CUOREPAROLE
Poesie di poeti bambini d'Italia
commentate da Bruno Tognolini


A cura di PAOLA BRODOLONI e BRUNO TOGNOLINI
Illustrazioni di PAOLO D'ALTAN
MONDADORI, maggio 2010




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IL PREMIO CUORE E PAROLE




IL LIBRO CUOREPAROLE




IL CAMMINO DEL LIBRO




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LE POESIE SONO GIOCATTOLI DELL'ANIMA

Prefazione di BRUNO TOGNOLINI
per CUOREPAROLE. Poesie di poeti bambini d'Italia


La poesia è un bastone per prendere


Forse non è vero che la poesia salva la vita, come può dire un poeta ispirato o un lettore fissato; ma non è neanche vero che rovina la vita, come può dire uno studente annoiato che deve imparare per l'indomani trenta versi. La poesia non è così onnipotente e neanche così inutile: è soltanto una specie di lente, uno strumento per vedere l'invisibile.
Intorno a noi, nell'infinito mondo di fuori, e in noi, nell'infinito mondo di dentro, ci sono miriadi di cose invisibili. Noi non riusciamo a vederle con gli occhi, ma per qualche misterioso dono sappiamo che sono lì. E come l'uomo ha preso in mano un bastone, una mattina milioni di anni fa, per cogliere i frutti più alti che neanche saltando riusciva a raggiungere, così ha inventato la poesia: un bastone per cogliere i frutti delle cose invisibili.
Ognuno può farlo e ognuno, anche senza saperlo, lo fa. Qualche volta guardando un bel paesaggio, oppure la nostra solita stanza, può accadere che quei posti ci appaiano belli e struggenti, oppure cupi e misteriosi. Qualche altra volta quegli stessi posti, o altri simili, ci sembrano tanto banali che li guardiamo ma non vediamo niente.
La prima volta col bastone della poesia abbiamo colto il frutto invisibile della loro bellezza. La seconda volta, senza il bastone, quel frutto è rimasto sul ramo, fuori dalla portata della nostra mano: abbiamo guardato e non abbiamo visto niente.


La poesia è un bastone per indicare


Se scorgiamo un paesaggio bello o misterioso intorno a noi, o un sentimento dolce o pauroso dentro di noi, e stiamo zitti e guardiamo soltanto, commossi o impauriti, noi siamo poeti che leggono. La poesia è scritta nel libro del mondo, quello di dentro e quello di fuori, e noi la leggiamo.
Qualche altra volta però noi siamo così colpiti, così meravigliati o spaventati, che ci viene spontaneo dire: là, guarda là! Cosa c'è là? – ci chiedono, o noi stessi ci chiediamo. C'è… E lì ci viene da cercare parole speciali per dire le cose speciali che vediamo. Per dirle a noi stessi o a qualche altro accanto a noi. Allora siamo poeti che scrivono.
Allora non usiamo la poesia solo come un bastone per cogliere i frutti invisibili, ma anche come un bastone per indicarli agli altri.


Ma se non c'è niente da prendere che me ne faccio del mio bastone?


Qui c'è da precisare una cosa importante. Qualcuno forse dirà: tu parli e parli di cose speciali da vedere intorno perché sei un poeta, ma io che non sono poeta non vedo un bel niente, non c'è niente di speciale intorno a me.
Bene: noi umani siamo fatti in modo tale che, se proviamo questo sentimento di noia e di vuoto, ne siamo scontenti. Guardiamo intorno e se non vediamo niente ci rattristiamo perché nel mondo non c'è niente, niente che sia degno vedere. E allora cerchiamo le parole per lamentarci e maledire questo niente.
Quei lamenti e maledizioni sono poesia. Il bastone, che non ci serve né a cogliere né a indicare, a quel punto ce lo diamo sulla testa. Ma sono colpi in testa di poesia.


I poeti intagliatori di bastoni


Gli uomini si sono presto accorti che le differenze che scoprivano fra loro potevano essere usate non solo per massacrarsi, ma anche per campare meglio insieme. Se uno era più agile e svelto a inseguire la preda, era meglio che andasse a cacciare; un altro, più bravo e paziente a innaffiare piantine, lo avrebbe atteso nella grotta e insieme avrebbero fatto bistecche e insalata.
Così è vero che tutti siamo poeti che leggono, usando i nostri bastoni per far cascare i frutti dell'invisibile; è vero che tutti possiamo essere poeti che scrivono, usando i nostri bastoni per indicare quei frutti agli altri; ma a un certo punto saltano fuori alcuni che imparano a maneggiare i bastoni in forme e con mosse più belle, più larghe e più forti.
I loro bastoni per mostrare l'invisibile li curano e li decorano con arte, li intagliano mirabilmente di trucchi e maestrie, e quei bastoni diventano potenti, più di quelli degli altri: quegli uomini diventano i poeti della tribù. Invece che a cacciare e coltivare, si addestrano a trovare parole e canti potenti, e quando si vuole vedere meglio l'invisibile, e goderne o soffrirne di più, bisogna chiamare loro.
Canteranno e diranno versi per noi, e noi li ripagheremo con carne e frutta, che siamo più bravi e addestrati di loro a procurare.


Poeti esperti di gioie e dolori di tutti


Questi poeti delle tribù erano uomini e donne. Non nelle giungle dei mondi primitivi, ma solo poche decine di anni fa nei nostri paesi d'Italia c'erano donne che si chiamavano Prefiche, poetesse esperte nel dolore per i morti.
Quando muore qualcuno che ci è caro il cuore pensa di non farcela più a tirare avanti, con dentro il peso gigante di quel vuoto, e cerca di dire e gridare quel vuoto pesante per cacciarlo fuori di sé, per essere quel tanto più leggeri che basta a fare almeno le cose che servono. Ma il dolore preme tanto nella gola che le parole non vengono fuori, oppure vengono fuori secche e storte, impotenti a dire quel vuoto.
Allora nei nostri paesi si chiamava la Prefica, la donna poetessa esperta nel pianto dei morti. Questa diceva e cantava davanti a noi con parole così belle e potenti il nostro dolore, che il nostro cuore, vedendolo detto lì fuori così bene, anche lui si svuotava in pianto, dicendo "sì, è vero, è come tu dici e canti, il mio dolore è così!". E dopo questo riusciva a fare le cose che servono.
I greci antichi chiamavano queste poesie per i morti Epitaffi. Allo stesso modo c'erano poesie giuste per i matrimoni, che si chiamavano Epitalami, e per le vittorie, che si chiamavano Epinici.
Ma anche fuori di queste occasioni speciali, di morti o nozze o vittorie; anche per l'amore, o la speranza, o i ricordi, per una bella serata o un fiore visto sul bordo della via, o qualsiasi altra cosa della vita, i poeti cantavano. I poeti si addestravano a cantare i sentimenti di tutti gli altri e di tutti i giorni.


Il bastone diventa un'orchestra


Ma gli uomini sono fabbri senza pace, che usano i loro strumenti per due scopi: per migliorare la vita e per migliorare sempre più i loro strumenti. I bastoni primordiali per tirare giù i frutti dai rami col tempo diventano mazze, vanghe, scuri, coltelli, spade; con altro tempo scettri, flauti, fucili, microfoni, antenne…
Anche il bastone della poesia è sottoposto a questi miglioramenti senza riposo. Le arti dei poeti si fanno più fini e complesse, inventano modi e ritmi per far suonare bene insieme le parole, li fissano e danno loro dei nomi difficili: anapèsto, scazònte, tetràmetro trocàico. Scrivono manuali complicati di istruzioni per il montaggio delle poesie, che chiamano Arte Retorica.
Il semplice bastone che batteva per tirare giù il frutto dell'invisibile diventa un'intera orchestra. Come le orchestre musicali hanno violini, clarini, trombe, cembali e timpani, così l'orchestra del poeta evoluto suona strumenti che si chiamano anafore, metafore, ossimori, chiasmi, climax…


I poeti sono poeti, gli altri no


Quando gli uomini si inventano parole difficili, che non capiscono tutti, è perché vogliono tagliare fuori qualcuno. Questo accadeva e accade ancor oggi ai notai, ai medici, ai preti, agli economisti, a numerosi altri e anche ai poeti. Lo scopo è sempre stato solo uno: quello di dire "noi sì e tu no".
Non che ci abbiano mai guadagnato gran ché, i poeti, a tenere fuori gli altri dalla poesia. Per lo più guadagnavano ben poco, molto meno che dottori e notai, e ciononostante insuperbivano lo stesso. Se ne stavano lì, arroccati nei castelli delle loro poesie scazònti, a sillabare versi complicati, spesso contenti di dirseli fra loro.
Ma se molti se li dicevano fra loro, molti altri in realtà nei secoli, per nostra fortuna, hanno scritto e lasciato scrigni di poesie stupende, fatati bastoni per vedere l'invisibile del mondo, che moltissimi uomini e donne per i loro giorni hanno raccolto e usato. Vedendo l'invisibile davvero.


Ma la poesia scappa fuori nel mondo


Ma la poesia è un Angelo Selvaggio, che non sopporta muri né cancelli, tantomeno quelli fatti di parole. La poesia scappava fuori da tutte le parti, per tutti i secoli dei secoli e finora. Gli stessi poeti cercavano in fondo spaccature, nei muri dei loro manuali, per scappare fuori e tornare a cantare fra la gente che ha bisogno di loro.
Così fiorisce la poesia nel mondo, dalla bocca dei poeti di sicuro ma, grazie a loro o malgrado loro, anche da quella dei rocker e dei rapper, dei cantautori e dei fumettari, dei pubblicitari e dei cineasti, dei teatranti, dei preti, dei maghi, delle maestre e dei bambini.
Ci sono testi di canzoni che sono poesie, e poesie che sono testi di canzoni. Ci sono dialoghi di film che sono scritti come poemi, e poemi danteschi che diventano eventi di piazza. Ci sono jingle pubblicitari che sono scritti in rima e metro come un rap, per convincere meglio a comprare. Ci sono preghiere e formule magiche che scandiscono parole potenti di poesia allo stato nativo.
Ci sono migliaia di filastrocche per bambini, inventate di sana pianta dai bambini, o fatte dai grandi e rifatte dai bambini, che servono per giocare e fare conte, per divertirsi e dire sciocchezze e fare niente. Alcune di esse in certi casi, dicendole bene, si scoprono piene di bastoncini colorati per cogliere l'invisibile dei giochi.


Le poesie sono giocattoli dell'anima


Ed eccoci ai bambini e ai loro giochi. I bambini giocano, si dice, i grandi no. Non è vero, ma mettiamo che sia vero. I bambini giocano usando giocattoli che riproducono le cose del mondo più piccole, in scala, perché possano maneggiarle piccole mani.
Così imparano a guidare, a cucinare, a curare, a comprare, a sparare, senza fare feriti, disastri, incidenti, sperperi e danni. Di fronte a compiti immensi, smisurati cominciano a esercitarsi nel piccolo, in scala, e pian piano vanno aumentando la misura.
Le poesie sono giocattoli dell'anima. L'anima – l'immenso mondo che c'è dentro di noi – è un reame così buio e sconfinato che anche i grandi, che si danno tante arie, non ne capiscono una beata pigna. Tanto che spesso preferiscono far finta di non vederla, di non averla per niente. Oppure le cambiano nome, la chiamano mente, e poi non ci pensano più.
Il compito di fronteggiare la propria anima è per i grandi così smisurato come per i bambini quello di fronteggiare il mondo dei grandi. Ci vogliono giocattoli, attrezzini che aiutino, cominciando da cose piccole adatte alle mani. Le poesie sono questi giocattoli, questi attrezzini: bastoncini per sondare quanto è profonda l'anima, prima di metterci piede.


Se le poesie sono giocattoli il Premio è il gioco


Se le poesie sono giocattoli dell'anima, per i bambini il gioco è quasi fatto. I bambini coi giocattoli sanno sempre dove mettere le mani. O lo imparano presto. Certo, quando arrivano giochi o giocattoli nuovi e un po' complicati, può esserci qualche momento di messa a fuoco. Ma quando poi si accende il fuoco del gioco, entrano in campo risorse che sbriciolano i problemi, e il giocattolo nuovo è ben presto padroneggiato.
Fra gli altri giocattoli nuovi, si possono proporre ai bambini le poesie, giocattoli della lingua. E a che gioco si può giocare con quei giocattoli? A molti giochi, per esempio a un Premio.
Se le poesie sono giocattoli, il Premio è il gioco. Se le poesie son macchinine, il Premio è la pista. Se le poesie sono le carte da gioco, il Premio è un sistema di regole che si può chiamare Bestia, o Pinnacolo, o Scopa.


Le regole del giocattolo


Le regole occorrono, come i bambini ben sanno, ai giochi e ai giocattoli. Le regole di quei giocattoli che son le poesie, gli schemini e le istruzioni di come funzionano, i bambini in genere le apprendono a scuola con le loro maestre.
Possono apprenderle attingendo a strumenti didattici che illustrino le strutture elementari del fare poesia: rima, metro, ritmo, figure di strofa, haiku o rap o filastrocca o verso libero, e poche altre cose. La Dispensa Laboratorio prodotta da Cuoreparole Onlus, e fornita a tutte le scuole che partecipano al Premio, è una buona fonte. Ma ne esistono altre: il bagaglio di abituali strumenti didattici delle insegnanti in genere ne è provvisto.
Possono apprenderle osservando i modelli: un bambino che monta una macchinina non ha bisogno di leggere sulle istruzioni dove vanno le ruote, ha già visto migliaia di macchine dei grandi. Leggendo con le maestre le poesie scritte dai grandi (le più adatte) si possono vedere applicati stili e trucchi, forme e figure, e si può lavorare per copia e imitazione.
Possono apprenderle infine, se il gioco scatta bene e si aggancia alla loro esperienza, specchiandole sulle filastrocche che loro stessi adoperano nei giochi e nelle conte.


Le regole del gioco


Le regole del gioco, invece, gliele diamo noi. Un premio di poesia è un gioco, in cui si concorre e si vince. Come in ogni gioco agonistico, ci sono regole. I bambini non solo le accettano ma le richiedono, perché solo in base a regole, partenze e traguardi e percorsi, si vince o si perde. Altrimenti si corre e basta: bellissima cosa ma che fa parte di un altro gioco.
Le regole del Premio Cuoreparole erano poche e semplici: possono partecipare i bambini delle scuole primarie, possono spedire una sola poesia, scritta da soli o in gruppo, devono scrivere di alcuni temi che il Premio propone: "Gli altri siamo noi", "Cielo, terra e mare". "Radici, memoria del passato" e altri.
La semina del nostro Premio, la diffusione del bando, è stata efficace: le poesie hanno cominciato ad affluire, centinaia di poesie da tutta Italia. Un piccola commissione formata da Cuoreparole faceva una prima cernita, filtrando una cinquantina di poesie per anno, talvolta più, talvolta meno, che arrivavano a me.


La mano piccola, la mano grande


E io leggevo, rileggevo, sorridevo, mi annoiavo e strabiliavo. E poi ogni anno, letto e riletto, mi ritrovavo con Paola Brodoloni per una bella giornata di lavoro. Discutevamo, scartavamo, ripescavamo e ci interrogavamo. Ci capitava spesso di chiederci: ma l'avrà scritta proprio lui? Non ci sarà la mano di un grande?
La mano della maestra che guida la mano del bambino nell'arte impervia della scrittura non solo è plausibile e legittima, ma è forse l'icona stessa della scuola: e il premio era bandito nelle scuole. Nessuna analisi indiziaria era in grado di stabilire in quali poesie la mano adulta avesse solo incoraggiato e accarezzato la mano bambina, in quali altre avesse insegnato, corretto, mostrato esempi, e in quali altre ancora avesse scritto di suo pugno, guidando il piccolo pugno quasi a forza.
Ci siamo fidati. Limitandoci a pubblicare sulla rivista Cuoreparole una lettera agli insegnanti, che concludeva così: "Noi abbiamo giudicato e premiato le poesie ‘come se' fossero frutti maturi e propri di bambini: di bambini a scuola, non di bambini a casa, quindi maturati insieme ai loro insegnanti. Se accadrà che, senza avvedercene, in un concorso per bambini stiamo premiando l'opera di un adulto, noi non possiamo saperlo: ma quell'adulto sì". Contento lui…


Cuore e parole son legati da un filo invisibile


Io leggevo le poesie dei bambini per sceglierle, ma anche per scriverne. Era mio compito la scrittura delle "motivazioni": brevi pezzi da leggere in pubblico durante l'assegnazione dei premi, in cui si spiegava perché quella poesia era stata premiata.
Ho letto quelle poesie come poeta, non come esperto. Perché, a voler scrivere come poeta per tutti e di tutto, alla fine mi trovo a non essere esperto di nulla. Le ho toccate col mio bastone della poesia, che ormai però è di legno stagionato e istoriato. Quel tocco faceva brillare in alcune di esse lampi di bellezza nascosta, che io trascrivevo nelle "motivazioni" . Questo è avvenuto lungo cinque anni.
Ecco ora, in questo libro, trentadue di quelle poesie, ciascuna con le sue motivazioni. Leggetele come poesie vere, perché tali sono. Non diversamente da come un bambino è un umano vero, solo più piccolo. Troverete in queste poesie vere, solo più piccole, la bellezza e la forza invincibile della vita dei bambini. Chiamati al gioco giusto, questi bambini poeti son riusciti a far scaturire dal cuore della loro vita le parole giuste, vivi e scalcianti giocattoli dell'anima.
"Cuoreparole" sembra scritto tutto attaccato, ma non è così: fra cuore e parole son tesi i fili invisibili della poesia.



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SEI POESIE SCELTE FRA LE TRENTADUE


Pluto peluche, di Carola Mazzocchi
Premio Cuoreparole 2008. Classe V B, Scuola Primaria “Vallone”, Pavia. Insegnante Maria Teresa Camera

Chissà chissà, di Giorgia Vantaggiato
Premio Cuoreparole 2008. Classe V, 4° Circolo Didattico, Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Insegnante Carmelina Siracusa

Fili d’erba, di Stefano Marchi
Premio Cuoreparole 2009. Classe V A, Scuola Primaria “G. Carducci”, Udine. Insegnante Daniela Chialchia

È autunno, di Cristina Di Francesco
Premio Cuoreparole 2009. Classe IV D, 214° Circolo Didattico di Campagnano, Campagnano di Roma (Roma). Insegnante Marina Rossi

La Tour Eiffel, di Giorgio Bowler
Premio Cuoreparole 2006. Classe V, Scuola Elementare Statale Italiana “Leonardo da Vinci”, Parigi. Insegnante Ettore Tasca

Sguardi diversi, di Angela Hu
Premio Cuoreparole 2005. Classe IV C, Scuola Primaria “I. Calvino”, Milano. Insegnante Grazia Caruso




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Questa pagina è stata creata il 26 maggio 2010 e aggiornata l'ultima volta il 26 maggio 2010


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