Precedente ] Su ] Successiva ]

La velocità di fuga
1 dicembre 2003 - Terza parte - Di Vito

Dopo varie richieste da parte di lettori ritengo giusto precisare alcune cose.
Io sostengo che è abbastanza grave, anche se in genere sottovalutato o ignorato, il fatto che una definizione di fisica sia esposta male sulle pubblicazioni scientifiche, in maniera non completa nè corretta; non solo, ma in modo da ingenerare in chi la legge un equivoco di interpretazione, e indurlo a ritenere, per anni, che un principio di fisica abbia una certa conseguenza, che invece non c' è.
Ecco, di nuovo, la definizione: "Per un determinato corpo celeste, la velocità di fuga è la minima velocità che deve avere un oggetto, che si trovi sulla sua superficie, perchè possa vincere la forza di gravità dello stesso corpo celeste, e allontanarsi nello spazio, senza più ricadere indietro".
Oppure, più stringata, quella che appare nel glossario di un importante libro di astronomia e divulgazione "Alla scoperta del sistema Solare", firmato da nomi italiani arcinoti: "Velocità minima necessaria a un oggetto per sfuggire alla forza di attrazione gravitazionale di un corpo celeste".
Basta sfogliare uno dei tanti libri di astronomia (ma non quelli universitari, che sono più esatti) per leggere questa frase.
In effetti, basterebbe inserire la parola "iniziale" subito dopo la parola "velocità", e allora la definizione diventa esattissima.
Attenzione, la velocità di fuga esiste, eccome, e io non ho mai affermato il contrario.
Ma non ha queste caratteristiche. 
Il sasso lanciato da Marte e caduto in Antartide, quello sì, ha per forza dovuto raggiungere e superare la velocità di fuga di Marte, se no rallentava a poco a poco, e ricadeva sul pianeta, allora infuocato e in piena attività vulcanica parossistica. 
Questa definizione ha un senso soltanto se si esamina una velocità, impressa ad un oggetto, "all' inizio" del suo movimento di allontanamento verticale dalla superficie del corpo celeste. Un impulso applicato ad un oggetto che è privo di un motore a propulsione, come un lapillo, un sasso, un macigno.
Ma se la forza che fa sollevare questo oggetto continua ad essere applicata per alcune ore o alcuni giorni, io ribadisco che l' oggetto si puo' sollevare, e puo' alla fine abbandonare il detto corpo celeste, ANCHE ad una velocità minore, molto minore.
Insomma, qui si tratta di criticare la definizione, non il principio della velocità di fuga.
Più che un argomento di astronomia, di fisica spaziale, è un argomento che attiene all' esattezza nel parlare, dell' esprimersi, soprattutto in un contesto scientifico, in maniera linguisticamente corretta e comprensibile di primo acchito.
Qualcuno mi ha obiettatto con una formula matematica, esatta; che però riguarda un corpo celeste che ne sfiora un altro. Ad esempio, un asteroide che passa vicino alla Terra. Se la velocità di questo pianetino non è sufficientemente alta, e non supera o uguaglia la velocità di fuga in quel punto dello spazio, rispetto alla Terra, ecco che l' asteroide viene attratto dal nostro pianeta, e vi cade sopra. Sta bene, concordo, ma non è il mio esempio, non è il caso da me prospettato. E comunque la definizione di velocità di fuga non cita il movimento di due corpi celesti che "si sfiorano" nello spazio, bensì parla di un oggetto che si solleva dalla superficie, e si innalza nello spazio.
Il caso prospettato è quello di un oggetto che si trova, fermo, sulla superficie terrestre, e ad un certo punto riceve un impulso per un tempo breve, anche se non istantaneo (c' è l' atmosfera, che con la sua densità crea attrito) verso L' ALTO, e non diagonalmente verso un' orbita attorno alla Terra. L' oggetto sale, acquista in poco tempo questa velocità di fuga (magari appena fuori dall' atmosfera), e lascia definitivamente il nostro pianeta, senza più ricadervi sopra. Importante: l' impulso, dopo il breve periodo di azione sull' oggetto, cessa. L' oggetto sale verso lo zenith (il razzo che lo spinge ferma i motori), rallenta vistosamente, ma non al punto da fermarsi e ricadere verso il basso. E abbandona per sempre la Terra, disponendosi in un' orbita attorno al Sole. Questo è il corretto concetto di "velocità di fuga".
Se, invece, la spinta verso lo zenith è continua, e non cessa poco dopo la partenza, allora il razzo puo' allontanarsi dalla Terra, e non ricadervi più, ANCHE a velocità molto minori. 
Non occorre che raggiunga la velocità di fuga, NEL CASO che una forza lo spinga continuamente verso l' alto, contrastando in maniera continuativa l' attrazione terrestre, e non l' abbandoni se non quando si trova molto lontano dalla Terra.
Penso che ora sia tutto chiaro, e che anche a voi risulti sorprendente la diffusione di una definizione errata, incompleta, che crea dappertutto equivoci a non finire, e radica nella mente di chi legge convinzioni completamente lontane dalla realtà. Che induce molti, moltissimi, a credere che, con qualunque mezzo, in qualsiasi condizione, con i razzi accesi anche ore di seguito, occorra alla fine raggiungere questa benedetta velocità, altrimenti si ricade verso terra.
Certo, chi ha scritto la definizione sa esattamente come vanno le cose, ma si è espresso male, e l' ha fatto, ovviamente, in buona fede, forse ritenendo ovvie - per lui - alcune precisazioni, che perciò ha omesso. Ma ha combinato questo pasticcio.

Precedente ] Su ] Successiva ]