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ALIENS DON'T SUCK!
edizione straordinaria - novembre 2008 | |
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A coloro che si chiedono se la narrativa italiana è capace di afferrare ragionevolmente i tratti della contemporaneità, si può rispondere indicando il caso di Gomorra, il romanzo con cui Roberto Saviano ha riportato alla consapevolezza pubblica le vicende dell’economia criminale nel nostro Sud. Ma se la tecnica di Saviano si riassume nella rielaborazione mitologizzante di eventi reali, e quindi nella loro tematizzazione come potenti e ricorrenti totem narrativi, ci possono essere altre modalità e altre tecniche per raccontare questi nostri ultimi anni.
Nel romanzo di Tommaso Pincio, Cinacittà (Einaudi, pagg. 340, euro 17, in libreria in questi giorni), la scelta invece è a suo modo più estrema e più classica. Già il sottotitolo, «Memorie del mio delitto efferato», sembra alludere a una dimensione spaventosamente individuale e carceraria: in effetti il protagonista scrive dalla sua cella a Regina Coeli, confermando così un approccio nel suo genere tradizionale. Un uomo solo, condannato a trent’anni di galera per avere ucciso una donna, racconta la sua storia, dal suo punto di vista, sullo sfondo di una città che ha subito una metamorfosi totale.
Infatti, non appena dallo spazio della prigione lo sguardo del racconto si sposta all’esterno, non appena il teatro del romanzo diventa la città di Roma, la distorsione diventa subito impressionante. Si ha subito la sensazione che Pincio voglia proiettare deliberatamente sul fondale del suo racconto i nodi civili e addirittura fisici, materiali, organici dell’Italia contemporanea, i problemi cruciali di una società sfidata dai meccanismi globali, facendo diventare la capitale italiana il film di un futuro impazzito.
Il futuro di Pincio non è troppo in là nel tempo. L’io narrante ha memoria di episodi come le monetine lanciate contro Bettino Craxi davanti al Raphael, ai tempi di Tangentopoli. Ha corso legale una moneta, il "globo", che ha sostituito l’euro, con effetti inflazionistici preoccupanti. Ma nel frattempo Roma è diventata una città incubo. Dal punto di vista ambientale, una successione di «anni senza inverno» ha alzato la temperatura della capitale portandola verso i cinquanta gradi centigradi. Si vive di notte, perché durante il giorno l’aria è praticamente irrespirabile, e i romani se ne sono andati quasi tutti al Nord, dove l’atmosfera è ancora temperata: soprattutto verso paesi come la Danimarca, in cui ci sono ancora illusioni, nascono revival del flower power e comunità hippie fuori tempo immaginano di vivere in una Woodstock permanente («Solo i reietti non erano partiti»).
Qua e là, nei garage di Roma, per motivi misteriosi, hanno cominciato a esplodere le automobili, che qualcuno smonta per evitare la tassa di demolizione. Ma il vero cambiamento, una trasformazione radicale e infinitamente allarmante, è costituito dall’invasione cinese. Quella che era la capitale della latinità, ora è una specie di dominion cinese. Certo, se il futuro è impazzito, c’è una logica nella sua follia. Gli invasori che hanno trasformato la città eterna in un sobborgo di Pechino, sull’onda fluida della globalizzazione economica, sono i cinesi che proliferano nei sotterranei delle nostre città; sono gli operai rintanati nei laboratori in nero; sono i cadaveri che cadono da un container scoperchiato nelle prime pagine di Gomorra. Sono usciti allo scoperto, uomini d’affari, mignotte e zombi, e si sono impadroniti di Roma. Parlano un pidgin Italian buffo o terrorizzante, comunque alieno, che si frappone con effetti di raggelante straniamento alla lingua dei rari autoctoni.
Potrebbe essere un remake della metropoli continuamente piovigginosa di Ridley Scott, la fosca Chinatown di Blade Runner. Ma qui non ci sono mutanti, e neppure archeologie e reliquie tecnologiche. Gli abitanti si ammalano più brutalmente del "morbo romano", una specie di malaria inguaribile anche se raramente mortale, si trascinano verso il lazzaretto del Colosseo, dove sopravvivono in una condizione di schiavitù postmoderna, destinati a essere travolti e uccisi, picchiati o derubati da altri emigrati, da un drogato romeno o un killer albanese.
Nel suo carcere, il recluso ripercorre la propria disavventura umana e amorosa. Lo hanno condannato per avere infilato uno spillone nella fronte della prostituta cinese con cui viveva. Lo hanno chiamato, senza fantasia, mostro: «Per i giornali, chiunque faccia fuori qualcuno con un po´ di estro è un mostro». Non ha nulla dell’assassino: è un uomo «molle e sfiancato», che contempla gli altri, i cinesi, con la diffidenza di chi non ha più nemmeno la parvenza di una fede o un ideale. I cinesi sono gente senza passioni, attenti soltanto al loro interesse, eppure capaci all’improvviso di coalizzarsi contro gli estranei.
Naturalmente anche lui, il condannato, è vittima di quella sapienza cinese che prescrive: se devi fare qualcosa, falla fare a un altro. Se vuoi rubare, induci un altro a farlo per te. Fai in modo che la tua colpa ricada su un tuo alter ego. Il principio della morale kantiana viene ribaltato in modo osceno. E il presunto assassino si lascia cadere via via nel clima di «questa fogna di città», innamorandosi perdutamente di una meretrice, e facendosi manipolare dall’unico cinese, mediocre giocatore di biliardo, con cui riesce a entrare in un contatto quasi affettivo, accogliendo senza scarti la propria degradazione.
La rovina comincia con un amore, si compie con un furto e si conclude nell’accettazione dell’inevitabilità del proprio destino: «Pensai che adesso ero un ladro. Un ladro in fuga con una puttana cinese. Era la cosa più meravigliosa che mi fosse capitata in vita mia». Questo fatalismo rappresenta la sintesi di un’avventura umana e sociale che non prevede più imperativi categorici, etiche pubbliche o morali private. Nella poltiglia sociale, nella mucillagine antropologica descritta da Pincio c’è molto della nostra società, con infinito pessimismo anche se senza piagnistei: c’è la perdita dei riferimenti, dei codici, dei galatei, e incombe drammaticamente sulla vita di ognuno l’esclusione del riscatto dall’esistenza degli uomini.
Si avverte soltanto un’oppressione senza nome, una sorta di predestinazione collettiva all’annichilimento. Una sorte nietzschiana senza superomismi. E l´ultimo uomo di Roma, l’ultimo italiano rimasto nella calura opprimente della vecchia capitale, è difeso soltanto da un avvocato sporco e inefficace (parodia delle parodie dei giustizieri di Kafka, forse), fino a divenire il burattino senza fili nelle mani di un affarista cinese, che accoglie la propria rovina con una sensazione panica di ineluttabilità, quindi quasi di voluttà.
Nel romanzo di questa "post Roma" riesce difficile allora non vedere la trasposizione dell’edonismo anonimo della nostra civiltà ultrasecolarizzata anche politicamente. Non esistono più regole riconosciute, la salvezza è in un altrove lontano, la speranza è un sentimento che genera ironie, il civismo nemmeno un ricordo. La catastrofe di un individuo descritta da Pincio è in fondo l’implosione morale di questi anni, il traguardo a cui giunge o giungerà una prossima comunità o una futura generazione ormai senza né salvezza né fuga.
Edmondo Berselli
La Repubblica, 23 settembre 2008 | |
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Un libro struggente. Non mi sarebbe mai venuto in mente, pur ammirandoli, di usare un'espressione come questa per gli altri romanzi di Tommaso Pincio. Anche se ora, forse, dopo Cinacittà, quell'aggettivo assume una sua pertinenza retrospettiva, come se il ciclo apertosi con M e proseguito con Lo spazio sfinito , Un amore dell'altro mondo , La ragazza che non era lei , si fosse finalmente chiuso e potesse essere guardato come un tutto, un insieme, una costellazione, una mitologia non più solo personale - un tempo si sarebbe detto un'opera. Se nei romanzi precedenti qualcosa tratteneva il lettore, questo lettore almeno, da quell'adesione sentimentale che da smagata e consapevole si fa via via più ingenua e remissiva (un paradosso, certo, ma anche una delle massime soddisfazioni che la letteratura, e temo solo lei, può dare), era a causa di una sorta di cortocircuito sempre avvertibile e mai del tutto risolto tra idiosincrasia e sociologia, tra le ossessioni dell'autore e la sua invidiabile capacità di scandagliare tutti i fondali alti e bassi dell'immaginario contemporaneo. Ora invece le due parti della moneta combaciano: Pincio non parla più di sé e degli altri, parla per tutti, e forse lo faceva anche prima, o comincerà a farlo da adesso. A chi lo legge per la prima volta, consiglierei senz'altro di cominciare da quest'ultimo libro. Chi invece lo ha già letto non faticherà a ritrovare temi e toni che gli sono familiari. L'azione si svolge a Roma, una Roma futuribile ma neanche tanto. Da tre anni non c'è più l'inverno, il Tevere è ridotto a una discarica melmosa, si vive di notte perché di giorno la temperatura tocca i cinquanta gradi, per le strade non circolano più macchine ma risciò perché la città è stata invasa dai cinesi, che prosperano dopo che gli abitanti si sono trasferiti in massa al Nord. Almeno quelli che avevano qualcosa da perdere, un lavoro, una famiglia, un passato decente, un futuro qualsiasi: sono rimasti solo gli spostati, i derelitti, quelli che non hanno più nulla da aspettarsi e da temere, come il protagonista. Che a levare le tende non ci pensa nemmeno, e se la passa bene come non se l'è mai passata in vita sua: non lavora, ha ridotto al minimo le spese, le pretese, i desideri, e campa centellinando con scrupolo da ragioniere la liquidazione del suo ultimo (e unico) lavoro. Gli basta poco: ravioli cinesi a un chiosco e una birra al gogo-bar vicino a Piazza Vittorio, dove non va per portarsi a letto le ragazze ma per star solo e contemplare il vuoto con la paziente dedizione al nulla liberatore di un Buddha di ultima generazione. Tutto è disposto, dentro e fuori di lui, perché non gli accada più niente: sempre meglio di quel poco che gli è accaduto prima, quando ha tradito se stesso, come scrive un po' melodrammaticamente, rinunciando alla sua aspirazione a diventare artista per impiegarsi in una grossa galleria d'arte e vendere quadri che manco gli piacciono e i cui compratori paragona ai clienti che si innamorano delle puttane. Da bambino amava la fantascienza perché prometteva la fine del mondo, ora è arrivata e lui si trova benissimo. Non è da tutti diventare Buddha, però. Basta poco, pochissimo e la ruota del desiderio ti riafferra. L'uomo è un animale socievole. È sufficiente che un cinese più gentile degli altri ti abbordi, inizi a chiacchierare, dimostri magari di conoscere la storia di Roma meglio di te, che pure ti ritenevi un romano a cinquecento carati, ed ecco che ti ritrovi invischiato, irretito, intrappolato in una rete di aspirazioni sordide e senza illusioni, ma stranamente fascinose, assolute, irrefutabili, senza intervento alcuno del principio di realtà. Poca cosa: per esempio una stanza all'Hotel Excelsior di via Veneto, che peraltro da tempo non è più un albergo ma un equivoco condominio cinese: una parolina del tuo nuovo amico ed ecco che ti puoi permettere qualcosa di impensabile, prima, quando il mondo non era ancora fuori sesto. Pochi euro, ed eccoti alloggiato come un principe russo in esilio, quello che in fondo hai sempre meritato, e non importa se dintorno non ci sono gran dame e miliardari ma cinesi che sputano per terra in corridoio. E poi le donne; anche lì niente gran dame, ma spogliarelliste e entraineuses, anche se il destino o colui che lo manipola ti ha concesso l'illusione che a te sia riservata la più bella di tutte, quella che non va con gli altri clienti, enigmatica e passiva, docile e indistruttibile come l'eroina di un manga, anche se la picchi o se te ne innamori. Il protagonista accetta, non riflette, non resiste, non si spaventa e non si esalta nemmeno, anche se sa perfettamente che non può finire bene, come gli dice inutilmente il suo amico Giulio in procinto di trasferirsi a Cristiania, in Danimarca, la città dei fricchettoni: non ti mettere con i cinesi, non te ne verrà nulla di buono. Infatti: quella che leggiamo è la sua autobiografia scritta dal carcere, dove sconta l'ergastolo con l'accusa di aver ucciso la sua amante. È innocente, non è stato lui, lo hanno incastrato? Non importa, difendersi non serve, e poi chi gli crederebbe dopo che lo hanno trovato rinchiuso nella sua stanza accanto al cadavere di Yin morta da una settimana? Il suo avvocato, un altro outsider che passa il tempo a rimbambirsi di oppio e gli offre gratuito patrocinio perché lo sente affine (ma per il protagonista non vale in contrario: che ha a spartire lui con quel relitto? tra relitti non si solidarizza, che si crede) insiste per ottenere la revisione del processo: faccia pure, a lui non interessa. Dove potrebbe andare? A quale passato o a quale futuro potrebbe far ritorno? Servirebbe a far tornare in vita Yin? E poi, se anche la verità è stata violata, la giustizia forse non lo è; manipolato o meno che sia dal suo amico cinese, il protagonista si sente responsabile della propria ignavia. Questo vuol dire essere romano: non è il mondo o la storia, sei tu che sei finito, se accanto a te accadono cose enormi - migrazioni, catastrofi economiche, sconvolgimenti climatici - e tu non riesci a controllare nemmeno quelle che riguardano il tuo portafoglio o il tuo eros (per usare un eufemismo, ma altro sarebbe il termine più esatto). Eppure. Eppure da queste pagine disincantate, stese con una lingua che non sale mai di tono, e nemmeno si abbassa, a dire il vero, parche di immagini e del tutto prive di metafore, sospinte da un ductus che sciorina quasi senza parere un sapientissimo gioco di flashback e anticipazioni (al contrario di quanto farebbe un qualunque promettentissimo e frastornante allievo di una scuola di scrittura, e l'autore non sa quanto gliene siamo grati), eppure da queste pagine spira uno stranissimo senso di pace, di compimento, di debito pagato, di conto finalmente saldato. Dell'autore con se stesso, data la massa di palesi riferimenti autobiografici? Dell'autore in quanto rappresentante (come si dice per comodità corriva) della sua generazione? Certo è che a chi ne fa parte basta un minimo sforzo di astrazione per identificarsi, riconoscersi, sentire il «tu sei questo» che è forse l'incombenza più primordiale e insopprimibile di qualunque finzione narrativa: non provarci nemmeno, assentire senza riserve al proprio fallimento, puntare a perdere con la cieca tenacia testarda di una tenia. Con la sola attenuante, se non è piuttosto un aggravio, di saperlo e di saperlo dire. Pincio protagonista è un incapace in tutto tranne che come scrittore: l'ha scritta lui, in fondo, questa bellissima storia. Pincio scrittore è forse giunto al proprio fondo, al proprio mito, e lì ha sentito - e non soltanto preteso, come prima; ma ora non è più detto - che non era solo suo, ma di tutti, un po' come nessun artista giovane può più prescindere, li ami o meno, dagli attoniti pupazzi di Cattelan. Resta da chiedersi cosa augurarsi, per lui e per i lettori. Forse la fine della ripetizione, ovvero che ciò che è stato detto infinite volte sia stato pronunciato ora una volta per sempre e poi più. Forse che la straniante serenità di questo libro sia la promessa di una liberazione per l'autore e per chi legge. Per l'autore dall'enorme armamentario di materiali, costumi e attrezzi di scena che si trascina dietro eroicamente di libro in libro: barboni, extraterrestri, rockstar e adesso anche cinesi. Per il lettore dalla maledizione di poter considerare perfetto - e bello - solo un fallimento che è comunque e sempre il suo.
Daniele Giglioli
il manifesto, 24 settembre 2008 | |
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| La vita parlata nella lingua di uno scrittore | |
Il bello degli pseudonimi è che si prestano a contenere tante personalità diverse. Così, c'è un Tommaso Pincio che richiama Thomas Pynchon e un Tommaso Pincio che richiama il più domestico Pincio, il belvedere romano che affaccia su Piazza del Popolo. I due, ovviamente, scrivono in modo diverso. Basti il fatto che il secondo (quello di Cinacittà ) affida tutto il racconto alla voce di un protagonista definito dai giornali «l'ultimo dei romani» e - guarda caso - conosciuto dai lettori con un nome che non è il suo: Marcello (come il protagonista della Dolcevita ). Un tipo che confessa d'aver aperto in vita sua non più di venti libri e nondimeno si picca di parlare come un libro stampato. Dice (scrive) tedio , basito , ubicazione , finanche ; rammenta invece di ricordarsi, si reca invece di andare, si rammarica invece di dispiacersi; ogni tanto esagera e butta là un costei o un cotanta , finendo col risultare involontariamente comico. Perché il «linguaggio forbito» di cui mena vanto, in realtà, somiglia molto al completo di Prada che continua a indossare pur essendo rimasto senza un globo in banca. Lo fa sentire migliore dei cinesi che hanno colonizzato le macerie di Roma, ma è soltanto un altro nostalgico cimelio del passato. Una divisa fuori ordinanza, una moneta fuori corso (come l'euro) che spesso suona ancora più falsa dell'odiato linguaggio giornalistico («ogni giorno i treni venivano presi d'assalto, per usare un'espressione giornalistica»). Non solo, ma esattamente come accade al vestito, questa lingua risulta - via via che la vicenda avanza - sempre più stazzonata e infine lisa fin quasi al logorio, pronta a precipitare in cadute di tono sempre più frequenti («da qualche tempo ero uno sfaccendato, ma prima mi ero fatto il culo. Avevo lavorato per anni in una galleria di merda»). Anche se, va detto, il turpiloquio da cui il protagonista si sforza di rimanere più lontano è - sulla scorta di una citazione di Dante - il dialetto romanesco ( tristiloquium , per l'esattezza, lo definiva Dante nel De vulgari eloquentia ). Neppure qui, tuttavia, i fatti tengono fede alle intenzioni. Quel «vernacolo da pelle d'oca», infatti, gli scappa un po' da tutte le parti: proprio come la pancia gonfia di birra che il suo abito firmato stenta a contenere. Pagina dopo pagina, le «romanescherie» si moltiplicano: dalla caciara al gabbio , da una petecchia a una 'nticchia , dallo sbrilluccicare alle proverbiali pigne in testa . Distrazioni che svelano la dimensione artificiale - tradotta - del suo italiano azzimato («stavo infatti andando al cartoccio. Tradotto dal romanesco: ero con l'acqua alla gola») e motivano la sua invidia nei confronti del cinese Wang, il cui italiano impeccabile («un vocabolario appropriato e ricercato, niente errori di sintassi, pronuncia perfetta con tutti gli accenti al loro posto») rappresenta la perfetta incarnazione del traduttese, neutra lingua senz'anima. Invece l'anima alla lingua di questo romanzo la danno le similitudini, sempre d'effetto («vidi così il seno, due rotondità piccole ma perfette come il bulbo di una lampadina a incandescenza»); l'allucinato dilatarsi dei dettagli («si alzò, prese una maglietta bianca, cercò il verso giusto, infilò un braccio in una manica, poi l'altro, e avvicinò il buco del collo alla testa»); il misurato ricorso a qualche gioco di parole («rimediò ai suoi problemi di socializzazione diventando socialista»). Tutti tratti che con ogni evidenza non appartengono allo pseudo-Marcello, ma allo pseudo-Tommaso. Come il barbone che risponde con le parole di Hemingway o il cinese che per raccontare di sé usa interi brani della biografia di Mao, il protagonista rivela così il suo ruolo di semplice portavoce (perché è la vita a parlare la lingua degli scrittori, e non viceversa).
Giuseppe Antonelli
il manifesto, 24 settembre 2008 | |
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| Roma cinese ha perso l'inverno | |
Roma, ormai tutta in mano ai cinesi, è liquefatta dopo «l'anno senza inverno» che ha cambiato il clima sulla Terra. Il protagonista s'aggira un po’ straniero. È:indolente, ignavo, elegante, con l'aria da finto tonto, ma facile a passioni sanguigne. Finisce in carcere, accusato di aver ucciso l'amante-prostituta Yin, dalla pelle più chiara della luna, e di aver dormito una settimana accanto al cadavere. Note sul carattere
dei romani, squarci della capitale ritratti con energia visionaria (il Colosso diventato lazzaretto, la gente che lavora di notte per il caldo micidiale), il fantasma delta Dolce vita felliniana… Il tutto su uno sfondo apocalittico tra oppio e fumetti con cinesi perfidi, devoti al denaro ma dotati di metafisica saggezza. E la citazione-guida di Hemingway sui grandi mutamenti che nascono impercettibili e si manifestano all'improvviso. Pincio scrive una finta autobiografia (rivendicando ironicamente il primato delle biografie sui romanzi). In una narrativa povera di immaginazione lui ne ha tanta. E poi il suo personaggio, sognatore perverso e innocente, ha una vibrazione poetica che colpisce. Solo qualche inutile lungaggine.
Filippo La Porta
XL, ottobre 2008 | |
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Bastano poche pagine per restare conquistati dall'indolenza esasperante e a tratti indisponente che emana il protagonista di questo nuovo romanzo di Tommaso Pincio, ambientato in una Roma distopica e occupata - in tutti i suoi gangli sociali e politici - dagli immigrati cinesi, divenuti padroni del campo in seguito ad un improvviso sconvolgimento climatico che ha trasformato la Capitale in una torrida e malarica città dove la vita diurna è stata resa impossibile dalle temperature tropicali e spinto quasi tutti gli abitanti originari, eccetto i più disperati, a trasferirsi al Nord. Accusato di aver ucciso una prostituta, il nostro uomo resta per buona parte delle pagine all'oscuro della reale natura degli eventi, senza rendersi bene conto di quanto sia profondo il baratro in cui è sprofondato e di quanto sia articolato il disegno all'interno dei quale si trova, con i cinesi invasori che, ben lungi dall'essere vittime letterarie di una qualche forma di pregiudizio, pagina dopo pagina si trasformano in una sponda contro cui far rimbalzare, rendendola particolarmente evidente, la crisi che permea il nostro presente. Come se fossero delle termiti che finiscono per occupare tronchi già vuoti. Abile nel farci rimanere costantemente in dubbio su quale sia il punto di vista dell'autore e se sia o meno avvicinabile a quello della voce narrante, Pincio supera però se stesso nel coniugare i parametri più classici del romanzo e del cinema anti-utopico - ma anche altri luoghi dell'immaginario collettivo, ad esempio la Saigon insalubre e appiciccosa di Apocalypse Now - con una dimensione quotidiana e intrinsecamente italica. Operazione che, con altri obiettivi e in una chiave decisamente più leggera, appartiene ad alcune delle pagine migliori di Ammaniti. Per capire fino in fondo - con il dubbio di non esserci riusciti - dove il narratore volesse portarci, in ogni caso, occorre arrivare fino alla fine. E questa è l'altra grande qualità di un romanzo brillante che, con tutti i mezzi necessari per poterlo fare, punta molto in alto.
Alessandro Besselva Averame
Il Mucchio Selvaggio, ottobre 2008 | |
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È un pomeriggio di metà febbraio e ci godiamo lo spettacolo di via Veneto dalle finestre della suite 541 dell’Hotel Excelsior, la stanza dove Kurt Cobain aveva fatto le prove generali del suicidio preparando un biglietto con su scritto: «Come Amleto, devo scegliere tra la vita e la morte». Illuminate da un lungo rosario di lanterne rosse cullate dal vento bollente di una città senza più inverno, s’intravedono le fumerie d’oppio e le vetrine delle mercerie in cui sono esposti pacchi di spaghetti di soia, bottiglie di grappa di riso, ventagli e zuppe in scatola. Per strada si accalcano biciclette e risciò: sta per arrivare la sera, l’unico momento in cui si può uscire di casa senza sentirsi soffocare dai cinquanta gradi centigradi.
Cinque piani sotto di noi, il signor Ho ha chiamato l’ascensore per venire su dove ci troviamo e riscuotere l’affitto: la suite 541 dell’Excelsior – quella in cui il leader dei Nirvana aveva cercato di andare all’altro mondo ingurgitando un mix di Roipnol e champagne – costa mille globi all’anno, l’equivalente di 50 centesimi di euro al giorno. Il petulante signor Ho – testa pelata e rotonda come una palla di biliardo – amministra lo stabile da quando non è più un cinque stelle luxury, e cioè da quando tutti i romani sono emigrati al Nord, fino in Danimarca, lasciando la città in mano ai cinesi.
Chiudiamo le tende, lasciamo Roma al suo tramonto mandarino e osserviamo la stanza. Al centro c’è un letto e tra le coperte disfatte giacciono, ormai da una settimana, il corpo addormentato di un ex gallerista d’arte e il cadavere di Yin, una prostituta di ventuno anni, capelli di seta e sangue rappreso sul collo e dietro un orecchio.
Il signor Ho appena suonato il campanello.
È un futuro prossimo, il Colosseo si sgretola incessantemente alla livida luce di albe tutte uguali e a Roma vive solo mezzo milione di persone – sono quasi tutti cinesi che sputano per terra, si allacciano abusivamente alle linee telefoniche e regalano pesci fluorescenti alla ragazze – e noi stiamo leggendo l’ultimo romanzo di Tommaso Pincio. Una sorta di Dolce vita in negativo, con la bella Yin nei panni di Anuk Aimée (e non di Anita Ekberg, come ci induce a pensare Pincio a pagina 228 e durante una passeggiata romantica a Fontana di Trevi) e l’ex gallerista d’arte a far le veci del giornalista Marcello Rubini (alias Marcello Mastroianni). È lui la voce narrante; non sappiamo il suo vero nome, ma il co-protagonista del libro, un certo Wang, continua a chiamarlo significativamente Marcello.
L’incontro tra Marcello, Yin e Wang (quarant’anni, capelli impomatati, un paio di occhiali con un’oscena montatura di tartaruga) avviene alla Città Proibita, un go-go bar che assolve la stessa funzione che nel film di Fellini aveva il night-club Caracalla’s, e dove le ragazze strusciano i loro corpi sulle aste di acciaio e tra uno spettacolo e l’altro si fanno leggere le carte dalle fattucchiere.
Della trama, di come due secoli prima degli avvenimenti un vulcano iniziò ad eruttare modificando per sempre il clima del pianeta, e, specificatamente di come il cadavere di Yin sia finito a letto con il narratore, non dirò altro. Né mi soffermerò sul tema eros-tanatos, centrale nell’intreccio pincioniano così come per due buoni terzi della letteratura mondiale fin da quel primo inno omerico a Zeus in cui Ermes staccò le budella da un guscio di tartaruga e ci costruì una lira. Voglio concentrarmi sul vero eroe del romanzo, il misterioso Wang: un’enciclopedia vivente su Roma che durante interminabili partite di biliardo riversa sul povero Marcello una montagna di informazioni disordinate su Romolo e Remo, Beatrice Cenci, sulle mignotte che nel Seicento aspettavano i clienti acquattate all’Ortaccio, sulle e su una partita di pallacorda tra Caravaggio e Ranuccio Tamassoni, finita con l’uccisione di quest’ultimo.
Chi è Wang, il pappone della Città Proibita, il maestro dell’arte della manipolazione che dapprima blandisce il povero Marcello e poi gli dice che Roma non è più casa sua?
Sarebbe banale dire che Wang è l’autore, che Wang è Pincio. Certo, lo sappiamo tutti che i personaggi di un libro sono le diverse emanazioni dello spirito di chi li ha inventati – compreso il buon vecchio Stavroghin e con buona pace di Dostoevskij. Allora aggiriamo l’ostacolo e diciamo che Wang è Roma. Subdola, tentatrice e falsa come un magnaccia, ma disposta a svelarsi – finalmente! – in tutta la sua bellezza e oscenità sulla pagina di un romanzo italiano contemporaneo.
Leggendo Cinacittà, ho ringraziato ripetutamente Pincio per avere osato ciò che il cinema e la narrativa non osano più… da quando? Be’, direi proprio dai tempi della Dolce vita. Qual è la scommessa di cui parlo? Quella di non aver paura di raccontare la Roma mitica, monumentale ed eterna racchiusa all’interno delle mura aureliane.
Negli ultimi anni, frotte di sceneggiatori, registi e scrittori ci hanno pasolinianamente deportato ai quattro angoli della città – con una perniciosa preferenza per il quartiere Ostiense e il suo Gasometro – con la scusa di farci vedere una Roma altra, una metropoli la cui complessità, questo è il postulato, sarebbe impossibile cogliere affacciandosi dal Vittoriano. La verità è che tutti questi pennivendoli hanno una paura fottuta di confrontarsi con il mito di Roma, se la fanno addosso ad ambientare una scena in Via Veneto, al Colosseo o a Fontana di Trevi perché si sentono schiacciati dai fantasmi di Fellini, di Moravia, di Flaiano, di Albertone, Totò, Audrey Hepburn e Gregory Peck. Confortati da quei giri in Vespa che facevano sospirare a Nanni Moretti «però, niente male Spinaceto» e dalla moda di ritorno della Garbatella, complice la fortuna de I Cesaroni – costoro ci hanno assuefatti all’idea che Roma sia una città come tante, con una storia e una geografia come tante. E per questo meritano l’Inferno.
Philip Roth ha mitizzato il New Jersey – un posto dove gli americani ambientano le barzellette che noi raccontiamo sui Carabinieri. Saul Bellow ha scritto di Chicago come fosse Bisanzio. Intere generazioni di scrittori a stelle e strisce hanno tratto faville da un lurido diner sulla 32ma Strada, e noi, noi che abbiamo davanti agli occhi un materiale che farebbe girare la testa a Francis Scott Fitzgerald, che facciamo? Facciamo finta di non vedere, per non correre rischi. Ma uno scrittore che non corre rischi è uno scrittore morto.
E Tommaso Pincio, signori – come potete verificare voi stessi – è invece vivo e vegeto e lotta insieme a noi.
Leonardo Colombati
Roma, ottobre 2008 | |
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| Sapessi com'è strano fare il cinese a Roma | |
I narratori alla moda sono divisi in due partiti. Da una parte il giallo-noir, o con qualunque malsano mélange lo si definisca, dall’altra l’autofiction in ogni gradazione tra reportage «intensificato» e journal intime più o meno di finzione. A Pincio, che un narratore ha dimostrato di esserlo, non è parso vero quadrare il cerchio: scrivendo un noir dal protagonista-narratore i cui tratti coincidano, o quasi, coi propri.
L’idea sulla carta funziona. Argutamente è stato notato come sia divenuto ormai un sotto-genere letterario il disclaimer col quale mette le mani avanti ogni Autofinzionale che si rispetti. Quello di Pincio eccelle: «In questo romanzo vi sono persone, occorrenze e cose che, seppur trasfigurate, paiono spingersi al di là della finzione narrativa in senso stretto. Trattasi comunque di chimere. La realtà non è di questo mondo». In un colpo solo, così, ammettendo e destituendo di senso la «chiave» di situazioni e personaggi (a partire da chi dice «io», avverso a declinare le proprie generalità ma al quale, quando vi si trova costretto, viene risposto: «Strano nome. Come Villa Borghese») e schierandosi di traverso ai neo-neorealisti affollatisi in soccorso dei vincitori. Nonché rinviando a Un amore dell’altro mondo (2002), fra i suoi libri davvero il più vicino a Cinacittà. Anche lì il protagonista somigliava all’autore: se questi è un devoto di Kurt Cobain (anche nelle nuove «interviste impossibili» ora uscite da Einaudi dialoga con lui), del frontman suicida dei Nirvana quel personaggio era addirittura l’«amico immaginario». Raccontata dalla prospettiva di chi «non c’era», quella storia sfumava nella rêverie che di Pincio – a dispetto dell’americanizzante dogma di «fare romanzo» – è sempre stato il punto forte.
Pure la «realtà» di Cinacittà «non è di questo mondo». In un futuro assai vicino il nostro clima non conosce più inverno. Mentre tutti migrano in regioni più temperate, Roma si riempie di cinesi, i soli che ne tollerino il clima tropicale; restano solo pochi autoctoni disadattati. Proprio come il nostro narratore: il quale si consuma in una dépense di birre ghiacciate e spogliarelliste alla Città Proibita, il go-go bar dove passa tutte le sere. Inevitabilmente s’innamora di Yin (il «lato in ombra» del Tao) e se la porta a casa: cioè in una suite dell’Excelsior procuratagli da un cinese più intrigante degli altri, il quale lo incastra in un gliuòmmero di pasticci più o meno loschi. Tutto il racconto è un flash-back del narratore, rinchiuso a Regina Coeli con l’accusa di aver ucciso Yin.
Non c’è bisogno di rivelare il finale per dire quanto sia deludente, nello sciogliere ogni possibile ambiguità. Si potrebbe replicare che esso non è che la fantasia di un narratore ovviamente inattendibile. Il fatto è, però, che la delusiva verosimiglianza del finale retroagisce su ogni passaggio narrativo precedente. La lingua «bianca», rimproverata a Pincio ai suoi esordi, era in effetti funzionale alla singolarissima sospensione che riusciva ogni volta a creare tra universi dichiaratamente finzionali e una straniata oggettività fuori asse (e fuori fuoco). Nelle pieghe «liriche» del racconto il nitore della lingua si ispessiva sino a un allucinato lirismo. Nulla di tutto ciò in Cinacittà: dove il concatenarsi del mystery impone le proprie logiche risapute su ogni passaggio. Quegli stereotipi che in passato irretivano i lettori in una rete di trappole percettive, qui appaiono reificati e sviliti (a partire dalle memorie cinematografiche, al di là del Fellini esplicito: dall’inizio «lisergico» di Apocalypse Now al solito Blade runner con la metropoli livida percorsa dai risciò). Il che dipende proprio dalla prima persona. Che non concede oggettività di sorta: e cui resta invischiata una lingua, più che «bianca», spesso solo sciatta. Il primo e più noioso degli stereotipi è proprio chi dice «Io» («Ero diventato un personaggio da romanzo»; e il delitto, certo, è «efferato»): ma non si convive volentieri con uno stereotipo per trecento e passa pagine – a meno che non siano scritte da un virtuoso del pastiche (il che Pincio non è mai stato).
Come novel realistico il sonnambulismo «sfocato» di Cinacittà non può reggere; come fantasmagoria risulta pallida, scolastica, in definitiva avara. Volendo giocare due partite in una, Pincio le ha perse entrambe. Sarà per un’altra volta. Ma forse è il caso di prendere atto che il romanzo-romanzo non è il suo mestiere. D’altra parte, a costo di ripetersi, non è più il mestiere di nessuno.
Andrea Cortellessa
TTL, La Stampa, 4 ottobre 2008 | |
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| Un Alberto Sordi postmoderno | |
Per mezzo di un lungo articolo sul quotidiano la Repubblica, assai abilmente Edmondo Berselli ha sottratto l’ultimo romanzo di Tommaso Pincio alla sfera della letteratura per sistemarlo in quella della moda, vale a dire del sogno, della fugacità o, ancora meglio, della volatilità.
Cinacittà, per Berselli, altro non sarebbe che un sintomo attinente il costume, ossia il desiderio di spendersi per abitare dentro una sorta di immaginario da Spazio Prada oppure da catena Hilton dell’opera letteraria pronta a farsi mero strumento di riflessione sociologica e mondana. Che è poi una questione aperta non da adesso, in specie per quegli scrittori che (come Pincio) spregiano lo stile, strizzando al tempo stesso l’occhio alla lingua international, de luxe, globalizzata dei romanzi di genere, tuttavia sforzandosi di restarne fuori con l’astuzia di chi non può fare a meno, pur non amandola, di affidarsi alla narrazione, al plot.
Il facile e addirittura corrivo gioco di parole del titolo Cinacittà, appunto intende essere lo stigma che definisce una volta per tutte il libro e il suo protagonista quarantenne, romano postremo e residuale, in una visione della capitale stretta nella bolla opaca e tropicale ed eternamente canicolare di un futuro che la vede ormai conquistata e persino governata dai cinesi. Questo resistente prossimo venturo ma la sua resistenza è frutto di inerzia e di pigrizia morale è rinchiuso nel carcere di regina Coeli, accusato di avere assassinato la sua amante, una giovanissima prostituta cinese. Costui non si difende, anzi accetta di buon grado la dura condanna, perché, sostiene, “mi hanno trovato che dormivo in una pozza di sangue, nello stesso letto dove era disteso il cadavere”. Non ricorda o non intende ricordare. Malgrado il sostegno di un secondo reduce della vecchia Roma, l’avvocato Trevi, “come la fontana”, che è poi l’altro protagonista del romanzo, anzi ne è la figura meglio incisa: lercio, spettinato, con sporchi occhialetti da vista, sempre accompagnato dal ronzio delle mosche che gli vorticano attorno, tossico incallito, vestito con sarong marroni, maglietta nera impataccata, infradito di gomma rosa, insomma una “brutta copia spelacchiata di John Lennon”. Sarà grazie a questo legale da strapazzo, però, che alla fine il “disegno degli eventi”, così come si sono svolti, si farà strada nella mente infantile del protagonista. Una biografia del presidente Mao, ecco il dono dell’avvocato al suo cliente. Un mediocre difensore che si trasforma in pessimo, perché inutile, critico letterario. A Pincio di certo non interessava che il suo protagonista somigliasse a un personaggio da commedia all’italiana interpretato da una sorta di Alberto Sordi postmoderno. Pure il risultato è questo.
Enzo Di Mauro
Il Messaggero, 6 ottobre 2008 | |
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Siamo a metà del terzo anno senza inverno, l'esodo da Roma ormai è quasi terminato, le periferie sono ormai deserte, nessuno osa spingersi sin laggiù, e gli unici abitanti rimasti in città sono quasi tutti cinesi. Il caldo soffocante costringe le persone a vivere di notte per barricarsi in casa durante il giorno: quella che era la capitale d'Italia è diventato un girone infernale. In questo scenario Marcello, disoccupato cinquantenne che vive nell'ex Grand Hotel Excelsior trasformato in un decadente condominio, va incontro al suo destino e alla sua condanna per omicidio della sua amante, la prostituta Yin. Questa è la Roma di Tommaso Pincio (nome d'arte in onore di Thomas Pynchon), è Cinacittà un fanta-noir, ossessivo e originale, in cui le nostre paure odierne vengono rappresentate magistralmente "temiamo i romeni perché stuprano le donne, gli zingari perché rubano e gli africani perché spacciano. I cinesi li temiamo perché ci appaiono una comunità impenetrabile dedita a loschi e fumosi affari. La diffidenza nei confronti dello straniero non è che un riflesso della neonata ossessione per la sicurezza" afferma lo scrittore. Ma Marcello (in omaggio a La Dolce Vita) non ha paura dei cinesi. Lui si lascia trascinare dall'onda del suo destino, il wangming, pensa di poter vivere senza lavorare grazie ai soldi della sua liquidazione e passa il proprio tempo ne La Città Proibita, un locale hard di Piazza Vittorio, dove la sua giornata o meglio la sua nottata viene passata a contemplare gli spogliarelli senza mai "consumare". Sarà qui che incontrerà Wang, l'artefice del proprio destino, uno dei pochi personaggi del romanzo di Pincio, insieme al Pm Tao Zhu, l'amministratore Ho e il suo avvocato scalcagnato Trevi (in omaggio al suo amico scrittore Emanuele Trevi o alla fontana?) che insieme popolano e accompagnano Marcello nella sua discesa all'inferno, in una Roma liquefatta più vicina ad un girone infernale che non alla Città Eterna che fu. Tiene il libro in tutte le sue 340 pagine, così come tiene anche la narrazione della storia, apparentemente un po' confusa, come il suo protagonista che racconta in prima persona il suo declino, dipanando il mistero della morte di Yin passo dopo passo. Tengono anche i personaggi, dall'oscuro saggio Wang all'ignavo e un po' paranoico Marcello, l'antitesi del personaggio felliniano. In fondo lo scenario che descrive Pincio è sì fantastico ma siamo così sicuri che sia un futuro così incredibile?
Opinionista, 9 ottobre 2008 | |
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| In una Roma senza romani vincono i cinesi | |
Da tanto vado dicendo che oggi i romanzi si fanno più facilmente (e più credibilmente) con le biografie e perfino autobiografie e più in genere con la memorialistica che permette di confrontarsi con una realtà non ancora svaporata (per colpa della televisione ha scritto non a torto Sturati). Ma non ero mai stato sfiorato dall'ipotesi che si potesse fare romanzo con la lettura delle biografie. Tommaso Pincio rimedia a questa imprevidenza. Il protagonista del suo nuovo romanzo Cinacittà (l’io che racconta) per tutta la durata del racconto non legge altro che due autobiografie e ha tutta l'aria di bastargli: la biografia di Marx (di Carlo Marx) e quella di Mao (di Mao Tse-tung). Quella di Marx gli serve per prendere atto del mondo che ha-ereditato, l'altra di Mao del mondo che sta arrivando (o che oggi è) e nel quale gli capita anzi sceglie (contrariamente ai suoi amici e parenti) di vivere. Dunque l'io che racconta ha delimitato con certezza lo spazio (lo scenario) in cui sviluppare la sua
azione da una parte segnato dalla profezia marxiana del capitalismo vincente (e degli inganni di cui si nutre) e dall'altra dalle insidie di una antica cultura (oggi vincente, e quanto vincente!), oscuramente misterica, che ha come segno distintivo la convinzione e la pratica che l'ombra e l'oscurità è l’arma con cui l’umanità sì protegge e garantisce la propria sopravvivenza. In uno scenario del genere, dagli ambiti così ampi e autorevoli, l'io che racconta (e per lui Pincio) non ha difficoltà a rappresentare (e prestare ragione) alla tragedia del contemporaneo, rievocandone le imprese, scoprendone la natura e prevedendone gli sviluppi: non ha difficoltà a montare una rappresentazione tra descrittiva e profetica dell'attualità minacciosamente incombente. Abbiamo sempre lamentato che la nostra narrativa non sa raccontare il mondo in cui viviamo: Pincio ci prova, con qualche felicità: per riuscirci deve falsificare le carte, che gli consentono di uscire da un realismo impotente e, per questa strada, ricaricare di valore simbolico (di possibile verità) persone e cose. La falsificazione avviene a spese della fantascienza che già in Philip K. Dick è pervenuta a risultati efficaci. Così immagina una Roma dove il tempo è impazzito: scomparso l'inverno un sole feroce la brucia per l'intera durata del giorno rendendo possibile viverci solo di notte. La fa occupare dai cinesi che nel momento in cui vincono e s'impossessano del mondo (Roma fu caput mundi) impongono, aiutati dalla natura (dalla meteorologia) e spinti dall'euforia del trionfo (e impunità dei vincitori), un degrado autopremiante assoluto e invincibile. Palazzi in pezzi, mura scrostate, strade sporche (i cinesi hanno l'abitudine di sputare per terra dovunque si trovino), lassismo imperante, bordelli dappertutto, ozio e debauche (tanto, cibo vestiti e altro arriva in orrende scatole dalla lontana Casa madre poi ammucchiate in montagne di rifiuti agli angoli delle strade), amore per il denaro (che è carta che produce carta e ancora carta come nell'attuale déblacle finanziaria che oggi ha investito il mondo e forse ci seppellirà).
I romani hanno lasciato la città e sono fuggiti al nord verso la Danimarca, non novelli Enea per portare in salvo le insegne di Roma-Troia, ma per andare tranquillamente a morire (a sparire). Il catastrofismo di Pincio è ammonitorio e metaforico, allude a un futuro che magari non ci sarà senza tuttavia togliergli tragedia (e certezza per noi di sofferenza infinita e insostenibili perdite). Pincio mette in scena la fine del capitalismo che quanto più vince (la Cina) tanto più moltiplica il suo potere distruttivo e di morte. Che non è un potere a (mire e di esso ora e per sempre ne patiremo le ferite. Questo Pincio nel disegno della sua metafora letteraria. Ma questo anche nelle riflessioni di economisti e politici che non negano la vocazione funeraria del capitalismo ma sostengono senza crederci che non consente alternative. Cinacittà è un romanzo ambizioso, forse troppo ambizioso che tuttavia non ha bisogno di troppo vistosi sostegni esterni per proporre la sua credibilità. Certo cerca l'aiuto del giallo, oggi di moda. Ma è una specie di giallo a posteriori, nel senso che non trascina la lettura limitandosi a servire di base. H lettore non si chiede mai chi è l'assassino né si interroga sulla vittima: con l'uno e con l'altra fa i conti dopo, a libro chiuso.
Non c'è scrittore oggi che non sappia condurre con correttezza una storia (e qualche volta con eleganza) ma questa di Pincio è una scrittura che sa di tanti libri letti e di tanti pensieri fatti, una scrittura la cui semplicità risuona dell'intenso lavorio compiuto per raggiungerla. Un esempio che è anche un esempio dell'attualità del romanzo? «E davvero sfinita e scorata questa persona. Così sfinita e scorata che ha l'impressione di avere costruito le piramidi di Cheope tutta da sola. In realtà non ha costruito un tubo.
Nemmeno un modesto appartamento in un quartiere del cavolo. Aveva provato a comprarne uno con un mutuo a tasso variabile e tanti sacrifici. Poi i tassi sono saliti e non è più riuscita a pagare. Così se l'è preso la banca, l'appartamento. Adesso costui è pure invecchiato di botto. Ecco com'è la vita, altro che piramidi. E dire che soltanto ieri si sentiva fresco come una rosa». Questo non è linguaggio di conversazione o linguaggio da trasporto (dalla realtà della vita alla pagina ) - come è d’uso oggi tra gli scrittori - ma è l'imitazione di quell’uso, il risultato, da riscuotere, di una simulazione sapiente.
Angelo Guglielmi
L'unità, 21 ottobre 2008 | |
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| Pincio, un' Italia senza domani | |
Una città, Roma, sull' orlo dell' apocalisse. Dove si vive solo di notte perché la temperatura supera i 50 gradi. In cui la stragrande maggioranza degli abitanti è ormai costituita da cinesi. È la città in cui vive l' io narrante di questo nuovo romanzo di Tommaso Pincio, Cinacittà (sottotitolo Memorie del mio delitto efferato), in carcere perché accusato di aver ucciso una giovane ragazza cinese. È uno dei pochi romani rimasti. Chi ha potuto, se n' è andato al Nord, in Danimarca per esempio, a formare una nostalgica comune di hippy, molto fumati, molto retrò. Lui, il protagonista, no. Con i soldi di una liquidazione (la nuova moneta si chiama globo), si permette una vita di ozi moderatamente viziosi. Passando il suo tempo a guardare le ragazze che si spogliano nei go-go bar vicino a piazza Vittorio. Ha pochi ricordi del prima: sforzandosi, tira fuori il giorno in cui stava con tanti altri a tirare le monetine contro Craxi davanti all' Hotel Raphael. Ma tutto questo sembra un passato più che remoto. Se ora si trova in carcere in attesa della sentenza per omicidio è stato perché un giorno si è presentato un cinese dai loschi segreti. Lo ha invitato all' Hotel Excelsior, gli ha fatto delle proposte, lui gli ha creduto, finendo per trovarsi coinvolto in una macchinazione che lo porterà a un bruttissimo finale. Tutto intorno, e lui ce la racconta da dietro le sbarre, c' è questa città malata in cui luoghi un tempo celebrati - la Fontana di Trevi, il Colosseo, l' Excelsior - hanno ormai l' aspetto di osceni ruderi, di desolate cementificazioni. Che anno è, che giorno è? Siamo ovviamente in un futuro prossimo, in cui la decadenza di un mondo, di una città ha toccato il fondo. «Ma questo non è un romanzo di fantascienza - dice Pincio - Io non voglio parlare del futuro, non credo nemmeno che ci aspetti un futuro così. Parlo di oggi, un po' come faceva Orwell. La città di 1984 altro non era che la Londra uscita a pezzi dalla guerra, e la data del titolo non era altro che il 1948 con le cifre invertite. Qui, io racconto le paure dell' uomo comune, che proietta le sue insicurezze sugli stranieri, aspetta con angoscia di essere invaso, coltiva la sua aggressività e finisce per credere alla sua paranoia. Certo, l' Italia è un paese invecchiato, dove non si fanno più figli, ma in cui gli immigrati hanno famiglie sempre più numerose e accettano ogni tipo di lavoro. Loro fanno sacrifici per i figli, che sono il futuro. Un po' come succedeva agli italiani del dopoguerra. Ma poi, arrivato il benessere, finiti gli anni di Sordi e della commedia, finita la dolce vita, è anche finita la ricerca del futuro. Questa Italia non ha un grande futuro alle spalle, ha solo un passato davanti». Sì, e poi succedono le aggressioni razziste come quella di Tor Bella Monaca, dove dei ragazzi romani hanno aggredito un cinese. «Anche qui, un caso di autoconvinzione, il credere in paure che non hanno una base reale. Quei ragazzi hanno giustificato il loro gesto dicendo che i cinesi arrivano e portano via il lavoro. Hanno rilevato molte bancarelle del mercato, è vero, ma non sono certo quei ragazzi né le loro famiglie a esserne danneggiati». La scena di questo romanzo a molti ricorda Blade Runner. «Sì, e lo hanno anche scritto. Del resto, il mio primo romanzo, M, era una rielaborazione del film di Ridley Scott, trasportato da Los Angeles nella Berlino dell' epoca di Weimar. Se qui però c' è questa atmosfera, la ragione è un' altra. E riguarda direttamente Roma. Roma ha Blade Runner nel suo Dna, è sempre stata la metropoli della grande mescolanza di popoli e di lingue, anche prima dell' arrivo dei barbari. Questo, Fellini l' aveva capito e l' aveva filmato nel Satyricon. Che senz' altro Ridley Scott aveva visto. Ma c' è dell' altro». Cioè? «Qui faccio un po' di filologia. Voglio ricordare un precedente molto importante, ed è il fumetto Ranxerox di Tamburini e Liberatore, pubblicato su Frigidaire. Era ambientato in una Roma post-catastrofe, in mezzo a un miscuglio violento di razze. Si sa che quella rivista arrivava anche in California, probabilmente la scenografia apocalittica del fumetto ha influenzato scenografi e costumisti del film. Così come è evidente che Ranxerox - una sorta di mostro creato dall' assemblaggio di pezzi di una fotocopiatrice - ha ispirato il Terminator di Schwarzenegger». Però, su questo sfondo apocalittico, il romanzo racconta la storia di un uomo inutile e senza qualità, che finisce accusato di omicidio. «La trama, il plot l' ho scritta pensando a qualcosa di più tradizionale. A Simenon, a romanzi come Lettera al mio giudice. O ai personaggi di Graham Greene, tipo il medico del Console onorario. Uomini anonimi, indolenti che per una svolta imprevista finiscono coinvolti in un gioco fatale». Finale nerissimo. Non è più tempo di commedie, l' italiano impaurito, aggressivo, disperato di oggi non ha più niente a che spartire con il tipo creato da Alberto Sordi, quello che per mezzo secolo lo ha ritratto con esattezza. Anche nei film più negativi, c' era sempre un riscatto finale, l' idea di un dopo, di un futuro. Oggi tutto questo non c' è più.
Ranieri Polese
Corriere della Sera, 21 ottobre 2008 | |
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| Dall’Esquilino «Blade Runner» alla romana | |
Esce per Einaudi Cinacittà di Tommaso Pincio, ed è subito scalpore. Il romanzo porta il sottotitolo Memorie del mio delitto efferato, ma non è un semplice giallo come tanti che sono usciti negli ultimi tempi, bensì un misto di «noir» e «science fiction», che si colloca nella logica dell’avantpop già esplorato da Pincio con il suo Lo spazio sfinito (al riguardo, è da notare come l'autore prenda le distanze dalla fantascienza, sostenendo che la sua è piuttosto «una materializzazione dell'inconscio del presente»... perché, la fantascienza non è anche questo?). Lo stile è quello asciutto dell' "hard-boiled", di cui Pincio non si perita di sfruttare alcuni stereotipi estetici e contenutistici, come il protagonista dedito a sperperare la propria esistenza, la narrazione in prima persona, l'avvocato stazzonato, le pale del ventilatore... I fatti vengono anticipati con pochi cenni, quasi casuali, ripresi un po’ più avanti, facendo crescere la curiosità nel lettore. Le descrizioni sono particolareggiate, al punto da farci visualizzare in maniera quasi fotografica la scena dell'azione.
Uno dei meriti è quello di saper tratteggiare una credibile e originale figura di "perdente": apatico, rassegnato, sembrerebbe un uomo senza storia, e invece, nella parabola da perfetto sconosciuto a celebrità del male, il nostro attraversa una serie di stadi intermedi che Pincio si preoccupa di descrivere fin nel dettaglio. Dapprima, lo troviamo studente di belle arti e belle speranze. Poi, assistiamo alla sua metamorfosi in gallerista, spinto a ciò dalla necessità di sublimare le velleità artistiche frustrate. Quindi, con leggero scarto, diventa una sorta di «principe russo» in esilio, l’«ultimo dei Quiriti», cinico ed ignavo, contrassegnato dal vizio, dalla solitudine e dall'ostinata volontà di continuare a vivere in Roma. Più avanti, il nostro s'incarna nell’«uomo che si accontentava. L'uomo delle piccole cose», capace di campare di rendita con la liquidazione del padre e vivere un eterno indolente anno sabbatico, una «vita da espatriato» alla maniera di un personaggio di Ernest Hemingway, giungendo all’illuminazione spirituale nelle contemplazione estetica di ballerine di go-go bar. Infine, eccolo manifestarsi come mostro assassino, arrivato a un punto morto della sua intera esistenza, ridotto a uno stato vegetativo fatto solo di funzioni corporali e mentali di base, accusato di avere ucciso una donna ed aver giaciuto per una settimana accanto al suo cadavere e tuttavia indifferente al proprio destino.
Intorno al protagonista, squinternato ma tutto sommato positivo nell'amara rassegnazione al corso della sua vita, ruotano alcuni, ben definiti personaggi di contorno: lo scalcinato avvocato Trevi, la seducente puttana Yin, il ribelle Giulio e, soprattutto, il memorabile Wang, metà saggio e metà ciarlatano, oltre a tutta una serie di comprimari (l’albergatore e il suo scagnozzo, per esempio) che danno colore alla vicenda e fanno da spalla al mattatore unico della vicenda. Ma dove Pincio da il massimo di sé è nella descrizione d'ambiente, nella raffigurazione di una Roma «luogo di morte e dell'assurdo», assoggettata a una successione di «anni senza inverno» e vivibile solo di notte a causa del clima torrido. La «kaput mundi» è stata abbandonata dai romani per le terre fredde del Nord specie la Danimarca e ha subito l'invasione pacifica, ma non per questo meno distruttiva, di torme di cinesi. Il centro storico è ridotto a una specie di Chinatown, mentre le periferie sono desertificate. Furoreggia il «morbo romano», una sottospecie di malaria, mentre altri danni li fa l’economia del sottosviluppo portata dalla globalizzazione (non a caso la moneta corrente è il "globo").
Il risultato finale è la pungente descrizione di una società ridotta a una catena alimentare, dove, con le parole di Edmondo Berselli, ciò che spicca è la «perdita dei riferimenti, dei codici, dei galatei... la trasposizione dell'edonismo anonimo della nostra civiltà ultrasecolarizzata anche politicamente». Non è privo di significato simbolico il fatto che, in assenza di qualsiasi superiore valore morale di riferimento, la Dolce Vita felliniana assurga a mitologia personale del protagonista. Un altro elemento degno di nota è il contrasto tra la bruta materialità dello scenario fantascientifico e la filosofia sognante della millenaria civiltà cinese, che considera la realtà come un ambiente fluttuante, in cui i sogni, le fantasticherie, le esperienze allucinogene hanno pari dignità con le visioni del quotidiano. Non per nulla i cinesi si stabiliscono originariamente nel quartiere romano chiamato Esquilino, «Exquilino», il contrario di «inquilino», colui che "abita fuori", colui che non condivide le tradizioni e le norme di linguaggio della civiltà ospitante e la fagocita. I cinesi si trasformano nei dominatori del territorio ed agiscono nel segno di un razzismo all'inverso: il caso criminale del protagonista diventa eclatante non tanto per l'oggettiva efferatezza della vicenda, ma perchè ad essere uccisa è «una di loro». «I cinesi, lungi dall'essere realistici, stanno a rappresentare la nostra paura dello straniero», dice Pincio in un'intervista a Lara Crinò per "D" di Repubblica, ma poi è l'autore stesso, all'interno del testo, a definire la popolazione orientale come i «barbari del terzo millennio». Accanto alla denuncia della deriva morale del materialismo moderno e dei rischi di un’immigrazione incontrollata e di una globalizzazione selvaggia, troviamo, come elemento di saldatura, il monito ecologista. l'accusa di disattenzione nei confronti dell'involuzione climatica, il disinteresse verso i guasti di un modello di vita che sta portando al surriscaldamento planetario e che può portare Roma, la Città Eterna, a diventare terra di conquista per moltitudini esotiche.
Insomma, a conti fatti, Cinacittà si rivela, forse anche oltre le stesse intenzioni dell'autore, un romanzo «ecumenico», capace di render conto di tutte le sfaccettature di un fenomeno travolgente per il quale ancora non abbiamo ancora elaborato adeguati strumenti di comprensione: da una parte, le paure diffuse della nostra società; dall'altra, la sacrosanta esigenza di non chiudersi ermeticamente alle culture emergenti, ma, piuttosto, di accoglierle in un clima di scambio, integrazione e reciproca tolleranza. Solo fantascienza? Per ora ancora sì. Ma, domani, la realtà potrà forse smentire clamorosamente gli scenari di Cinacittà. E credo elio tutti, Pincio compreso, non possano che augurarselo.
Errico Passero
Secolo d'Italia, venerdì 24 ottobre 2008 | |
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«La realtà non è che una deformazione mentale, una specie di malinteso collettivo»: a dirlo, anzi a scriverlo, nella ricostruzione memoriale dalla prigione in cui è rinchiuso, è il protagonista del nuovo libro di Tommaso Pincio, Cinacittà (Einaudi, “Stile Libero”, 2008, pp. 335), l’assassino di una giovane prostituta cinese, il quale, sin dalle prime battute dell’inchiesta e dalle prime pagine del romanzo (ché le due cose, fatalmente, coincidono), si proclama “non colpevole e non innocente”, come ogni eroe tragico che si rispetti, dalla Poetica di Aristotele in poi. Se fosse dichiaratamente colpevole, infatti, non proveremmo per lui pena ma ripugnanza, e se fosse interamente innocente, il suo non sarebbe un caso tragico, ma ci annoierebbe. Una delle tragedie preferite da Aristotele era l’Edipo Re, un’inchiesta in cui lo sviluppo drammatico procedeva parallelamente alla risoluzione dell’enigma, pure se tale risoluzione non appariva poi di fatto troppo rasserenante. Edipo aveva ucciso, pur non sapendo chi. Il protagonista di Pincio, al contrario, sappiamo chi, ma non sappiamo se e perché abbia ucciso. Tanto più che l’inchiesta-romanzo si svolge entro un contesto orientale o meglio orientaleggiante, che ne contagia l’andamento a partire dall’assunto gnoseologico di base: «noi occidentali tendiamo a credere che esista una cosa chiamata realtà la cui corretta percezione può essere inficiata da una serie di esperienze ingannevoli. Le apparenze, i miraggi, le droghe […]. Gli orientali, invece, non sono per nulla inclini alle distinzioni. Per loro la realtà non è una cosa che se ne sta per i fatti suoi […]. La realtà è parte integrante dei fumi che annebbiano il cervello. Non significa che gli orientali vivano con la testa fra le nuvole. Per un orientale, è il mondo intero a esistere fra le nuvole».
Non so se Pincio avesse in mente l’Edipo; di sicuro aveva in mente la quasi omonima Oedipa del quasi omonimo Pynchon, nel dipanare il groviglio di una vicenda oscillante fino all’ultima pagina, proprio come nell’Incanto del lotto 49, tra il complotto e la paranoia. L’inchiesta, il detective, l’assassino, la donna assassinata: pare un giallo, e dei più canonici. Se non fosse che a essere veramente indagata e inquisita, sottoposta a ispezioni minuziose e a domande dolorose sul suo passato, il suo presente e il suo futuro è, innanzitutto, la Roma del titolo, una città resa irriconoscibile (ma non del tutto) dall’invasione dei “cinesi” e dall’imposizione delle loro abitudini, a partire dallo sfrenato e irriducibile perseguimento del proprio tornaconto, specie economico, com’è ovvio. I cinesi, quindi. Viene da pensare alla magniloquente apertura di Gomorra di Saviano, con il raccapricciante carico di cinesi morti da smaltire. Anche qui cinesi, cinesi però vivi, a parte la ragazza ammazzata, e cinesi che anzi «spuntano» ovunque; e «spuntano», dice il protagonista, perché non si sa mai come e da dove arrivino: ne avete visti mai, di cinesi, viaggiare sui treni? Cinesi, dunque. E Cinacittà come Gomorra, coi suoi traffici criminali, coi loschi mediatori del recupero crediti, coi soldi sporchi su cui si regge il benessere della “Città proibita”, il quartiere in cui si prova tutti ad affogare l’inevitabile frustrazione. E sì, perché Cinacittà non è solo Roma, bensì il mondo intero, alla prese con la globalizzazione: lo attesta, se ce ne fosse bisogno, la felice introduzione narrativa del globo come moneta unica, in una sorta di fantaetimologia simbolica della massificazione e omologazione imperante. Cinacittà è allora proprio il mondo infestato dal capitale in tutte le sue forme, dall’arte (sul cui mercato Pincio scrive le pagine più partecipate, forte probabilmente dei suoi trascorsi diretti) ai più banali rapporti umani. E Cinacittà è forse, a questo punto, il romanzo che Gomorra non vuole o non riesce ad essere.
Quello che lo rende un vero romanzo non è però tanto una trama che sta in piedi (magari anche troppo), o dei personaggi che si animano di una loro speciale inerzia, come l’irresistibilmente sottomessa Yin o il perfidamente umano-troppo umano Wang: coerenti a loro stessi fino alla fine, forse per lasciare intera la scena alla metabolé del protagonista, che comunque avviene entro un contesto irreale (secondo l’accezione che ci è stata più volte chiarita), o, perlomeno, di stordimento percettivo. Quello che lo rende un vero romanzo, un romanzo di quelli che restano, è la voce, che racconta una storia di inettitudine tutta ormai “duemilesca”, per così dire, ereditando dai suoi predecessori novecenteschi (uno fra tutti: Zeno Cosini) soprattutto il tratto dell’antipatia. Un’antipatia promanante da un autocompiacimento che non sfocia mai però nell’autocommiserazione, quanto piuttosto nella serena disperazione dell’incapacità di vivere la vita di tutti: di tutti noi cinesi.
Glida Policastro
Queer (supplemento di Liberazione), 26 ottobre 2008 | |
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I protagonisti dei romanzi di Tommaso Pincio - alias Marco Colapietro - sono sfigati di successo, come nel caso di Kurt Cobain, o perdenti quasi anonimi, se non fosse che il protagonista di 'Cinacittà' (Einaudi, pp. 335, e 17) si chiama come l'autore, e come lui ha lavorato in una galleria d'arte. Vive a Roma, città visionaria, dominata dai cinesi, in un clima torrido, impossibile. Pincio ha abbandonato la sua 'scrittura bianca', tutta allusioni ed elisioni, per un racconto ispirato alle forme tradizionali del giallo, alla Chandler: il suo protagonista è una sorta di Marlowe del Colosseo che indaga su se stesso standosene chiuso a Regina Coeli per il delitto di una giovane prostituta cinese. A Pincio interessa questa discesa all'inferno, un infernuccio che ricorda 'Lo straniero' di Camus e l'indifferenza del suo protagonista.
Il risultato è un libro che si legge con curiosità, ma anche con un senso di sfinimento progressivo. Le parti più interessanti non riguardano il delitto, ma il contorno: la città, le strade, le abitudini alimentari, le divagazioni storiche, Fellini e 'la dolce vita'. Come a dire che nel bel mezzo della 'scrittura nera' di questo romanzo s'infila la 'scrittura bianca' del vecchio Pincio, quello che sembra scrivere in un italiano tradotto in italiano.
Il romanzo funziona per questa doppia marcia, per l'intreccio di plot e di deviazioni continue: in questo modo lo scrittore si fa leggere con gusto anche da chi ha scartato la scrittura opaca dei precedenti romanzi. Per raccontare oggi pare necessario avere una storia e travestirsi da narratore, anche quando si è qualcosa di più, o forse di meno: uno scrittore.
Marco Belpoliti
L'Espresso, 7 novembre 2008 | |
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| ALIENS DON'T SUCK!
edizione straordinaria - novembre 2008 |
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