Sono stati così tanti o così
lunghi, gli anni in cui ho scritto per il teatro? Quella è stata la scrittura più
laboriosa e scoraggiante tra tutte. E la più santa. Di quale fosse
la parola capace di muovere a vita non i leggeri sguardi del lettore, ma
le pesanti membra dell'attore, ho più discusso che scritto. Pareva
che tra storia e personaggio, parola e danza, testo e azione, un'esclusione
inconciliabile sorgesse dovunque si mettevano le mani. Solo negli ultimi
anni, con eccellenti registi, queste guerre minori finalmente parevano
sciogliersi al sole sorridente e spicciativo della bellezza, che sempre
ci accompagni.
TEATRO SETTIMO, laboratorio teatrale,
Montalcino, luglio 1989
Nel lontano '89, a Montalcino, Gabriele Vacis
guidava un laboratorio teatrale memorabile, che defluiva dallo spettacolo
"Nel tempo fra le guerre" verso la promessa (o l'utopia) di un altro
e successivo atto teatrale. Ho partecipato come drammaturgo a quel processo,
che nella mia esperienza rimane ineguagliato. Molte scritture son rimaste
nella rete, quando alla fine l'ho tirata in barca. Qui le riporto tutte,
testi, testimonianze e documenti, utili a ogni processo creativo collettivo
che si ponga come scopo la massima - e insieme l'unica degna alchimia:
distillare la vita in senso, e raccontare.
La prima scrittura mi fu assegnata come compito
da Gabriele Vacis: il diario puntuale di ogni giornata, coi diversi lavori
degli attori, del "gabinetto drammaturgico", dei registi e degli
ospiti, senza tralasciare i pasti, il riposo e la pioggia. Un umile esercizio
dello scrivere e descrivere, che ogni sera veniva riversato nella "macchina"
del processo creativo in corso mediante una lettura collettiva. Era un
testo drammaturgico a sua volta.
Le mie vere scritture drammatiche, in questo
lavoro, son state poche, e veramente buone una sola, e breve: il
Monologo di Gaia. Perché brulicava
la scrittura d'autore sul campo, scrittura fresca addosso ai personaggi,
scrittura di servizio, avara di risultati degni di pagina, spavaldamente
indifferente al rigore delle fonti: testi drammatici scritti sulla traccia,
sull'ombra, o in certi casi sulla falsariga di testi letterari (libri editi)
e scenici (improvvisazioni d'attore). Diari, come si dice sopra, compilazioni
narrative, come si dice sotto. In una parola: non letteratura teatrale,
ma drammaturgia.
Si diceva: il dramma è una delle molte
cristallizzazioni del mito, un modo di raccontarlo. Allora qual'è
il mito che sta dietro lo spettacolo "Nel tempo fra le guerre",
dietro il dramma del Colonnello e della stirpe? Dove e quando è
stato raccontato, nelle forme pervasive che gli spettano? Lo raccontiamo
noi, a Montalcino, dopo il dramma non prima, in quindici giorni
di diceria diffusa, di tutti a tutti, intorno a storie, segreti
e antefatti dei figli e delle madri. La stesura di queste "Peripezie"
è nata dalla vertigine del drammaturgo di vedersi girare intorno,
troppo veloci e troppo sciolte, mille differenti e spesso contrastanti
versioni dei fatti. Occorreva fissarle, confrontarle, metterle insomma
nero su bianco. Ed eccole qui.
L'ultima scrittura, la più vasta, che
in qualche modo comprende e dà comprensione delle altre, è
un racconto non di fatti ma di eventi. Una scrittura pensata,
distanziata - scritta in solitudine tempo dopo - ma tutt'altro che a freddo.
Narrazione, sotto mentite spoglie di saggio, dell'accensione e del moto
di una straordinaria macchina per la produzione collettiva di senso. Diceria
sopra una vasta diceria, che ricostruisce con intuizioni e invenzioni
quel brulicante dormiveglia che è "la vigilia di un'opera".
La spavalda estensione di questo saggio ne consiglia
la partizione in tre files:
Commemorazione teatrale della Strage
di Bologna, agosto '91 e '92
Nel 1990 Valerio Festi e Monica Maimone parlano
a Renzo Imbeni, sindaco di Bologna, e al Comitato di Solidarietà
alle vittime delle stragi: sono anni che per la commemorazione sentiamo
concerti, la musica non basta più. Dagli incontri nasce un invito:
"il mondo della scena prenda la parola". Cento
giovani attori rispondono da scuole e gruppi di tutta Italia. Franco
Fortini, Franco Loi, Gianni D'Elia accettano di scrivere tre testi poetici
per l'evento. Altri artisti, tecnici, organizzatori
sono pronti a partire. Marco Baliani condurrà l'impresa. Ci eravamo
conosciuti "narrando", negli altri ritiri di Dura Madre Mediterranea, a
Drena: mi telefona e mi chiama al lavoro della drammaturgia. Accetto, e
ancora una volta una ricca messe di scritture, mie e altrui, resta nella
rete del mio computer. Eccole qui.
Ho scritto questo racconto/resoconto del
laboratorio di preparazione dell'evento - e dell'evento stesso - per il
volume "ANTIGONE DELLE CITTA' ", pubblicato dalla Direzione dei
Servizi di Informazione e Relazioni Pubbliche del Comune di Bologna. Lo
stesso volume contiene i testi di cui si parla qui sotto.
Anche qui, come per "Dura Madre Mediterranea",
pochi tra i testi drammatici son stati "scritti da me" nell'accezione usuale
del termine. In pratica due: ancora un monologo al femminile, "ISMENE
LA SPOSA", e una narrazione a tre voci, "LA
STORIA DI ANTIGONE". Mi inorgoglisce aver scritto a quattro mani
con Marco Baliani l'epilogo di Piazza Maggiore ("LE
NUOVE MURA"); e corposo è stato pure l'intervento di mio
pugno sulla scena "DIALOGO TRA L'INNOCENTE
E IL CONSAPEVOLE". Su tutti gli altri testi ho lavorato da drammaturgo,
non da autore (come sarà invece per i "Castelli trentini",
descritti nella prossima sezione). Quale sia stato questo lavoro, quando
e come vi sia stato da scrivere, da trascrivere, da montare, selezionare,
ritoccare, è spiegato con cura nel capitolo "Le
scritture" del Racconto dell'esperienza.
Della seconda edizione dell'Antigone sono rimasti
solo i testi: i testi per le cinque stragi,
elaborati dai cinque drammaturghi dei dieci "gruppi", e rappresentati nelle
dieci piazze; e il testo
finale per Piazza Maggiore, elaborato da Marco Baliani e da me. Non
v'è stata l'occasione (la commissione) per redigere un racconto
dei quindici giorni di laboratorio, né rientra nello scopo di queste
pagine HTML che io lo faccia ora: fatti salvi alcuni videodocumenti, e
alcune interviste, l'evento condividerà dunque il destino labile
di altri atti del teatro.
Nel 1992 Valerio Festi e Monica Maimone mi
chiamano a scrivere i testi per i loro "castelli trentini", una intensa
rassegna estiva di atti spettacolari incastonati nell'architettura di antichi
castelli e nei paesaggi circostanti. I loro spettacoli sono oltre la frontiera
del teatro: son et lumiere, acrobati, figuranti, insiemi orchestrali e
coristici, stuntman, fuochi artificiali, effetti di luci, e attori. Il
pubblico, numerosissimo, è composto da anziani turisti, famiglie,
abitanti dei paesi vicini che tornano ogni anno per sentire narrare ancora
la cupa storia del posto.
I testi di cui hanno bisogno son da tessere
sulla topografia di sale e cortili, incrociata con un viavai di gruppi
di spettatori, secondo schemi spesso intricatissimi, governati da inflessibili
guide recitanti. E tutto questo è ancora da intrecciare con le esigenze
di una regia d'effetti (il momento dei fuochi, delle fontane, dei voli
d'uccelli, etc.), e con la falsariga di fiabe gotiche, più o meno
radicate nel posto.
Insomma, si chiede l'opera sfacciata e felice
di un librettista. I testi che sono rimasti da quelle fatiche son cinque:
espressi in linguaggi aulici e cialtroni, colorati e incoscienti e armoniosi.
Per amore di completezza, e per curiosità, li riporto.
Castelpietra, agosto 1992 Il primo dei testi è stato ereditato da
una versione precedente, di cui doveva rispettare i personaggi: i tre cavalieri
(Giovanni di Carinzia, Federico di Sporo e Volkmar di Stall), presenze
storiche del luogo che torneranno in tre testi su cinque; e le bellissime
Guane, Smare e altre creature magiche di quei monti, che brulicavano la
selva intorno alle rovine della Pietra. Il risultato è una fiaba
dolce e forte di cavalieri, draghi e magie da una parte, e condottieri
pragmatici dall'altra, araldi di un nuovo pensare, che scacciano davanti
a se', e per sempre, quelle lamie. Salverei la figura di Volkmar di Stall,
cavaliere muto e mistico, che porta legata alle spalle anche in battaglia
la donna che ha salvato dal drago, e che ora gli è voce. E salverei
le squillanti ottave di presentazione dei tre cavalieri, scritte in tono
ariostesco: esercizi di stile e tecnica per cui nutro un orgoglio da artigiano.
Castel Stenico, agosto 1992 Questo forse, non sono il solo a dirlo, è
il testo più bello dei cinque. Nasce a sua volta da una macchina
intricata di gruppi di pubblico, guide, tappe e percorsi, che non cercherò
qui di districare. Ricordo un'insensata variazione del quattro: quattro
attrici interpretavano lo stesso personaggio della Tilde, la Governante-Guida,
e conducevano quattro gruppi di pubblico - per intricati percorsi attraverso
il castello - a visitare quattro personaggi paralizzati nei loro stessi
racconti, e nell'attesa del ritorno dell'eroe. Ma diaboliche rotazioni,
che non ricordo, costringevano le guide ad affrontare i quattro reclusi
in ordini diversi, e me a scrivere quattro testi, uno per ogni guida, strutturati
su varianti di blocchi che consentivano al senso di "tornare". E contro
ogni sensata aspettativa, a furia di esortazioni delle guide e musiche
d'instradamento e corse di messaggeri e walkie-talkie, ogni sera l'abnorme
ingranaggio girava. Lo spettacolo ha lasciato negli esecutori un bel ricordo,
e a me un testo che meriterà prima o poi altra vita. Qui riporto
solo una delle quattro varianti: la Prima Guida.
Castel Toblino, agosto 1992 Sulla cupa trama di Madruzzo, Principe Vescovo,
e della bella Claudia Particella da lui forse amata, e annegata nel lago
di Toblino, pare che finanche Benito Mussolini abbia esercitato la drammaturgia.
E' vero: ho avuto quel testo fra le mani, ma non l'ho letto e ho raccontato
un'altra storia. L'acqua, la sua sostanza cosmica di morte, è venuta
al centro di tutto, come il castello al centro del bel lago. Acqua sfacciata
e gioiosa nei panni sbattuti e strizzati dalle tre Lavandaie (reminescenza
dichiarata di Teatro Settimo), che si raccontano - tra Rashomon e Baruffe
Chiozotte - tre diverse versione del fattaccio, dove le colpe ruotano simmetricamente
tra lui, lei e l'altro. L'acqua che il cupo Principe Vescovo teme e maledice
dalla torre da cui urla, ossessivamente, un salmo che tenevo a mente da
anni e anni: "Salvum me fac, Deus, quoniam intraverunt aquae usque ad
animam meam...". L'acqua celeste e amniotica, infine, dove trovano
pascoli e tempo i due giovani annegati sul fondo infinito del lago, in
un duetto ispirato e visionario. E l'acqua che pare sia venuta giù
a catinelle la sera del debutto, con grandi maledizioni al sottoscritto
da parte dei tecnici che coprivano i fari: "Ma come si fa a intitolare
così uno spetttacolo all'aperto!".
Cavalese, luglio 1993 Quarto dei testi dei Castelli, al second'anno,
e fatalmente destinato a perder quota. Condivisa dalla regista Monica Maimone,
questa opinione aveva già prodotto faticose riscritture della scena
del duetto d'amore, che non quadrava mai. Ingranato a sua volta su una
macchina rotante di gruppi e guide e siti, come Castel Stenico, questo
testo ne manifesta i meccanismi in un'esauriente INTRODUZIONE, che ho lasciato,
e nella struttura di varianti incorporate nel testo stesso: illeggibili,
beninteso, ma utili alla documentazone di un evento, e di una forma di
scrivere "su misura". Conservo solo un buon ricordo del monologo del Re
(Scena Quarta), per quanto alto e grondante; e uno ancora migliore del
dialogo del Re e della Bambina (Scena Ottava): che come l'intera parte
della Bambina Visionaria, con la sua inseparabile colomba che vuol donare
per Falcone al Re, meriterebbe di esser ripensata.
Canavese, agosto 1993 Ultimo dei testi dei Castelli, e onorevole uscita
dall'avventura, è anche questo avvitato su un ingranaggio di spostamenti
e gruppi e guide. Ma stavolta non ne rimane appesantito, mostrando solo
delle "escrescenze" drammaturgiche piuttosto divertenti: una serie di pezzi
di "riserva" chiesti e realizzati per il caso che qualcosa non andasse,
e un personaggio finisse le parole prima (troppo prima) che il gruppo successivo
fosse pronto all'alternanza. Per evitare che ammutolisse, o peggio improvvisasse,
la regista mi chiese esplicitamente questi "allungamenti del brodo". Fatti
salvi i quali, però, questa resta una bella storia: la più
intricata e gotica di tutte. Un cavaliere condannato a non dormire scopre
infine il motivo dell'incanto, e parte in cerca di una vendetta. Dopo una
lunga strada di anni incontra altri incanti d'amore, d'un amore eccessivo,
numeroso, che lo distolgono dalla sua cerca: e proprio quando più
non cerca, trova, uccide, vendica, e finalmente dorme. Ma per aver inciampato,
a sua insaputa, in un altro incantesimo fatale e contrario, la prima notte
di quiete sarà l'ultima. Conservo una buona opinione dei versi,
delle rime, dei canti, e dei punti in cui s'incarnano con la prosa. E conservo
una fatato ricordo della vicenda.