QUATTRO TESTI
PER DOCUMENTARI
Bruno Tognolini

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Dall'86 in poi, a lunghi intervalli, son stato coinvolto dall'amico Gianfranco Cabiddu (DAMS e altre avventure insieme) nelle imprese dei documentari di argomento sardo che lui girava, intercalandoli tra i suoi film. Spudoratamente appellandosi alla mia "sarditudine", mi chiedeva testi caldi e poetici, non didascalici e giornalistici: insomma, non da documentario. Io ho sempre relegato in una zona di pudore che sfiora la reticenza l'attitudine sentimentale di avvalersi della nostalgia della propria terra per scriverne: ma ho poi sempre accettato con gratitudine questi inviti di Gianfranco. In realtà erano - e tuttora sono - le uniche occasioni in cui mi consento di trasgredire quella laconica fermezza, e di scrivere appassionatamente della mia isola.
La sintonia nata tra questi testi "caldi" e la scrittura delle immagini di Gianfranco nel primo cortometraggio, "CARTOLINA", pare funzionare e ne seguono, pur a lunghe distanze, altri tre, girati con mezzi via via più adeguati.
Proprio per questa autonomia dalla funzione didascalica, i testi possono essere trascritti qui di seguito come materiali letterari, senza riferimento alle immagini (che del resto non saprei ricostruire).

 
 
Ecco i titoli:

1 . CARTOLINA - Sulla città di Cagliari - Fotografia di Giancarlo Cao, Regia di Gianfranco Cabiddu
2 . CAGLIARI - Sulla città di Cagliari - Regia di Gianfranco Cabiddu
3 . SCRITTO SULLA PIETRA - Sulle zone mimerarie sarde - Regia di Gianfranco Cabiddu
3 . IN FACCIA AL VENTO - Sul paese di Orune - Regia di Gianfranco Cabiddu
 




CARTOLINA

1985
Testo di Bruno Tognolini
Fotografia di Giancarlo Cao
Regia di Gianfranco Cabiddu

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Totalmente autoprodotto nell'86 in forme e modi decisamente amatoriali, il primo documentario "CARTOLINA" è colorato dal buffo compatimento che ci lega alle opere giovanili, piene di intenzioni e prive di mezzi. Ma i testi sono forse i più asciutti, i più forti, e in breve ai miei occhi ra i più belli. Anche perché, ripeto, è l'unica occasione in cui mi son consentito di parlare - e addirittura cantare liberamente - di Cagliari, la mia città, della sua ironica e appassionata indolenza, e del sentimonto di chi la fugge per andar via...
Come subito preannunzia la grafia, francamente in versi, questo testo vuole essere un canto.

. 1 .

Dicono che stare lì a guardare il mare
si perde tempo.
E guai a contare le onde ad una ad una,
per esempio quante ne vengono una notte
d'insonnia, su una spiaggia.
Si perde tempo e si diventa matti.

Difatti tutte le genti delle coste,
qui sul Mediterraneo,
può passare una settimana oppure un mese,
ma prima o poi finiscono alla spiaggia,
a scrutare lontano,
a raccogliere pietre per tirare nell'acqua.
Quattro millenni fa è passato Ulisse,
il ladro,
e non si sono più ripresi:
tirano,
delle volte che non torni.

Ma lui non torna, e siamo noi che navighiamo,
o stiamo fermi,
a seconda che si tratti di un'isola o una nave.
Difatti la questione non è chiara,
quando capiti di navigare sotto costa,
chi cammini o stia fermo, e chiunque sia,
dalla costa si vede la nave, dalla nave la costa
che cammina,
e passano i fari e i faraglioni,
i fumi delle raffinerie ed i gabbiani,
finché a suo tempo compare la città,
ed allora non c'è più confusione
e si entra in porto.

Non si è mai veramente stranieri,
in questo mare Mediterraneo:
viste da lontano,
le città tentano di sembrare miraggi,
ma poi i moli si aprono alla nave,
città di Trapani, Palma di Maiorca,
città di Tunisi, Biserta, Palermo,
città di Marsiglia e di Algeri...

... città di Cagliari.
 

. 2 .

Cagliari, città dell'Africa Settentrionale,
ha un segreto che s'impara:
è un imbroglio.

Queste sere estenuate, levantine,
questi ritardi del sole che tramonta
sottoforma d'arancia tarocco,
queste notti senza fine:
è la città che truffa gli stranieri,
e gli abitanti che truffano se stessi e la città,
e tutti insieme affronteremo la nottata.

Quest'imbroglio africano.

 
. 3 .

Questa gente si fa i fatti suoi.
Dopo un po' si capisce l'imbroglio:
vogliono stare tranquilli,
perché devono dormire e sognare.

I ricchi sognano e credono di essere a Milano.
I poveri sognano e credono di essere in Marocco.
I turisti poi credono di essere in Sardegna,
ma sognano,
e in realtà sono rinchiusi nelle mattine splendenti
di un depliant.

E c'è un luogo comune a tutti i sogni,
importante per capire questa gente:
in una città di costa tutte le strade portano al mare,
o ne ritornano.
E allora tutti i cagliaritani che camminano le strade
stanno andando verso il mare,
o ne ritornano;
e quelli che stanno fermi
aspettano d'andarci prima o poi.
Non si scappa.
 

. 4 .

Quanto mare, troppo mare.
Troppa acqua che si vede ogni giorno,
non si riesce a distogliere lo sguardo.
E tutta la notte il rumore delle onde.

Se è vero che tutte le strade di questa città
portano al mare prima o poi,
e se è vero che stare lì a guardare il mare
si perde tempo,
questo è segno che bisogna imbarcarsi.
Dopo un po' si capisce che la storia di questa città
è tutta una storia di navi.
Ed è perché il mare non dorme,
non dorme mai la ruggine,
e bisogna stare attenti alle vernici,
dormiamo noi,
bisogna stare attenti,
perché dormiamo e sognamo le navi.

Questa nave che non arriva e che non parte.
Questa nave bastarda che va piano,
va troppo piano e non si ferma mai,
perché il porto si ritira davanti,
e col porto la città,
e con la città tutta l'isola nella corrente
se ne va alla deriva e buonanotte.

Queste navi imbecilli,
che vanno e vengono,
e non si fermano nemmeno quando sono arrivate,
e si ficcano con la prua nella città,
e là vengono abbandonate dall'equipaggio,
e abitate a lungo dai cittadini,
e abbandonate in seguito anche dai cittadini,
e percorse dal vento,
troppo vento.

 
. 5 .

Troppo vento.
Questo vento tenace,
la cui ostinazione senza fine
fa le donne nervose, irascibili i cani,
addormenta i vecchi di un sonno inquieto,
e gli uomini guardano il mare,
e perdono tempo.

Non perde tempo il mare,
viene avanti di un metro tutti gli anni,
nella visione che lo attrae,
di una città sommersa,
piena di cozze.
E i vecchi, nell'attesa delle nozze,
fanno scommesse
e processioni a Sant'Efisio,
e la partita è aperta,
in generale.

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CAGLIARI

1989
Testo di Bruno Tognolini
Regia di Gianfranco Cabiddu

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Come "Cartolina" anche questo secondo documentario, già nel banale titolo, parla della mia città. I mezzi espressivi cinematografici sono più ricchi, ma - forse proprio per questo - il suo canto è meno libero. C'è un committente, l'Associazione Industriali della Provincia di Cagliari che paga la produzione, e si aspetta - pur con la più aristocratica e mecenatesca delicatezza - che il documentario dica della città certe cose (l'opera verrà proiettata in un grosso convegno): in sostanza l'augurio che la città "si svegli" e s'apra ai flussi di danaro e tecnologie che sorvolano l'Europa.
Seguo la traccia del "viaggiatore di città" di Walter Benjamin, e alcuni esiti (il brano "Bellavista, bellosguardo, belvedere...", nel paragrafo 5) sorprendono anche me. L'incipit è preso di peso, come un trapianto di materiale genetico, dal documentario precedente, "Cartolina".

 
. 1 .

Non si è mai veramente stranieri, in questo mediterraneo: viste da lontano, le coste sono tutte cartoline sorelle. Appaiono le punte e le cale, i fari e le torri, le raffinerie ed i gabbiani. Questi segni sono armonici, esatti nella gran luce, o sfumati allusi in una foschia serena. Ma le torri son torri, i golfi che si aprono son golfi, il mare è ovunque: questo è uno spazio certo.

Le città che si annidano nei golfi sono in figura d'uomo, con la fronte e le spalle. A loro il viaggiatore si avvicina dal mare, non da terra. Perché i golfi mediterranei sono abbracci, e come cartoline le città si propongono di faccia, sorrisi al centro delle braccia aperte.

Infine, le pilotine vengono incontro ai bastimenti, e si entra in porto: città di Trapani, Palma di Maiorca, città di Tunisi, Biserta, Palermo, città di Marsiglia e di Algeri...

... città di Cagliari.

 
. 2 .

Anche Cagliari è una città frontale. Al viaggiatore che arriva si propone come un uomo a braccia aperte. Ma quando sbarchi questo segno si confonde, si sdoppia. Chi è quest'uomo? E' un amico, un ospite che ci accoglie e apre le braccia, per chiamarci dentro, per invitarci al centro, al cuore? O è un vigile che a braccia aperte sbarri il passo, e convogli nelle direzioni laterali? Siete venuti per andare nelle spiagge: dunque andateci, per di qua o per di là.

Se il viaggiatore è un ottimista, scommette sul primo messaggio, sull'abbraccio. Supera alcune barriere faticose, recinti, arterie di traffico, l'ultima linea d'ombra: ed entra.

 
. 3 .

Ma che città è, questa? Nei vicoli, il repentino cambio della luce è un'immersione, come d'acquario. Di lì in poi il paesaggio si confonde. Le facciate franate delle case sembrano curve, le strade piegano in direzioni inaspettate, si aprono all'improvviso le piazzette, su cui precipita un sole fragoroso, in tagli forti. Le palme africane e le cupole cristiane dormono accanto sotto un cielo derisorio. Ciò che sembrava chiaro dalla costa ora si appanna, e camminando ogni cosa si accavalla, si contraddice, si accumula, caotica come in sogno.

Anche la gente che si muove in queste strade, sembra abitare un sogno: meticci meridionali, con le vocali allungate dal vento, con la testa a Milano, i piedi in Marocco, e il cuore pieno di pazienza e di ironia.

Il viaggiatore, confuso, non trova alcun ricordo di città, alcuna mappa immaginaria che possa comprendere questa dispersione. Si rende conto allora, all'improvviso, d'essere entrato in una città incerta.

Città dei contrari. Tranquilla e caotica, dicono i suoi abitanti. Moderna e matura, ma maturata fuori della storia. Sarda e continentale. Marinara, ma senza marinai. Nell'esattezza di una cartolina luminosa, c'è un principio del disordine nascosto. Come un grande golfo d'angeli, con un diavolo in sella.

 
. 4 .

Il viaggiatore continua il suo cammino. Si è già accorto di salire un pendio. Ma ora la luce cambia: è più solenne, si allarga. La città vecchia ha linee più serene. Forse dorme anche lei ma nei suoi sogni, accanto alle cannonate dei corsari, si sentono i canarini, e i mortaretti.

Dai fianchi bassi del colle il viaggiatore arriva a mezza costa. Lì, tra i segni dell'oggi, si aprono le tracce del passato come radure. Ma le rovine non paiono disporsi in strati verticali sepolti, e poi riportati in luce dallo studio degli uomini: stanno lì sotto il cielo, sparse nel piano orizzontale, ruderi di secoli diversi fianco a fianco, come scorie lasciate in disordine da ondate successive, e mai rimosse.

Il viaggiatore che interroga le rovine si confonde. Ma che città è questa? Alla città incerta del presente si intreccia la città incerta della storia: è forse di fronte a un'incertezza secolare, immutabile?

 
. 5 .

Infine, all'improvviso, il viaggiatore emerge ad un affaccio di larghissimo paesaggio, dove la luce cade con immensa abbondanza. Si è lasciato alle spalle il buio dei fianchi del colle, ed è arrivato in cima. Guarda giù, intorno per tutto il cerchio d'orizzonte.

Bellavista, bellosguardo, belvedere, sono i nomi che le città danno ai loro affacci. Cagliari invece chiama Buoncammino uno dei suoi. La comprensione di una città, probabilmente, non è una bella vista, è un buon cammino: è la passeggiata di quell'osservatore che comprende se stesso nel paesaggio, è lo sguardo che include l'affetto di chi guarda.

E il viaggiatore comprende la città.

 
. 6 .

Va bene, Cagliari è una città incerta: città dei contrari, tranquilla e caotica, moderna ma fuori dal tempo. Di lei si dice che non ha un progetto, non ha una prospettiva, non segue il piano regolatore della storia. In realtà, a guardar bene dopo aver camminato, ci si accorge che è proprio il contrario. Questa città ha un progetto perfetto: è una spugna.

Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Pisani, Aragonesi, Piemontesi: è una struttura che si è adeguata alle rapine. E' una spugna di mare, che assorbe i colpi e poi riprende la sua forma; che contiene senza troppo deformarsi ogni cosa, ogni razza, ogni cultura; ingloba gli organismi che la invadono, sopravvive ad essi, ne conserva le spoglie.Ma Cagliari non è una città addormentata, che sogna la sua storia mentre la storia, che non è un sogno, batte altrove. Questa città non dorme: fa il morto. Un antico elementare stratagemma imparato dai granchi e dagli insetti. Fa il morto per non attirare l'attenzione della storia che incrocia al largo, in tutte le direzioni. Ed è forse così che si è salvata dall'atroce destino di Cartagine, o di Palermo.Cagliari, una spugna di mare che fa il morto, che cerca di camuffarsi nella roccia. Una spugna tirata in secco e divisa dal mare con barriere, strade, stadi, zone incolte: come volesse dimenticare il mare. Ma oltre le barriere resta l'acqua l'orizzonte di tutti gli sguardi. Perché in una città di costa tutte le strade portano al mare, o ne ritornano. E allora tutti i cagliaritani che camminano le strade stanno andando verso il mare, o ne ritornano. E tutto ciò che verrà verrà dal mare. E' sempre quello il fronte dell'attesa.


. 7 .

Cagliari dorme, nell'incertezza dell'attesa, per ingannare le minacce della storia. Ma forse è vero: ormai occorre svegliarla. Perché in fondo è per cercare la propria storia, che tanti cagliaritani son partiti, e continuano a partire. E allora è per non svegliarsi più via, per non svegliarsi più altrove, che i cagliaritani vogliono ora svegliare la loro città.

 
. 8 .

E' il tramonto. Il viaggiatore, guardando la città, conclude la sua passeggiata con un augurio, in cuor suo:

"Se bisogna svegliarla, svegliamola piano, con comprensione profonda, con affetto. Teniamo conto che ha dormito un sonno secolare. Svegliamola a casa sua, al centro del Mediterraneo, non a Milano o a Bonn. E svegliamola noi, magari nell'Europa del '93, o del 2000, ma alle porte meridionali di quest'Europa, quelle per cui è già entrato, invisibile, il nostro futuro. Ma soprattutto, se dobbiamo svegliarla, che non sia per farla cadere, dal suo sogno, in un incubo peggiore".


. 9 .

Se poi chiedessimo un parere ai cagliaritani, su questo risveglio, forse ci sentiremmo rispondere con un proverbio, "sardonico", come al solito, ma infinitamente saggio:

"No è a sin'di pesai kitzi, è a intzertai s'ora"
"Non si tratta di svegliarsi presto, ma di azzeccare l'ora"

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SCRITTO SULLA PIETRA

1998
Testo di Bruno Tognolini
Regia di Gianfranco Cabiddu

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Il pù recente, il più complesso, forse anche il più prolisso dei tre, è questo documentario istituzionale che la Regione Sardegna e l'Ente Minerario Sardo hanno commissionato a Cabiddu per un convegno sull'istituendo Parco Geominerario della Sardegna, un progetto titanico di rivalutazione culturale e strutturale di amplissime aree del territorio sardo, con l'alto patrocinio dell'Unesco. Qui l'oggetto del parlare non è più Cagliari, ma l'intera Sardegna, e le sue zone minerarie in primo luogo. Per scrivere il testo mi son dovuto documentare sulle terre e sui lavori di miniera, e sulle intenzioni e i problemi dell'impresa Parco Geominerario. Continua la trasmissione dei gameti di testo in testo: anche qui una frase viene ripescata di peso dal documentario precedente.


INTRODUZIONE: SANGUE DALLE PIETRE
Immagini di Sardegna in generale

1 . SANGUE DALLE PIETRE

Non si può cavare sangue dalle pietre. Ma in una terra che per gran parte è pietra bisognerà pur cavare qualche cosa. Così in Sardegna l’opera dell’uomo, che lavori per raccogliere frutto o bellezza, si accanisce per gran parte sulla pietra.

2 . PIETRA SU PIETRA

Campi aridi spietrati con le mani, pietra per pietra; case, pinnette, nuraghi, muretti a secco, eretti pietra su pietra. Ossidiana, metallo, carbone, strappati alla pietra dei monti. E se non è per lavoro, è per bellezza: sculture per mano dell’uomo, o per soffio del vento…

3 . NOTTE DI PIETRA

Luce solenne, che cade con abbondanza sulle opere del vento e dell’uomo.
Questa è una luce che arriva dappertutto, con tutte le inclinazioni, moltiplicata da specchi di stagni, da pianure accecanti, resa vibrante dal brulichio del mare.
Che cosa sarà stato per i sardi, figli di questa luce, il buio freddo della miniera: una notte di pietra…


PRIMA PARTE: LEGGERE E SCRIVERE
Immagini di miniere e paesaggi di Sardegna in generale

4 . IL LAVORO RISCRIVE LA TERRA

è il lavoro che scrive sulla terra. Le agricolture cambiano senza posa il tessuto dei piani; le peschiere ridisegnano i fiumi e le coste dei mari; le miniere scolpiscono i monti.

5 . VITE SCRITTE PER TERRA

E poiché il lavoro occupa la vita, nei paesaggi di miniera è scritta la vita di ogni singolo uomo che ha scavato: speranza, malattia, ansia dei figli, freddo a dicembre, dispetto dei vicini, amicizia muta dell’uomo che scava al suo fianco.

6 . FATTI NOSTRI

Ma non è solo vita degli altri, lontani minatori estranei a noi: le miniere hanno scritto sulla terra una storia che ci riguarda. Quei metalli erano tolti da là sotto per i nostri coltelli: e tagliare pane e legno con la lama fa maturare nei millenni la cultura. E gli stranieri che nei millenni han mescolato con noi lingua e cultura sono venuti qui per quei metalli.

7 . LEGGERE E SCRIVERE

Queste storie, che son scritte nel paesaggio, aspettano di essere lette. E se sulla terra si scrive lavorando, si legge camminando. I posti scritti dall’uomo sono libri, e devono essere aperti, come libri, accessibili al passo del lettore.


SECONDA PARTE: OTTO LIBRI
Immagini degli otto siti del Parco Geominerario

8 . OTTO LIBRI

Le otto aree del Parco Geominerario della Sardegna saranno otto libri aperti, storia dell’uomo mediterraneo in otto paesaggi, da girare, da sfogliare camminando.

9 . AREA 1: MONTE ARCI

Ecco il neck, il vecchio collo di vulcano: il Monte Arci, Monte Athos dei sardi.
L’uomo è ai suoi primi passi, rende più forte la mano che taglia e scava con la pietra ossidiana scheggiata. Oro nero, ne abbiamo in quantità, e la notizia si diffonde per il mare: punti di scavo nella montagna, officine per tutta la campagna, costellate di schegge.
Il mondo è giovane, un mattino di ossidiana, e i sardi sono aperti alle genti straniere e allo scambio.

10 . AREA 2: MONTE GONARE

Ecco Orani, paese di Nivola, minatore del cielo. Le sue sculture erodono la pietra in forme comprensibili al vento, ai nuragici e a noi.
Madre Nostra che sei nella terra, Madre di pietra, i nostri minatori e gli scultori ti tireranno fuori. Dura Madre Mediterranea, dea di steatite scavata nel Monte Gonare, un’altra montagna sacra di Sardegna. Sopra il monte un santuario di pietra sfida il cielo; dentro il monte le falde di steatite covano forme nascoste di statuine, di monili, di pugnali, che lo scultore spia.
Strade vengono dalle coste dell’ovest e dell’est, incrociandosi qui. La storia scritta nel paesaggio, andando avanti, dice come impariamo a difenderci dallo straniero, che insidia le donne e i commerci.

11 . AREA 3: FUNTANA RAMINOSA

Millecinquecento anni fa: un altro libro della stessa storia parte dal fondo dei tacchi di Laconi, Aritzo, Seulo, Seui, e sale al monte nelle case delle aquile.
Il monte è fortezza segreta, a custodire il rame prezioso che miscelato con lo stagno farà spade, e statuine di dei quattrocchi e quattro braccia. Siamo nuragici, nell’età del bronzo. Il rame rosso lo abbiamo solo noi nel mediterraneo: sgorga abbondante dalla pietra aperta come da una Fontana Raminosa.
Costruiamo fortezze con macigni striati di verderame, senza finestre come le gallerie dentro la terra dove scappa la volpe: e anche noi impariamo a nasconderci.

12 . AREA 4: GALLURA

Pietra e vento, duecento avanti Cristo: i romani tagliano via dalla costa di Gallura a grandi morsi il granito per i loro palazzi.
Bisogna segare, lisciare, ridurre in lastre piatte ciò che ha forma irta di mostri, vivi dentro di noi nella notte, e intorno a noi nelle libere rupi del giorno, ma inutili all’architetto.
I romani strappano via la carne alle montagne, i sardi la pelle alle querce. Miniera di sughero sconfinata a cielo aperto, lastre di pietra viva, vegetale, che ricresce ogni nove anni come pelle di drago: infatti serve a tenerci caldi nelle case.
E noi sappiamo farlo da un bel pezzo, il "groupware", il lavoro d’equipe: mentre i compagni caricano il camion, uno prepara l’arrosto della pecora per pausa pranzo. Sopra la terra si sta meglio che sotto.

13 . AREA 5: ARGENTIERA

Il quinto libro scritto nel paesaggio parla di piombo, zinco, argento e ferro. Solo l’argento ha dato il nome al posto: Argentiera, una speranza di tesori.
Ma i tesori nascosti sottoterra, ci dicono le fiabe, son guardati da creature dispettose: Lu Siddaddu, un troll di queste parti, che siede sul petto ai dormienti e trasforma in carbone i tesori; e la Musca Macedda, che scatena sciagure devastanti se viene dissotterrato ciò che non deve.
I segni di queste maledizioni, o di altre più adulte, e degli abbandoni che ne seguirono, sono ancora sculture di pietre ferrose e di vento.
E una natura enorme, derisoria, si riprende piano piano i suoi domini.
Sarà bene pacificare queste due forze: il genius loci incollerito e invaso, e l’uomo operoso che può ancora trasformare il suo posto, senza offenderlo più.

14 . AREA 6: LULA, GUZZURRA, SOS ENATTOS

Barbagia, Baronie, Monte Albo, piombo, zinco, rame: ovili sopra la terra, miniere sotto.
Pochi altri uomini come i pastori vivono le giornate sotto il cielo. Cosa dev’essere stato, per quei tanti divenuti minatori, trovarsi da un giorno all’altro sotto un cielo di terra? Quella terra su cui passavano leggeri, come diceva Sergio Atzeni, fino a pochi giorni prima con le greggi.
Forse quegli uomini pregavano la terra, che non pesasse ora su di loro.
Da morti sì, nelle Case delle Janas, si va là sotto per starci e riposare: ma da vivi che cosa si va a fare?
"Cielo di pietra, non cadermi in testa"…

15 . AREA 7: SARRABUS GERREI

Sarrabus, settimo libro delle miniere di Sardegna: ancora piombo, ancora zinco e ancora rame. Ancora monti, luce spietata su deserti che paiono condannati a non dar frutto.
Ingegneri e geologi invece, parlando di miniere, usano spesso il termine "coltivazioni". Se è così questa pietraia è stata fertile, e i suoi abitanti son stati contadini, arando roccia e raccogliendo piombo, al riparo dal cielo.
Le costruzioni minerarie sono linde come colonie marine romagnole. La direzione è un bel villino decoroso, con capitelli a motivi di picconi. Guardando bene, però, la povertà parla nelle parole dei dettagli, mormorando una storia più grande di terra abbandonata.
La via del ritorno al sud invece è dolce, per i boschi di Burcei e Campuomu.

16 . AREA 8: SULCIS IGLESIENTE, GUSPINESE

L’ultimo libro scritto nel paesaggio è il più vasto di tutti. Il Sulcis, l’Iglesiente, il Guspinese, reami geologici antichissimi, irrorati di vene minerali, d’ogni tipo di roccia, piombo zinco rame argento stagno ferro, addirittura oro: l’Eldorado.
Dai fenici alle prime lotte sindacali, tutte le forme del lavoro di miniera si sono evolute qui. Tecniche metallurgiche di scavo, norme di sicurezza del lavoro, a costi altissimi. "Tu toglievi il minerale dalla terra, e il sangue dalla bocca" – canta un lamento funebre del ‘61. Cento per cento di silicosi: minerale nelle gallerie dei polmoni, da cui nessun picco può estrarlo.
Qui la terra racconta tutto questo, scritta con furia in mille forme per millenni, e le pagine da girare e le figure non finiscono mai.

Dal testo che segue saranno scelte (e eventualmente modificate) solo le frasi che servono a didascalia delle immagini, per farle riconoscerle e non per raddoppiarle.

Villaggi del far west americano.
Edifici in stile francese eleganti e spavaldi.
Discariche rosse e nere a picco sul mare.
Officine coi macchinari abbandonati come rettili estinti.
Rosse ciminiere di mattoni nella campagna verde.
Porto Flavia, incastonato nelle rupi come un alto monastero tibetano.
Antas, tempio nel mezzo del niente, col suo piccolo dio politico buono per tutte le genti.
La fortezza fenicia di Monte Sirai spianata dal vento.
Il castello pisano del conte Ugolino, a dazio dei minerali in transito diretti al Campidano.
Fino alle dune africane di Piscinas, fino al mare.

17 . IL MURALE DI ALIGI SASSU

Ecco, alla fine del nostro cammino per otto paesaggi, come un indice degli otto volumi, il murale di Aligi Sassu a Monteponi. è a sua volta un altro libro orizzontale, è il graffito collettivo di una comunità rupestre, è un compendio: ecco tutta la storia.


FINALE: IL BUONCAMMINO
Immagini di miniere e paesaggi di Sardegna in generale

18 . BELLAVISTA E BUONCAMMINO

Bellavista, belvedere, bellosguardo, sono i nomi che gli uomini danno ai siti alti, dove lo sguardo comprende molta terra. Cagliari chiama "Buoncammino" uno dei suoi. Forse la comprensione di una terra non è una bella vista, è un buon cammino. è passeggiata di quel lettore attento che comprende se stesso nel paesaggio.

19 . PER CHI LEGGE E PER CHI HA SCRITTO

Questi paesaggi ora bisogna preparare, come libri, perché vengano letti e compresi da molti. Perché è vero: questa storia di civiltà mediterranea è "patrimonio dell’umanità". Il riconoscimento dell’Unesco, oltre che arricchimento di chi la leggerà, suona atto di profonda giustizia per i minatori sardi che l’hanno scritta, col lavoro e le vite, nei millenni.

20 . NUOVI E VECCHI LAVORI

Ma è anche un’occasione per riequilibrarla, la storia delle miniere. Sardi infatti erano i minatori, ma straniero il comando. I sardi sono stati a lungo estranei al rischio d’impresa: come obbedendo a una legge non scritta, ci siamo sempre tenuti alla larga da forme di arricchimento che non fossero radicate nei cicli naturali evidenti alla luce del cielo.
Ma ora che la natura gigantesca sta riprendendosi i paesaggi minerari, forse si può tornare a lavorare su quei posti, per renderli siti di buon cammino, e buon racconto.
Ma anche di nuovo lavoro, che non è produzione di cose e metalli, ma di senso e memoria. E che in fondo non è così nuovo nemmeno per noi: quando l’uomo sardo finisce di vivere e zappare, viene la donna sarda a cantare e raccontare: e se è brava, si fa pagare per il canto.
 
 

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Questa pagina è stata aggiornata il 25 aprile 2000




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