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La risposta di Faraday
Di Pietro Planezio

Ogni tanto qualcuno,durante una qualche lezione o conferenza, mi chiede quale sia l'utilità pratica dello studio dell'astronomia. Naturalmente,la sola risposta possibile è: nessuna!
Come non serve a niente la maggior parte di ciò che ci circonda (perlomeno in questa piccola, privilegiata parte del mondo), e che costituisce la nostra civiltà: molti ritengono che una delle differenze fondamentali tra uomini ed animali sia proprio questa: l'uomo ha manifestato per la prima volta la sua (presunta) intelligenza non tanto quando ha usato il primo utensile (pietra o clava che fosse), ma quando ha cominciato ad abbellirlo!
Senza entrare in disquisizioni sulla differenza tra uomini e bestie (che invece che crescere pare diminuisca a vista d'occhio), questo mi riporta alla mente quello che viene, talvolta, definito il più famoso scambio di battute della storia della scienza. 
Faraday, che aveva acquistato una certa notorietà per i suoi esperimenti, ricevette la visita di un ministro inglese.
Questi, dopo i soliti convenevoli curiosando qua e là e facendo finta di interessarsi a quel che vedeva, osservando l"anello di Faraday" (quello che poi sarebbe diventato nientemeno che il generatore elettrico), fece la solita famigerata domanda.
Domanda che, da sempre, perseguita i ricercatori: "a cosa serve?".
La risposta di Faraday, gelida (è risaputo il fatto che egli non avesse alcuna ambizione carrieristica), fu: "ancora non lo so, ma sono sicuro che il suo governo riuscirà a metterci una tassa sopra"!
 Mai malaugurata profezia fu più lungimirante: quanto incassano oggi i governi di tutto il mondo dalle imposte sull'energia elettrica? 

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