Bruno Tognolini

SALTO
NELL'ULTRAMONDO

Romanzo
PRIMA EDIZIONE. Firenze, Giunti, 1994 - Illustrazioni di Roberto Luciani
SECONDA EDIZIONE. Firenze, Giunti, 2007



Copertina della prima edizione
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Un'illustrazione della prima edizionedi Roberto Luciani (JPG 50KB)
Un'altra illustrazione della prima edizione(JPG 49KB)




Una breve nota sulla genesi del libro

Ormai tanti anni fa, credo intorno al 1988, fui chiamato in una scuola di Mira (VE) per partecipare a un progetto teatrale scintillante e innovativo. Il tramite di quella chiamata era stato Marco Paolini, che vi partecipava a sua volta e con cui avevo collaborato come drammaturgo. Assieme a lui, a Maria Lai (una famosa scultrice sarda che lì conobbi e che poi divenne mia amica) e ad altri che ormai non ricordo, dovevo affrontare una bella impresa, articolata in questi punti:
a) produzione da parte di alcune classi di scuola primaria (quarte e quinte) di un "soggetto" tratto dalla loro esperienza o immaginazione, a loro piacimento: una ricerca, un'invenzione, una riflessione, etc.;
b) consegna dei soggetti a una piccola compagnia di artisti di linguaggi diversi: attori, artisti figurativi, autori teatrali (io ero stato chiamato come tale);
c) elaborazione da parte dell'artista del soggetto dei bambini;
d) messa in scena, messa in opera, e comunque consegna e comunicazione dei risultati ai bambini stessi.
A me era arrivata per posta la ricerca di una quarta elementare che aveva lavorato, col suo maestro, su quello che loro chiamavano "Il Sipario Invisibile", o meglio sui mondi immaginari dietro quel sipario: quei mondi di rÍverie in cui i bambini "andavano" quando si distraevano durante la lezione, o in altri momenti della loro giornata. Il risultato era una ventina di testi scritti a mano dai bambini, che passavano in rassegna fantasie prevalentemente di gloria e cimento per i maschietti (calcio, formula 1, etc.), e prevalentemente relazionali per le bambine (amiche immaginarie, etc.). Io studiai, catalogai e riordinai quei materiali, li sottoposi a un "trattamento" che desse loro uno sviluppo, e ne nacque un testo teatrale, di cui il progetto prevedeva una messa in scena.
Questa messa in scena non venne mai perché il progetto, per un cambio di amministrazione, fu bloccato al secondo anno. Il testo teatrale fu letto integralmente dal maestro nella classe che ne aveva prodotto il soggetto. Con gran festa ed emozione i bambini si riconobbero, si specchiarono, si sorpresero e compiacquero e irritarono per gli sviluppi che l'autore avea dato ai loro "Sipari Invisibili".
Poi il testo finì nel cassetto. Dove visse però tutto sommato un'attesa sabbatica più breve rispetto ad altri (LUNAMOONDA lamenta tredici anni di cassetto): tre o quattro anni dopo lo ripresi in mano, lo estesi e rimpolpai, e ne nacque il romanzo.



I primi dieci capitoli

  • 1 L'Angelo Scomparso
  • 2 Il Sipario Invisibile
  • 3 L'Ultramondo
  • 4 L'Ultrastanza
  • 5 Taprobane
  • 6 Therantir
  • 7 Primo rientro in base
  • 8 Lo stadio
  • 9 La caccia
  • 10 La zona rossa

  • 11 Zuffe
  • 12 Anna
  • 13 Grande Atlante dei Sogni
  • 14 Chiacchiere
  • 15 Piccolo Teatro dei Sogni
  • 16 L'Est
  • 17 Spaesaggi
  • 18 Scirocco
  • 19 Sotto il Muro
  • 20 Nel Gorgo

  • 21 Nel Deserto
  • 22 Tung
  • 23 Allarme rosso
  • 24 Incubo grigio
  • 25 I foglietti
  • 26 Il volo
  • 27 Il salvataggio
  • 28 Il vento purificatore
  • 29 Il giorno dopo
  • 30 Epilogo





  • 1 . L'Angelo Scomparso


    Martino chiuse gli occhi e allungò le gambe al massimo, mentre le dita lente delle mani s'infilavano nel caldo della sabbia, setacciando minuscoli tesori. Eccomi, - pensò sdraiato, - sono qui. L'isola Taprobane, pigra nella mattina marinara come una tartaruga gigantesca, tremò appena sotto di lui come a dargli una carezza, o una risposta: sì, tu sei qui.
    Si alzò in piedi, riassettò l'imbragatura della corda che partiva dalle sue spalle e spariva nel mare, si schermò gli occhi abbacinati per guardare: ad ovest, ad est, la spiaggia si perdeva a vista d'occhio, curvando dolcemente verso i capi che chiudevano la baia. Camminare lungo la riva, lo sapeva, sarebbe stata una perdita di tempo: tre giorni di marcia, o magari anche trenta, chi lo sa, per ritrovarsi lì allo stesso punto. No, una spiaggia non pareva il posto giusto per un passaggio verso un altro mondo: doveva decidersi a penetrare l'entroterra. Si mise in piedi, spalle al mare, e guardò dritto davanti a sé: sì, laggiù, in fondo.
    E cosa c'è laggiù in fondo? Un muro verde ininterrotto di foresta, frangia dell'orizzonte. E dopo quella? Un deserto, gli pareva di ricordare: e dopo quello? Conosceva ben poco la sua isola, lo capì pensandoci adesso: e non aveva nemmeno fretta di conoscerla, a dire il vero. In tutte le spedizioni fino ad ora aveva bighellonato sulla spiaggia, pescando, facendo segnali di fumo per le navi di passaggio, facendo bagni, tirandosi le dita, e poi quand'era stufo decideva che il gioco era finito e andava via.
    Stavolta no, stavolta era diverso: Angelo Buio, il loro amico, era scomparso, prigioniero dell'Ultramondo sconfinato, e loro cinque dovevano trovarlo. Il piano era stato fatto, la missione di soccorso era partita, e lui era il primo. Doveva andare, esplorare, cercare. Cercare Angelo? No: cercare il varco per l'Ultramondo, innanzi tutto, che poteva essere ovunque in quella landa. E se era tanto fortunato da trovarlo, doveva passare di là. E una volta di là, bene, daccapo: andare, esplorare, cercare Angelo perduto in qualche posto.
    Roba da ridere, pensò scrutando lontano e facendo due conti: la striscia di spiaggia era ampia, ma non più di mezz'ora di cammino, considerata la fatica di marciare sulla sabbia franosa. In fondo a quella, nel muro fitto di foresta, si vedeva una piccola tacca, una parte più rada. Poteva puntare lì, per il momento: poi, una volta dentro avrebbe visto. Chissà quanto era estesa la foresta, chissà quanto era fitta, chissà se c'erano belve. E chissà poi il deserto, col sole matto che tambura la capoccia, e coi serpenti: ma perché mai si era messo in questo guaio?
    Bene: c'era poco da stare lì a rimuginare. O andare o stare. Martino prende un respiro, un altro, e va. E la corda legata alle sue spalle sguscia fuori dall'acqua per seguirlo, mansueta, dritta: completamente asciutta.
    Noi lo lasciamo lì mentre cammina, tagliando a perpendicolo la spiaggia di un'isola tropicale che forse non esiste nemmeno. Voliamo indietro di un giorno, lontano di un mondo, in un paese emiliano che forse esiste davvero: e vediamo come è partita questa storia.

    La casa di Francesca Fanti era situata abbastanza bene tra due prati, uno dietro e uno davanti, pieni di nani di gesso. Quello davanti era percorso da un vialetto di pietre messe a caso ma vicine, alcune smosse che celavano tesori. Questo vialetto, dopo due curve un po' inutili intorno ai nani, portava all'ingresso, che era di vetro fumè e di alluminio.
    La casa contava due piani ed era da ricchi, perché il padre di Francesca era ingegnere dirigente alla Fabbrica dei Salami lì davanti. Cosicché Francesca poteva avere una stanza per dormire e una dei giochi, con una porta per passare direttamente da una all'altra senza dover uscire in corridoio. Questo fatto delle due stanze con due porte, che sarà chiave di tutta l'avventura, era motivo di grande invidia per gli amici che dovevano accontentarsi di una sola, e in genere divisa coi fratelli.
    Ora, nel pomeriggio di un venerdì, questi amici stavano appunto arrivando ad uno ad uno, per via di una riunione d'emergenza stabilita dopo i compiti alle sei, per decidere su un fatto grave sopraggiunto. Erano quattro, cinque con lei, la cricca più affiatata della classe, quella dove anche Angelo era ammesso.
    Francesca li aspettava alla finestra del salone di sotto, che era poi una vetrata panoramica enorme, affacciata sulla Fabbrica di fronte. Era minuta e bellissima, Francesca, con due occhi celesti così grandi che sembravano tre, e la frangetta nera sopra, impertinente. Ma non aveva quell'espressione infastidita che i ricchi belli mettono spesso in faccia, chissà perché: al contrario rideva sempre di ogni cosa, di una risata che sembrava fatta di palline d'argento che cadono rimbalzando dappertutto. Ogni battuta spiritosa di chiunque con lei era un trionfo assicurato, e lei stessa ne diceva di carine, e per questo piaceva a tutti starle accanto: perché era buffa.
    Ora invece, un po' in ansia, agitava sotto il termosifone le sue grandi ciabatte a forma di orsi bianchi, e guardava il vialetto.

    Per primo arrivò Ernesto Cesarini, piccolo, duro, forte, il braccio militare della cricca. Era chiamato "il Ce", sia per abbreviazione del cognome, e sia perché il padre da ragazzo era stato operaio in Bolivia, e gli narrava sempre di questo famoso Ernesto Che Guevara (che anche se è scritto Che si legge Ce), Grande Comandante Guerrigliero della Rivoluzione di laggiù, morto ammazzato a tradimento dai fascisti.
    Adesso invece questo padre era sempre operaio, ma nella fabbrica dei salami lì davanti, e anzi sotto i comandi del papà di Francesca, l'ingegnere. Della qual cosa ai due figli non importava un'acca muta, ma al padre boliviano pareva di sì, visto che diceva sempre con sarcasmo: - Ah, vai da quello coi nanetti nel giardino, salutameli tanto!
    Cosa ci fosse da dire su quei nani il Ce non lo capiva. Era evidente che l'ingegnere li aveva messi lì per sua figlia, forse pensando che le mettessero allegria: ma né lei né gli amici li avevano mai degnati, per cui il muschio gli cresceva sulle barbe senza nessun problema. O meglio, per dirla tutta lui e Martino, un paio di volte che nessuno li vedeva, avevano fatto a bersaglio con gli sputi. Ma ora non li guardò neanche di sbieco, preso com'era dalla riunione d'emergenza: accidenti, povero Buio, Angelo disgraziato che non vola, e adesso non cammina neanche più.
    Tanto peggio: Andrea Dos poteva anche essere il genio della classe, ma lui era il Ce, il Comandante, il più tosto di tutti, esperto di sopravvivenza in ogni ambiente. Pare che il Dos un piano ce l'avesse, per aiutare il Buio: be' allora non aveva che da dirlo, datemi una missione che vado dritto all'inferno e poi torno con lui, dannazione. E proprio mentre pensava "dannazione" sputò sul piedone di un nano, strinse in tasca il coltellino a trenta usi, tirò su lo skate con un calcio, e suonò.
    Per seconda arrivò Alessia Magni, detta Ale Magna perché era alta, grande, grassa, e non smetteva di mangiare quasi mai. Un immenso piumino arancio tipo Anas le dava l'aria di una smagliante mongolfiera, e le sue dita erano glassate di dolciumi: ma il cuore che c'era dentro quel piumino era più grande e più dolce ancora, e di un bel poco.
    Nessuno era come lei: capace di farsi venire i lucciconi per una storia triste su un fumetto, per un castigo dato a un altro e non a lei; addirittura, nelle sue giornate migliori, per i mostri disintegrati ai videogame. Le poche volte che andava sulle furie, con quelle spalle e con quelle mani grandi, anche il Ce preferiva stare largo, memore di una bella tamburata davanti a tutti per una coda mozzata a una lucertola, due anni prima.
    Ora Alessia trottava sul vialetto erboso, con la fronte cicciona corrugata, con gli occhi luminosi di pena, con un'aria ardente e decisa sulla bocca: Angelo non era più tornato a scuola, ed ormai erano quasi dieci giorni. Alla fine la prof imbarazzata aveva detto qualcosa di poco chiaro, su una specie di malattia particolare, pare di nervi, depressione o chissà che.
    Bene, allora: dovevano far qualcosa, erano lì per questo, pare che il Dos avesse anche un piano, tutto okay. Ma se per caso qualcuno tentennava, lei aveva pronta una decina di ricatti e una trentina di discorsi e di lusinghe per dare una mossa a tutti. E se poi questo non bastava ancora... be', insomma: stessero attenti. Dopo aver respirato tre volte per cacciare giù il nodo della gola, Ale Magna suonò.
    Per terzo arrivò Andrea Dossi, un po' piccolo e magrino e con gli occhiali, primo e secondo e terzo della classe, genio e manovratore di computer. Un giorno aveva provato a spiegare ai quattro amici la differenza tra i sistemi operativi di computer chiamati Dos e OS2, ricevendone in cambio risate, pacche in testa, e un soprannome: "Dos", che andava bene ad abbreviare anche il cognome.
    Questo Dos non era per niente presuntuoso, tutt'al più un po' distratto, e per esempio non si accorgeva mai quando annoiava con le sue spiegazioni, per cui bisognava ricorrere alle pacche, che sono piattonate sulla testa che fanno molto rumore e poco danno. Anche ora camminava sul vialetto col cervello chissà dove, forse al suo piano, e poco mancò che salutasse un nano.
    In realtà pensava ad Angelo anche lui: va be', mancava da scuola, ma fosse solo per la scuola buon per lui. Quel che è peggio è che pareva sparito dalla circolazione: come un filecancellato per sbaglio dal computer, pluff, scomparso! Neanche al campetto lo si vedeva più, neanche alla sala game, dove di solito passava intere ore a combattere adirato contro i mostri, e vincere vincere sempre, il migliore, accidenti a lui.
    Ma il Dos un'idea ce l'aveva: ed ora, se solo Ermes veniva veramente, l'avrebbe verificata con lui, e poi con gli altri, e avrebbero steso un bel piano di soccorso. Avanti allora: Andrea si scuote, appena un istante prima di dare una zuccata al portoncino, leva gli sguardi astratti, vede il campanello, e come ricordandosi lo suona.
    Ed ecco, ultimo, Martino Casalini, che come Francesca non aveva soprannomi. E non aveva neanche niente di speciale: non era grasso come l'Ale Magna ma neanche magro, non era duro come Ernesto Ce ma neanche coniglio, non era genio come Andrea Dos ma neanche fesso. Era un ragazzino normale, dodici anni, seconda media, una sorella più piccola, vacanze al mare, auto disel ma non turbo: tutto a posto.
    Tutto a posto un bel niente: era lui il più amico di Angelo fra tutti, con lui il Buio parlava qualche volta, anche fuori dai giochi. E poco prima era passato a casa sua, per vedere coi suoi occhi come andava, e aveva visto.
    Angelo stava a letto, ma era sveglio. Si fa per dire sveglio: gli occhi aperti, sì ma fissi chissà dove, come in punti lontanissimi da qui. Non parlava, non rispondeva alle domande. Anche Martino, dopo un po' di tempo, non aveva più detto una parola, e alla fine la mamma di Angelo lo aveva accompagnato fuori con la faccia scura, dicendogli che per favore facesse il ragazzo grande, e non parlasse in giro: - Sai, si fa presto a dire che uno è scemo.
    Scemo? Ma stiamo scherzando! Ma porca miseria, sono impazziti tutti? Dovevano fare qualcosa, e subito, non c'è dubbio. Insomma, era Martino che aveva indetto la riunione. E ora avrebbe detto a tutti di quella visita, e rivelato tutto ciò che aveva visto, e pazienza per la madre preoccupata di ciò che dicono gli altri: erano loro gli amici del figlio, in fin dei conti.
    E via: suonò, entrò, la porta si richiuse, e tutti i nani di gesso del giardino si guardarono in silenzio, e pensarono: e ora?

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    2 . Il Sipario Invisibile


    E ora son tutti e cinque nella stanza di Francesca, quella dei giochi non quella del letto, seduti sui cuscini, mangiando noci e merendine industriali. Martino ha appena finito il suo racconto.
    - Ah, - dice il Dos, rompendo un brutto silenzio, - allora Angelo è ancora qui. E' già qualcosa.
    - Ma Marti, senti, stava proprio male male? - e nel dir questo gli occhi di Alessia promettevano già due belle perle tremolanti. Ma il Ce duro:
    - Dio, Magna, sta ferma, aspetta un poco! Ci manca solo che piangi già da ora! Lasciaci ragionare!
    - E ragioniamo allora. - fa Francesca, - Secondo voi che cosa gli è successo?
    - Mah, chi lo sa, però l'ho visto male. - ribadisce Martino, - Cioè, non mi ha visto nemmeno, capite? O almeno credo...
    - Dài, Dos, spara la palla, - dice il Ce, - tanto si sa che ci hai qualcosa in testa.
    - Io in testa... Be', proprio qualcosa no ma, confrontando...
    - E allora confronta, ma parla chiaro. E poco.
    - Okay, proverò. Dunque...
    Il Dos ha appena tirato un bel sospiro, e sta per cominciare il suo discorso, quando: blin blon! Ancora il campanello. Lui si blocca col dito alzato in aria, e fa:
    - Aspetta: Francesca apri!
    - Ma chi è? Perché ti sei interrotto?
    - Aspetta un poco: se è chi dico io ci risparmiamo di ripetere due volte. Apri dài.
    Francesca sbuffa e si alza. Il Comandante Ce sbuffa e si alza anche lui, e prende a girare intorno. Poi chiede brusco al Dos:
    - Uffa quanti misteri, ma chi è?
    - Ermes.
    - Ma chi, Ermes quel vecchio... quello della biblioteca, no? Quello che giocava con le storie?
    - Proprio lui. - conferma il Dos, - Lo ricordate?
    - Caspita! - dice Alessia, - Certo che lo ricordo! Raccontava storie bellissime, ma dov'era finito? Mi sono sempre chiesta com'è che non l'abbiamo visto più.
    - Te lo dico io allora. - risponde il Ce, che le parlava sempre un po' abbaiando, ma in fondo la stimava più di tutti. - Perché non siamo più mocciolosi lagnoni piagnoni che si commuovono con tutte le storielle.
    - Silenzio, lasciate stare, sta arrivando.
    In quel momento infatti si apre la porta: entra Francesca con la faccia un po' sorpresa, e dietro a lei un vecchio dall'aria stanca e spavalda insieme, con gli occhi pieni di risate silenziose, e con un montgomery blu pieno di fogli.
    - Ciao ragazzi, allora come va?

    Ermes era un vecchio del posto, che era stato via per molti anni, a Roma, e da lì in Francia, e da lì nel resto del mondo sconfinato. Aveva fatto molti lavori nella vita, ma più che altro connessi con le storie, vere o inventate: aveva fatto il maestro, il giornalista, lo scrittore, il pubblicitario e il regista alla TV. Da qualche tempo era tornato nel paese, e c'era rimasto a fare il pensionato. Riposava, leggeva, passeggiava, e poi faceva volontariato in biblioteca, per aiutare la ragazza titolare con certi progetti che inventava lui, abbastanza belli.
    L'avevano conosciuto proprio lì, in biblioteca, in uno di questi progetti due anni prima, intitolato Letture D'Azzardo. Funzionava così: con una grande roulette fatta da loro sorteggiavano i libri, coi dadi sorteggiavano le pagine, con le carte sorteggiavano le righe, e i pezzi di storia che venivano fuori così li mettevano in fila. Poi si provava insieme a ricucirli, inventando altri pezzi per farli tornare, come se fossero una storia sola, ma a collage.
    Dopo quei giorni, finito quel lavoro, avevano continuato a frequentarlo per un anno. Andavano in biblioteca in tre o quattro, e qualche volta anche Angelo con loro: e lui leggeva libri a voce alta, con uno stereo che mandava musiche per colonna sonora. Tutto qui, però leggeva così bene, e poi sceglieva libri così belli che da soli non li avrebbero scovati: tanto che il Dos stava lì muto bavaglio e non chiedeva neanche spiegazioni. Poi dopo invece, come accade spesso, un giorno queste letture erano finite, così, senza un motivo: e loro tornavano ogni tanto in biblioteca, ma solo a prender libri, che oramai si leggevano da soli.
    E infatti non lo vedevano da un anno: ed ora lì, seduto sui cuscini, chiedeva cosa avessero da dirgli. I cinque amici si fecero coraggio, e cominciarono il racconto, un po' a turno: Francesca parlò delle assenze di Angelo a scuola; Alessia di ciò che aveva detto la prof su questo male che si chiama depressione; Martino raccontò la sua visita e parlò di Angelo a letto con gli occhi spenti; il Ce disse che bisognava intervenire, e che il Dos un'idea ce l'aveva, e che ormai era ora di dirla, o gli scoppiava di dietro.
    - Bene, Andrea, dicci tutto. - disse Ermes tranquillo.
    - Sì, dunque. Però prima bisogna fare un salto indietro: ti dobbiamo raccontare una cosa che abbiamo fatto a scuola.
    - Aaaahh! - fece il Ce, ma poi tacque e ascoltò il Dos che attaccava la relazione minuziosa. Tipico, aveva studiato tutto prima: tirò fuori il quaderno e lesse la definizione del sipario invisibile scritta quel giorno dalla prof sulla lavagna, che diceva così:
    "Ognuno di noi usa in certi momenti una specie di sipario invisibile, per isolarsi da ciò che gli sta intorno. In questi momenti si vivono i propri sogni, le proprie fantasie, i desideri. Si parla con persone inesistenti, con amici inventati, con animali immaginari; si va con la fantasia in luoghi meravigliosi e leggendari; si diventa un eroe, un campione, un guerriero. Ma questo mondo secondo te esiste davvero?".

    Insomma, era andata così: la professoressa di lettere, una giovane abbastanza in gamba, aveva affrontato un tema difficile quell'anno: la fantasia, ovverosia l'immaginario. Aveva studiato, si era documentata, e aveva scelto le tecniche da usare: conversazione libera in classe un'ora al giorno, stimoli esterni da letture e videofilm, racconti delle esperienze individuali, sintesi e rielaborazione collettiva.
    I ragazzi non l'hanno presa male: dapprima sospettavano, poco convinti di raccontare così davanti a tutti quei loro segreti, per via delle prese in giro - che infatti sono arrivate puntualmente. Poi hanno visto che in fondo i sipari invisibili ce li avevano tutti, non c'era tanto da ridere degli altri, oppure tutti ridevano di tutti: e allora un grande gioco ha preso piede. Tranne i soliti tre o quattro spacconi, che sparavano balle per far colpo, gli altri bene o male hanno narrato i loro sogni da svegli, ognuno il suo. Poi era giunta la fase del raccolto: radunare ventiquattro fantasie, vedere quali erano uguali o prevalenti, fare tabelle, percentuali, riflessioni, poi pubblicare e presentare alle altre classi.
    E c'erano: sei mondiali di calcio o di altri sport, quattro vite selvagge nella giungla o isole deserte, quattro amicizie con amici immaginari, tre viaggi stellari, due avventure di guerra, una scalata di montagne, un lavoro da meccanico Ferrari, un poliziotto antidroga, ed una maga. Totale, ventitré: mancava uno. Il solito Angelo, che si era rifiutato.
    Parlava poco, Angelo, ma non era "un ragazzino che ha problemi", come si usava dire nella scuola per qualcuno un po' debole di testa. Anzi per certe cose sorprendeva, come sapeva dire a botta calda le risposte più difficili di tutte: ma solo quando pareva a lui. E a lui pareva di rado, a quanto sembra: visto che se ne stava lì incantato, guardando fuori, con la faccia normale ma con gli occhi lontanissimi da qui.
    I compagni lo chiamavano Angelo Buio, per abbreviare il cognome di Buioli, e per dire che non si capiva dove fosse. Ma lo trattavano con una specie di rispetto: non compassione, proprio strana ammirazione come fosse uscito da un film, non ragazzino qualunque come loro. E specialmente loro cinque, nella classe, erano suoi amici: avevano trovato il modo tra di loro, come i ragazzi sanno fare senza i grandi, di parlare con lui il tanto che basta per farlo entrare nei giochi e in tutte le altre occupazioni. Ma stavolta neanche loro ne avevano cavato nulla, nemmeno mezza sillaba, neanche un no.
    - Ma insomma, possibile che non ce l'hai anche tu una fantasia che fai sempre? Cos'è che pensi quando te ne stai lì fisso palo? E dài Buio! Dillo soltanto a noi!
    Ma niente: buio. Eppure la professoressa ci contava. Chissà com'è, si era convinta che Angelo avesse un sipario invisibile segreto grande come un palazzo, e dietro a quello chissà quali altri mondi in cui spariva, e che quella poteva essere la volta buona per farlo scoppiare fuori all'aria aperta - parla, frondeggia, fiorisci grande albero buio, accidenti a te!

    Insomma, il Dos andava narrando tutto questo: quanti e quali erano i mondi immaginari, come e quando tutti li avevano narrati, tutti eccettuato lui. Qui terminò, ruotando intorno il lampo sagace degli occhiali che aspettava che gli dicessero: e allora?
    - E allora? - disse infatti Francesca con voce da presa in giro.
    - Sì, vai avanti, - aggiunse il vecchio Ermes, - Se non mi sbaglio sei sulla buona strada.
    Andrea fece un sorriso radioso, e anche i suoi amici a dire il vero sorrisero un po' di orgoglio: mica male il loro Dos, sentiamo un poco.
    - Allora niente, io penso quattro cose. Uno: che Angelo un sipario invisibile ce l'aveva eccome, anche se non lo diceva. Due: che dietro il suo sipario, a fare fantasie, ci andava molto più di noi. Tre: che negli ultimi tempi ci andava anche troppo. Quattro: che alla fine è rimasto lì e non è più tornato. Secondo me ora è lì, prigioniero.

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    3 . L'Ultramondo


    - ... mmmmm...
    Il silenzio di pietra che seguì fu rotto dal mugolio di Alessia, che combatteva per tenere il pianto. Stavolta il Ce non disse nulla, e neanche gli altri: fu Ermes che intervenne, con una voce stranamente quieta.
    - Dài, sù, Alessia, non è così grave, vedrai che tutto si rimette a posto. Mi pare che state facendo un buon lavoro, questa per ora è la cosa più importante.
    - Ma sei d'accordo col Dos, allora, Ermes? - chiese Francesca, - Anche per te Angelo è prigioniero del sipario?
    - Momento. Prima di rispondervi devo chiedere io qualche cosa, e proprio al Dos, immagino. Dunque, Andrea: perché avete chiamato proprio me? Perché non hai parlato di questa tua idea con la professoressa, o l'assistente sociale, o qualcun altro?
    - Perché... - cominciò il Dos un po' confuso, - Be', perché tu, secondo me... tu sei un esperto di sipari invisibili. Tu hai a che fare con le storie, scrivi, leggi... Voglio dire, per me sei uno... che va e viene attraverso i sipari. Cioè, che viaggia, no?
    - Sì accidenti! - intervenne il Ce, che finalmente intravedeva un tema noto in quella bega astrusa, - Una specie di viaggiatore dell'iperspazio, ma nelle storie e nella fantasia!
    - Pensate questo? - chiese Ermes a tutti.
    - Sì.
    - Bene, allora, vi faccio i complimenti: prima di tutto per come prendete a cuore questa storia di Angelo, senza rassegnarvi alle poche spiegazioni confuse che ve ne danno i grandi. Credete a me, annaspano anche loro, e più di voi. E poi per la vostra idea, questo sipario. Be', ci avete azzeccato in pieno, secondo me: Angelo è rimasto chiuso dentro. E' successo anche a me e più di una volta, quando ero giovane, di restare prigioniero dietro il sipario invisibile, e vi giuro che si fa una bella fatica a ritornare di qua. Però di volta in volta sempre meno, e alla fine si può andare avanti e indietro come si vuole, come contrabbandieri: o come viaggiatori d'iperspazio, se il Comandante preferisce. Insomma, avete scelto la persona giusta: credo di potervi aiutare.
    - Bene, cosa facciamo? - chiese subito concreto Ernesto Ce.
    - Vediamo un po'... - riprese Ermes, tormentandosi un occhio con un curioso gesto da bambino. - Sì, bisogna cominciare con una piccola lezione. Diciamo... di fantasia. Prendetela come una piccola appendice alla vostra ricerca sull'immaginario, che del resto era ottima, s'intende. Ecco, ora vi do la mia versione: fate finta che io sono la prof. Potete starmi a sentire per cinque minuti? E' importante.
    - Vai capo! - disse Francesca, e gli altri annuirono e basta.
    - Allora, dunque. Vi parlerò dell'Ultramondo.
    - Uau! - strillò il Ce, stringendo un pugno in aria. Ed Ermes, senza scomporsi, continuò.

    - Per prima cosa dovete sapere questo: dietro quello che voi chiamate sipario invisibile non ci sono soltanto i vostri sogni personali, quelli che fate voi, ognuno il suo. C'è un mondo intero immenso, più grande di tutto il mondo più lo spazio. Questo mondo lo hanno chiamato con tantissimi nomi diversi: immaginario o fantasia, o Fantàsia, Paese delle Meraviglie, Mondo dei Sogni, Altro Mondo, Iperuranio, e almeno cento altri. Volete sapere come lo chiamo io? Io lo chiamo "Ultramondo".
    E i cinque ripetono e approvano: "Ultra-mondo".
    - Sì, Ultramondo. Allora: voi sapete che il mondo reale, il mondo di tutti i giorni, quello al di qua del sipario, è fatto di tanti posti diversi, ma comunicanti uno con l'altro. Perché voi state ognuno a casa sua, ma poi uscite e andate a casa di un amico, o dalla zia a Bologna, o se volete anche in Alaska. Chiaro?
    - Sì.
    - Bene. Nell'Ultramondo è la stessa cosa precisa. In genere ognuno di voi fa la sua fantasia personale dietro il suo sipario personale, come se ognuno stesse a casa sua, no? Come quelle che avete scritto a scuola: uno immagina un'isola deserta, un altro una battaglia stellare, un altro un amico che non c'è. Però attenzione, adesso viene il bello: tutti questi mondi immaginari, dietro il sipario, sono comunicanti tra di loro. Ci sono passaggi.
    - Eeeehhh?
    - Sì, come le vostre case, che non sono chiuse sbarrate, no? Né più e né meno. Così, con un po' di esercizio, si riesce a passare da un sogno all'altro, ad andare nel sogno di un altro, proprio come si va a casa di un altro, o in un'altra città. Bene: l'Ultramondo è l'insieme di tutti i sogni personali. Se i vostri sogni personali son le case, l'Ultramondo è la città. E' chiaro?
    - Sì! - dice il Dos con gli occhi brillanti.
    - No! - dice il Ce con gli occhi adirati, e gli altri tre si attestano sul così-così.
    - Dài, andiamo avanti, - taglia corto Andrea Dos col pepe dietro, - semmai dopo vi spiego tutto io.
    - Ah be', siamo a posto! - ironizza Martino, ma poi tutti si volgono a Ermes, aspettando che continui. E lui tranquillo:
    - Ecco. Ora veniamo a noi. Angelo è rimasto prigioniero dietro il suo sipario, nel suo sogno. Se volete trovarlo, dovete andare nell'Ultramondo.
    - Perché nell'Ultramondo? Nel suo sogno, semmai! - obietta Ale Magna sgomenta.
    - No, ecco il punto! - interviene il Dos trionfante, ma poi confuso farfuglia: - Ah, scusa Ermes...
    - Perché scusa? Su dài, coraggio, vai avanti tu!
    - Ecco, se posso... Cioè, io dico questo: l'Ultramondo è il mondo di tutti i sogni, è chiaro no? Allora perché dobbiamo andare nell'Ultramondo? Perché se ognuno va solo nel suo solito sogno, dietro il suo solito sipario, non andrà mai nel sogno di Angelo, e quindi non lo troverà: capito? Cioè, aspettate: è come se voi sapeste che Angelo è prigioniero in qualche casa nella città là fuori, e lo cercaste a casa vostra. Dovete prima uscire da casa vostra, andare nella città, e lì cercare la casa dove lui è prigioniero! Chiaro?
    Il Comandante lo guarda sbigottito, fa l'asino, gli tocca la fronte.
    - O, Dos, cos'è, ti senti poco bene?
    - Perché?
    - Perché sei stato chiarissimo. Ohi: ti ho capito anch'io!
    Tre risate allora rompono il velo di nervi che era teso su tutta la discussione dall'inizio, ed Ermes guarda i ragazzi con gli occhi che approvano, e aspetta. E' Alessia che rompe l'indugio, e fa la domanda che tutti stanno pensando.
    - Ermes, ma come si va nell'Ultramondo?
    - Allora, seguitemi bene, si fa così: andate nel vostro solito sogno, dietro il vostro sipario. Ma quando siete lì non fate ciò che fate sempre, guerre o giochi o discorsi con amici inventati. Voi camminate, cominciate ad esplorare, facendo giri sempre più larghi, più larghi, più larghi... E prima o poi arrivate ai confini del vostro sogno. Bene: da lì, si sbuca nell'Ultramondo.
    - Brrrr! - fa Francesca, un po' per scherzo e un po' no.
    - E dopo? - chiede il Ce, - Voglio dire, quando siamo in quest'Ultramondo, che si fa?
    - Cercate il sogno di Angelo.
    - Ma se come dicevi prima è così immenso, - chiede Martino, e gli altri approvano con le teste, - come facciamo a non perderci?
    - Infatti: dovete stare un po' attenti. Anche in questo, vedete, è proprio come il mondo di qua. Anche qua si può andare dove si vuole, ma i vostri genitori vi dicono di stare attenti, di non allontanarvi troppo eccetera, no? Ecco, nell'Ultramondo è lo stesso. Se vi allontanate troppo c'è il rischio che non trovate più la strada per tornare, ed allora state lì anche voi a tenere compagnia ad Angelo, e bisogna andarvi a ripescare tutti quanti. Dunque state un po' attenti, non allontanatevi troppo, e soprattutto tenetevi sempre in contatto in qualche modo con il mondo di qui, con la base. Capito tutto?
    - No, aspetta! - grida Francesca, - Come facciamo a tenerci in contatto?
    - Ma allora è pericoloso? - grida Alessia.
    - Ma tu non ci aiuti più? - grida Martino.
    - Calma, calma! Vi aiuto! Come ha detto bene il Dos, io sono un vecchio lupo di quel posto...
    - Un viaggiatore stellare! - insiste il Ce, ma Ermes lo corregge.
    - Diciamo un contrabbandiere... Quel sipario è una specie di frontiera tra due mondi, abbastanza blindata. Ma per fortuna ci sono i contrabbandieri, che vanno e vengono, e scambiano le merci, e non pagano dazio a certa gente che è convinta di avere il monopolio...
    - Cosa vuol dire? Ci aiuti o non ci aiuti? - incalza preoccupato Martino.
    - Giusto, avete ragione, sto divagando. Allora diciamo che ci farò un giretto anch'io, magari domani a quest'ora, per vedere come vanno le cose. E può anche darsi che ci si incontri là. Va bene?
    - No, - disse il Dos, - domani è sabato, possiamo vederci prima.
    - Alle cinque?
    - Alle quattro.
    - D'accordo allora. - concluse Ermes, - Dalle quattro sarò lì. Mi raccomando, in gamba: cercate Angelo, state un po' attenti, e non vi preoccupate. Lui ha bisogno di voi. E forse solo voi potete riportarlo a casa. Io per adesso non posso fare altro, adesso tocca a voi. Dunque... buon viaggio!

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    4 . L'Ultrastanza


    Eccoci infatti a casa di Francesca, il giorno dopo, sabato, le quattro e un quarto di un pomeriggio di febbraio. I cinque amici hanno riepilogato i discorsi del consiglio di guerra il giorno prima, e fatto un piano. Poche cose erano chiare, meno ancora sicure, ma è lo stesso. Il Dos ha scritto un diagramma logico su un foglio, con molte belle frecce colorate: bisogna andare a ripescare Angelo, prigioniero del suo sogno ad occhi aperti; per arrivare al suo sogno, bisogna passare dall'Ultramondo, che è il mondo dei sogni di tutti; per entrare nell'Ultramondo, bisogna partire dal proprio sogno abituale, e fare giri sempre più larghi; e per finire bisogna stare attenti a non perdersi, per non restare a propria volta chiusi lì. Bene, una roba da nulla, come arrivare al decimo mondo ai videogame.
    Avevano cominciato tutti assieme, lì a casa di Francesca, seduti in cerchio nella camera dei giochi. Ad occhi chiusi ognuno tentava di passare il suo sipario, di entrare nella sua abituale fantasia. Ma dopo tre minuti di silenzio Francesca soffocava una risata, Ale Magna una lagna, il Ce un improperio, e il Dos interrompeva il tentativo. No, così non va, cambiare tutto. Ci vuole molta più concentrazione, tentiamo uno alla volta, e gli altri aiutano.
    E chi? Prima discussione strategica: il Comandante voleva andare lui senza alcun dubbio. Era il più adatto a questo tipo d'incursioni, aveva portato una decina di strumenti da sopravvivenza in territorio ostile, nascosti bene dentro il bomber gonfio. Il Dos voleva andare lui, perché occorreva non azione ma giudizio, non muscoli ma mente, e strategia. Gli altri protestavano a strilli, e dopo un poco la mamma di Francesca sporge la testa e dice: ragazzi, giocate tranquilli.
    Questa cosa della mamma che interviene diede una bella calmata a tutti quanti: ci manca solo che i grandi entrino in questa storia, buonanotte! Ma Francesca li tranquillizza: niente paura, tra dieci minuti la mamma esce per il bridge del sabato, la governante sparisce col ragazzo, e nessun grande si fa vedere fino a tardi. Ottimo, allora: Martino propone la conta, ed accettano tutti.
    Neanche a dirlo esce lui, Martino stesso: non è tanto entusiasta, e si vede, ma oramai deve andare. La sua fantasia è una delle quattro isole deserte che c'erano in classe, che lui chiamava Isola Taprobane, nome che aveva letto chissà dove e che gli pareva adatto a un'isola che non c'è. Si siede, chiude gli occhi, e tenta il salto. Ma dopo neanche mezzo minuto leva il capo, si guarda intorno, vede otto occhi puntati su di lui - dieci con gli occhiali del Dos - e questi occhi sono pieni di risate, ed è la solita Francesca che dà il la, e buonanotte: giù a ridere tutti.
    No, niente da fare, di questo passo non combina nulla. Quando Ale Magna riesce a fermare le risate, discutono un poco e cambiano strategia: non c'è concentrazione in mezzo agli altri, non si riesce a partire, occorre un posticino più appartato.
    Ed è qui che tutta la storia si decide, per un fatto di case. Come abbiamo già detto tempo fa, Francesca aveva due stanze per lei sola: quella dei giochi, dove stavano ora, e quella del letto, separate da un porta. Anche se in casa non c'era più nessuno chiudono a chiave le due porte delle stanze che danno sul corridoio, e aprono quella che le unisce e le divide. Così si sentono isolati e chiusi dentro una specie di nave stellare a due scomparti, ronzante di energia e pronta al volo. Martino va di là, nella stanza del letto, gli altri stanno di qua, in quella dei giochi, e la porta resta socchiusa per il caso di qualche emergenza che succeda.
    E via, Martino riprova. Si concentra, si concentra, si concentra: e già le dita sentono un po' la sabbia calda, e l'orecchio l'onda che rotola pietrine, ma plof! Ancora cilecca, non si parte. Martino torna di là con gli occhi bassi, e trova i quattro che discutono tra loro proprio di quel problema lì, che lo ha distratto mentre prendeva il volo: e se è pericoloso? Ermes aveva detto di stare attenti, e un'altra cosa aveva detto, che veniva a tutti in mente solo ora: di non perdere il contatto con la base.
    Bene, come facciamo? Stando da solo là, nell'altra stanza, se uno riesce davvero a sconfinare ed entra nell'Ultramondo, come fanno gli altri quattro ad aiutarlo? Come possono tenere il contatto?
    E mentre il Dos sta fumando dal cervello per forgiare stratagemmi complicati, stavolta è il Ce che imbrocca la pensata: qui ci vuole una corda.
    - Giusto!
    - Ma quale corda! Vai in un posto immaginario!
    - E' lo stesso: una bella corda robusta ti tira fuori da qualsiasi posto.
    Insomma prevale il Ce, a maggioranza. Francesca dice di avere ciò che serve: esce, scende in garage, e in un minuto è tornata con una bella corda da roccia di suo padre, bianca a righini rossi. E lì il Comandante Ce è nel suo brodo: prende Martino, che non è tanto convinto, armeggia con spalle e busto, gira sotto le ascelle, incrocia al petto, e dopo un po' il poveretto si rimira allo specchio, imbragato come un vigile del fuoco in qualche sciagura ripresa dal TG.
    La tecnica, istruisce il Ce, è questa qui: il viaggiatore va nell'altra stanza e siede al centro, ben lontano da mobili e ostacoli. La corda corre per terra libera da intralci, passa attraverso la porta socchiusa a spiraglio, e finisce nelle mani dei quattro amici, che saranno assistenti di volo. Questi la tengono stretta come al tiro alla fune, nell'ordine seguente: prima il Dos, poi Francesca, poi la Magna, poi lui, il Comandante Ce. Il Dos apre perché è il più adatto a interpretare eventuali segni che arrivassero dalla porta socchiusa, tipo suoni o che altro; il Ce chiude perché vuole tenere sotto il suo occhio di Comandante tutto il gruppo, ma conoscendo la psicologia del comando questo lo pensa solo e non lo dice.
    Dopo le mani del Ce la corda giace in terra, ma arrotolata con cura, bella larga e senza garbugli: se il viaggiatore decolla veramente la corda tirerà, e loro dovranno lasciarla correre nei pugni, liscia e senza intoppi. Se il viaggiatore si trova in difficoltà, non ha che da far tre strappi di segnale, e loro lo recuperano con calma. Chiaro?
    - No. - obietta calmo il Dos. - Ora mi spieghi come cavolo dovrebbe fare quella corda a tirare. Dove vuoi che se ne vada il viaggiatore, in una stanza quattro per quattro?
    - Tu non lo so, - risponde il Ce piccato, - ma io mi fiondo nell'Ultramondo appena posso.
    - Ma non fisicamente, Cesarini! Stiamo parlando di viaggi con la testa!
    - Ognuno viaggia a modo suo, caro crapone! Tu con la testa, perché sai fare solo quello, e gli altri...
    - No, fermi, sentite un poco: - interrompe Martino il mediatore, che conosceva i suoi polli litigiosi, - cosa ci costa mettere giù una corda? Se non tira, non tira e buona lì. Se invece tira, io non lo so dove vada o dove torni, con la testa o senza testa, ma so questo: dovunque vada, con una corda di sicuro torna poi anche indietro, bene o male.
    - Martino uno! - dice Alessia alzando un dito.
    - Martino due! - dice Francesca.
    - Martino tre! - dice il Ce, ed è deciso. Il Dos mugugna solo ancora un poco, ma dopo aiuta le manovre con consigli. La corda viene stesa, arrotolata in spire ordinate nella base. Il viaggiatore è accompagnato dalla squadra nella stanza del volo, salutato con pacche sulle spalle: poi la squadra torna di là, socchiude l'uscio, prende la posizione.
    Ed è Francesca che trova l'ultima battuta, centrata in pieno, che diventa subito un termine segreto.
    - Buon viaggio nell'Ultramondo.
    - Buon viaggio nell'altra stanza.
    - Buon viaggio... nell'Ultrastanza.
    - Giusto! Buon viaggio.

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    5 . Taprobane


    Ed ecco quindi come mai Martino è in viaggio nell'isola deserta Taprobane, dove l'abbiamo lasciato tre ore fa. Perché infatti, nell'orologio del suo sogno, il poveretto sta marciando da tre ore. Quella spiaggia sembrava meno larga, vista dal mare: ma finalmente adesso sta finendo, e il bordo della foresta è a un tiro d'arco. Si ferma, terge il sudore della fronte con la manica della felpa gialla, che gli penzola accanto al viso: già da un pezzo infatti cammina in canottiera, e s'è acconciato la felpa in testa come un turbante, per proteggersi dal sole micidiale.
    Si volge indietro a guardare la sua traccia: è una scia che scompare in lontananza, con le orme solitarie sulla sabbia e la corda che fila dritta in mezzo a loro, come una retta all'infinito, verso il mare. Ma che strano, non sembrava tanto lunga quella famosa corda, a vederla arrotolata lì per terra nella base: bene, meglio così. Però - pensò - che colpo di tristezza questa scia, solitaria come un binario di campagna, unico segno di vita in quella landa: ma dove diavolo era andato a impegolarsi? Poteva fare come fantasia un bel supermercato, o che so, un tram?
    Be', tanto peggio, quello era il sogno suo, e lui era lì. E poi, unico segno di vita, aveva detto? Un attimo, ora vediamo: da un pezzo infatti, guardando verso destra, scorgeva una strana traccia nella sabbia, rettilinea anche quella, come una scia anche quella, ma di cosa? O di chi? Poteva essere qualche increspatura dovuta al vento, o chissà a che altro: fatto sta che convergeva con la sua, e tra poco avrebbe visto da vicino.
    E infatti vide: erano proprio orme, ed orme umane. Si dirigevano esattamente alla sua meta: quella specie di varco nella giungla su cui lui aveva puntato sin dal mare, e dove ormai era giunto. E venivano dal mare anche quelle, ma più in là, molto più in là rispetto al suo punto di partenza: infatti adesso, dal punto in cui lui era, partiva una grande V fatta di impronte, che si apriva dai suoi piedi all'orizzonte.
    - Bene: - pensò, - abbiamo compagnia. Il tizio è entrato nella foresta da qui, come me. Anzi prima di me, ma quanto prima? Qui ci vorrebbe il Ce, per dire se questa pista è di oggi, di un'ora fa, di un mese fa... Boh, e chi lo sa, io non ci becco.
    Con questo dire si tirava su, perché in realtà, anche se non era coniglio, un po' di strizza cominciava a sentirla nello stomaco e sulla punta delle dita; e lo stomaco strizzato gli rimandava su il gusto del ketchup mangiato un'ora prima nei panini. Ma forse proprio quel sapore familiare, anche se un poco acido oramai, lo rincuorò quel tanto che bastava per darsi una mossa. Bene: se il nostro amico è avanti, buon per lui. Se lo incontriamo, vedremo di che si tratta; e se poi non lo incontriamo, meglio ancora.
    Tirò un poco la corda con le mani, perché a dispetto della tecnica del Ce l'imbragatura cominciava a rigargli le spalle; guardò ancora un po' indietro, e poi avanti, verso la giungla che lo accoglieva a braccia aperte, e fin troppo; intonò un canto scout a squarciagola, per darsi un altra manciata di coraggio. E via, dentro.

    Nell'altra stanza i quattro amici erano in piedi, in fila e con la corda tra le mani nell'ordine già detto: il Dos, Francesca, l'Ale Magna, e il Ce. Stavano tesi già da due minuti, ma non accadeva nulla: non uno strappo, non un centimetro di tiro, quella corda era morta più di prima. La prima a rilassarsi fu la Magna: sarà per la statura e per la ciccia, ma faceva fatica a stare in piedi e ferma più di un tot, per cui dapprima cominciò a lagnarsi, poi si sedette giù direttamente, proprio davanti al Ce.
    - Magna, accidenti a te! - strepitò lui, che si sentiva Comandante più che mai.
    - O, Cesarini, sta calmo! - ribatté lei, - A parte che io seduta e te in piedi siamo alti quasi uguali. E poi, vuoi dire che da seduta tiro meno di te? Vuoi far la prova?
    - Oh, basta, dài, non è il momento questo! - riportò ordine Francesca.
    - Ssss! State a sentire, zitti! - strillò agitato il Dos, che aveva preso assai sul serio il suo ruolo di prima vedetta. Tacquero tutti, e dopo un po' di silenzio si sentì venire dall'Ultrastanza (ormai tutti la chiamavano così) un mugolio, come una specie di lamento.
    - Ma che cos'è?
    - Martino!
    - Va bene ma cosa fa?
    - Porca miseria!
    - Zitti!
    - Quello è nei guai! Forse chiede aiuto!
    - Accidenti, cosa facciamo?
    - Zitti vi dico, aspettate un secondo! - chiuse deciso il Ce, e tutti tesero di nuovo le orecchie allo spiraglio della porta misteriosa.
    - Cessato allarme, compagni: sta cantando. - sentenziò il Comandante dopo un poco.
    - Cantando!?
    - Sì, sentite, è un canto scout, lo riconosco! State a sentire ora... "Iulléra iùllera, iulléra iùllera - cucù"!
    - Cucù? Ma cos'è, scemo?
    - E che ne so?
    - A me sembra un lamento di diarrea.
    - Ma poi, perché cantare sottovoce.
    - Forse è un segnale!
    - Macché segnale, quello lo deve fare con la corda.
    - E invece questa corda non si muove.
    - Già, visto che oramai stiamo parlando, - disse scontenta Francesca, - perché non si è mossa di un pelo, secondo voi? Non è partito?
    - Io lo sapete già come la penso. - brontolò il Dos.
    - Eh no! Non riprendiamo la questione! - ammonì Ale Magna minacciosa.
    - Comunque, - aggiunse Andrea Dos, - diamogli tempo. Sono passati appena tre minuti.
    - Va bene, okay, tutti ai posti e mani salde. - concluse grato il Ce, - Basta parlare.

    - ... iùllera iulléra iùllera - cucù!
    Martino cantava ancora a squarciagola, anche se dopo tre giorni di marcia nella foresta, e tre notti passate all'umido, la gola non era messa tanto bene.
    Il sole del quarto giorno aveva preso forza, salendo in cielo, da qualche parte della mattina verde. Perché là dentro era verde la mattina, era verde il mezzogiorno e il pomeriggio, era verde la sera fino a notte. Mai una radura che mostrasse il cielo, in quel mondo fatto di liane e sterpi, di foglie grandi come materassi, di rami colore dei serpenti e serpenti colore dei rami, e tutti verdi. La luce verde non cambiava mai, tranne per certe nuvole stranissime, che passavano lassù da qualche parte. Ma veloci, troppo veloci. Martino non era nemmeno sicuro che fossero nuvole, infatti: vedeva calare la luce all'improvviso, come se uno desse giù il regolatore, e poi tornare su altrettanto svelta. Insomma: qualcosa passava lassù, nuvole o altro.
    Solo le notti per fortuna erano nere, ma nere peste, come se il mondo si squagliasse in liquerizia. Si rese conto che un individuo può arrivare alla famosa età dei dodici anni senza aver mai visto il buio, il buio vero. E' incredibile: non è come nella sua cameretta, quando di notte spegne la luce e dopo dorme. Quello della sua casa è un buio piatto, vicino agli occhi, vellutato come la mano carezzevole del sonno, dove poi tutto, anche quel buio amico, è risucchiato nell'innocenza senza fine.
    No, questo no: questo è un buio profondo, lontano come un paesaggio, affollato di cose invisibili ma indaffarate, di traffici, traslochi, tramestii, nel brulicante complotto delle foglie. Per fortuna che prima o poi il sonno veniva: dopo aver scrutato a lungo inutilmente di qua e di là in quel concerto tenebroso, gli occhi stanchi si chiudevano da soli. La felpa avvolta stretta intorno al collo, rannicchiato presso il fuoco morente, il viaggiatore del sogno dormiva senza sogni.
    E così anche quella notte era passata. Ora Martino, nella luce diafana e verde lampeggiata dalle nuvole fantasma, si guarda indietro, più per abitudine ormai che non per altro: infatti dietro è preciso a davanti e anche a di lato, salvo la corda che striscia via e scompare tra le fronde. Oramai aveva rinunciato a spiegarsi com'è che quella corda misteriosa lo seguiva così docile dovunque: ma quanto era lunga, infine?
    E altre cose ancora aveva rinunciato a capire: chi fosse lo sconosciuto di cui continuava a trovar tracce, per esempio bivacchi spenti, un pacchetto di sigarette vuoto, un foglietto con scritte frasi incomprensibili, che conservò.
    E c'era dell'altro: chi era che faceva quelle dannate risatine? Certe volte pensava a uccelli strani o scimmiette urlatrici, o chissà quale altro diavolo di bestia. Ma certe altre il suono era così chiaro che non poteva più farsi illusioni: quelle erano risate, risate di bimba umana, e anche un po' scema.
    Ma chi è? Non è certamente l'autore delle orme, che in primo luogo sono di uomo adulto, con tanto di scarpe da passeggio (chissà perché da passeggio, nella giungla...); e in secondo luogo quelle orme lo precedono, impossibile sbagliarsi, mentre le risatine gli suonano davanti, di dietro, a fianco, dappertutto.
    E poi ancora, lasciando un momento da parte questi due compagni di strada misteriosi: come andava il suo viaggio in generale? Aveva ancora bene in mente la missione, e a questo punto cominciava a preoccuparsi: lui era il migliore amico di Angelo, era giusto che lo trovasse lui. Ma come? Entrare nel proprio sogno, fare giri più larghi, cercare il varco per l'Ultramondo: nell'altra stanza sembrava tutto chiaro; ma lì, immerso fino al collo in quell'inferno verde, di chiaro c'era solo una fifa lupa e la stanchezza.
    Il resto erano dubbi, e per esempio: per quanto tempo doveva ancora camminare? E come avevano passato quei tre giorni i suoi amici assistenti di volo, a mille miglia, laggiù, nell'altra stanza? Come avevano fatto con la mamma di Francesca, coi pasti, con la scuola? E poi, tornando alla sua marcia nella giungla: come avrebbe riconosciuto il varco per l'Ultramondo, se ci fosse passato vicino? Stava andando nella direzione giusta? O si era perso? Doveva tirare la corda, e farsi trainare a casa? No, mai! O almeno: non ancora...
    Più o meno a questo punto erano le sue riflessioni, e le mani graffiate districavano l'ennesima matassa di stupide liane, mentre lassù passava l'ennesima nuvola a razzo, quando la vocina della bimba risuonò, stavolta chiara come un coltello nelle orecchie.
    - Allora, chi sei?
    - aaaaaaahhhh! - gridò Martino, cacciandosi a terra a faccia in giù con le mani alla nuca.
    - aaaaaaahhhh! - fece eco la vocina della bimba, e si sentì un frusciare tra le fronde come quello di una lucertola invisibile, che fugge a razzo.

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    6 . Therantir


    - Sentito? Ora non canta più, ma ha detto "a". - disse il Dos senza girarsi, gli occhi fissi sullo spiraglio della porta.
    - Io non ho sentito nulla, questa volta. - ribatté dubbioso il Ce.
    - Sottovoce, ma l'ha detto.
    - Che facciamo?
    - Se ha bisogno di aiuto?
    - Uffa che pizza! - tagliò di nuovo il Comandante, - Io lo conosco Martino, date retta: non è un guerriero ma non è nemmeno un fesso. Di sicuro ci sa fare più di voi, almeno per certe cose: è stato scout. Se ha bisogno di aiuto ce lo dice, chiaro? Abbiamo detto tre strappi della corda, o no? Avete sentito strappi?
    - Neanche uno.
    - E allora lasciatelo lavorare! Avrà pur diritto di cantare e dire "a" quanto gli pare. E' nel suo sogno, no? Cos'era il sogno, un'isola deserta? Be' allora sarà lì che si fa il bagno!
    - Mah, se lo dici tu...
    - Dài, posizione.

    A dare strappi di segnale, invece, Martino non ci aveva proprio pensato, ribaltato com'era dallo spavento. Si era buttato a terra, poi si era alzato, aveva corso un po' di qua, un po' di là, si era arrampicato su un tronco, era tornato giù, aveva corso ancora quasi in cerchio. Poi si era fermato e si era messo a ragionare: - Dài, sono qui nel mio sogno, questa bambina la sto sognando io, cosa può farmi? E poi cosa può farmi in generale, sogno o non sogno, una mocciosa lagnosa lecca-Barbie? Ora sto qui e l'aspetto, certamente.
    Insomma, dopo cinque minuti erano lì seduti insieme, a chiacchierare. La bambina era più piccola di lui, avrà avuto nove anni in tutto. Non riusciva a vederla bene in faccia, era come sfuocata, forse per quella solita ombra verde, o forse per qualche strano effetto sogno. Pareva bellina però, tranquilla e delicata: ma Martino non aveva visto mai nessuno vestito così male, e così sporco.
    Aveva indosso stracci che un tempo potevano esser stati similpelle, o pelle vera di chissà che bestia, con ciuffi di peli che spuntavano qua e là. Al collo portava una collanina di schegge di pietre strane, mischiate a denti di uomini, a bulloni, a caramelle. Pendeva al centro un cosino affusolato che pareva un fischietto. E pendevano da una lurida cintura, di qualche altra pelliccia imprecisata, un garbuglio di stringhe di cuoio fissate con borchie e spaghi, un sacchetto di biglie colorate, ed un pugnale antico. C'era anche un attrezzo misterioso, che Martino non riuscì a classificare: nero, piatto, forse fatto di legno, con due bracci paralleli uniti al centro da un terzo, a formare una specie di acca.
    I suoi capelli erano neri e fini, stranamente puliti, e morbidissimi. E con mollezza infatti un ciuffo ricadeva a mezza faccia, nascondendole un occhio di continuo. Ma l'altro occhio ora, un po' sfuocato, guardava curioso Martino, con una vaga aria di risate.
    - Allora chi sei? - gli stava chiedendo di nuovo, - Un Cercatore di Therion?
    - Un cosa?
    - Un Cercatore di Therion.
    - E che cos'è?
    - Ah be', allora non lo sei sicuramente.
    - Temo di no, ma qualche cosa cerco.
    - E cosa?
    - Il varco per l'Ultramondo.
    - E che cos'è?
    - Ah, siamo messi bene: zero a zero! Senti una cosa invece: questa è la mia isola, cosa ci fai tu qui?
    - La tua isola, ma ne sei sicuro?
    - Ci puoi giurare, come dice il Ce. Si chiama Taprobane, e l'ho inventata io.
    - Veramente non si chiama così per nulla.
    - E come si chiama?
    - Therantir, Ultimo Pascolo dei Mostri.
    - Addirittura! Vuoi dire che ci son mostri, cioè dico mostri veri, proprio qui?
    - Certo, e tanti anche.
    - E quali, scusa?
    - Sfingi, Chimere, Sasquatch, Manticore... tutti! C'è pure un Catoblepa, ma è un po' vecchio.
    - Ho capito, un Catoblepa, e tu chi sei?
    - Io? Sono il loro Pastore.
    - Ah ecco.
    Martino era poco persuaso. Va bene che nei mondi immaginari si trova di tutto, ma quello che sentì da lì in avanti lo convinse che i casi erano due: aveva di fronte o una sparaballe di livello A, o una piccola pazza. La bambina disse che lei abitava lì, che c'era andata quando era piccolina ("Perché adesso sei grande, brutta scimmia!"), che era amica di tutti i Mostri e stava benissimo con loro. Che il suo compito era badare a loro, portarli a pascolare, curarli quando erano malati, tranquillizzarli quando s'infuriavano perché non si facessero male a vicenda, e infine difenderli dai Cacciatori. E invece poi aiutare i Cercatori che capitavano lì di tanto in tanto: ma solo se le erano simpatici, però.
    - Ho capito, - disse Martino, convinto ormai che assecondarla era l'unica cosa da fare. - E dimmi una cosa, invece: quell'altro tizio che mi precede chi sarebbe? Le hai viste le tracce?
    - Sicuro. E' il Professore. Lui dev'essere un Cercatore certamente.
    - Ah, certamente, di Terium.
    - No, di Therion.
    - Ma perché l'hai chiamato il Professore?
    - Son tre giorni che gli sto dietro, e scrive scrive...
    - Scrive cose come questa? - E Martino tirò fuori il fogliettino scarabocchiato che aveva trovato per terra sulla pista.
    - Sì, e come queste. - E anche la bambina Pastore di Mostri tirò fuori una manciata di foglietti precisi. Li studiarono insieme: c'erano frasi interrotte, nomi di personaggi strani, disegnini di luoghi. Le frasi sembravano pezzi di romanzi, tipo "L'isola si stendeva pigramente, sotto un sole accanito..."; oppure "Corse a capofitto per il lungo corridoio, gettando sguardi allarmati davanti a sé, e di fianco..."; o anche "La stradina serpeggiava via pulita, tra due immense distese di prato, perdendosi all'orizzonte della piana...".
    - Boh! - disse Martino a conclusione dell'esame. - Chissà poi cosa li scrive a fare...
    - Ah boh. Non certo per trovare il Therion. Quella roba non gli servirà a niente, per il Therion. Anzi, ora come ora sta girando un po' a vuoto, è fuori strada. Acqua, acqua!
    E la bambina rise di gran gusto. Martino invece cominciava a spazientirsi.
    - Ma insomma, cosa sarebbe poi questo Therion, un minerale?
    - No. E' una gemma, la Gemma Mancante.
    Lì lui si alzò, deciso.
    - E va bene, ho capito, capolinea. Devo aver sbagliato storia, marcia indietro. Perché qui sto girando a vuoto anch'io, come il tuo Professore, e non ho tempo. Io devo trovare solo l'Ultramondo, il Therion lo cercheremo un'altra volta, dopo che abbiamo trovato Angelo, magari.
    - Angelo, e chi è?
    - Un mio amico che si è perso.
    - Be', allora devi cercarlo in altri posti: qui non c'è.
    - E tu come lo sai?
    - Lo so. Io so benissimo chi c'è e chi non c'è in quest'isola, che cosa credi?
    - Ma come lo sai, la giri tutta ogni giorno? Fai la ronda?
    - Non c'è bisogno, me lo dicono Loro.
    - Loro chi?
    - Loro, i Mostri.
    - Ah, uffa, è vero. Ma cos'è, parlano anche?
    - Per chi li sa ascoltare.
    - Va bene va bene, dài, non cominciamo daccapo. Questa dev'essere un'altra storia, te l'ho detto. Fatto sta che il varco per l'Ultramondo non si trova.
    - No, in quest'isola no.
    - Allora buca!

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    7 . Primo rientro in base


    - Buca ragazzi, mi spiace!
    Infilando la testa nella felpa, Martino uscì dall'Ultrastanza con l'aria come se niente fosse, ma in realtà un po' depresso. Ovviamente non aveva dovuto faticare per tornare alla base, né rifarsi all'indietro quattro giorni di marcia: un sogno ad occhi aperti ha i suoi comfort, basta decidere che è finito, alzarsi, e andar via. Gli altri quattro lo guardarono sorpresi, lasciando cadere corda e braccia insieme.
    - E dài, Martino! - disse Francesca un po' delusa.
    - Oh, ve l'ho detto, non è colpa mia!
    - Così? Rinuncia al primo tentativo?
    - Che primo e primo! Son più di quattro giorni che marcio come uno sherpa sotto il sole!
    - Quattro minuti e trentadue da che sei entrato. - precisò il Dos.
    Ma Martino lo guarda torvo, gli piazza quattro dita sotto gli occhiali, e scandisce:
    - Quattro giorni contati col sudore. E quattro notti umide all'addiaccio, che mi son preso pure il mal di gola... Cioè, - aggiunse provando a deglutire, - adesso mi è passato, veramente.
    - Fantastico! - disse il Dos, e prese a tamburellare con le dita pignole sulla sua calcolatrice da taschino - Il tempo dell'Ultrastanza non è il nostro! Un giorno di lì è un minuto di qui. Rapporto uno a... millequattrocentoquaranta...
    - Virgola... due! - aggiunse il Ce, somministrandogli due pacche sulla testa china. La solita Francesca mise un punto.
    - Allora Marti? Insomma com'è andata?
    - Ora vi dico.
    Si sedettero comodi, in cerchio come prima sui cuscini, riposando le mani dalla corda. Ale Magna scartocciò qualche schifezza piena di conservanti, e mise la bocca al lavoro; il Dos si preparò a prendere appunti, il Ce recuperò con scrupolo la corda. E il racconto di Martino incominciò.

    La base, cioè la stanza dei giochi di Francesca, era carina, chiara e linda come lei, ma non leccata. Le bambole erano solo una decina, ordinate nell'ex-lettino di bimba, vestite con cura: la maggior parte erano già un ricordo, ma una di loro qualche mezz'ora di servizio, in momenti difficili, se la faceva ancora.
    Alle pareti erano appesi in bell'ordine: poster di calcio, di cantanti e di film, tre foto di lei coi genitori e coi cugini "di giù", del meridione, un paio di quadri e arazzi comprati in crociera nei paesi lontani, e un diploma incorniciato della danza. La libreria era abbastanza ben pasciuta, ma meno di quella del Dos, con le collane di narrativa per ragazze, i classici, i libri di animali e d'ambiente, un'enciclopedia un po' vistosa, e le annate di Topolino su in alto.
    I pensili e le sedie, di gran marca, erano in legno giallo paglierino, come il gran tavolo sotto la finestra. Sopra il tavolo i libri di scuola messi in pila dicevano che i compiti eran fatti, e campeggiava al centro in bella mostra un piccolo e costoso videogame. Gli altri giocattoli stavano in una cassa grande il doppio di quelle degli amici, ma come i loro, per via del cambio d'età, cominciavano un po' a far le ragnatele. Infine ninnoli, animalini, pupazzini, di vetro marmo legno plastica e tutto, affollavano un ripiano intero del pensile grande: e siccome molti brandivano cartelli con scritte amorose o buffe, si chiamavano "la manifestazione".
    Martino narrava il suo viaggio con quieto vigore. Gli amici ascoltavano attenti, ponevano dubbi, chiedevano dettagli e chiarimenti, e lui rispondeva. Qualunque adulto avesse visto quei ragazzi, seduti in cerchio in una stanza come quella, un sabato d'inverno, avrebbe detto che giocavano tranquilli, che parlavano di nuovi giochi ed accessori, di voti e di beghe a scuola, di calcio o cartoni o film: cioè di niente. E invece, tranquillamente, stavano stuzzicando l'impossibile, sfidando le porte dei sogni, e degli incubi loro cugini, come fossero soltanto un videogame. Ermes, vedendoli, sarebbe stato fiero.

    - Ma allora è perché hai dato retta a quella mocciosa vestita da pattumiera, che sei venuto via? - chiese alla fine il Comandante un po' indignato.
    - Be', non del tutto, certamente.
    - Cosa vuol dire non del tutto certamente?
    - Vuol dire che intanto c'ero arrivato anch'io.
    - Arrivato dove?
    - A capire che mi era andata buca, che lì non trovavo nulla, che il varco dell'Ultramondo lì non c'è.
    - E dillo anche a noi, allora. - incalzò il Ce, - Com'è che l'hai capito?
    - Sentite, è semplice. Quella è un'isola, no?
    - Be' allora?
    - Allora: il mio sogno abituale è un'isola deserta, ed io ero lì. Ermes ha detto: girare un po' più in largo, fino a trovare il confine con altri sogni sognati, cioè l'Ultramondo.
    - E basta! Questa storia la sappiamo!
    - Ma certamente che la sappiamo, ma allora dimmelo tu: come faccio a girare più in largo... in un'isola? Gira e volta, poi mi trovo davanti sempre il mare, no? E allora come sconfino? Dove vado?
    - Ah già...
    Seguì un silenzio di meditazioni: come mai non ci avevano pensato? Un'isola non è buona, come sogno di lancio, "ha zero chances". Ma il Dos, naturalmente, non desiste. Lungo tutto il racconto di Martino ha riempito due pagine di blocco con note, nomi e freccette: "Therantir-Taprobane, nuvole misteriose, Cercatori di Therion, Therion-Therantir, Bambina-Pastore, Mostri, Gemma Mancante, fischietto, collanina, stringhe, biglie, pugnale, attrezzo misterioso a forma di acca, foglietti con brani sparsi"; e più o meno il contenuto di quei brani, o almeno quello che Martino ricordava - dal momento che, frugandosi in tasca, il viaggiatore non li ha trovati più ("Devono essermi caduti nel passaggio...").
    Ora rilegge gli schemi, analizza, rielabora, compara, poi spara il lampo scienziato degli occhiali verso Martino, che attende rassegnato.
    - Aspetta, aspetta. Questa storia del Therion... aspetta un poco. Tu questa bambina non l'avevi vista mai, negli altri tuoi viaggi all'isola, o mi sbaglio?
    - Mai vista mai.
    - E nemmeno Mostri?
    - Mai visti Mostri nella mia Taprobane. Pesci, gabbiani, cormorani, pappagalli, e compagnia cantante. E anche scimmie, urlatrici. Mostri zero.
    - E c'era anche un altro viaggiatore, un uomo adulto.
    - Che poi non l'ho mai visto neanche lui.
    - Cercatore di Therion.
    - O, senti, Dos, non stare tanto a spremerti, te l'ho detto già io: son capitato dentro un'altra storia, una storia che non conosco. Quando ho tempo vado, torno, e vi racconto, va bene?
    - Aspetta, aspetta. Non è solo un'altra storia: è un altro sogno.
    - Come sarebbe a dire un altro sogno?
    - Sarebbe a dire che sei capitato in un incrocio di sogni, favoloso! Dunque, chiarisco: novanta per cento la bambina sudiciona è lei la sognatrice sconosciuta. Cioè una, chissà chi, chissà dove, che in quel momento stava facendosi un suo viaggio dietro il suo sipario invisibile, con Mostri e Therion e compagnia bella, in un'isola che lei chiama Therantir. Tu la chiami Taprobane, ma è la stessa. Capisci? Avete un'isola sognata in condominio.
    - O porca pizza! - disse Francesca, al massimo delle sue imprecazioni.
    - E il Cercatore Professore chi sarebbe? - chiese perplesso Martino.
    - Mah, questo punto è oscuro, come altri. Io mi sono segnato qui, da spiegare: Gemma Mancante, fischietto, collanina, briglie, attrezzo misterioso a forma di acca...
    - Stop! Metti in pausa, Andrea Dossi, ferma tutto! - intervenne decisa Alessia, che era la sola a non esser rimasta incantata da quel sogno intruso. - Ora pensiamo ad Angelo: poi, come dice Martino, se avremo tempo, ci faremo questo altro viaggio. Approvato?
    - D'accordo, Magna uno! - acconsentì Martino alzando il dito.
    - Magna due e Magna tre, omologato! - chiuse veloce il Ce.
    - Tanto per noi non cambia mica niente: - disse Francesca, con un bel colpo risolutore, - o Taprobane o Therantir che sia, quella un'isola resta, non c'è verso. E quindi non si può mica uscirne fuori, e sconfinare nell'Ultramondo. Fosse stata una "Penisola dei Mostri", ancora ancora: uno andava, cercava l'istmo, e prima o poi passava al continente...
    - E brava Franci, otto in geografia! - fece il Dos compiaciuto.
    - Basta ragazzi, dài! - ruppe la Magna, - Diamoci un taglio! Siamo inchiodati un quarto d'ora con questa storia del Therion, uffa! E Angelo è lì che aspetta, chissà dove, e noi siamo venuti qui per lui!
    - Brava Magna! - caricò il Ce che scalpitava già da un pezzo, - A parte la lagna sei sempre la migliore. Allora basta, avanti un altro, via la conta: la bocca sollevò dal fero pasto...
    E senza frapporre indugi Ernesto Ce dette il via alla conta nuova che aveva insegnato loro la professoressa di lettere, toccando i compari col dito a ritmo coi versi. Ed arrivato a "del capo ch'elli avea di retro guasto", su "guasto" il dito batté inesorabile sul suo petto medesimo: toccava a lui, finalmente, al Comandante.
    Andrea Dos lo guardava un po' di sbieco, per via di certi sospetti che nutriva da tempo intorno a quella conta, alla facilità con cui il Ce (che per quelle cose non era certo un'aquila) l'aveva imparata a memoria in poco tempo, e alla frequenza con cui se ne serviva (e specialmente con cui vinceva lui). Ma non gli sembrò il momento di rischiare una crisi interna, per cui tacque. Se il Ce aveva tanta fregola di andare da ricorrere ai trucchi, be' prego: stiamo a vedere cosa porta a casa.
    E così fu. Il Ce indossa il suo giubbo chiamato bomber con aria da top gun; si fa aiutare da Martino, che intanto ormai è passato veterano, a sistemare l'imbragatura di corda; si gira di spalle per controllare in segreto alcuni suoi strumenti sistemati in doppifondi e tasche interne, mentre Andrea Dos sbuffa guardando il cielo. E ormai è pronto.
    - Allora mi raccomando: se sentite tirare, forte o piano che sia, continuo o a strappo, voi mollate, e mollate senza storie. Me la cavo da solo, capito? Solo se sentite tre strappi consecutivi, ripeto: tre strappi, chiari e forti, allora tiratemi indietro. Tanto non accadrà. Obiezioni?
    - Vai Comandante. Buon viaggio!
    - Fagli vedere a quelli là dell'Ultramondo!
    - Mitico Ce!
    - Sta attento!
    E tra saluti, gridi finti di guerra e prese in giro, il Ce lascia la base, entra nell'Ultrastanza quieta e ombrosa, chiude la porta a spiraglio ben stretto, va al centro, si siede per terra, china il capo.

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    8 . Lo stadio


    Cesarini alzò il capo dall'erba, tentando di reprimere il dolore allo stinco sinistro, che pulsava a onde calde. La punizione era già battuta, i compagni smarcati, il gioco girava. Approfittò dei pochi secondi che ancora aveva, finché il dolore si allontanava via per terre strane: si tirò su in ginocchio a quattro zampe, e guardò intorno.
    Lo stadio questa volta era immenso, mai fatto un sogno di uno stadio così. E fitto zeppo di folla, una fascia continua brulicante, come un unico mostro circolare. Doveva essere un derby o una partita top di coppa, giocata in notturna. L'urlo per il campione falciato stava cambiando tono, girando dalla rabbia alla riscossa. Era tremendo, continuo, pauroso, pareva suonare dal cielo, da dentro il cuore, dappertutto. Una ola armoniosa partiva in quel momento dalla curva sud: l'aveva vista mille volte ma era sempre un effetto stupendo, e la guardò.
    L'onda guidò il suo sguardo al maxi-schermo, grande come la facciata di una casa, col nome di una banca scritto in oro sul bordo nero in alto. I risultati di un'altra partita, che si leggevano in rosso brillante su verde, gli parvero estranei e bizzarri. Poi l'immagine dello schermo cambiò, e tornò la solita faccia ringhiosa dello spot: un ultrà che minaccia con sciarpa legata al pugno, poi un pestaggio di massa, e poi la reclame di una palestra di arti marziali, con la scritta "per non avere mai più paura dei nemici".
    Basta, il tempo del riposo era finito, l'azione stava tornando nei paraggi, c'era il mediano di spinta che scattava palla al piede sulla destra, guardando verso di lui. Cesarini si alzò, pestò il piede tre volte, e via di corsa sulla fascia laterale opposta, aspettando il traversone.

    - Ecco Cesarini che scatta! - disse il Ce.
    Il suo sogno abituale, stranamente, non era di esplorazioni o missioni di sopravvivenza, ma di calcio. Lui era un famoso centravanti del Bologna, sempre in testa alla classifica cannonieri, in serie A.
    E in effetti anche nella realtà, e cioè nel campetto a fianco a scuola, giocava bene: duro e deciso, gran realizzatore, con una bella sventola di destro e col fiuto del gol. E quando dal paese della bassa, col padre e col fratello, la domenica andavano a Bologna, già in macchina si legava attorno al braccio la sciarpa rossoblù, col ricamo "ti seguiremo ovunque", strizzando forte la manica del bomber. Dei dieci patacchini che teneva appuntati nel petto, i cinque a destra erano del Bologna, e i cinque a sinistra del Che, che era il suo primo mito e il suo nome.
    Nel sogno, invece, per un bel pezzo si era chiamato Cesariño, ma poi la moda degli stranieri era passata, e Cesarini suonava meglio, in fin dei conti: e poi era lui. Ed era lui anche il telecronista, o almeno nella sua testa risuonava la telecronaca concitata delle azioni, che finivano tutte, prima o poi, nel suo piede spietato giustiziere.
    - Ecco Cesarini che scatta! - diceva dunque ora a bocca chiusa, - Porta palla col destro... allunga... allunga... alza la testa per guardarsi intorno... Poli stringe al centro, Mariani sta rientrando, Turkylmaz chiede palla sulla fascia opposta... Cesarini... Cesarini... Ecco, si ferma di colpo spiazzando il difensore e cambia tutto verso Turkylmaz... Turkylmaz-Poli... Poli-Evangelisti... Evangelisti... Poli... Detari... traversone a cercare Cesarini, che scatta indietro per evitare il fuorigioco, si gira, scarta due difensori converge al centro cerca spazio per il tiro non lo trova, attenzione siamo al limite dell'area, si gira ancora sfonda di forza-adesso-tiro-gooooooool!
    goal!!! Appare una scritta enorme sullo schermo, lampeggiante blu-rosso e rosso-blu alternati, con tre punti esclamativi verde menta. E l'urlo che spacca fuori dagli spalti non è nemmeno un urlo, ormai è un tuono, un ultratuono, un barrito di mille elefanti in corsa pazza. E i razzi ed i petardi ed i bengala sono come le guerre del Golfo nei TG, mitico film, laser dei firmamenti, game videogame wargame, guerre stellari!
    bologna 3 - casertana 3, scrive ora il maxi-schermo trionfante: è la rimonta!
    Quella partita l'aveva vista veramente, la domenica prima: e non importa se il Bologna nella realtà era in serie B, messo anche male, zona retrocessione. Non importa se era rimasto sul tre a due, prendendole anche da quella Casertana fanalino di coda. I sogni ci sono per questo, in fin dei conti: per raddrizzare una realtà che non cammina.
    Per raddrizzare una domenica gelata di febbraio, col cupo ritorno a casa dentro l'ingorgo muto senza clacson. E muti tutti, lui, padre e fratelli, con la pena dell'indomani lunedì, senza più niente ormai che lo allontani. E invece no: sogni, magici sogni, sogni a gratis! Lui, Cesarini, centravanti bomber, ha regalato la rimonta a tutti i fessi, e chi non gli va a genio faccia un salto.

    - E chi non salta... è un marocchino... - cantano adesso almeno diecimila in curva sud, sull'aria di Bella Ciao, saltellanti come molle inferocite. Saltano anche, senza un pensiero al mondo, centinaia di pugliesi e calabresi che ci saranno in mezzo certamente, e cantano convinti, buon per loro. Poi i canti cambiano, e cominciano a minacciare agli avversari (di cui non si vede traccia, ma è lo stesso) sterminio a gas, disastri ferroviari, roghi e massacri, mentre lo schermo gigante mostra teste inferocite di aquile, di leoni, di caimani, offerti dagli sponsor.
    Ma il Ce non ha perso la calma, e guarda intorno. Ha voluto cavarsi quello sfizio: portare in pari le sorti dell'incontro, a meno di dieci minuti dalla fine. Ora sa bene che la folla matta si aspetta il resto del miracolo da lui: il quattro a tre, magari il cinque o il sei. Ma lui ha altro da fare, lo rammenta: e lo farà, dovranno accontentarsi.
    Correndo dietro la rete a pugni in alto, con la bocca che grida il trionfo, ma con gli occhi che guardano intorno e studiano il varco, punta alla curva come se andasse incontro al solito bagno di gloria. E infatti la curva mostruosa si alza e lo accoglie con un boato immenso: sembra che debba emettere tra un attimo un tentacolo di piovra, una zampata di drago, per portarlo in paradiso, o incenerirlo.
    E invece niente: schivando le lattine ed i bengala, correndo a zig zag come un marine, punta dritto alla barriera di cristallo antisfondamento che protegge l'uscita ai corridoi di curva sud. Con due finte da centravanti spiazza i poliziotti col casco e i cani, e quelli rompono il cordone frastornati, abituati a fronteggiare le invasioni, sì ma dagli spalti, non dal campo. Sette passi dalla barriera: non è alta ma è armata in cima di punte acuminate. Il Ce raccoglie al volo da terra il suo bomber, che sapeva di aver lasciato lì, o che un complice gli ha portato giusto in tempo, e insomma che ad ogni modo stava lì. Con un gesto solo lo lancia sulla barriera a coprire le punte e spicca un salto. Le dita artigliano, le braccia tirano su, le gambe scavalcano sedendo sul giubbo, e con un salto è già dall'altra parte.
    La curva è fuori di testa: l'onda di folla comincia a franare fitta verso il basso, per andare a incontrare il suo campione, e mangiarlo. Le prime vittime finiscono schiacciate, gli ufficiali della forza gridano forsennati nei walkie-talkie, fuori ai posteggi si muovono i gipponi dei rinforzi. Ma è solo una frazione di secondo: superata la barriera, non c'è altro ostacolo che un paio d'inservienti, che restano lì baccalà senza far niente. Il Ce infila sparato il corridoio, e scompare. Come un topo che s'infili a tutta forza tra le gambe d'un elefante furibondo, lasciandolo lì a dimenare il suo testone pazzo, ormai invano.
    L'ultima immagine che vede, voltandosi indietro un istante, è il maxi-schermo inquadrato nel tunnel, che lampeggia una scritta maiuscola enorme: prendetelo! prendetelo! prendetelo!

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    9 . La caccia


    - Ehi, prendetela, tira!
    E' il Dos che lancia l'allarme, e tutti scattano come molle a riagguantare la corda che avevano lasciato solo a lui, e solo un attimo per provare un nuovo game. E in meno di un attimo erano tutti ai posti, formazione di tiro, ginocchia flesse, mani un po' sudate per l'emozione, e un lieve senso di colpa per quella leggerezza di distrarsi.
    La corda tuttavia tirava piano, lenta lenta, un centimetro al secondo, scomparendo nello spiraglio della porta. La lasciarono scivolare, piano piano, e la guardarono infilarsi nel mistero come un verme nella sua terra tranquilla.
    - Porca miseria orba! Va davvero! - esclama il Dos con aria desolata.
    - Hai visto, Professore? - non lo risparmia Francesca, - Porta a casa! C'è qualcuno che non viaggia solo con la testa!
    - Ehi, basta lì, guardate! Il Ce sta andando!
    - Andando dove? E' già arrivato all'Ultramondo?
    - E che ne so, non credo. - azzarda il Dos, - Forse sta uscendo dal suo sogno abituale...
    - Sentite, - chiede Martino, - ma davvero quando sono andato via io non ha tirato?
    - Neanche un millimetro, ti dico. - risponde acido il Dos, - Morta secca.
    - Ma che strano. Avrò fatto cento chilometri di marcia!
    - Sì ma dentro il tuo sogno. Si vede che la corda tira quando esci.
    - Ma possibile che dovete sempre blaterare! - piagnucola Ale Magna, - State zitti!
    - Ale... - chiama Francesca.
    - Sì?
    - Lo sai cos'è?
    - Cos'è cosa?
    - Cioè: a me quella stanza lì fa un po' paura... Magari è proprio per questo che parliamo...
    Guardarono lo stretto spiraglio della porta che dava nell'Ultrastanza, e stettero zitti. Ognuno pensava: sì, fa un po' paura. Pareva brulicare di luce nera, quello spiraglio, di mondi sconfinati e di segreti, di oscuro e minaccioso repentaglio. Cosa accade là dentro? C'è il Comandante seduto per terra, a capo chino, intento a fantasticare: e intorno a lui?
    La cameretta da letto di Francesca era tutta di colore rosa e grigio, coi mobili di stile un po' diverso da quelli della stanza dei giochi, cioè la base, dove stavano loro. Il letto era da grandi, una piazza e mezzo, affollato di cuscini all'uncinetto dai colori smaglianti. Sulla testiera c'erano pochi adesivi raggruppati, un bel faretto a pinza nero opaco, e mensole coi libri e coi fumetti che Francesca aveva in lettura in quei giorni.
    Sull'altra parete c'erano due sedie, imbottite e cicciotte, foderate con la stessa stoffa rosa delle tende, con un motivo di farfalline grigie microscopiche e rade. Tra queste sedie troneggiava una casa di Barbie grande come un comò, a tre piani, con giardino garage ascensore e servitù. E accanto a quella un puff colore cachi, che stonava un po' ma le era molto caro, reggeva in trono un orsacchione gigantesco. Anche lì, appesi ai muri, quadri e poster. E infine un armadio guardaroba, con uno specchio grandissimo e lucente.
    La finestra dava sul retro della casa, non sulla fabbrica dei salami che era davanti, ma sui posteggi immensi e deserti del market, e sulla strada statale dietro a loro. E dietro la strada si allargava una campagna fatta di appezzamenti tutti uguali, con filari di olmi, canali, stradini agrari puliti ed asfaltati, villini precisi a quello coi giardini ed i nani, e poi cartelloni e strade all'infinito.
    Ma ora quella finestra era sbarrata, le tende rosa tirate per favorire la concentrazione, e dentro doveva essere ombra fitta.
    Quella era l'Ultrastanza, questa sera.
    Da dove uscivano, i mondi, dallo specchio? Si proiettavano sui muri come film?
    - Quella... è la mia stanza da letto, ci pensate? - mormorò incerta Francesca, - Io ci devo dormire questa notte.
    - Auguri! - ghignò Martino, per sdrammatizzare.
    - Ale...
    - Ho capito, va bene, - sbuffò Alessia, - stanotte rimango da te.
    - Grazie.
    - Ora basta però, davvero. - disse il Dos, - Ora mosca e mollare piano. Tira sempre, un centimetro al secondo, ma costante.
    - Te l'immagini se lui non ha contato!
    - Vai Comandante!
    - Zitti!

    E il Comandante andava, eccome! Altro che un centimetro al secondo: primato di scatto da fermo, corsa pazza. Tloc tloc tloc, facevano i tacchetti da calcio sul cemento dei tunnel. E i tunnel correvano in giro, concentrici, con passaggi sui lati ogni tanto che portavano ai tunnel più interni e più esterni, e rampe di scale che davano ai tunnel di sopra. Ernesto Ce pensò a quei posti strani dove si corre nei videogame, tutti rampe e livelli in alto e in basso: tali e quali. Ma questi erano veri, illuminati da grandi neon inchiodati ai muri, deserti e risonanti: tloc tloc tloc...
    Deserti? Aveva parlato troppo presto: passando come un razzo davanti a uno dei varchi laterali, vide nell'altro tunnel un drappello di gente, che correva nella direzione opposta a lui. Ultras, pensò, a giudicare dalle sciarpe legate al braccio e dall'assetto tipo guerriglia urbana: fortuna che non l'avevano notato.
    Sicuramente a quell'ora erano in caccia parecchie razze diverse di segugi: ultras, tifosi regolari dei club, skin, poliziotti coi cani, inservienti e gorilla della squadra, tutti a cercare lui. Ma perché? Per riportarlo in campo? Perché volevano altri gol, la vittoria? O perché di lì nessuno può scappare, perché lo stadio è una specie di Alcatràz?
    - Sì, prendetemi! - ghignava tra sé il Ce, pensando a quella scritta sullo schermo, - Vediamo chi arriva prima: voi a prendermi oppure io là fuori...
    Già, là fuori... Senza rallentare la corsa, ma aguzzando lo sguardo avanti e sui passaggi laterali, fece il punto: il suo sogno abituale era il campo di gioco; ne era già uscito passando ai tunnel interni dello stadio; ora doveva uscire anche dallo stadio. L'Ultramondo dev'essere là fuori, pensò. Andiamo a dare un'occhiata.
    Si fermò, si appoggiò ansando dietro un pilastro di cemento: non era un gran nascondiglio, ma se gli davano solo tre secondi... Frenetico indossò il bomber, che aveva tenuto in mano fino allora, nascondendo così la maglia rossoblù; da una tasca estrasse il sacchetto del key-way, dove teneva il necessario per la pioggia; svolse e indossò le braghe mimetiche di nylon, nascondendo i calzoncini di gioco; estrasse ed indossò il passamontagna, gli occhiali scuri, la sciarpa rossoblù fin sopra il naso. Ora nessuno lo avrebbe distinto da uno dei tanti ultras, ora poteva correre tranquillo.
    Errore! Allo sbocco di una rampa di scale incrociò una corrente di folla che scendeva a valanga, e si rese subito conto: una decina di sguardi truci lo avevano infilzato come un verme da pesca, ma poi la calca stessa aveva impedito ai tipi di fermarsi e di acchiapparlo per la giacca.
    - Porca miseria zozza, io sono scemo! - pensò, - E' vero! Un ultrà non gira mai solo, accidenti a me! Oppure lo fa a suo rischio. Questi ora pensano che abbia perso i contatti con la banda, e non si lasciano scappare l'occasione per darmi una tamburata. Brutta storia!
    E difatti sfuggì al primo, sfuggì al secondo, ma il decimo e il ventesimo riuscirono a fermarsi a gomitate, e presto erano una cinquantina che facevano ressa, con lui al centro: mani addosso da tutte le parti, urla alle orecchie, il giubbo già mezzo partito, due schiaffi arrivati a segno - ahi Ce, ed ora?

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    10. La zona rossa


    La casa di Angelo era in periferia, una periferia linda e perfettina piena di verde pubblico e di incroci, che pareva piuttosto un'immensa città sparsa. Cominciava brusca infatti a quattro passi dal minuscolo centro del posto, e da lì continuava sconfinata seguendo la statale, fino a mischiarsi con la periferia del posto successivo, che era preciso a quello. E via così per tutta la pianura.
    Quanto a quel posto, era un paese ricco e addormentato, che sognava weekend e fuoristrada e grandi vincite ai concorsi alla TV. Ma ci si stava bene, in fin dei conti: all'edicola arrivava quasi tutto, adesivi fumetti e cruciverba, e l'unico negozio di balocchi aveva tutti i videogame della città. La scuola era nuovissima specchiante di vetrate, e aveva accanto un parco ben curato, con due campetti da calcio e uno da volley, con altalene, pista da ciclocross, e rarissime siringhe abbandonate. La sala giochi aveva le ultime novità in fatto di videogames simulazione, quelli da entrarci dentro, e il bar centrale faceva anche fast food di pomeriggio, con quattro tipi di amburgher. Il cinema aveva chiuso tre anni prima, ma c'era un videonolo ben fornito. C'era anche una palestra, una sola, ma che faceva tutto: ginnastica, arti marziali, joga e danza. E di notte grandissimi tir sfrecciavano sulla statale come sogni, diretti a nord e a sud, scintillanti di luci. Insomma: era tutto a posto.
    In mezzo a questo benessere stordito, Angelo dormiva stordito a casa sua, nella luce incerta del pomeriggio di febbraio, con la faccia rivolta alla parete stellata di adesivi. La mamma si affacciò per l'ennesima volta alla porta, con gli occhi gravi.
    - Io non lo so che cosa stai sognando, - pensava tra sé, - né ora che dormi né prima che eri sveglio. Ma spero solo che non siano brutti sogni, Angelo mio. Non troppo brutti. Quella psicologa dice che bisogna prenderla con calma: che non è il caso di allarmarsi così presto, che spesso passa da sola, questa cosa. Ma che cosa? Nemmeno lei lo sa cos'è, secondo me. Dice nomi di sindromi leggere, dice che ti sei solo ritirato un po' più in dentro, per affrontare un passaggio difficile: dice preadoloscenza, turbolenza. E che quando avrai risolto uscirai fuori, più vivace di prima... - Si passò una mano sul collo. - Dio l'ascolti!
    Chiuse la porta con un gran sospiro, i passi ritornarono in salone, e si sentì il televisore che partiva. Angelo si svegliò, se mai dormiva: si girò appena, guardando dove lei era andata via. Stette un po' lì con gli occhi aperti, ma spenti da una nuvola di tedio, mentre la bocca stava chiusa stretta come da piccolo quando non voleva più mangiare. Poi la bocca si apriva appena appena, e ne uscì un suono fatto con il soffio, e poca voce, come imitare il vento. Vvvvvvv! Vvvvvvv!
    Richiuse gli occhi, e si riaddormentò.

    - Ecco, non tira, adesso son sicuro!
    L'avevano tutti avuta l'impressione che la corda si fosse fermata, ma alla fine scorreva così piano che non si poteva dire con certezza. Allora Andrea Dos lasciò la presa, fece un segnetto con un lampostil su un punto della corda vicino al varco dell'Ultrastanza, ed aspettò. No, proprio non si muoveva.
    - Ma allora cosa vuol dire? - chiese Francesca.
    - E che ne so? - rispose il Dos, - Forse il Ce si è fermato.
    - Il Ce non lo ferma nessuno. - disse convinta Ale Magna.
    - Esagerata!
    - Quant'è che è lì?
    - Un minuto e dieci.
    - Poco, lasciamogli tempo.
    - Certamente, - interloquì Martino con calore, - io in un minuto e dieci non ero ancora arrivato alla foresta...
    - Tu non fai testo. - disse il Dos, poi chiese: - Il suo era un sipario di calcio, una partita, no?
    - Sì, lui centravanti e il Bologna in serie A.
    - Ah quello se lo può solo sognare! - canzonò Francesca, che teneva per la Juve.
    - Tu aspetta ancora a dirlo, che non siamo neanche a mezzo campionato! - ribatte acida Ale Magna, anche lei sfegatata rossoblù.
    - Be', facciamo il bar sport?
    - Ssss! Sta parlando!
    Tesero tutti le orecchie: dall'Ultrastanza veniva un mugolio appena accennato, come un lamento fatto sottovoce.
    - Bestia! - disse Martino, - Ha dei problemi!
    - Aspetta, non vuol dire. - disse il Dos.
    - Come non vuol dire! Senti! Sta piangendo!
    - Piangendo, dici? E cosa credi che sentivamo noi, quando cantavi?
    - Sentivate così?
    - A me sembrava una crisi di diarrea.
    - Scema!
    - No, è vero, Martino, dalle retta. - disse pacato il Dos, - Si vede che la distanza tra mondo e Ultramondo, o se volete tra questa stanza e l'Ultrastanza, distorce i suoni, o qualcosa del genere.
    - Volete dire che magari sta cantando anche lui?
    - Magari pure.

    - Ahi! Porca miseria zozza, giù le mani! Umpf! Molla bastardo! Ahia! Cinquanta contro uno, eh, conigli! Urgh!
    No, non stava cantando il Ce, proprio per niente.
    Le botte però non erano tremende, a dire il vero. Un po' perché in fondo le immaginava lui, e un po' perché era incappato in una torma di tifosi regolari dei club, che non erano i peggio, tutt'altro: padri di famiglia con figli della sua età, e magari questo pensiero frenava la mano che picchia. Ma mollarlo, questo no: c'era un guerra in corso tra i tifosi, e i regolari si sentivano giustizieri per via delle multe al Bologna F.C., e della brutta figura della loro città davanti al mondo. E allora quando beccavano un ultrà, specie da solo, non lo trattavano a paste e cappuccino.
    Ma il Ce sapeva che era solo questione di tempo, con tutte le bande in giro: se resisteva solo ancora un poco...
    - Ahia! Mollami, imbecille! Ufff! Picchia pure, tanto fra un po' vedete! Ohi! Piano!!!
    Insomma, la sua pazienza fu premiata: di lì a poco un urlo agghiacciante si sentì piovere dall'alto. Una banda di ultras, vestiti come lui ma un po' più grandi, stava scendendo la rampa superiore, ed uno si era sporto, e aveva visto, e avvertito i colleghi. E ora la banda, una trentina in tutto ma balordi, piombava giù sui padri di famiglia senza neanche fare le scale, direttamente buttandosi da sopra con gli anfibi protesi. E poco dopo, da in fondo al corridoio, esplose una fanfara di fischietti, ed un plotone di celerini con randello, scudi e visiere scese, piombava nella mischia pure lui.
    Eccolo lì, il momento che aspettava! Una rissa gigantesca, un centinaio che pestano alla cieca, dove prendo prendo, tanto teste ce n'è. Il Comandante si accucciò per terra, si strinse nelle spalle a tartaruga, e cominciò a intrufolarsi sgomitando tra i piedi dei combattenti. Prese sì un po' di calci, perse gli occhiali neri, dovette abbandonare anche la sciarpa che si era impigliata nelle punte di un anfibio, e lo stava strozzando: ma dopo due minuti di nuoto sotto quell'acqua furibonda, era già fuori.
    - Salutatemi Rambo, idioti! - e via di corsa.
    Cominciava a stufarsi un po' di quelle storie, in cuor suo: va bene esser tosti, non tremare, attrezzarsi per ogni evenienza della vita, studiare le tecniche per non soccombere, ma insomma! Idioti, idioti! - pensò, correndo via.
    E via, oramai. La rissa aveva già calamitato quasi tutti gli idioti che correvano in quello stadio dei pazzi, come centomila mosche sopra il miele, o su una cacca. E solo cento metri di tunnel più in là non c'era più anima viva. E allora, via!
    Fece sei rampe in su, fino all'anello superiore, che era alto come una casa di otto piani. Prima di uscire voleva dare un bello sguardo dall'alto. Che cosa c'è là fuori, l'Ultramondo? Prima vedere bene, poi andare. Così decise di scalare uno dei tralicci dei fari al quarzo, che erano raggiungibili con un po' di manovre dall'ultimo anello delle gradinate.
    Arrivò lassù in cima con l'affanno, individuò il traliccio più vicino, corse a razzetto fino alla sua base, svolse un cordino d'acciaio con rampone che aveva nel set d'emergenza, lanciò in alto, agganciò il primo piolo della scala, mise i guanti, e cominciò a tirarsi su a forza di braccia. Fu dura: la corda era troppo fine, scivolosa, ma una volta ch'ebbe toccato con la mano quel maledetto primo piolo, il resto fu come ai giochi dei giardini. Salì, salì: la scala era protetta da un tunnel cilindrico, e passava attraverso sei piccole rampe, sempre più su, sempre più su, infinita.
    Ed invece finì. Era arrivato alla torretta dei quarzi: una batteria da far paura, almeno cento pezzi in dieci file, un muro di luce accecante come il sole. E infatti fece l'errore di sbirciare, per un attimo solo, prima di voltargli le spalle e guardar fuori: e fu così che quando guardò non vide nulla, solo una nebbia gialla luminosa che insisteva negli occhi abbacinati.
    Aspettò, sfregandosi gli occhi piano piano, e guardando ogni tanto. Poi cominciò a vedere qualcosa, qualcosa di rosso nel buio: forse fuochi. Aspettò ancora, la vista ritornava. Strinse gli occhi per un minuto buono, per cacciare del tutto l'abbaglio. Poi li aprì.
    - Dio santo! Ma che cavolo è?

    - Urca che strappo!
    La corda aveva ricominciato a scorrere pian piano da mezzo minuto, ma ora diede un guizzo che fece saltare a tutti il cuore in gola.
    - Cosa facciamo, tiriamo? - chiese Martino con voce concitata.
    - Sì, così lo senti il Ce quando ritorna! - rispose il Dos, ma meno calmo del suo solito anche lui. - Ha detto: tirare solo quando si sentono tre strappi, netti e chiari. E questo è uno.
    - Accipicchia ragazzi, e se non ci è riuscito, a farne tre?
    - Sta zitta, Magna, possibile che devi sempre portar iella?
    - Calma, vediamo, ora non tira più.
    - No, si è fermata.
    - Okay. Attenti allora.
    - Uau!
    - Che stress!
    - Dài, arriva, Ultramondo!

    - L'Ultramondo! - pensò il Ce, con una specie di secco nella gola.
    Appollaiato in cima all'ultima rampa della torre, alle spalle dei fari, il Ce guardava lontano e tutto intorno, con uno sguardo a panoramica come quelli dei film. E sembrava proprio un film quello che vide, uno dei film che piacevano a lui, tipo Blade Runner. Ma questa volta c'era qualcosa di diverso, qualcosa che non gli piaceva neanche un poco, e non capiva cosa. Si strinse nel suo giubbo contro il vento gelato che tagliava, si mise saldo appoggiato alla ringhiera, e guardò.
    Booouuuummmm! Booouuuummmm! Notte nera, notte fonda dappertutto, ma piena di luci fino all'orizzonte, come fosse una sola città la terra intera. Sciabolate potentissime di fari che s'incrociavano nel cielo, partendo da punti diversi tra le case, che sfioravano elicotteri vaganti, cercando chissà che. Incendi lontani che balenavano di rosso, tantissimi, almeno cento, dispersi per l'ampiezza della notte; e il fumo arancio che affogava mezzo cielo, trapassato dalle scie verdi repentine dei bengala e dei proiettili traccianti. In basso lampi azzurri di polizia, ambulanze, soldati, in cento punti sparsi del paesaggio. Luminarie interminabili di fari su strade immense e dritte come righe, costellate d'incidenti e d'auto in fiamme.
    E sopra tutto, quel tuono cupo, regolare, pulsante, come un cuore gigante di esplosioni, senza una fonte precisa, ma dovunque: booouuummm booouuummm!
    - L'Ultramondo... - continuava a dire il Ce guardando intorno, con la fronte aggrottata, e senza riconoscere più niente, se non un film. Prese il binocolo dal suo giubbo senza fondo, e guardò. Ora poteva vedere anche i dettagli, come se un diavolo gli regalasse l'ultravista, e gli mostrasse quel mondo da una torre, dicendo: guarda!
    E vide allora mille fughe e inseguimenti, scontri di bande armate negli incroci, o pestaggi silenziosi nei cantoni. Vide corse sfrenate ed incidenti, di macchine, moto, camion, carri armati. Vide uomini con teste rasate, o coi capelli lunghissimi, o normali; vestiti con divise militari, con pelli nere e catene cromate, con sciarpe colorate e con striscioni, con centomila altre maschere diverse. Vide bande di bambini con bandiere armati di skate e coltelli scontrarsi tra loro, o assalire passanti isolati, mentre su quelle risse e tutte le altre piovevano dalle finestre tutt'intorno le fucilate solitarie dei cecchini. Girava il binocolo a scatti, ma dovunque cadesse lo sguardo c'era qualcuno che ammazzava qualche altro, e la luce non era che d'incendi.
    No, un momento. In lontananza, laggiù verso sinistra, si intravedeva qualcosa di diverso, forse, ma non poteva dire bene: come un chiarore più leggero, un'alba, un'idea fuggitiva di celeste, subito persa appena la fissava. Ma che dava respiro, chissà come: che cosa c'è laggiù?
    E laggiù, dall'altra parte? Anche lì a destra si scorgeva un buco nero nelle luci incessanti: forse un parco, pensò di nuovo quasi con sollievo. Ma guardò meglio: anche lì c'erano incendi. Mise a fuoco i binocoli: non incendi, ma una croce fiammeggiante, in cima a un colle, e cento uomini incappucciati in cerchio, e uno legato alla croce, ed era un negro.
    - No.
    Il Ce cominciò a scuotere la testa, lentamente, ma senza fermarsi mai.
    No, pensò, non era quello, che voleva. I giocattoli militari da bambino, i videogames di guerra e d'avventura, il tifo con grida forti, i film d'azione: tutto questo lo conosceva, e ci aveva anche giocato, andava bene. Ma quella roba lì? Cosa c'entrava? Era quella l'uscita del suo sogno?
    - No Comandante, il tuo sogno non è questo... Devi aver sbagliato sogno, Comandante... Oppure hai sbagliato uscita, che ne so...
    Non era quello che avrebbe voluto - ne era certo - nemmeno il Comandante Che Guevara.
    - Miseria, che brutto posto! Via di qui!

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    E questi sono i primi dieci capitoli dei trenta che il libro contiene. Non a torto, i miei editori mi impongono di fermarmi qui. E di ripetere, dato il loro e il mio mestiere, che il libro è in vendita nelle librerie d'Italia. Oppure...

    ... può essere acquistato online presso





    Questa pagina è stata creata il 28 settembre 1997, e aggiornata il 30 luglio 2009


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