Lettera di scuse agli aspiranti scrittori


Ecco alcuni stralci dalle molte lettere che negli anni ho scritto a chi mi chiedeva se poteva spedirmi le sue opere "per un giudizio", o domandava consigli e indicazioni sulla via da seguire "per diventare uno scrittore", per bambini o meno.
A furia di scriverle, inesorabilmente, finivo per ricavarne brani copia&incolla, parti standard in cui cambiavo, aggiungevo o sostituivo qualcosa: il computer ci sono per questo, per sollevarci dai compiti inutilmente ripetitivi.
Qui inserisco, riscritte in parte e riadattate alla bisogna, le considerazioni essenziali di queste lettere.


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PUÒ LEGGERE I MIEI MANOSCRITTI? No, non posso, purtroppo. Non posso più.

E lo dico consapevole dell'ingratitudine che scorre in questo diniego. Come altrove in questo sito è narrato, a me giovane e ignoto aspirante scrittore nel lontano 1986 è pur stato dato ascolto. Per rimettere questi miei debiti a mia volta per anni ho letto e tentato di giudicare le prove di aspiranti scrittori, soprattutto di rime, trovando ahimè - devo dirlo - un livello medio di qualità estetica, maestria poetica, ispirazione umana, piuttosto scoraggiante. Alcuni pochi di questi aspiranti (anzi pochissimi, tre) son poi diventati scrittori di fatto.
Ma ora non posso più farlo.

La prima difesa dall'onta di questa ignavia la lascio la "miglior fabbro" Rainer Maria Rilke, nella sua celebre "Lettera a un giovane poeta", la cui citazione in questo frangente è al tempo stesso banale e inesorabile. Nessuno potrà mai meglio spiegare il sentimento, lo sguardo, il consiglio, e al tempo stesso la reticenza e la negazione, di un vecchio poeta nei confronti di un giovane.

La seconda difesa è meno nobile e alata: ci sono scrittori che sanno leggere le opere degli aspiranti scrittori, e scrittori che non sanno.
L'ho sentito confermare, con conforto, da Roberto Piumini al Festival di Mantova 2011: uno scrittore è spesso il peggior giudice delle opere degli aspiranti; sempre proietterà, anche senza volerlo, il proprio stile, la propria visione del mondo e del testo, e se quella dell'aspirante scrittore non coincide con la sua, tenderà a giudicare debole, inadeguato, invalido il testo che gli si sottopone. Mentre invece è solo diverso dai suoi!
Il mio adorato Elio Vittorini bollò come "prolisso" in alcune parti, e "schematico" e "affrettato" in altre, "Il gattopardo" di Tomasi di Lampedusa, rifiutandone la pubblicazione per Einaudi (ecco la lettera). E altri esempi si contano a profluvio.

La terza difesa, in scala degradante, è ancora più banale e personale. Semplicemente: non ho il tempo.
"Tempo bastante!...", implorava Roy, il super-replicante di "Blade runner", piangendo il suo che gli sfuggiva tra le dita.
Il tempo dei forsennati viaggi per gli incontri, che sono la mia onorata fonte di reddito (molti di quelli che mi propongono le loro opere sono insegnanti, e non hanno questo problema); il tempo, più raro e agognato, della scrittura dei libri; il tempo che è sacro agli affetti: questi tempi divorano le mie giornate, che come quelle di ognuno sono brevi e fugaci. E le ore libere, talvolta i pochi momenti prima del sonno, preferisco dedicarli alla lettura di poeti e narratori più grandi e più antichi di me: che non chiedono ma danno.


E ALLORA CHI PUÒ LEGGERLI? Una considerazione attenua però il rimorso nel presentarei questo che, benché motivato, resta un diniego: mentre io non riesco a leggere le opere degli aspiranti scrittori, per tutte le ragioni di cui sopra, ci sono persone che di mestiere dedicano il loro tempo a quel compito: gli editori.
Il consiglio più vero che ho da dare è anche il più semplice e scontato. Fare ciò che un aspirante scrittore fa da sempre: spedire i manoscritti agli editori.

Compito e mestiere di un editore è proprio quello di leggere i manoscritti, e se valgono pubblicarli.
Non ha un suo stile, non ha gelose e furiose visioni del mondo e del testo da proiettare su ciò che legge; perché non lo legge coi suoi occhi, ma con quelli del lettore. O del mercato.
Spedire i manoscritti a un editore è un'impresa antica e illustre. Attendere con trepidazione, non scoraggiarsi davanti al primo, al secondo e al settimo "no" è avventura che mette alla prova la determinazione, la "necessità" di uno scrittore.
Dice Rilke: scrivere vi è necessario? Allora andrete avanti. Troverete la via.
La mia amica Bianca Pitzorno, ed è un esempio fra mille, si è vista rifiutare da sette case editrici il manoscritto di "Extraterrestre alla pari", che poi, una volta pubblicato, ha visto miriadi di riedizioni.
Gli editori sono i vostri interlocutori. Io sono uno che scrive come voi, uno che vi sta a fianco, un compagno di squadra: voi dovete fronteggiare quelli dell'altra squadra...

I loro indirizzi eccoli qui su Liberweb


IL MONDO EDITORIALE È BLINDATO. COME ENTRARCI? Tu mi dici che il nostro mondo, quello dei libri per ragazzi, è chiuso e blindato.
Sì, forse è vero. Anche a me pareva chiuso, prima che si aprisse. Come ogni porta, se la fissi standoci davanti indispettito prima di riuscire ad aprirla, ti sembra decisamente, odiosamente chiusa.
Però attenzione, non è del tutto vero. E oggi, paradossalmente, meno che mai.
Gli editori, a quanto si dice, prima o poi i manoscritti li leggono. Devono farlo, perché hanno bisogno di pubblicare, di rovesciare libri sul mercato. E questo forse è un buon momento per gli "esordienti"!

Gli editori italiani, allineati col modello dello "sviluppo illimitato", ogni anno, due o tre volte all'anno, sommergono i librai e i loro lettori con una valanga di "novità" che pare sia tre volte quella di altri paesi (in rapporto ai lettori).
Si sente l'accento un po' acido e ostile dell'anziano scrittore "affermato" che guarda col cipiglio l'assalto dei giovani del branco? Bene, cipiglio o non cipiglio (ma secondo me ci piglio) così è.
Forzando e semplificando un po': una "novità" che arriva oggi in libreria, per dimostrare se piace o no, se vende o no, ha a disposizione: neanche un minuto di vetrina (spazio riservato a ciò che deve vendere per forza); pochi giorni di ripiano (posizionata in orizzontale, con la copertina visibile); poche settimane di scaffale (in verticale, di costa); pochi mesi di magazzino; dopodiché, dato che il problema per lo "sviluppo illimitato" è lo "stoccaggio limitato", i poco e prezioso spazio in magazzino, le si apre il triste viale del tramonto delle vendite scontate, dei remainders, delle proposte d'acquisto a prezzo di costo all'autore (ora più neanche quelle), e infine il funebre macero.
Però l'autore "ha pubblicato"!

Dopodiché basta, ho fatto più che abbastanza il vecchio guru menagramo.
Tu buttati dietro le spalle tutte queste osservazioni e indicazioni e profezie del malaugurio, cercati nella tasca destra la necessità, nella sinistra la pazienza, fammi una pernacchia, sputa tre volte dietro le spalle e cammina avanti.


BRANCOLO NEL BUIO. COME DEVO MUOVERMI? Consigli su come muoverti? Perché brancoli nel buio? Senza nessuno che ti dica dove andare?
Be', ho superato i sessant'anni, mi daranno presto il certificato per cominciare a fare i miei rincoglioniti discorsi zen. Ma io mi metto avanti e comincio da ora. Il mio consiglio zen è: continua a brancolare.
In realtà, a parte l'ironia, forse l'unico consiglio utile e vero e onesto è proprio quello.
Bisogna vedere quanta benzina hai. Quanta speranza e quanta pazienza, quanta "necessità".
Quanti anni di autonomia di brancolamento, se bastano.

Sai quei film, quelle storie, in cui la passione, l'ostinazione, il coraggio dell'eroe finiscono appena un metro prima dell'uscita del labirinto, del margine del bosco intricato delle fiabe. Zoom ad allargare e in alto, lo spettatore vede che era quasi arrivato: lui no.
No, tu non puoi vederlo, quanto manca ancora all'uscita del bosco, è nelle regole del gioco, della fiaba. Puoi solo sperare che manchi... non poco, ma appena un po' di più, appena un passo, un palmo, un pelo di più della fine della tua forza, della tua pazienza, della tua speranza.

La parola "pazienza" e la parola "passione", che paiono designare totali antitesi, hanno in realtà la stessa radice: il latino "patior", che vuol dire soffrire, sopportare. Pazienza è passione nel tempo, capacità di sopportare.
La parola "talento", che ora designa un format TV, indicava nel greco antico una misura di peso.
Talento è la quantità di peso che tu puoi portare e sopportare.
Pazienza è la quantità di tempo per cui puoi portarla.


E in quale tempo, e in quale direzione?
"And so... wich way do we go?", dice la mia Sibilla Laurie Anderson.
Non so quale sia la via. So quale è stata quella che io ho percorso. È scritta nello sconfinato sito da cui mi hai mandato la tua breve richiesta di lettura e d'attenzione. Ci vuole molta e lunga pazienza per riuscire ad apprendere un'arte, una maestria, e molta altra per vedersela riconosciuta. Molta e lunga pazienza occorrerebbe a te per leggere per quali vie io ho raggiunto questi due obiettivi (e ora cavoli miei lanciare avanti il cuore nel seguito): cioè per leggerti tutto il mio sito da cima a fondo. Ed è molto meglio che tu adoperi la tua pazienza in altri modi, perché quello non ti servirà a una beata pigna. Quella è la via che mi son trovato a percorrere io, è solo una: ce ne sono mille altre.

In che altri modi, dunque, devi adoperare la tua pazienza?
Risposta zen: continuando a brancolare al buio finché non vedi una lucina nel bosco.
Risposta pratica: continuando a scrivere e mandando i tuoi manoscritti agli editori.




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Questa pagina è stata creata il 15 settembre 2011, e aggiornata il 21 settembre 2013


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