Pianetini
Di Pietro Planezio
Keplero, pur avendo trasportato a pie' pari l'astronomia dall'ambito della Geometria a quello della Fisica, riteneva il Creatore
il "Geometra Divino", ed era turbato (specie all'inizio dei suoi studi) dal vuoto sproporzionato tra Marte e Giove.
Gli era anche balenata l'idea che in quel vuoto potesse esserci un pianeta non ancora scoperto.
Anche Newton pareva molto sensibile all'opera divina.
Addirittura, per tenere in equilibrio l'Universo, che secondo le sue stesse leggi non avrebbe potuto esserlo, aveva affidato una specie di "contratto di manutenzione" al Padreterno stesso.
E riteneva questo vuoto enorme come un espediente della Divina Provvidenza per impedire che Giove e Saturno, pianeti giganti, con la loro attrazione gravitazionale potessero scardinare la struttura del Sistema Solare interno.
All'inizio del settecento fu data una prima "forma matematica" a questo sospetto: fissato in 1 (o meglio, 10) il raggio dell'orbita terrestre, quelli degli altri pianeti risultavano 4, 7, 15, 52, 95.
Dopo che prima Gregory, e successivamente Wolff ne ebbero parlato, questa "sequenza" fu notata da Tietz (più conosciuto come Titius).
Egli la inserì in un'opera che stava traducendo dal francese, ma soprattutto, cambiando 15 con 16 e 95 con 100, li mise in accordo con una "sequenza geometrica": 4, 4+3, 4+6, 4+12, 4+48, 4+96.
Questa lasciava in bellissima evidenza un vuoto corrispondente a 4+24 che egli così commentò: "possiamo pensare che il Creatore abbia lasciato vuoto questo posto? Mai"!
Questa idea fu ripresa da Bode che la inserì in una sua opera di introduzione all'astronomia, e venne a conoscenza del pubblico.
A parte qualche stravaganza sull'argomento, subito dimenticata, Bode si convinse che, tra Marte e Giove, doveva trovarsi qualche pianeta, probabilmente non ancora scoperto.
Ormai l'uso del telescopio aveva mostrato che il cielo era ben più popolato di quanto non avessero sempre creduto i nostri antenati!
L'opera di Bode ebbe vasta diffusione, ed il "problema" divenne abbastanza popolare.
Quello che però fece esplodere il caso fu la scoperta casuale di Urano.
William Herschel, il 13 marzo 1781, scoprì un nuovo pianeta, il primo da tempi immemorabili.
Si notò quasi subito che la sua distanza dal Sole corrispondeva abbastanza bene alla posizione successiva, 4+192= 19,6 volte quella della Terra.
Nel 1787 (sei anni dopo, ma allora tutto andava più a rilento, evidentemente) Von Zach intraprese senza successo la ricerca sistematica di questo pianeta fantasma, e nel 1799 (altri undici anni dopo, un susseguirsi frenetico di avvenimenti!) si recò in Germania, in visita presso colleghi.
Si decise di non por tempo in mezzo, ed APPENA un anno dopo, il 21 settembre 1800, a Lilienthal, fu convenuto di costituire una vera e propria squadra di "guardie del cielo" in tutta Europa, dividendosi l'eclittica ed assegnando un'area da sorvegliare a ciascuno.
Uno di questi 24 poliziotti doveva essere Giuseppe Piazzi, dell'Osservatorio di Palermo.
Ancora all'oscuro di questo suo futuro coinvolgimento, stava compilando (tanto per cambiare) un catalogo di stelle.
Il suo metodo prevedeva di rilevare una posizione e rimisurarla il giorno dopo.
Annotando la posizione di una stella del catalogo Lacaille, rilevò anche la posizione di un'altra stellina, di ottava grandezza, che la precedeva.
Controllando le posizioni il giorno dopo, si accorse che la stellina più piccola si era mossa, ed insospettito la seguì per qualche settimana.
Alla fine di gennaio scrisse a Bode (oggi la notizia sarebbe finita in Tv la stessa mattina della scoperta!) parlando di una "probabile cometa", mentre al suo collega Oriani di Merate scrisse che la puntiformità ed il moto lento lo facevano pensare a "qualcosa di meglio".
Ora si presentava un problema mica da poco!
Questo corpo celeste era prossimo alla congiunzione col Sole, cioè il suo percorso apparente sulla volta celeste lo portava verso un lungo periodo di
inosservabilità.
Il quesito era: quando e dove sarebbe riemerso dalla luce solare?
Le osservazioni disponibili si riferivano a circa un mese di tempo e Piazzi cercò di adattarvi, senza successo, varie parabole (la curva simile alle orbite delle comete in prossimità del perielio).
Un po' meglio andò coi cerchi, (la curva adatta alle orbite planetarie) che facevano supporre un corpo celeste quasi alla distanza "incriminata" da Titius e Bode (2,8 volte la distanza Terra-Sole).
Una malattia impedì a Piazzi di continuare il suo lavoro, cosicché scrisse a Milano, a Berlino ed a Parigi "chiedendo soccorso".
Una fortunata caratteristica della scienza pare essere quella di sfornare "il genio" proprio quando serve!
All'orizzonte compare la figura di Carl Friedrich Gauss!
Agli albori della sua carriera di matematico (della levatura di Archimede e Newton) si occupa di stelle.
Ricordo benissimo un mio insegnante di matematica che, parlando del "sommo Gauss" diceva: buttò via i primi anni della sua vita accademica facendo "stupidi calcoli di astronomia".
Sia come sia, Gauss mette a punto un sistema per calcolare un'orbita con pochissime osservazioni, metodo ancora in uso oggi.
Basandosi sulle sue indicazioni, il barone von Zach, astronomo di corte a Gotha, osserva la notte dell'ultimo dell'anno (niente veglioni, a quei tempi?) e zak (!) scova l'oggetto perduto:
Cerere!