Trista felicità (ovvero: L’arrivo del Consigliere)
Le parole, come ingannano le parole. Fanno sembrare diverso il mondo. Mettono vicine le cose lontane. Come Gorizia e il Tirolo. Non c’erano stati in un tempo lontano i conti di Gorizia-Tirolo? Reminiscenze della scuola, tra i cui poveri banchi Modesto aveva trascorso un paio di inverni. Pochi mesi, dall’ultimo raccolto al primo disgelo. Poi subito via ad arrampicarsi sui campi, a seppellire ogni rima appresa nei solchi della terra ingrassata, insieme a tutta quella insulsa ed inutile grammatica. Gorizia e Tirolo, quell’accoppiata invece gli era rimasta impressa. Ma dovette farsi grande, discendere la valle, abbandonare la casa dove era nato e dove riposano le ossa dei suoi cari, infine trovare occupazione in ferrovia, per capire che Gorizia non è dietro l’angolo.
Fochista era un lavoro da schifo. Anche con la Südbahn. Respirare carbone e sputare catrame. Non poter perdere un colpo. Sudare come un’animale. Il volto che brucia dirimpetto alla caldaia, la schiena che gela negli spifferi del vagone. A Merano era un lavoro per taliani: abituati a portar la soma in casa propria e in casa d’altri. Incapaci di star fermi, dicevano. Sempre in movimento, fatti per viaggiare. La ferrovia era un vestito tagliato su misura per loro. Arrivava da giù. Prima da Verona a Bolzano, poi fino a Merano, con le sue carrozze di lacca nera, con le sue scritte d’oro e i suoi passeggeri raffinati.
Come capitavi tra i binari diventavi socialista. Era questione di mesi, per alcuni anche di giorni. Modesto no, aveva tenuto duro. Il parroco era stato chiaro: “No sta nar en ferovìa”, lo aveva ammonito. Ma dal momento che non si erano presentate alternative, “vàrda de no deventàr socialista”, gli aveva intimato il prete. Lui non aveva chiesto né perché né per come. Non serve far domande quando le indicazioni sono chiare ed evidenti e se chi te le dà è persona autorevole.
Il fochista va dove il treno lo porta e in quell’inizio aprile del 1896 il convoglio avrebbe fatto tappa proprio a Gorizia. Era il secondo giorno di Pasqua. Levataccia alla mattina per caricare tutto il carbone sul locomotore. Un po’ più del necessario, come al solito. Il treno non può permettersi di rimanere per strada. Soprattutto non quella volta. Il macchinista aveva dato a tutti istruzioni oltremodo tassative. Il treno sarebbe dovuto arrivare in stazione – Görz Südbahn – alle ore una e quarantasette del pomeriggio, secondo tabella. Poi aveva confidato all’equipaggio, emozionato, la ragione della sua particolare sollecitudine. Da Trieste a Gorizia avrebbero trasportato un ospite d’eccezione, niente meno che il Consigliere. Il macchinista era uno che leggeva i giornali, parlava come un libro stampato e non stava con nessun partito. Aveva saputo dir loro parole elevate a proposito del Consigliere, “il popolarissimo duce dei cristiano-sociali viennesi”. Aveva appreso della sua presenza dall’Eco del Litorale ed era andato di persona, disse, “a stringer la mano a colui il quale, Ercole novello, ha saputo purgare il palazzo comunale di Vienna dalla liberaleria serva del ghetto, che sembrava esservisi insediata dominatrice eterna”. Furono tutti vivamente impressionati dal colto entusiasmo del capomacchina. Modesto non aveva capito un’acca della sua declamazione, ma aveva compreso, questo sì, che l’occasione era di quelle che non capitano tutti i giorni.
Il treno abbandonò le brezze salmastre del porto austriaco ed entrò a Gorizia alle una e quarantasette del dopopranzo. Modesto raccolse ogni straccio disponibile e si sfregò con energia le mani, le braccia ed il viso, per recuperare all’apparenza un minimo di dignità. Smise in fretta e furia la tenuta da lavoro ed indossò gli abiti che teneva, piegati con cura, in una logora borsa di pelle.
Si affacciò alla finestrella della locomotiva, giusto in tempo per vedere il Consigliere scendere impettito dal treno in compagnia dei suoi colleghi al parlamento, gli onorevoli H. e B., quest’ultimo in viaggio con la propria signora. Al suo uscire sul perron fu accolto da ripetute acclamazioni entusiastiche dei numerosi presenti. “A stasera”, disse forte voltandosi intorno a braccia levate, e il suo sguardo si incrociò per un istante con quello di Modesto, il quale intese subito quel commiato come un invito personale.
“Cossa gh’elo stasera?” chiese sottovoce il fochista al capo.
“La riunione con il Consigliere”, fece quell’altro.
“Se pol nar tuti, anca noaltri?” insistette Modesto.
“Perbacco sì. Ma non presentarti con quella faccia nera che sembri il figlio di Menelik. Sebbene...” soggiunse, “...sebbene il Consigliere sia un democratico... E’ uno del popolo... Vieni pure con la faccia nera”, concluse ridacchiando.
Modesto ritornò sui suoi passi, raccattò lo straccio umido e si dette una nuova vigorosa strigliata in viso. Poi si sporse dall’altra parte del vagone e sputò il grumo nerastro che gli impastava la bocca.
Si voltò ancora verso il macchinista e domandò: “Dove, a che ora?”
“Alle otto alla Corona d’Ungheria”, fu la risposta.
Il Consigliere intanto era salito sulla carrozza a cavalli del conte deputato per essere scortato prima in albergo, poi alla Castagnavizza. Lì, nel convento, giace sepolto un re di Francia. Infine il nobiluomo goriziano volle accogliere l’ospite viennese, per un banchetto di famiglia, nel suo palazzo cinquecentesco, immerso in un sontuoso parco, protetto dai troppi occhi indiscreti e plebei.
Pomeriggio tiepido quello del lunedì di Pasqua del 1896. Modesto si fermò a sedere lungo il corso dell’Isonzo. E immaginava il suo Passirio. Sono i fiumi che fanno e disfano le città, pensava. Che montagne basse, rimuginava, perdendo lo sguardo tra i neri ed i bianchi dei rilievi prealpini circostanti. Poi aguzzò l’udito ad origliare la lezione che un uomo barbuto, con l’aria del professore, impartiva ad una piccola comitiva di villeggianti. “Nizza d’Austria”, udì, e poi “città giardino”. E ancora: “la piccola Gerusalemme”. Come doveva essere importante Gorizia per meritarsi tutti quei nomi. Si affacciò all’argine del fiume e spiaccicò sulle pietre sottostanti una chiazza nerastra di saliva, accompagnando il tutto con una sorta di flaccido ruggito che distrasse per un attimo il gruppo dei turisti, il cui volto schifato però subito si ricompose.
Alla sera Modesto era lì, sulla porta del grande salone della Corona d’Ungheria. Erano le otto in punto. In un cantone con la giacca tra le mani conserte riconobbe il macchinista. La sala era rigurgitante di una folla nella quale si confondevano insieme italiani, tedeschi e sloveni. Questi ultimi, spiegava lievemente irritato un signore dal cappello grigio, erano preponderanti “per gli inviti loro specialmente rivolti”.
Il Consigliere si presentò alle otto e mezza, coll’emblematico garofano bianco all’occhiello, salutato da un subisso di applausi.
“E’ veramente quello che si dice un bel pezzo d’uomo”, fece il signore col cappello rivolto al fochista. “Ben formato”, continuò, “dalla testa tribunizia, l’aria brava, squisitamente gentile nella sua semplicità democratica”.
“Anche l’occhio vuole la sua parte”, disse Modesto scandendo le parole con aria compiaciuta.
“Certamente”, riprese quello col cappello, “nella immensa aureola di popolarità che lo circonda deve entrarci un pochino, come fattore, anche l’imponenza del suo fisico: anche l’occhio vuol la sua parte, certo”. Ma ora dovette farsi silenzio.
L’onorevole G., in slavo prima e poi in tedesco, salutò il Consigliere comunale di Vienna, augurandosi di vederlo presto borgomastro, e fece voti perché come nella capitale si era vinto nel segno della croce, così potesse avvenire anche a Gorizia. Parlò poi, pure in slavo ed in tedesco, il tipografo K., constatando l’unione delle nazionalità nel pensiero di liberarsi dal giogo ebraico. Modesto non comprendeva altre lingue oltre a quelle del suo Tirolo. Ma gli era sufficiente osservare l’uomo dal cappello grigio per capire quando fosse il momento di un segno di approvazione o di un applauso.
Il tipografo sloveno invitò esplicitamente gli italiani ad entrare risolutamente anch’essi in linea di combattimento. Lo seguì un prete, il cooperatore D. di Salcano, salutando in nome del clero, così disse, il campione coraggioso che s’assunse la guerra contro gli ebrei non solo d’Austria ma anche d’Ungheria.
A questo punto l’assemblea fu tutta per il Consigliere. Egli cominciò in sordina, con i ringraziamenti di rito. Fu lieto di constatare come il pensiero che dirigeva l’azione antiliberale di Vienna fosse diffuso dappertutto in Austria. Ovvero l’idea della rigenerazione della società su base cristiana. Triste è la condizione attuale della società, lamentò. Il contadino, se non è più il vassallo d’un signore, è però lo schiavo del capitale concentratosi nelle mani ebraiche: e la misura della sua disperazione è data sufficientemente dall’abbandono in massa della terra dove nacque, dove riposano le ossa dei suoi più cari. E’ con questo tipo di sfratto, affermò, che in Galizia si scioglie la questione sociale! Ma anche per l’operaio e per il piccolo commerciante le cose non stanno meglio. Essi non lavorano che per il capitalista ebreo, resosi padrone assoluto del denaro, onde dettarne le leggi del mercato a tutto suo profitto. Né diversamente va per l’impiegato, assoggettato anch’egli ad una schiavitù illimitata al vitello d’oro: gli si è fatta balenare la speranza d’un aumento di onorario, congiunta però al rincaro del prezzo della birra ch’egli beve… “Emblema eloquente dello stato cui la preponderanza ebraica ha ridotto il popolo dell’Austria – disse sornione il Consigliere – è l’aquila impressa sulle monete: una volta vi figurava così ben messa ch’era un piacere; adesso v’è magra che fa pietà”.
Il signore col cappello grigio si consumava le mani con gli applausi ed il macchinista, nell’angolo, annuiva vistosamente. Modesto faceva come tutti: si guardava intorno ed approvava, rideva, urlava improperi a sottolineare le denunce del Consigliere. Volse la testa anche a cercare quel tale contro cui l’oratore si scagliava. Il capitalista ebreo. Dev’essere pieno qui intorno, pensò. Ecco perché “la piccola Gerusalemme”, si illuminò d’un tratto.
Il Consigliere ora continuava infervorato: “Per meglio asservire e sfruttare il popolo, l’ebreo lavora a prendergli la fede, e ad aizzare l’una contro l’altra le varie nazionalità: così lo si vede fare il polacco arrabbiato in Galizia, il magiaro sfegatato in Ungheria, l’irredentista nel Litorale. Egli è poi che tira le fila di tutto: i cristiani che figurano sul proscenio della vita altro non sono che marionette in sua mano... Così, se il buon Badeni non propose la sua conferma non fu mica egli che agì, furono gli ebrei”.
Modesto seguiva il discorso incantato. E più del discorso le parole sonanti. Ogni tanto si volgeva verso il capomacchina. Lo avrebbe voluto abbracciare. Solo grazie a lui egli ora si trovava lì, spettatore di un grande evento. Le parole dell’oratore, arrivato fin lì dalla capitale imperiale e poi da Trieste, gli avevano fatto breccia nell’anima. Adesso stava trovando una risposta chiara a molti suoi interrogativi: perché la miseria, perché l’odio tra le nazionalità... L’ebreo, il perfido ebreo. Ora sì che sentiva Gorizia vicina al suo Tirolo, alla sua Merano. Non erano forse arrivati anche lì gli ebrei, sull’onda del benessere, a maneggiare denari e a... come si dice... sì, ad asservire e sfruttare il popolo? Al momento non gli venne in mente alcun esempio concreto, ma era certo che fosse così. Del resto, lo aveva detto il Consigliere. E lui era lì a farsene testimone.
“Si stringano insieme i contadini, l’operaio, l’impiegato – continuò il viennese – per abbattere il giogo giudaico: la loro causa è comune. Solo quando ci sarà tale unione cesserà l’odioso spettacolo di vedere, contrariamente al precetto della Scrittura, morir di fame chi suda sempre pel lavoro e nuotar nell’agiatezza chi non fa nulla”. Maledetti ebrei, pensò Modesto pervaso dalla rabbia: io qui a rovinarmi dietro alle caldaie e loro a fare la vita da papi.
“E si badi bene a comperare solo da cristiani”, ingiunse infine il Consigliere coperto da una salva di applausi. La conclusione dell’oratore fu un caldo appello ai cristiani delle varie nazionalità di stare ben in guardia a non dare colle loro guerre intestine motivi di gioia all’ebreo, e di procedere invece concordi ed uniti, gli occhi fissi ad un luminoso orizzonte comune.
Come erano prossime, Gorizia e Merano. Ora Modesto era in grado di intenderlo. Anche lì le lingue diverse dividevano il popolo. Ma non erano le lingue a dividere. Non la politica o l’interesse di pochi. Non i miti né le ideologie. Erano gli ebrei... Basterìa copàrli tuti... Da buon contadino il fochista aveva una certa pratica nello sterminio dei parassiti e nell’estirpare malerba. Non è facile, ma è un lavoro che va fatto. Altrimenti va in malora l’intero raccolto o ti crepa tutta la stalla.
Dopo il Consigliere salì il podio il suo collega H., che dipinse in modo assai efficace la condizione miseranda cui lo sfruttamento ebraico aveva ridotto il contadino della Galizia o della Bukovina. Certi fatti da lui riportati sollevarono in tutto l’uditorio evidenti fremiti d’indignazione. A un dato punto, parlando dell’influenza nefasta degli ebrei sull’andamento della cosa pubblica, l’onorevole H. accennò al fatto che se il Consiglio comunale di Gorizia non aveva ancora fatto ragione alle giuste domande dei cattolici riguardo alla nuova chiesa del Sacro Cuore, ciò si doveva certamente alla presenza nel Consiglio stesso di due giudei...
Il pubblico applaudiva e qualcuno si guardò intorno a cercare nella mischia la barba nera dell’occhialuto redattore del periodico liberale sloveno, per vedere quale amabile smorfia vi si disegnasse a quell’autorevole accenno di simpatia per un’opera combattuta dal suo foglio, con accanimento per nulla inferiore a quello spiegato dal cosiddetto Corriere dei circoncisi.
Parlarono ancora l’onorevole G., sempre in slavo e in tedesco, e il banchiere V., in italiano, per omaggiare gli ospiti di Vienna. L’onorevole Consigliere, da compìto cavaliere, si rialzò infine per esprimere la sua gratitudine alle gentili signore, che vollero onorare la riunione colla loro presenza. A Vienna le donne cristiane hanno fatto molto, hanno ottenuto molto, disse, e lo stesso deve potersi dire delle donne del resto della Monarchia. La donna ha nella società una importanza non solo economica, ma anche politica: siano tutte comprese della grandezza della loro missione, e la società sarà in breve rigenerata. Parole da vero democratico.
Alle undici la riunione era terminata ed il vasto salone della Corona d’Ungheria andò man mano sfollandosi.
Modesto, che per quasi tre ore se ne era rimasto in piedi accanto all’ingresso, avanzò di qualche passo e sedette stanco, fissando il palco, vuoto, degli oratori. Un calore uniforme gli pervase il corpo. S’accorse che quell’uomo, il Consigliere, aveva saputo indicargli una via. A lui, misero e sporco fochista, che a malapena sapeva leggere e scrivere. A lui che aveva sepolto lunghi anni addietro le rime e le regole della grammatica tra le zolle della terra cosparsa di letame. Si era aperto uno spiraglio anche nel suo animo rude e ignorante. Ora aveva finalmente un nome da dare a quella venefica polvere nera che gli impastava ogni giorno il viso e le mani e le braccia. Al calore del fuoco che gli ustionava la fronte, al freddo tagliente che gli gelava il fondoschiena. Era felice.
Sette anni prima di quel comizio, a Braunau sull’Inn, cittadina austriaca sita ad uguale distanza rispetto a Merano e a Gorizia, era nato un bimbo di nome Adolf che più tardi, nel suo Mein Kampf, avrebbe definito il Consigliere come “il più grande borgomastro tedesco di tutti i tempi”.
Il 16 settembre 1943 Merano fu teatro della prima deportazione di ebrei a sud del Brennero.
(Pubbicato in: Paolo Valente, La città sul confine. Storie meranesi di uomini e fantasmi, OGE, Milano 2006; ed in: Laura Mautone, a cura di, Verso dove. Scritture di confine da Merano a Trieste, Fernandel, 2003)