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La storia di un procione


Io sono Pinchi il procione. Abito nelle foreste fitte e tranquille dell'America settentrionale, ricche di corsi d'acqua e laghetti.
Nell'acqua lavo il cibo prima di portarlo alla bocca, per questo da molti vengo chiamato orsetto lavatore.
L'uomo, il cane, il lupo sono i miei nemici. Dall'uomo cerco di difendermi con la mia astuzia e con gli altri animali lotto in acqua dove mi è molto più facile combattere.
Gli indiani del Nord mi chiamano Ara-kunem, e sai cosa vuol dire? Graffia mani.
I miei nemici perciò sono avvisati.
Ciao, il tuo... Pinchi.

Sin dal primo mattino eravamo tutti affacciati alla nostra tana, io e i miei fratellini. Nati da appena un mese, in marzo, aspettavamo che la mamma ci portasse al fiume per la prima lezione di pesca, come ci aveva promesso. Noi procioni mangiamo di tutto: frutta, radici, piccoli roditori. Per questo più che carnivori siamo onnivori come gli orsi.
Finalmente mamma procione ci fece scendere dall'albero e in fila per uno ci portò sulle sponde del fiume.
L'acqua era ancora fredda e sapeva di neve.
Imparai molto presto a tuffare con rapidità la zampa in acqua e catturare quei poveri ma tanto gustosi pesciolini. Anche i molluschi costituivano un ottimo cibo.
Per liberarli dal guscio, li mettevo sopra un masso, e sotto l'azione del sole le valve si aprivano permettendomi di mangiarli con facilità.
Ben presto fui in grado di procurarmi il cibo da solo. Avevo notato che ogni mattina mamma quaglia portava al pascolo la sua nidiata sempre per la stessa strada, sia all'andata che al ritorno.
Mi appostai sul sentiero, ben nascosto e immobile. Finalmente vidi avanzare la lunga fila di quaglie. Aspettai che passasse tutta e afferrai l'ultima facendone un sol boccone.
Il gioco però durò poco; mamma quaglia, vedendo che la sua prole diminuiva a vista d'occhio, cambiò strada con mio grande dispiacere.
Un bel mattino vidi passare dalla mia tana, velocissimo, uno scoiattolo di terra - un Citello - con una grossa pannocchia di granturco sulle spalle.
Senza esitare incominciai a rincorrerlo. Il povero scoiattolo, preso dal panico, abbandonò la sua pannocchia sul terreno scomparendo nella fitta boscaglia.
Era la prima volta che mangiavo una pannocchia di granturco e vi assicuro che la trovai squisita.
Fu dello stesso parere anche mio fratello che mi aiutò a terminare quel favoloso pasto.
Ora non ci rimaneva che scoprire dove avesse trovato la pannocchia lo scoiattolo.
Seguimmo la pista che lo scoiattolo aveva percorso fino a noi, e oltre il torrente ci trovammo di fronte ad un vasto campo tutto coltivato a granturco. Il sole era alto e faceva molto caldo.
Decidemmo di ritornare il giorno dopo all'alba. Ma la fortuna non fu dalla nostra parte.
Appena entrati nel campo fummo scoperti da due enormi cani che, abbaiando, cominciarono un tenace inseguimento.
Mi diressi verso il corso d'acqua più vicino tuffandomi, sempre inseguito dal mio nemico.
Mio fratello, molto più fortunato di me, riuscì a mettersi in salvo. Ma io non potevo fare altro che dare inizio ad un furioso combattimento con il mio inseguitore.
Ogni volta che il cane cercava di azzannarmi, evitavo i suoi morsi, lo afferravo per le orecchie e lo trascinavo sott'acqua in modo da non farlo respirare.
Il gioco si ripetè parecchie volte; alla fine stanco di bere acqua, il cane capì che era meglio lasciarmi in pace e tra un guaito e l'altro guadagnò la riva. Ero salvo.
Se i cani erano pericolosi e feroci, il loro padrone, l'uomo, non era da meno. Approfittando della nostra proverbiale curiosità, cercava di farci uscire allo scoperto con ogni sorta di espedienti. Un giorno, appoggiata ad un tronco, vidi una cosa meravigliosa: una bellissima palla formata da tanti spicchi dai colori sgargianti.
La tentazione era troppo forte, mi avvicinai... stavo già per toccarla, quando udii uno sparo.
Ricevetti un forte colpo alla spalla che mi fece ruzzolare per diversi metri. Capii di essere ferito. Riuscii con fatica a trascinarmi verso casa.
Mia madre mi fece sdraiare nell'angolo più buio della nostra tana e ci rimasi per parecchie settimane, prima di ristabilirmi completamente. Quando finalmente ripresi ad uscire, ero debole debole e nell'impossibilità di procurarmi il cibo.
Gironzolavo nei dintorni, quando scoprii una bella ed ampia tana fornita di ogni conforto: miele, tenere radici, uova e diverse lumache, che... se non le avessi mangiate io sarebbero certamente fuggite.
Una scorpacciata come quella non l'avevo mai fatta. Rimasi così soddisfatto che decisi di ritornare il giorno dopo.
Il sole era già spuntato ed io ero già sul posto. Ma una grossa sorpresa mi attendeva. Uno strano animale bianco e nero con la bocca spalancata stava dinanzi alla tana, immobile. Come saprai, io sono tanto curioso e morivo dal desiderio di sapere perché quello strano tipo si fosse messo in quella buffa posizione.
Mi avvicinai sino a mettere il mio naso nella sua bocca... poi udii il rumore delle sue mascelle che si chiudevano seccamente e un terribile dolore al naso.
Il tasso, il mite tasso, mi aveva punito così per averlo derubato.
Con le lacrime agli occhi mi misi a correre verso il grande lago. Qui tuffai il mio povero naso dolorante.
Quando sollevai il muso vidi l'enorme testa di un Alce. Facemmo amicizia e sentite le mie disavventure mi consigliò di andare oltre la collina, dove l'uomo custodiva molti procioni come me e li sfamava con ottimo cibo.
Lo ringraziai e mi misi in cammino un po' incredulo su quello che avevo udito. Dopo molte ore di strada sentii uno strano odore di fumo. La casa dell'uomo non doveva essere lontana. Infatti, poco dopo vidi una grossa scatola di legno dalla quale usciva un sottile filo di fumo.
C'erano anche delle grandi gabbie con molti procioni e tutti ben pasciuti.
Incuriosito, feci il giro dell'abitato e qui mi fermai allibito.
Appesi alla parete di legno, facevano bella mostra di sé alcuni cappelli di pelo di procione dai quali pendevano delle magnifiche code ad anelli.
Avevo capito tutto e penso che abbiate capito anche voi che fine avrei fatto se fossi rimasto. A proposito, lo sapete che cosa dice un vecchio proverbio canadese?
- Non sempre trovi una testa sotto un berretto di pelo di procione. - Ora sono tornato alla mia tana e per sfamarmi vado a caccia di ranocchie e mi accontento di qualche radice; in compenso godo del bene più grande che un animale possa conoscere: la libertà.

PER SAPERE QUALCHE COSA IN PIÙ SUGLI ANIMALI INCONTRATI NEL CORSO DI QUESTO RACCONTO...
Il Tasso è onnivoro. E' plantigrado come l'orso. Ama la solitudine e passa l'inverno in letargo. Ha abitudini notturne.
Con il suo pelo lungo e fitto si fabbricano spazzole e pennelli. Si ciba di lumache, piccoli roditori e radici.
L'Alce appartiene alla classe dei mammiferi. Il suo nome deriva dal greco e significa Forza. Vive nei paesi del Nord, in Alaska, Stati Uniti, Canada, tende a spostarsi sempre a settentrione. È agilissimo e abilissimo nella corsa.
La Quaglia della California vive in quasi tutta l'America occidentale. Si ciba di grani e insetti. Si riconosce facilmente perché ha sul capo un ciuffo di penne nere e tale ornamento è più vistoso nei maschi che nelle femmine.

data ultima modifica: mercoledì 02 aprile 2014 - data ultimo aggiornamento: giovedì 30 ottobre 2014