito nel quale l’impossibile diventa possibile, lo strumento che permette di rappresentare il conflitto, il contrasto, potendone rielaborare i danni e le opportunità in modo incruento. E’ il luogo in cui dare espressione al desiderio di andare oltre quelle barriere che esistono “solo” nella realtà.
Scrivere significa innanzitutto voler capire. Non accontentarsi di risposte fasulle. Andare alla ricerca della storia ancora non raccontata, di personaggi reali, orfani di un copione. Dei protagonisti nascosti. Di coloro che, al cospetto della deificazione della lingua, preferiscono restare muti (senza lingua, senza parola, senza letteratura). Del luogo in cui qui “la natura ha scritto ... con grafia equilibrata e tondeggiante e con lettere multicolori la parola Pace”. Dell’acqua del Passirio che di gennaio si disgela e corre sotto il ghiaccio, del picchio che archeggia sopra il fiume trasvolando per i querceti di destra e di sinistra, del contadino che pota il melo, di tutte quelle povere cose che ci sembrano belle solo se riusciamo ad intuirne – o ad inventare per loro – un’anima.
Paolo Valente
(da: B. Simonsen, Grenzräume. Eine literarische Landkarte Südtirols, Raetia 2005)
Spannung und Ruhe – sind nicht das die Antriebskräfte, die den Menschen aller Epochen dazu bewegen, dass er aus seinen Gedanken, Gefühlen und Regungen etwas schafft? Südtirol ist das Land der Spannungen und der Ruhe. Doch liegt die Gegensätzlichkeit nicht allein im Verhältnis zwischen den Menschen und ihrer Sprache, sondern in erster Linie in der Natur selbst, in der Natur der Dinge selbst. Denn was haben die wilden Geröllhalden, bevölkert von dahinhuschenden Murmeltieren, am Fuße einer schroffen Dolomitwand mit den satten, grünen und duftenden Talebenen gemeinsam? Nichts, oder vielleicht alles.
Was treibt die Hand des Bauern an, wenn er sich beinahe mit den Zähnen an den kahlen Hang klammert und dort stundenlang die Sichel schwingt? Und was veranlasst den gedankenlosen Touristen dazu, sich ziellos unter der Sonne im Mai treiben zu lassen, sich über ein schmuckes Geländer zu beugen und den Fluss zu beobachten? Das alles sind Momente, die verschieden und dann auch wieder identisch sind. Warum sagen Männer und Frauen „pane“ statt „Brot“ oder „amore“ statt „Liebe“? Ist es nicht eher so, dass „pane“ wie „Brot“ und „amore“ wie „Liebe“ vom selben Gefühl des Hungers und vom selben Gefühl der Leidenschaft stammen?
Gerade dieser offenkundige Gegensatz, Crux und Heil dieses Landes (aber ist das nicht immerzu aneinander gekoppelt?), führt einen dazu, dass man den Füller in die Hand nimmt und dem Unsichtbaren eine Stimme geben will.
Der Zauber eines Ortes wie Meran schlug auch in der Vergangenheit schon viele in seinen Bann; hier nämlich atmet man den herben Geruch der Auen, die ineinander übergehen, und die berauschenden Düfte eines ewigen Frühlings, der selbst dort, wo der Tod noch die Kühnheit besessen hatte, Siegeslieder zu singen, nun einen zarten Zweig sprießen lässt.
Die Stadt selbst, uralt, mit ihren Laubengängen und Herrensitzen und doch geschmackvoll in den neuen Villen und Burgen, fügt Vergangenheit und Gegenwart in eine gesellige Gemeinsamkeit. Weiß und doch schon grün durchädert von den Parken und Anlagen, klettert sie langsam in die Wiesen und Weinreben hinein, die selbst wieder aufsteigend hinschwinden in den dunklen Wald. Dieser wieder verliert sich klimmend in den Fels, dessen Grau mählich mit dem kühnen Weiß des Fernenschnees sich überstäubt, und diese höchste zackige Linie wiederum zeichnet sich rein ins unendliche Blau. So klar und rein entfaltet sich hier der Fächer der Farben, nichts befeindet sich, alle Gegensätze sind harmonisch gelöst. Norden und Süden, Stadt und Landschaft, Deutschland und Italien, alle diese scharfen Kontraste gleiten sanft ineinander, selbst die feindlichste scheint hier gesellig und vertraut. Nirgends ist eine brüske Bewegung in der Landschaft, nirgends eine zerrissene abgesprengte Linie: wie mit runder, ruhiger Schrift hat die Natur hier mit bunten Lettern das Wort FRIEDEN in die Welt geschrieben. (Zweig, Stefan: Herbstwinter in Meran. In: Fahrten, Landschaften und Städte. Wien, 1919, S. 104 – 111)
Das sind Worte, die bald ein Jahrhundert alt sind. Stefan Zweig, damals noch unbekannt, schreib sie in den ersten Monaten im Jahr 1908 nach einem kurzen Aufenthalt in der „Welt von gestern“ in den Weinhängen von Schloss Labers. Zweig sah oder glaubte „scharfe Kontraste“ zu erkennen, die „sanft ineinander gleiten“. Wie andere vor und nach ihm ergriffen ihn die Schönheit und ausgeglichene Harmonie der Gegensätze.
Sollte er sich etwa getäuscht haben? Dachte er denn nicht an die lumpigen Maurer, die an den Baustellen der großen Gasthöfe in zermürbenden Turnusschichten eingesetzt und dann unter die Brücke gejagt wurden, um sich dort den Maisbrei zu kochen und die Idylle jener Gesellschaft nicht zu stören, die auf der Promenade spazierte? Nahm er denn 1908 die Vorahnung des Krieges oder die stumpfsinnigen Parolen des Nationalismus gar nicht wahr? Das, was der Schriftsteller in sein Tagebuch geschrieben hatte, war ein schwerwiegendes Wort, fehl am Platz, unangemessen und überzogen: „Frieden“. Vielleicht hatte er Recht. Vielleicht verstand er es auf diese Weise, einen Sinn inmitten aller Gegensätzlichkeit, aller Gefechte, aller unheilvollen Unversöhnlichkeit der Dinge zu setzen.
Schreiben in Südtirol wie an allen Orten der Welt, an denen die Gegensätzlichkeiten herrschen, bedeutet nicht allein „beschreiben“. Hier kann man sich mit dem, was die Aussicht erfreut und erregt - und das ist sehr vieles -, nicht zufrieden geben. Die sichtbare Welt, sowohl die hässliche wie auch die schöne, verliert jeglichen Inhalt, wenn das verschwindet oder verbleicht, was wir - vorsichtig, zaghaft – „Seele“ nennen.
So erging es Mitte der 30er Jahre des vergangenen Jahrhunderts Luigi Bartolini, dem Schriftsteller, Dichter und Maler, der vom faschistischen Regime für einige Jahre in die Passerstadt verbannt wurde. Für Bartolini hatte die Seele Merans nur ein Gesicht und einen Namen, nämlich jenen von Anna. Kaum war sie, seine Muse, gegangen, blieb dem Künstler nichts anderes als für immer die Stadt zu verlassen.
Von jenem Ort aufzubrechen, an dem ich nichts anderes als Anna sah, blieb die einzige Lösung. Ohne sie fiel alles wie im Theater an den Rand der Darstellung: Das Wasser der Passer, das sich im Januar frei löst und unter dem Eis weiterrinnt; der Specht, der seine Bögen über den Fluss zieht und über die Eichenwälder an dessen Seiten dahin fliegt; der Bauer, der die Apfelbäume schneidet, und so viele andere schöne Dinge, die ich mit Anna erlebt hatte – nun sah ich sie alle, als ob sie bloß das Skelett ihrer selbst wären. So ganz und gar ohne Gefühl der Liebe konnte ich gar nichts mehr für sie empfinden; nicht nur das – mir wurde klar, dass alles zerstört wurde, was ich auf den Spaziergängen an Ufern, in Wäldern und Gemüsefeldern mit Anna erfahren hatte. (L. Bartolini: Vita di Anna Stickler. Cava de` Tirreni 2002 (neue Auflage). S. 146 – 147)
Die Stadt Meran war ja noch da, schön wie früher, aber sie hatte verloren, was den Dingen die Fähigkeit verlieh, die Sinne zu öffnen und die Gedanken anzuregen: Die Seele. Denn Schönheit allein genügt sich selbst nicht.
Wäre Bartolini noch für einige Monate geblieben, dann hätte ihn das schwache und allmählich heftiger werdende Zischen der Seele, die den Körper verlässt, vielleicht noch berührt. Auf dem Weg der herbstlich glänzenden Bahnhofstation wäre er vielleicht Hunderten von „fremden“ Juden begegnet, die ihr Hab und Gut eilig verpackt hatten und aufgrund oberster Befehle die Stadt verließen. Solcher Aufbruch war für sie wahrlich nicht „die beste Lösung“. Oder vielleicht eben doch, nachdem die wenigen Verbliebenen kurze Zeit später von Haus zu Haus von eifrigen Gendarmen zusammen gescharrt und in einem Keller geschlagen wurden, nachdem sie bald darauf in zwei Autos gedrängt wurden, um eine Reise ohne Wiederkehr anzutreten.
Wäre er noch ein Jahr geblieben, hätte Bartolini im Zug gegenüber vielleicht einen kleinen Jungen von vier Jahren, den kleinen Joseph Zoderer getroffen. Er hätte ihn sicherlich bemerkt, wie er in den zu kurzen Hosen und den Wollsocken dagestanden hätte. Das war eine kalte Nacht im Januar. Und heute noch fragt sich Zoderer, warum sie „gegangen waren“ (J. Zoderer: Ce n` andammo – Wir gingen. Bozen, 2004).
Ich wurde in Meran geboren, bei Kerzenschein Anfang November 1966. Genau an jenen Tagen marschierte 48 Jahre früher die Vorhut der königlichen Truppen in Meran ein. Sie zog an erschöpften und erniedrigten Menschen vorbei und verteilte Nudeln an die hungrige Meraner Bevölkerung. Und ein halbes Jahrhundert später zerstörten Bomben die Träume der italienischen Südtiroler, während die politischen Führungskräfte mit wechselseitigem Misstrauen daran arbeiteten, das Autonomiestatut neu zu formulieren.
Ich bin bei Kerzenlicht geboren, weil es Anfang November 1966 auch in Meran, wenn auch in bedeutend geringerem Ausmaß, einige jener damaligen großen Regengüsse gab. Alle erinnern sich noch an das überschwemmte Florenz und seine Kunstschätze, die ernsthaft gefährdet waren. Aber auch Meran wurde vom Wasser heimgesucht, und im Krankenhaus wurde die Stromleitung unterbrochen.
Gerade in jener Klinik in Martinsbrunn starb 26 Jahre später meine Großmutter. Sie wurde 1905 bei Sarajevo geboren, wo ihre Familie den Sommer und den Herbst verbrachte, um die Wälder zu holzen. Meine Großmutter stammte aus einem Dorf in der Hochebene im Veneto, wo die Häuser aus Stein und die Dächer aus Stroh gebaut wurden. 1916 wurde es im wütenden Toben der italienischen und österreichischen Artillerie dem Erdboden gleich gemacht. Die Menschen dort hatten teilweise noch zimbrisch gesprochen, eine alte deutsche Sprache, die von weiter Vergangenheit herstammt.
Mein Großvater war mit seinem Sägewerk Anfang der 30er Jahre nach Meran umgesiedelt. Warum das Geschäft dann schlecht lief, weiß ich nicht. Es gelang ihm schließlich, in einer Fabrik für Kunstdünger angestellt zu werden. Wenige Monate später starb er an Lungenentzündung. Mein Vater, einziger Junge von fünf Geschwistern, war gerade sieben Jahre alt. Er wurde wenige Monate nach Hitlers Machtergreifung geboren. In dieser Zeit brachen in Meran Dutzende von jüdischen Familien auf Heimatsuche auf: Sie sprachen deutsch, italienisch, polnisch, tschechisch, slowenisch, ungarisch, rumänisch, litauisch, lettisch, türkisch, schwedisch, holländisch, französisch und spanisch. Eine kleine russische Gemeinde feierte in der Kirche von St. Nikolaus Thaumaturgus in Obermais orthodoxe Riten, während die englischen Stammgäste ihren Gottesdienst im kleinen anglikanischen Tempel abhielten.
Das war zu der Zeit, als den deutschen Südtirolern der Gebrauch ihrer Muttersprache in den Schulen, Ämtern und im öffentlichen Leben untersagt war.
Mein zweiter Großvater kam mit seiner Familie 1939 nach Meran und stammte aus einem Tal im Trentino, dem ehemaligen Welschtirol. Er hatte im Ersten Weltkrieg auf der Seite des österreichischen Kaiserheeres gekämpft. Vor dem großen Krieg stand er an dessen Spitze und war seinem Reich und Kaiser Franz Josef treu ergeben. Seinen Rang behielt er auch nach dem Krieg noch. Später, nach dem Marsch auf Rom, ließ er einmal einen Satz fallen, der den Schwarzhemden überhaupt nicht gefiel: „Unter Österreich war alles besser.“ Für einige Monate wurde ihm ein Zwangswohnort in Sardinien zugewiesen.
Als er sich mit Sack und Pack in Südtirol niederließ, hatten Hitler und Mussolini seit Kurzem den eisernen Pakt geschlossen, Österreich war von der politischen Landkarte verschwunden, die Juden von Meran waren auf einem weiteren ihrer unendlichen Wanderzüge und der kleine Zoderer wartete in kurzen Hosen und Wollsocken frierend am Bahnhof, während sich sein Vater möglicherweise zuinnerst fragte, welcher Teufel ihn da wohl reite.
Mit all dem will ich bloß sagen, dass die italienischen und die deutschen Südtiroler nichts anderes sind, als ein bunter Haufen unterschiedlichster Geschichten, Unterschiede, die nicht verneint und auch nicht verschärft werden sollen, sondern vielmehr gesammelt und zusammen getragen. Daraus den Begriff einer eindeutigen Identität filtern zu wollen, wäre ein Gewaltakt oder eine pure Erfindung. Südtirol und Meran können kein Zwischendrin, keine Graubereiche darbieten. Die Politik und selbst Teile der Kultur wollen immerzu vereinfachen, wollen eine komplexe und vielfältige Realität auf wenige Elemente reduzieren, legen Grenzen, entwerfen Identitäten und ideelle Gitter, hinter die sie die sogenannten „Unseren“ und die „Anderen“ zwängen. Sie bemächtigen sich der Unterschiede, indem sie sie nivellieren zu falschen homologen, gemeinsamen Linien. Sie überspringen die schmerzhafte Gegensätzlichkeit und fürchten gleichsam eine buntgemischte Realität. Sie stellen Symbole und Fahnen auf, errichten Mauern und machen sich selbst zur Mauer.
Claudio Magris behält Recht mit seiner schonungslosen Analyse:
Die Autoren Tirols haben das beneidenswerte Glück oder ein so kleinliches kulturpolitisches Establishment, dass dieses, indem es die unverdorbenen und ehrlichen Tugenden einer Heimat und deren Tradition stilisiert, unfreiwillig jeglicher Abweichung dieses Modells Bedeutung und Authentizität verleiht, selbst wenn sie noch so banal, aber immerhin befreiend ist. Angesichts einer konservativen, ja mittlerweile schon reaktionären öffentlichen Kultur in Südtirol ist es relativ einfach, ein Schriftsteller des Widerstands zu sein und sich das Ansehen tugendhafter, überheblicher Feindseligkeit der Gutgläubigen zu verschaffen. Literarische Haltungen, die in einem anderen kulturellen Kontext pubertär oder pathetisch wären, haben in Südtirol noch den Wert des Protestes.
All das zwingt selbst die, die wankelmütig nach einer kulturellen Identität suchen, zu einem tieferen Verständnis. Viele Antworten gibt die Geschichte selbst, sofern sie nicht wiederum gezähmt und eingeebnet ist; die große Geschichte, aber auch die vielen kleinen, unbedeutenden Geschichten unserer Väter und Großväter.
Gibt es wirklich eine Grenze? Und wo verläuft sie? Wer hat sie errichtet? Wer sind wir? Und was unterscheidet einen Menschen vom anderen? Was verbindet uns, allein die Sprache oder unzählige andere unmerkliche Dinge?
Wie auch immer – in Südtirol kann keiner seine eigene Zugehörigkeit zu einer oder mehreren sprachlichen Gruppen übergehen (aber ist es nicht überall auf der Welt so?). Zuallererst gilt es, die Schlüssel aus dem Gefängnis der Identität zu finden. Oder jedoch sie aus den Angeln zu heben, ihre Fesseln zu zertrümmern. Claudio Magris schreibt dazu Folgendes:
Die Schriftsteller Südtirols sind besessen vom Thema der Grenze – von der Notwendigkeit und gleichsam Schwierigkeit sie zu überschreiten – und vom Thema der Identität; wobei sie diese durch Negation einer einheitlichen Vorstellung von Identität, die der kulturellen Macht des Landes gerecht wäre, zu definieren suchen. In der überzogenen, abgewetzten Rhetorik, die Autoren der Grenze, wie zum Beispiel auch die Triestiner, vielfach benutzen, nehmen auch sie gerne die Stellung der andern Seite ein, wo sie schmerzhaft, aber doch nicht ohne Selbstgefallen sich als Italiener inmitten der Deutschen und als Deutsche inmitten von Italienern fühlen, dabei sich gierig dem Gefühl hingeben, von den Hütern der Heimatkultur auch brutal attackiert zu werden, um mit nachdrücklicher Gewissheit sagen zu können, dass sie nicht zu sagen vermögen, welcher Welt sie sich zugehörig fühlten. (Claudio Magris: Microcosmi. Mailand, S. 223 – 224)
Ist also die Grenze bloß eine Entschuldigung oder existiert sie wirklich? Vermag die Literatur Brücken zu schlagen? Soll sie es gar tun? Sie stellt letztlich immer den Bereich dar, in dem sich das Unmögliche ermöglicht, sie ist das Instrument, das erlaubt, Konflikte und Gegensätze darzustellen und Schäden sowie einseitige Zweckmäßigkeiten auf unblutige Weise wieder gut zu machen. Sie ist letztlich der Ort, an welchem dem Wunsch Ausdruck verleihen werden kann, jene Grenzen zu überschreiten, die „nur“ in der Realität gezogen sind.
Schreiben heißt vor allem verstehen wollen: sich nicht zu begnügen mit falschen Antworten, vielmehr sich auf die Suche nach den unerzählten Geschichten jener Personen zu begeben, die es wirklich gegeben hat und die ohne Nachahmer geblieben sind; auf die Suche nach den versteckten Menschen, nach jenen, die angesichts der Verherrlichung der Sprache lieber stumm bleiben, ohne Sprache, ohne Worte und ohne Literatur; auf die Suche nach jenem Ort, an welchem die Natur „wie mit runder, ruhiger Schrift mit bunten Lettern das Wort FRIEDEN in die Welt geschrieben“ hat. Das ist vielleicht die Suche nach dem Wasser der Passer, das sich im Januar frei löst und unter dem Eis dahinrinnt, nach dem Specht, der seine Bögen über den Fluss zieht und über die Eichenwälder an dessen Seiten dahin fliegt, nach dem Bauern, der die Apfelbäume schneidet, und nach so vielen anderen kleinen Dingen, die uns nur dann schön erscheinen, wenn es uns gelingt, in ihnen eine Seele zu erahnen oder zumindest eine für sie zu erfinden.
Paolo Valente
(aus: B. Simonsen, Grenzräume. Eine literarische Landkarte Südtirols, Raetia 2005)