"Storico accurato e rigoroso della città in cui è nato, Valente è anche un raffinato scrittore e questa collezione di racconti somiglia a una saga variegata e affascinante: dalla preistoria di Ötzi, l’uomo del Similaun all’800 romantico dell’imperatrice Sissi al ‘900 di Mussolini, Tagore, Bartali e Peròn, nell’incanto di questa conca, fra le più belle dell’Alto Adige-Südtirol, la storia si muove ora a passo di danza ora nell’ottusa ferocia di opposti fondamentalismi etnici. Valente conosce la tenerezza di certi ricordi di povera gente e la protervia dei “grandi”, la santità dei miti e l‘orrore dei violenti; e perciò certi suoi ritratti risultano indimenticabili".
Ettore Masina

Paolo Valente, La città sul confine, Storie meranesi di uomini e fantasmi, OGE, Milano 2006, pagine 208, € 15,00
Info per acquisti: OGE: tel. 02/45472039 - info@edizioni-oge.com
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Altre recensioni:
Alessandra Iadicicco, Famiglia Cristiana, 14.4.2007
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Claudio Toscani, Avvenire, 3.1.2007
Nella Merano di Paolo Valente, città di storie e memorie
Ci sta abituando a dosati ma mirati titoli il responsabile della rinata Oge, l’Opera Graphiaria Electa, Marco Beck, a suo tempo «capitano» di lungo corso della corazzata dei «classici» mondadoriani. Oggi propone l’ultimo libro di Paolo Valente, giovane giornalista e scrittore altoatesino, su Merano. Una città antica al punto da conservare dei menhir; insediamento militare romano, feudo medievale dei Venosta, contea e municipio dei Gorizia e Asburgo, devastata da storiche inondazioni e da non meno tremendi transiti di eserciti, la città conosce poi, tra Sei e Settecento, una progressiva decadenza, da cui la solleva Napoleone quando, dividendo il Tirolo tra Italia e Baviera, ne fa un centro di confine. Confine: ecco la parola tematica di questo libro. Da quando si scrivono romanzi misti di storia e d’invenzione, Valente emerge dal folto soprattutto per una sua originalità strutturale: 24 storie disposte in sequenza cronologica dal Neolitico al Medioevo fino al Novecento, lungo un epico-storico itinerario di secoli percorso sul discrimine geoculturale tra mondo latino e mondo germanico. La città diventa così l’emblema di una frontiera che non è mai barriera, esposta com’è a continui travasi di civiltà: razze, etnie, idee, ideologie. Dalla ricostruzione dell’avventura dell’«Uomo del Similaun» a quella del vescovo Arbeone; da re Osvaldo di Northumbria al conte Mainardo; dalla rivolta di Andreas Hofer del 1809 contro i franco-bavaresi, al soggiorno della principessa Sissi di metà Ottocento; dalla bartaliana vittoria al Giro d’Italia del ’37 alla deportazione degli ebrei del ’43, Merano è teatro di rapidi eventi, voleri e poteri, a causa sia della permeabilità storico-politica di questa «frontiera», sia del dinamismo identitario dei residenti. Epidemie, catastrofi, nozze di rango e vicende popolari, scontri, egemonie, storie e memorie, coinvolgono via via l’animo della città e della sua gente, sino a farne un archetipo di fatti, ritratti e psicologie, di pensieri e di azioni, che la rendono oggi il simbolo di un patrimonio umano e umanistico di armonia e di cooperazione. Come «le rondini» che non hanno confini, anche la Merano di questo sorprendente scrittore ha volato alto sul suo secolare e demarcante destino (territoriale e civile, socioeconomico, intellettuale, morale e religioso). Oltre al suo status in bilico, storico ed esistenziale, ha tenuto fermo il limite tra oppressione e libertà, potere e solidarietà, vita e morte. E intanto le pagine raccontano questo centro di confine, sullo sfondo di spaccati paesistici di naturale bellezza e di struggente aura di poesia, negli intertempi di un percorso a tappe di ancestrali strettezze e moderne aperture.***
Franco de Battaglia, Trentino, 30.11.2006
La Merano di Valente uomini e fantasmi tra storia e racconto
Un viaggio nei suoi personaggi visibili e nei suoi momenti più nascosti, dall’Uomo del Similaun a SissiChi si avvicina alla regione del Trentino e dell’Alto Adige - una terra che la storia ha sempre unito, mentre la politica fa invece di tutto per dividerla - mette subito a fuoco i due capoluoghi, Trento e Bolzano, con il Concilio e l’Università il primo, con i commerci e l’intensità di vivere direttamente proporzionale al suo «disagio» il secondo. Altre due città importanti della nostra regione, diversissime, ma per molti versi speculari, come Merano e Riva del Garda (a nord e a sud) vengono invece per lo più dismesse, relegate ai week-end turistici, ai convegni di categoria, o agli esilii più o meno dorati del paesaggio lacustre e termale.
E invece, questa terra di confine - Trentino e Alto Adige - non può essere capita nel suo fascino, ed anche nelle sue ambiguità, senza ancorarla a questi «luoghi» particolarissimi, con la vocazione di trasformare le marginalità - gli espulsi e i naufraghi della storia - in centralità, dentro l’Europa e le Alpi. Così a Merano, patria di tutti gli esuli, hanno le loro radici la tirolesità profonda e gli Asburgo dell’impero, come a Riva, nel piacere di qualche eccesso trasgressivo, approda alle Alpi il Mediterraneo, l’ultima luce di Venezia.
Mentre Riva attende ancora chi la racconti, il suo «autore» Merano l’ha trovato, efficace, consapevole, in Paolo Valente. Giornalista (già direttore del settimanale diocesano di Bolzano «Il Segno»), storico, ma soprattutto viaggiatore curioso nei tempi e negli spazi dei racconti, come ha mostrato il suo «penultimo» libro («La papaia di Senan», una leggera e preziosa raccolta di «saggezze» africane), Valente si è confermato scrittore pieno nel suo ultimo lavoro, dedicato proprio a Merano. Il libro si intitola «La città sul confine» e raccoglie 24 «storie meranesi di uomini e fantasmi». È un viaggio nella storia di Merano, nei suoi personaggi visibili e nei suoi momenti più nascosti, dall’Uomo del Similaun a Sissi, dai monaci agli affaristi, da Gino Bartali, vincitore di tappa al Giro del 1937 a Mussolini e a Juan Peron, il dittatore argentino che vi passò un periodo decisivo della sua esistenza.
Quello di Valente è però un viaggio particolare, compiuto attraverso la narrazione di storie, non l’elencazione di fatti e di date. Naturalmente alla base dei racconti c’è un supporto di ricerca rigoroso (documentato a fine volume da una serie di suggestive note) ma la narrazione consente di creare atmosfere e quindi verità, di scolpire personaggi e di scoprire quindi protagonisti, dominatori o vittime. Il racconto, più dei fatti, consente di entrare nel destino di una città, di chi la vive e la lavora, di chi la ama o la respinge.
La Merano di Paolo Valente si rivela così «doppia». Da un lato è rifugio di tutti gli sconfitti della storia (dai nobili russi fuggiti alla rivoluzione del 1917, agli ebrei profughi del nazismo, agli stessi nazisti in fuga verso l’Argentina) dall’altro è un luogo dal quale si è spinti a fuggire, forse perché proprio l’accoglienza finisce per creare stratificazioni impenetrabili di non comunicazione-non comunità. Valente ricorda gli assassinii, apparentemente senza senso, del killer del febbraio 1996, ma rammenta anche come i campi di Maia, che per la loro dolcezza suggestionarono i Romani, poggino su quella grande frattura geologica d’attrito fra la zolla continentale africana e quella europea. Un segno, un simbolo, che aiuta a capire anche la marcia di Ötzi verso le alte giogaie del Similaun, dove sarebbe caduto con una freccia nella schiena: non la traversata di un pastore, ma la fuga a cerchi sempre più ampi, lontano dalla città, dai masi, dai boschi, fino ai ghiacci, di un uomo sconfitto. Braccato. Merano «accoglie», ma chi è braccato dalla vita, dalla storia, dalle sue ossessioni, fugge sempre. Magari all’ippodromo, a giocare. A perdere per riscattarsi. O per punirsi.
Merano esce dalle 24 storie di Paolo Valente come un luogo di energia profonda, che attrae come un gorgo e respinge come un vortice. Una città affascinante (inquietante?) che vede moltiplicata dalla modernità (le future storie da raccontare) la sua vocazione. Mai come oggi, infatti, il mondo è pieno di profughi - politici e psicologici.
È un libro di scrittura avvolgente, originale, che verrà sicuramente imitato, a testimonianza dell’intuizione grande che lo sorregge e del coraggio lungimirante di un’amministrazione comunale (l’assessore è Daniela Rossi) che l’ha inserito nel suo progetto di cultura. C’è da avere fiducia e speranza in una terra, in una città, che affida il futuro alle sue «storie»: perché le storie hanno bisogno di personaggi, di uomini che si incontrino, non che si ignorino.***
Francesco Comina, L’Adige (Trento), 20.11.2006
I passaggi misteriosi nella città sul confine
Ci sono papi, ci sono vescovi, ci sono re e imperatori, ma anche poeti, artisti, musicisti, a volte fantasmi. E c’è il mostro che ha insanguinato le strade, le passeggiate, i campi di una tranquilla città di frontiera. È un mondo affascinante quello che Paolo Valente ci racconta nel suo ultimo libro «La città sul confine. Storie meranesi di uomini e fantasmi» (Oge, Opera Graphiaria Electa, 206 pagine). Un mondo vero, non fittizio, ma raccontato liberamente come gli scrittori sanno fare. In ventiquattro affreschi la penna di Valente ci conduce attraverso un viaggio storico-lettarario fatto di movimento, di fughe e brusche fermate nella città dell’autore: Merano. Il mondo venne e il mondo ripartì. Quando Juan Domingo Peròn vi arrivò nell’estate del 1939 era appena un soldato. Forse nessuno poteva immaginare che pochi anni più tardi sarebbe diventato uno dei presidenti più amati dal popolo argentino. A Merano vi rimase fino al 9 ottobre. L’8 Valente lo immagina all’ippodromo dove si tenne il quinto Gran Premio. In uno dei più avvincenti racconti Valente si mette sulla bicicletta di Gino Bartali che vince una delle memorabili tappe del Giro d’Italia del 1937. E c’è l’imperatrice Sissi che a Merano soggiornò molto tempo, in vari periodi dal 1870 al 1898. Si dice che ci sia venuto anche il grande poeta indiano Tagore. E un balzo lo fece anche Mussolini.
L’intervista
Nel libro di Paolo Valente il dato storico e la fantasia letteraria si fondono insieme. E tutto diventa possibile. È il fascino di queste città a cavallo delle nazioni, lì dove si incrociano uomini, volti, culture, passioni, sentimenti, piccole viltà e grandi eroismi. Tutto nasce, si riproduce e muore sul confine fra i popoli. Eppure lì, dove il traffico è vita, anche lì ci sono spinte tenaci in direzione ostinata a contraria per limitare il meticciato, per rendere impossibile la relazione, lo scambio fra le lingue, la mutua fecondazione fra le differenze.
Paolo Valente, il suo libro inizia citando la follia del “mostro”, quel Ferdinand Gamper che nel 1996 ha fatto schizzare fuori da un fienile nella periferia meranese una violenza inaudita, uccidendo a sangue freddo, agricoltori, fidanzati, contadini, carabinieri. «Una follia che viene da lontano», scrive nell’introduzione. Ma che significa questo narrare a partire dall’ombra?
Voglio soltanto dire che il confine è dentro di noi. E dentro ognuno di noi c’è anche un po’ di quel “mostro”. Ovvero c’è il desiderio perverso di distruggere l’altro solo perché diverso da noi. Quella “follia” viene da lontano, cioè si nutre delle parole, delle scelte, delle ideologie che giustificano, magari senza accorgersene, l’eliminazione delle differenze. Il “mostro” è il braccio, in un certo senso, la mente invece è da ricercarsi altrove (altrove in senso temporale e sociale). Ai margini della strada che ripercorro con i miei racconti compaiono spesso le impronte di quel “mostro”.
Il libro racconta ventiquattro passaggi meranesi, transiti di vescovi, re, imperatori, principesse, poeti, sportivi, artisti, sulla linea di confine. Che valore hanno, secondo lei, le città di frontiera?
Sembra un paradosso: una città che sia davvero “di frontiera” (ovvero ai margini) è anche “al centro” degli eventi. Il confine non è solo ciò che divide. Non è solo il luogo dove qualcosa finisce ma è anche il punto dove inizia qualcosa d’altro. È il luogo dove si incontrano (o si scontrano) il passato ed il futuro (il presente è un confine!), le culture, i popoli. È il confine che fa la storia.
Fra le tante vicende che narra, alcune balzano all’occhio del lettore: la villeggiatura della principessa Sissi, il soggiorno di Peròn il presidente che fece sognare gli argentini subito dopo la guerra e quella, presumibile, di Tagore, il famoso poeta indiano. Possiamo forse parlare di una Merano cosmopolita?
Merano per me, in questo caso, è solo un pretesto. Le sue vicende sono illuminanti. Il centro abitato è nato non si sa bene quando. La città è passata dall’essere capitale del Tirolo ad insignificante borgata rurale, per tornare poi alla fama internazionale col decollo turistico dell’800. Per essere “città sul confine” bisogna volerlo essere. Bisogna essere intimamente convinti che la multiculturalità è una risorsa preziosa e non, come pensa il “mostro”, una fastidiosa anomalia da sopprimere.
La mummia del Similaun. Il primo e l’ultimo capitolo sono dedicati a lui, a Ötzi, l’uomo di 5500 anni fa morto e poi sepolto dai ghiacci. Lo sfortunato ha fatto la fortuna (commerciale e turistica) dell’Alto Adige. Non le sembra un gioco del destino che questa terra di confine si trovi ad avere come riferimento simbolico nel mondo l’uomo trattenuto dai ghiacci? Non le pare la miglior sintesi di una società, quella altoatesina, rimasta ibernata nel suo spazio di confine diviso dalla polarizzazione etnica?
Ötzi mi è sempre stato simpatico. Cerco di capirlo come uomo. Ho ripercorso con i miei scarponi il sentiero che lo ha portato alla morte lassù, ai piedi del Similaun. Lui è l’uomo che combatte con i limiti del confine. È come tutti noi: vorrebbe andare al di là della frontiera però alla fine non ce la fa. C’è qualcuno che lo trattiene. Incarna, in riferimento alla condizione umana, la necessità di andare oltre e, al tempo stesso, l’impossibilità di farlo.