 |
|
 |
ALIENS DON'T SUCK!
edizione straordinaria - novembre 2008 | |
|
|  |
Quando, nel bel mezzo del ventesimo secolo, George Orwell, affetto da tubercolosi, si spegne a Londra ha appena quarantasette anni. Era nato a Motihari, una piccola città del Bengala al confine con il Nepal, il 25 giugno 1903, vale a dire cento anni fa. L’editore americano Harcourt Brace ha appena commemorato l’anniversario con una nuova edizione del suo romanzo forse più noto, 1984, accompagnata da uno scritto introduttivo di Thomas Pynchon, il quale ha così interrotto un silenzio che durava dall’uscita di Mason & Dixon (1997).
Orwell era figlio di un funzionario del British Opium Department, il cui compito non era quello di arrestare i coltivatori di oppio bensì di supervisionare i controlli di qualità del prodotto, visto che stiamo parlando di un’epoca in cui gli inglesi vantavano il monopolio di questa coltura. Non è difficile immaginare il sollazzo di Pynchon per un simile dato biografico o per il fatto che il nome anagrafico di Geoge Orwell fosse in realtà Eric Arthur Blair, essendo Orwell solo uno dei tanti falsi nomi usati dallo scrittore nei suoi anni di vagabondaggio in Inghelterra.
Ma i motivi di interesse per Pynchon vanno ovviamente anche al di là. Non è esagerato affermare, infatti, che l’opera di Orwell e, in particolare, proprio 1984 costituiscano una fonte di ispirazione quasi ossessiva. Il paesaggio londinese, grigio, maleodorante, inospitale e crivellato da bombe razzo, descritto ne L’arcobaleno della Gravità (1973) è lo stesso, seppur spostato nel tempo, di cui parla Orwell. L’anno in cui si svolge il dramma di Winston Smith è colorato, poi, di risvolti simbolici ancor più rilevanti. Non a caso fu l’anno in cui Pynchon scelse di pubblicare il suo saggio sul Luddismo. Il 1984 è inoltre l’anno in cui Ronald Reagan venne rieletto alla Casa Bianca, lo stesso anno infausto e reazionario in cui si svolge Vineland (1990), l’importante romanzo «politico» dove Pynchon racconta — sono parole di Salman Rushdie — «ciò che l’America ha fatto a se stessa e ai suoi figli in questi ultimi anni». | |
|
|  |
Molte cose sono cambiate da quando l’anno del Grande Fratello è stato effettivamente consegnato al passato. A Reagan è seguito Bush padre e — dopo l’amministrazione Clinton durante la quale si è creduto che le sorti progressive dell’impero potessero prendere percorsi alternativi — a Bush padre sono seguiti Bush figlio, l’undici settembre e nuovi tipi di guerre, alcune umanitarie altre preventive. Era dunque quasi fisiologico aspettarsi che il saggio su Orwell contenesse almeno un richiamo allo scenario attuale.
Qualche riferimento Pynchon lo ha fatto, ma a modo suo ovvero alludendo ed eludendo. Ha parlato dell’inclinazione fascista di «coloro che sono sempre pronti a giustificare qualunque azione del governo, giusta o sbagliata che sia»; ha parlato di quando «le bombe nemiche cominciano a cadere sulla patria di qualcuno, alterando il paesaggio e causando vittime tra gli amici e i vicini»; ha parlato di come «con la patria in pericolo, una leadership forte e misure adeguate diventano l’essenza, e se volete chiamare tutto ciò fascismo, be’ fatelo pure, nessuno sembrerà prestarvi ascolto». Sembra aver parlato, in buona sostanza, proprio del mondo di oggi.
Sembra. Perché se davvero lo ha fatto ha comunque preferito chiamare l’America «homeland»; Bush, «strong leadership»; la guerra, «effective «measures»; e l’attacco al World Trade Center, un’alterazione del paesaggio. Pynchon ha inoltre richiamato alla memoria il comportamento del gabinetto Churchill durante la seconda guerra mondiale ovvero una politica che, per cause di forza maggiore, ha perseguito strategie ascrivibili a una condotta fascista in piena regola: censura, controllo dell’informazione, imposizione di prezzi e salari, restrizione delle libertà civili. Cosa se ne dovrebbe concludere? Che Bush non può essere definito fascista a meno di non fare lo stesso con Churchill? Che la guerra può a volte avere le sue ragioni nonostante le bugie con cui si pretende di giustificarla?
Nessuno può mettere in dubbio l’antifascismo e l’avversione per il potere di Thomas Pynchon, eppure il suo saggio su Orwell appare attraversato da una strana ambiguità quanto a impostazione politica. Lo stesso potrebbe in fondo essere detto anche dell’autore di 1984 che, stando a recenti rivelazioni, avrebbe tenuto un taccuino nel quale annotava i nomi di agenti o simpatizzanti comunisti. E cosa dire, poi, del suo controverso atteggiamento nei riguardi degli ebrei, del suo silenzio sull’Olocausto? Nel mondo totalitario del Grande Fratello non sembra esserci spazio per il razzismo e i famosi «due minuti d’odio» sono rivolti contro l’ebreo Emmanuel Goldstein soltanto perché l’uomo cui forse il personaggio è ispirato, Leon Trotsky, era anch’egli ebreo.
In realtà ciò che oggi dovrebbe apparire ambiguo se non discutibile sono gli equivoci generati dal modo in cui si è voluto leggere 1984 all’indomani della sua pubblicazione. L’era McCarthy stava conoscendo il suo picco e le monolitiche condanne del comunismo costituivano la norma. Si diede quindi per scontato che il romanzo andasse interpretato come una semplice condanna in chiave allegorica delle atrocità staliniste. Ma Pynchon ha seri dubbi in proposito perché Orwell si considerava un membro della «sinistra dissidente» al fine di distinguersi dalla «sinistra ufficiale», intendendo per ufficiale il Partito Laburista Britannico, i cui ranghi erano da lui ritenuti potenzialmente se non del tutto fascisti ben prima della seconda guerra mondiale.
«Per qualche ragione» scrisse George Orwell nel marzo 1984, proprio mentre era alle prese con le bozze del suo romanzo, «la quasi totalità della sinistra inglese è stata indotta ad accettare il regime russo come socialista, pur riconoscendo in silenzio che il suo spirito e la sua condotta sono del tutto alieni a ciò che si intende con socialismo in questo paese. Ne scaturisce una sorta di modo schizofrenico di pensare, in cui parole quali democrazia possono significare due cose distinte e inconciliabili, e campi di concentramento e deportazioni di massa possono essere giusti o sbagliati al tempo stesso».
Difficile non cogliere un’analogia tra questa «sorta di modo schizofrenico di pensare» e il «bipensiero» — doublethink nell’originale inglese — che in 1984 viene così descritto: «ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda… dimenticare ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, sapere applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso».
Non senza ironia, Pynchon rileva che il bipensiero non rappresenta niente di nuovo. Tutti noi lo pratichiamo in un modo o nell’altro, seppur con nomi diversi. Gli psicologi lo chiamano «dissonanza cognitiva», F. Scott Fitzgerald lo considerava una dimostrazione di genialità, mentre per la fisica quantistica ha preso le sembianze un paradosso in base al quale un gatto può essere vivo e morto nel medesimo istante. A George Orwell spetterebbe però il merito di aver individuato nel bipensiero una forma subdola, generalizzata ed estremamente efficace di controllo delle masse da parte del potere, dove «potere» è da intendersi come un’entità al di là di qualunque distinzione politica di comodo perché nel bipensiero «democrazia» e «fascismo» possono significare la stessa cosa.
«Ogni giorno l’opinione pubblica» commenta Pynchon «è il bersaglio di una storia riscritta, di amnesie ufficiali e menzogne a tutto campo». Nel fondo delle nostre coscienze non siamo tanto stupidi da negare una simile evidenza, eppure speriamo che le cose stiano diversamente e così sperando, crediamo e dubitiamo al tempo stesso. Avere almeno due opinioni opposte sembra diventata la sola condizione che consente al pensiero politico di continuare a esistere in uno stato moderno. «Va da sé che tutto ciò è di inestimabile utilità per coloro che sono al potere e che desiderano rimanerci, preferibilmente per sempre». | |
|
|  |
Il bipensiero è dunque l’essenza del potere nel nostro tempo; vale per il 1984 del Grande Fratello, per l’Unione Sovietica di Stalin, per gli Stati Uniti di Bush, nonché per l’Italia di Berlusconi. Ma ciò non dimostra affatto che Orwell sia stato quel grande profeta che molti credono. Nel «nostro» 1984, nota Pynchon, il circuito integrato aveva meno di dieci anni e le prospettive di controllo informatico che da lì ha poco si sarebbero profilate all’orizzonte grazie a Internet sono cose al cui cospetto i rudimentali spioncini televisivi del Grande Fratello impallidirebbero. Nella sua analisi, George Orwell ha poi mancato di prevedere «sviluppi esotici» quali le guerre di religione e le varie forme di fondamentalismo.
L’inesattezza delle previsioni è però un semplice dettaglio. Il punto che assillava lo scrittore all’indomani della seconda guerra mondiale era che, malgrado la sconfitta dell’Asse, il fascismo non fosse affatto debellato; la corruzione e la sete di potere erano infatti ancora lì, pronte a manifestarsi ovunque in futuro, in forme più o meno velate. Il punto che invece Pynchon sembra avere ereditato da Orwell riguarda proprio la consapevolezza che l’inclinazione dell’umanità al fascismo — la sua disponibilità al bipensiero — non è affatto morta. «Cosa dovrebbe impedire che la stessa cosa accada in Gran Bretagna o negli Stati Uniti?» si domanda Pynchon. «La superiorità morale? Le buone intenzioni? Una vita rispettabile?»
È chiaramente una domanda retorica, ovvero una risposta data in forma di domanda, perché è chiaro che superiorità morale, buone intenzioni e vita rispettabile non impediranno un bel niente. Il fascismo è un’inclinazione strisciante; perfino ai romanzieri capita di indulgere a capricci totalitari quando cercano di piegare la libertà di un personaggio ai loro disegni letterari. Per nostra fortuna i personaggi riescono comunque a ragionare con la propria testa e spesso li scopriamo a fare e dire cose che non dovrebbero fare né dire se gli scrittori riuscissero davvero nei loro intenti.
La storia dell’amore tra Julia e Smith è un meraviglioso esempio in questo senso. Solo in apparenza i due si ribellano alle leggi del mondo che Orwell ha immaginato per loro, e anche se l’autore sorprende Smith a pensare che l’amplesso con la sua compagna è «un atto politico» o che Julia si toglie di dosso i vestiti con una grazia capace di annientare un intero di sistema di pensiero, «come se con un solo e splendido movimento del braccio di potessero strappare via il Grande Fratello, il Partito e la Psicopolizia, scaraventandoli nel nulla», la vera ribellione è un’altra. Con la sua voglia di amarsi, la coppia — in particolare Julia, il cui personaggio si trasforma inaspettatamente da volgare seduttrice in un’adorabile ragazza — lancia il suo straziante grido di libertà non contro tutti i Grandi Fratelli di tutti i 1984 possibili e immaginabili, bensì contro il fratello più grande di tutti: George Orwell.
Quante volte vi hanno detto che nella descrizione del Grande Fratello, «la faccia di un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli», bisogna riconoscere il volto di Stalin? Certo, la somiglianza è innegabile. Ma non è forse vero che quel volto ha anche una somiglianza tutt’altro che vaga con Orwell stesso? E non è forse vero che Orwell compì quarantacinque anni proprio nel 1948? Cosa ci garantisce che lo scrittore non abbia in qualche misura rappresentato se stesso? Chi ci dice che egli sia davvero migliore del mondo che pretende di raccontare? La sua superiorità morale? Le sue buone intenzioni? La sua vita rispettabile?
Oggi sappiamo che nel suo taccuino celeste, George Orwell schedava le sue conoscenze con notazioni del tipo «Davvero inaffidabile. Facilmente influenzabile. Tendenza all’omosessualità». Tuttavia Pynchon non si spinge al punto di affermare esplicitamente che il Grande Fratello può essere letto come una sorta di autoritratto più o meno inconscio, preferendo attenersi in modo volutamente pedissequo alla biografia ufficiale. Parla di Orwell come di un cantautore travestito da scrittore e dei romanzieri come categoria inaffidabile e con tendenze autoritarie, ma lo fa in termini vaghi ed elusivi: non è ben chiaro di chi parli e fino a che punto parli seriamente. A tratti si ha quasi l’impressione che, parlando di Orwell, Pynchon descriva se stesso. Un vertiginoso gioco di specchi dove i volti del Grande Fratello e di George Orwell si riflettono nel non-volto di Thomas Pynchon. | |
|
|  |
Nonostante le buone intenzioni e una presunta superiorità morale, i romanzieri non sono immuni al bipensiero. Anzi, con la loro pretesa di rappresentare la realtà attraverso la finzione, essi incarnano l’essenza stessa del bipensiero; l’essenza della connivenza, dell’indulgenza, del compiacimento. Questo sembra lasciare intendere Thomas Pynchon con la sua ambigua elusività: non fidatevi dei romanzieri ma solo dei romanzi.
Julia lavora al Ministero della Verità e più precisamente al Dipartimento della Finzione, dove sembrerebbero esserci delle macchine concepite per scrivere romanzi. Dato il contesto, è facile immaginare che i prodotti del Ministero della Verità siano della peggiore specie, la classica spazzatura per cui non c’è storia d’amore che non sia coronata da un lieto fine. Le fasi iniziali della storia d’amore tra Julia e Smith si muovono proprio sulla falsariga di quei romanzetti rosa. Tutto lascerebbe pensare che la coppia possa farcela, in qualche modo. Eppure, quando il finale si rivela più cupo di quanto ci sembrava di poter immaginare, stranamente «non siamo sorpresi» e questo essere in fondo preparati all’assenza di un lieto fine è forse l’aspetto più crudele di 1984 perché mette noi lettori sullo stesso piano di Julia e Smith, i quali, dopo essersi traditi a vicenda, smettono di amarsi e tornano a «bipensare» proprio come prima, ad accettare l’inaccettabile come fosse la cosa più normale di questo mondo. All’ammonimento di Pynchon «Non fidatevi di noi romanzieri», la conclusione di 1984 sembra dunque aggiungere: «Ciò non vuol dire che possiate fidarvi di voi stessi».
Ma il romanzo di Orwell non finisce con la fine perché a essa segue una sorta di appendice saggistica in cui si parla della Neolingua come qualcosa che appartiene ormai al passato, quasi che lo scrittore abbia voluto immaginare un futuro lontano in cui sopravviveranno l’antico e umanistico modo di esprimersi; un futuro in cui, forse, il pericolo del fascismo verrà scongiurato per sempre. Orwell ha preferito collocare la speranza fuori del romanzo, lasciandola trasparire dall’arido linguaggio di un saggio perché sembrasse più vera, perché nei Dipartimenti della Finzione speranza e consolazione sanno sempre di imbroglio e bipensiero.
Pynchon chiude il suo saggio con lo sguardo rivolto una fotografia scattata a Islington nel 1946: Orwell con il figlio adottivo, Richard Horatio Blair. Winston Smith crede di essere nato nel 1944 o 1945; Richard Blair nacque il 14 maggio 1945. Se ne può dedurre che Orwell abbia scritto del futuro di suo figlio, del cupo futuro in cui suo figlio avrebbe potuto vivere. Ma chissà. Magari, nonostante i tetri presentimenti, Orwell confidava nel fatto che la gente comune ha la possibilità di cambiare le cose, se solo lo vuole. Ed è tenendo a mente il sorriso di quel bambino che Pynchon invita a rileggere 1984: immaginando Orwell e magari perfino noi stessi «giurare di fare qualunque cosa per far sì che quel sorriso non venga mai tradito».
--Tommaso Pincio
il manifesto | |
|
|  |
Il 22 ottobre 1948 George Orwell comunicò all’editor e amico Frederic Warburg che avrebbe finito il nuovo romanzo entro il mese prossimo. Gli disse anche di non essere contento del risultato ma nemmeno insoddisfatto. «L’idea era buona» considerò «ma ne avrei ricavato qualcosa di meglio se non avessi dovuto scrivere sotto l’influenza della tubercolosi». Quanto al titolo, lo scrittore era indeciso tra Nineteen Eighty-Four e The Last Man in Europe. Warburg replicò che il primo gli pareva ottimo a patto in cambiarlo in 1984, ma Orwell si mostrò molto determinato al riguardo, l’anno del Grande Fratello doveva essere scritto in lettere e così fu fatto. Ovviamente, così si sarebbe dovuto continuato a fare, ma tra le innumerevoli edizioni e traduzioni succedutosi nel corso di più di mezzo secolo ci sono stati casi (traduzione italiana di Mondadori compresa) in cui si è preferito semplificarlo alla maniera di Warburg, tradendo di fatto una precisa volontà dell’autore.
Mille Novecento Ottanta Quattro, il titolo scelto da minimumfax (pp. 115, € 11) per il suo recentissimo omaggio al capolavoro di George Orwell, ha dunque il suono di un parziale risarcimento. A voler essere precisi gli omaggi sono sei, visto che il volume raccoglie i saggi di «un romanziere britannico, uno psicanalista tedesco, il maestro della narrativa postmoderna americana, un professore di Liberal Studies della New York School, il più prolifico scrittore di fantascienza, e un semiologo piemontese»; sei grandi protagonisti della cultura contemporanea che corrispondono ai nomi di Anthony Burgess, Erich Fromm, Thomas Pynchon, Christopher Hitchens, Isaac Asimov e Umberto Eco. Tutti alle prese con la storia di fiction che «più di altre ha esteso la sua influenza sul modo di leggere la realtà di ogni tempo».
Impossibile negarlo, l’impatto sociale di questo tetro romanzo è stato enorme e solo in parte determinato da meriti strettamente letterari, che pure sono notevolissimi. Per molto tempo si è ritenuto che la sua fortuna fosse dovuta all’avvento della Guerra Fredda e, più specificamente, alla minaccia rappresentata dalla potenza sovietica. In realtà, le intenzioni di Orwell possono essere ricondotte soltanto in minima parte a una mera critica delle atrocità del totalitarismo stalinista. Prova ne sia che il crollo del Muro non lo ha reso antiquato il romanzo. Anzi, per molti versi, il tempo ha amplificato la sua capacità di parlare alle nostre coscienze, lo ha trasformato in mito, in una storia che moltissimi conoscono o credono di conoscere pur non avendola mai letta.
Qualcuno potrebbe pensare che 1984 sia sopravvissuto al comunismo perché il suo vero segreto è stato di quello di aver immaginato un mondo di televisori e occhi elettronici in grado di sbirciare nella vita di chiunque in qualunque momento. Ma sarebbe un errore. Che la nostra società sia cronicamente malata di voyeurismo è un fatto risaputo e, nonostante le tante norme a tutela della privacy, tutti danno ormai per scontata la possibilità di essere spiati. Ma il segreto di Orwell non consiste nell’avere immaginato un’entità pervadente come il Grande Fratello. Quantomeno non solo.
Le enormi potenzialità del romanzo saltarono immediatamente agli occhi di Warburg. Gli bastò una scorsa veloce per capire di avere tra le mani qualcosa di grosso e non seppe resistere alla tentazione di fantasticare sui possibili modi di convertire 1984 in un macchina per fare soldi. Pensò che il libro avrebbe dovuto essere lanciato come un romanzo dell’orrore affinché ne venisse poi tratto un film dello stesso genere che avrebbe garantito introiti a non finire e salvaguardato le nazioni occidentali dal pericolo comunista. Sebbene il successo di 1984 debba poco o niente alle mediocri trasposizioni cinematografiche, Warburg vide certamente giusto.
Finanche l’idea del romanzo dell’orrore non era così bislacca come potrebbe sembrare. L’immagine più comune di Orwell è quella di un uomo estremamente posato e razionale, un intellettuale che osserva la realtà del proprio tempo con occhio lucido e attento. Ma la personalità di un grande scrittore non è mai priva di lati oscuri e contraddittori. Orwell non faceva eccezione. Storie di fantasmi e magia nera lo affascinarono sin da giovane e una volta confidò a un amico di aver deciso di adottare uno pseudonimo per evitare che i nemici potessero usare il suo nome anagrafico — Eric Arthur Blair — per qualche maleficio.
Le sinistre forze che opprimono il mondo di 1984 non esauriscono la loro nefasta influenza sul piano politico ma contengono anche un che di occulto, presuppongono una concezione del male che abbraccia territori più ampi del puro e semplice tolitarismo. Quel che per Orwell rappresenta un cruccio non è tanto il male in sé quanto il rapporto che l’umanità intrattiene con esso, i gradi di compromissione possibili, il pericolo delle involontarie complicità, i modi in cui il male ci usa per i propri scopi riuscendo a fare di noi strumenti docili e non di rado compiacenti. | |
|
|  |
Giustamente Erich Fromm sostiene che la questione di base del romanzo è «Può l’uomo dimenticare di essere uomo?» La domanda parte da lontano, dalla «speranza dell’uomo in una perfettibilità sia individuale che sociale», speranza che ha costituito per più di due millenni il tratto costitutivo della cultura occidentale affondando le proprie radici tanto nella filosofia greca e romana che nel visione messianica della Storia dei profeti biblici. Nel Rinascimento, questa speranza diede vita a uno specifico genere letterario, l’utopia, nel quale gli obiettivi di pace e giustizia universali ancora irrealizzati si immaginavano raggiunti in una società del domani che, seppure fantasiosa, era descritta in termini vividi e concreti.
Con la fine della prima guerra mondiale qualcosa però si incrinò, e quella che un tempo era speranza volse nel sentimento di disperazione dell’uomo moderno di fronte all’imperversare del male. «La grave crisi economica alla fine degli anni Venti; la vittoria della barbarie in uno dei più antichi poli culturali del mondo, la Germania; la follia del terrore stalinista durante gli anni Trenta; la seconda guerra mondiale; lo sterminio incontrollato della popolazione civile, iniziato da Hitler e continuato con la distruzione ancora più massiccia di città come Amburgo, Dresda e Tokyo per finire con l’utilizzo della bomba atomica contro il Giappone».
Fromm si dimentica di citare esplicitamente il buco più nero di tutti, l’Olocausto, ma nonostante la grave omissione il quadro resta deprimente. Ci si avviava verso una società sempre più disumana. Una tragica ironia volle che la speranza in un mondo migliore sembrasse definitivamente negata proprio nel momento in cui il progresso scientifico e tecnologico avrebbero potuto fornire un benessere in passato nemmeno immaginabile. È da questo paradosso storico che secondo Fromm nascono 1984 e altre utopie negative del XX secolo quali Brave New World di Aldous Huxley.
Non di rado si è voluto leggere il romanzo di Orwell come una sorta di esercizio profetico. Ma quel che egli aveva in mente non era affatto anticipare il futuro. Proprio in quanto «negativa», l’utopia di 1984 lascia intendere che il futuro possa ridursi a un mero consolidamento dei mali presenti. Il monito è chiaro: se dimentichiamo la nostra umanità non faremo altro che peggiorare la situazione in cui già ci troviamo. Risulta quindi quantomeno superficiale l’analisi in chiave fantascientifica proposta da Isaac Asimov che rimprovera a Orwell di non essere stato capace di prevedere novità come il computer o l’hard rock.
«A Orwell manca la capacità di intuire (o inventare) cambiamenti anche minimi. Nel suo mondo del 1984, il protagonista trova difficile procurarsi lacci per scarpe e rasoi a mano. Ma lo stesso succederebbe anche nel mondo reale degli anni Ottanta, vista la preponderanza delle scarpe senza lacci e dei rasoi elettrici». Una constatazione che si commenta da sé. Prima di puntare il dito contro la presunta incapacità di «intuire il futuro», Asimov avrebbe fatto meglio a domandarsi se Orwell sapesse quel che faceva.
Partendo dall’assunto che «il romanzo vuole rappresentare lo stalinismo, e nient’altro», Asimov commette anche il grossolano errore di ritenere che la Londra di Orwell sia in realtà la Mosca del 1949. Nel suo raffinatissimo saggio in forma di intervista immaginaria, Anthony Burgess dimostra invece chiaramente che la Londra orwelliana altro non è che «una descrizione in chiave comica della Londra della fine della seconda guerra mondiale».
L’odore di cavolo bollito era un’immagine fedele del regime alimentare inglese di allora. Così come rientrava nell’ordine delle cose che le sigarette fossero introvabili e le lamette da barba scomparissero dal mercato. Inoltre il protagonista del romanzo si chiama Winston, guarda caso come Churchill. Perfino il Grande Fratello non era un’invenzione di Orwell. «Tutti noi conoscevamo il Grande Fratello» spiega Burgess che nel 1948 viveva nella capitale del Regno Unito. «Gli annunci pubblicitari del Bennet Correspondence College erano un aspetto caratteristico della stampa prebellica. Si vedeva una foto di Bennet padre, un vecchio simpatico, dall’aria astuta e benevola, che diceva: Lasciate che io sia vostro padre. Poi veniva Bennet figlio a prendere in mano la situazione, un individuo dall’aspetto terribilmente brutale, il quale diceva: Lasciate che io sia il vostra Grande Fratello».
Orwell intese descrive il mondo in cui egli viveva, né più né meno. Spesso si dà per scontato che il 1984 sia scaturito dalla mera inversione di 1948, l’anno cui fu stesa l’ultima versione del romanzo, e con ciò si finisce ancora per ridurre Orwell a un preveggente alle prime armi, non considerando che nemmeno al più mediocre degli scrittori di fantascienza di allora sarebbe venuto in mente di descrivere gli anni Ottanta nei termini realistici e immediatamente riconoscibili di 1984. Orwell non era un idiota. Il titolo scritto in lettere proprio per sottolineare la natura letteraria dell’opera, per marcare una distanza tra il suo Mille Novecento Ottanta Quattro e il 1984 del calendario. | |
|
|  |
Secondo alcuni, però, l’Orwell scrittore ha molti limiti. Umberto Eco, per esempio, sostiene che il romanzo «non è affatto un capolavoro… lo stile non supera quello di un buon romanzo d’azione e certamente Le Carré oggi, dal punto di vista della tecnica narrativa, saprebbe far di meglio». Eco avanza le sue riserve — peraltro alquanto opinabili — soltanto dopo aver detto tutto il bene possibile dell’Orwell profeta politico così da non essere sospettato di «livore antiorwelliano».
Pensare che il senso del romanzo risieda tutto nel messaggio politico significa fare un torto a Orwell non meno grave di quello di giudicarlo per l’efficacia con cui ha saputo prevedere il futuro. «Scrivere un libro è uno sforzo orribile ed estenuante come il lungo accesso di una dolorosa malattia. Non ci si imbarcherebbe in una simile impresa se non si fosse guidati da qualche demone» dichiarò lo scrittore nel 1946. Parole da cui risulta evidente che la penosa stesura del romanzo non poteva essere frutto della mera esposizione di una visione politica.
«Il demone è semplicemente l’istinto, quello stesso istinto che spinge un bambino a urlare per ottenere attenzione». Dietro la facciata di intellettuale austero e tutto d’un pezzo, si nascondeva un uomo passionale, contraddittorio e capace di inaspettate bassezze. Se questo «adorabile egoista», come qualcuno lo ha definito, adottò uno pseudonimo non fu soltanto per tenere distinte la dimensione pubblica e letteraria da quella privata. Orwell era uno specialista dell’inganno e, quantunque solesse ripetere che «la buona prosa è come il vetro di una finestra», nella vita non si comportava con grande trasparenza. Evitava che i suoi amici si incontrassero così da mostrarsi a ognuno di loro con una faccia diversa. Teneva la famiglia all’oscuro di ciò che faceva. Si serviva del riserbo per celare i suoi veri sentimenti. Era spesso sleale nelle relazioni sessuali. Senza contare che fu anche capace di compilare per il Foreign Office una dettagliata lista di giornalisti e scrittori a suo avviso «cripto-comunisti», dimostrando qualità di solerte e circostanziato delatore.
In genere si tende a vedere 1984 come la descrizione di un mondo dove il male del totalitarismo ha avuto la meglio e il potere assoluto del governo viene mantenuto con la forza, distorcendo la verità, ricorrendo alla dilazione, obnubilando il popolo. Che tutte queste cose costituiscano un motivo dominante è fuor di dubbio. È però possibile leggere il romanzo anche da una prospettiva diversa ovverosia come la storia di un uomo, Winston Smith, che grazie all’amore trova il coraggio di ribellarsi, salvo poi tradire se stesso e la ragazza che ama, la lasciva Julia del Reparto Finzione.
Nell’utopia negativa del Grande Fratello, il monito politico non può essere disgiunto da un’adeguata riflessione sulla natura fondamentalmente egoista e pusillanime dell’uomo. Si è detto che il pessimismo di Orwell fu dovuto all’aggravarsi delle condizioni di salute ma non è escluso che la sua diffidenza derivasse in parte anche da quel che lo scrittore sapeva della natura umana in generale e di se stesso in particolare. Non era forse stato capace anche lui, nonostante la sua ostentata integrità, di ingannare e tradire gli altri? Per quale ragione allora si dovrebbe confidare che chiunque, messo alle strette, si rifiuti di sacrificare gli affetti più cari e i principî più irrinunciabili pur di continuare a essere un obbediente e stolido servo del sistema?
Thomas Pynchon, notoriamente grande estimatore di 1984, non manca di cogliere questo nodo nascosto quando constata che corruzione dello spirito e assuefazione del potere erano «aspetti assai noti del Terzo Reich e dell’Unione Sovietica stalinista» ma non esclusivi. «La voglia di fascismo», come egli la chiama, non può mai dirsi morta del tutto. Cosa dovrebbe impedire che la quella stessa voglia non contagi anche la società in cui noi oggi viviamo? La superiorità morale? Le buone intenzioni? Il perbenismo?
«Non è difficile ipotizzare che con 1984 Orwell abbia immaginato un futuro per la generazione a venire e un mondo che non fosse quello che lui si augurava per suo figlio bensì il mondo contro il quale metterlo in guardia.». In realtà quella di Pynchon è molto più che un’ipotesi visto che la data di nascita del protagonista del romanzo corrisponde a quella del figlio adottivo di Orwell. Non meno significativo è un altro fatto curioso che difficilmente può essere sfuggito a Pynchon sebbene non ne faccia menzione. Il fatto che il Grande Fratello viene descritto come «un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli», un volto che sarà pure quello di Stalin, come dicono, ma che ricorda anche molto al George Orwell del 1948. Magari si tratta soltanto di una somiglianza fortuita, ma potrebbe anche essere una sorta di monito subliminale del tipo: «conosci il tuo nemico perché diventerai come lui».
--Tommaso Pincio | |
|
|  |
|
|
|
|
| ALIENS DON'T SUCK!
edizione straordinaria - novembre 2008 |
|
|
|
|
 |