Bruno Tognolini
Ciò che non lava l'acqua
Dieci racconti per i lettori adulti
Prima edizione: Ilisso, ottobre 2008
Seconda edizione: Gallucci Editore, aprile 2016



Prima Edizione ILISSO 2008

Edizione ILISSO 2008
Seconda Edizione GALLUCCI 2016

Edizione GALLUCCI 2016


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Presentazioni delle due edizioni


EDIZIONE GALLUCCI 2016



EDIZIONE ILISSO 2008

Un libro nato a Gavoi
Nota introduttiva di FLAVIO SORIGA
Nota critica di SIMONETTA SANNA
Recensione di ANNA SADERI su "La Nuova Sardegna" (JPG 417 KB)
Recensione di DANIELA PINNA su "L'Unione Sarda" (PDF 150 KB)
Recensione di SILVANA SOLA su "Zazie News - Almanacco dei libri per ragazzi"
Opinioni di LETTORI

Il primo racconto



Un libro nato a Gavoi


       Le fàulas dei bambini di Gavoi
Nella pagina di questo sito che descrive i lavori per festival e altri eventi racconto così il mio contributo alla seconda edizione del Festival di Gavoi, nel 2005.
Per l'edizione 2005 ho curato l'ideazione di forme e modi per rendere ben visibile nel festival il TEMA cui quell'anno era improntata la parte Ragazzi: "SEGRETI E BUGIE". Il lavoro sul tema è cresciuto intorno a una raccolta di narrazioni dei bambini gavoesi, che già dal maggio mi avevano spedito a casa, a Bologna, un centinaio di lettere in cui confidavano i loro segreti e le loro bugie. Col loro consenso, questi cento coloratissimi segreti son stati acquisiti, catalogati, stampati su fogli colorati e disposti in varie forme scenografiche per il Festival; e prima ancora spediti a casa a tutti gli scrittori ospiti della sezione Ragazzi perché si preparassero a parlarne e lavorarci su nei loro incontri coi lettori; e infine scelti e riscritti e trasformati in racconti da me, e detti e fatti e trasformati in spettacolo da Laura Curino.
Qui si possono leggere questi sei racconti, che sono stati due anni dopo i semi di una rielaborazione letteraria più fonda e complessa (solo uno in realtà se n'è salvato), generando il mio primo libro di racconti per i lettori adulti: "Ciò che non lava l'acqua"
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       Da dove confluiscono le acque
Ecco quindi dov'è nato questo libro: il granello di sabbia su cui l'ostrica ha lavorato.
Il desiderio e l'azzardo di varcare ancora un mare e metter mano a una narrazione "adulta", senza però rinunciare alla perizia speciale, alla tastiera colorita dello scrittore per bambini; il desiderio - il "longing", come dicono gli inglesi con bellissima parola - per l'isola in cui sono nato e da cui ancora starò lontano, come consiglia Kavafis per la sua Itaca; il desiderio e la partita aperta che ogni migrante intrattiene con la sua cultura d'origine, la questione della fantomatica identità sarda, di cui ho detto tutto ciò che so, con maliziosa serietà, nel mio contributo al bel libro curato da Giulio Angioni "Carta de logu. Scrittori sardi allo specchio" (Cagliari, CUEC, 2007); e poi semplicemente il desiderio di raccontare ancora, di far vivere ancora e meglio, in terre più spaziose e ventose, quei racconti nati dalle "fàulas" dei bambini di Gavoi ("fàula" in sardo vuol dire "bugia", ma è anche parente evidente di "favola").
Ecco gli affluenti che hanno raccolto le loro acque per formare il fiume in cui la Lavandaia, filo bianco di questo libro di racconti, lava le sue fàule per trasformarle in storie.


       Un mare da varcare più vasto del Tirreno
Sono storie di ambientazione sarda, che intrecciano - come consente e comanda il telaio di uno scrittore per ragazzi - trame realistiche con orditi fantastici, che a loro volta scambiano fili con le forme buie e paurose della tradizione fiabesca dell'Isola. Ma sono storie per adulti, non per bambini e ragazzi. Per motivi che qui sarebbe noioso discutere, e che hanno a che fare con una certa rigidità "merceologica" dell'editoria italiana, è più semplice proporre un libro per adulti con uno pseudonimo ignoto piuttosto che con un nome affermato di scrittore per ragazzi. Numerosi racconti e imprecazioni della mia amica e conterranea Bianca Pitzorno me ne hanno dato conferma. Mentre non pare più così arduo far prendere in considerazione a un editore nazionale il libro di uno scrittore sardo, resta invece un'impresa impossibile scavalcare la barriera adulti/ragazzi, che in Italia è profonda e larga più che il Tirreno. Ho pensato, non so perché, di mitigare uno con l'altro questi discrimini, queste rotte controcorrente, presentando i miei racconti sardi e per adulti a un editore per adulti e sardo.


       La tavola degli antenati
Anche così, la cosa non è andata subito liscia. Per due anni e un mese i dieci racconti hanno atteso sui tavoli dell'editore nuorese "Il maestrale", ed è stata l'attesa più lunga che un mio libro abbia mai patito. Ottenuto infine un diniego, ho proposto i racconti all'editore nuorese "Ilisso". Meno di un mese dopo Vanna Fois mi ha scritto che il libro era piaciuto e che sarebbe stato presto pubblicato nella collana "Scrittori di Sardegna". Sono andato di corsa sul sito di Ilisso per vedere di che collana si parlava. Ho letto i nomi di scrittori come Satta, Dessì, Deledda, Sergio Atzeni, Peppino Fiori, Salvatore Mannuzzu, Montanaru, Cambosu, Nivola, e altri. Il sentimento, improvviso e ardente e puerile, è stato di conforto e sospiro profondo per una riammissione, una riaccoglienza. Vedevo una tavolata di antenati che mi guardavano burberi e sorridenti dicendo: "Avanti, vieni e siediti!"
Ero stato lontano trent'anni. Sono entrato e mi son seduto.


       Un bel titolo per corsi e seminari
Mi dicono che per ottenere in Sardegna il sostegno delle istituzioni alla promozione di corsi, incontri, seminari e altri eventi culturali occorre inserire "qualcosa di sardo" nel titolo e ovviamente nel corpo dell'evento. Bene: immaginando con una valorosa insegnante di lettere un ipotetico intervento su "Ciò che non lava l'acqua" al Liceo Classico "Dettori" di Cagliari (mia vecchia scuola dove ancora torno nei sogni, talora negli incubi, e dove perciò mi farebbe piacere e meraviglia tornare nella veglia, oggi con mutata veste), pensando dunque un intervento su "Ciò che non lava l'acqua", questa attinenza al tema della cultura sarda è apparsa immediata e sfolgorante. Nei dieci racconti del libro vengono reclutate e messe a lavorare antiche maschere della tradizione fiabesca sarda, e in particolare della narrazione fantastica "nera" delle fiabe popolari: Maskinganna, s'Ammuntadore, s'Erchitu, le Panas. La perfetta efficienza che questi "attori" hanno saputo mostrare al lavoro su un set di narrazione contemporanea, rinforzando con la loro ombra lunga secoli storie ambientate nell'oggi, ha stimolato a riflettere ancora una volta sulla inestricabile diade "tradizione/tradimento", sull'opportunità e sui vantaggi di usare e mutare e adattare le figure delle fiabe antiche per le narrazioni di oggi. E ha suggerito un bel titolo per un seminario, una conferenza, un percorso laboratoriale di scrittura ed esperienze, che potrebbe suonare così:
"FAULAS&FANTASY. Reviviscenza e rigoglio di figure e maschere della tradizione fiabesca sarda nella rinarrazione fantastica contemporanea"


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Flavio Soriga
Nota introduttiva
Questo libro di Bruno Tognolini, creatore di storie e di rime per bambini e ragazzi, scrittore di libri e televisione e teatro, ideatore di mondi fantastici, questo libro di bugie, di favole, di fàule buone sardissime, questo libro che avete preso in mano, è bellissimo. Credo di doverlo dire subito, perché a questo dovrebbero servire le prefazioni, secondo me: a introdurre qualcuno dentro un mondo che si sta per visitare, a presentare la voce che si sta per ascoltare, e questo romanzo diviso in storie, questo lungo canto di una lavandaia di paese, questo libro che comincia ora; questo libro, lo sappia il lettore, rimane dentro, a lungo, dopo la lettura. Non è, assolutamente in nessun modo può essere considerato libro leggero, anche se poche sono le sue pagine, e lieve il tono del narrare, di cantastorie affabulatrice, di donna-maga che fa incantesimi con le parole, giochi di rime e assonanze, preghiere e magie. Questo libro resterà nella mente, e le molte vite e morti che lo attraversano. Bruno Tognolini è un autore per ragazzi, questo si dice di lui, un grande autore per ragazzi, ed è vero in effetti e si sente, in questo libro, che pure è anche per grandi, ma per grandi che sappiano ancora amare le scemenze della vita, i giochi della fantasia, i giri di giostra dell'invenzione. Si sente, fortissimamente si sente, che chi l'ha scritto conosce la potenza strabiliante delle favole, il loro saper insegnare senza fare mai la morale, mettendo a nudo il mistero delle menti degli uomini, le loro passioni, i loro cuori. Questo libro parla anche di cose terribili, potenti, reali: è un libro che si misura con alcuni dei più grandi temi che hanno sempre interessato gli scrittori, e quelli sardi forse più di altri: l'odio, la gelosia, le vendetta, il peccato, la solitudine, l'incomprensibile dolore di certi bambini, gli incomprensibili percorsi che li portano a diventare splendidi ragazzi, e ottimi uomini, o al contrario pessimi adulti, animati dai peggiori démoni, incapaci di stare nel mondo, confinati in un mondo loro, buio e cupissimo. È un libro potente, scritto in un italiano elegante e poetico che sa tutto dei segreti del sardo, lingua-madre che Tognolini ha dentro, pur essendo cagliaritano e bolognese, pur essendo cresciuto lontano dai paesi nostri, una lingua di cui si vede il riflesso, di cui si sente l'eco in ogni pagina: il sardo delle preghiere, delle maledizioni, delle invocazioni a Dio e alla Natura, il sardo come lingua-maestra di poesia, filastrocca, metrica e poetica. È un libro che salva, che da salvezza, che da speranza, e si nota in questo un'abitudine dell'autore ad avere a che fare con giovani vite che ancora devono fare le proprie scelte più importanti, che ancora possono decidere il proprio destino: è un libro in cui l'odio finisce male, e il bene è sempre una scelta possibile, come davvero è nella vita, in fondo, o dovrebbe essere. Si tiene stretta a quello che sa, la lavandaia di paese narratrice e guida e bugiarda e maga di questo libro, a quello che non si confonde mai, nei grandi narratori come lei è, come è l'autore che l'ha creata: la voce che dice, a questo si tiene stretta, la voce della prossima storia, la voce creatrice di mondi, di lenimenti dal dolore, di riparazioni per i torti, la voce che rende possibili altre vite, migliori delle nostre. La voce dello scrittore che si fa memoria della storia vera e delle storie storte mezzo inventate, lo scrittore che ascolta e dice, biblioteca vivente, venite e ascoltate, leggete e credetegli: lui è stretto alla sua voce, e ce la regala, e sono grandi regali, e regali da grandi.

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Simonetta Sanna
Professore ordinario di letteratura tedesca presso l'Università di Sassari


Ciò che non lava l'acqua di Bruno Tognolini.
Dieci racconti sardi di guarigione


Nuoro, Biblioteca Satta, 20 novembre 2008
1.I racconti sardi raccolti in Ciò che non lava l'acqua di Bruno Tognolini risalgono ad alcune storie presentate alla seconda edizione del Festival L'Isola delle Storie del 2005 dal tema "Segreti e bugie" e trasformate in spettacolo da Laura Curino. Riscritti e ampliati due anni dopo, le favole hanno dato vita a un libro per lettori adulti che, intrecciando realismo e fantasia, esprime il legame con l'Isola, da cui l'autore ha peraltro deciso di stare ancora "lontano, come consiglia Kavafis per la sua Itaca", ma anche "il desiderio di raccontare ancora, di far vivere ancora e meglio, in terre più spaziose e ventose, i racconti nati dalle fàulas dei bambini di Gavoi (fàulas in sardo vuol dire bugie, ma con qualche robusta e vistosa radice anche favole)". Pubblicarli con Ilisso, nella collana "Scrittori di Sardegna", ha significato per Tognolini, come afferma sul sito www.tognolini.com, leggere "i nomi di scrittori come Satta, Dessì, Deledda, Sergio Atzeni, Peppino Fiori, Salvatore Mannuzzu, Montanaru, Cambosu, Nivola, e altri. Il sentimento, improvviso e ardente e puerile, è stato di conforto e sospiro profondo per una riammissione, una riaccoglienza. Vedevo una tavolata di antenati che mi guardavano burberi e sorridenti dicendo: ‘To', vieni e siediti!' Ero stato lontano trent'anni. Sono entrato e mi son seduto".
L'autore, in ogni caso, ci tiene al suo "modo sardo di essere italiano. Un modo Sotgiu di esser Tognolini", come scrive in "Ibrido", nel suo contributo a Cartas de logu. Scrittori sardi allo specchio curato da Giulio Angioni, in cui dichiara: "Mio nonno Iginio Tognolini e mia nonna Giulia Albisetti sono calati dalle Alpi di Valtellina da ragazzi, all'inizio del novecento, al seguito dei pasticceri svizzeri Clavot. […] Nell'altro ramo c'era nonno Ciccitto Sotgiu, come detto maestro nuorese, nonna Rosella Porcu, maestra gavoese, tra i loro figli mia mamma Fanny maestra, Zia Nietta maestra, Zio Romano maestro." Trasferitosi a 25 anni, nel 1976, a "Bologna Bengodi", ha "trovato, per [sua] buona ventura, esattamente ciò che cercav[a]". E solo ora che "non cont[a] di tornare", ma "torn[a] per cantare", si consente "un puro e terso sentimento del nostos". Che è poi quello che esprime in Ciò che non lava l'acqua, dedicato "alla salute e al rigoglio dei meticci".

2. Il patrimonio di storie della Sardegna. "C'è voluto del talento, per riuscire ad invecchiare, senza diventare adulti", dice una canzone di Jacques Brel. Come si sa la Sardegna è terra di centenari, che però, nelle dure condizioni di un tempo, di rado hanno potuto essere davvero giovani, ma che forse hanno talora ritrovato questa libertà da vecchi, tornando al "racconto (che) fa memoria". Ossia, ai tempi in cui "in piazza non c'erano auto ma gente e asini e qualche carro a buoi; non c'era asfalto ma selciato di ciottoli e zone di terra battuta", dove con gli amici si giocava "a trottole, a biglie, a piste, a Paradiso" (71). Sono le stesse memorie cui attinge Ciò che non lava l'acqua: "[o]ltre il bordo superiore di quest'Isola lontana non c'è nulla. […] Ma oltre il bordo inferiore […] ci sono fonti e fàule innumerabili, che quando serve risalgono verso di noi." (98)
Le storie, che la lavandaia raccoglie dal fiume "di questa Gavoi che è la vita di ognuno" (101), sono così intessute di un patrimonio di miti, riti e leggende sarde tradizionali: pertanto, nella Gavoi-Macondo si aggirano ancora l'"Ammuntadore, il Demone Incubo che s'infila nei sogni dei pastori" (32); "Maskinganna […] il diavolo maestro d'Inganni che vive a Pinnìa, posto di querce e farfalle in terra d'Aritzo […], brutto, bugiardo e burlone" (41); i "due nemici sempiterni, Arcangelu Gabrièl Santu Eminente e Dimoniu Lutzufèrru" (44); l'"Erchitu, il bue che urla, una creatura dell'orrore, un dannato, un uomo vivente e sano del paese, chissà mai chi, che in certe notti è condannato a trasformarsi in quel demonio per annunziare la morte di qualcuno" (74 ); il "diavolo Lusbè Forasdenòsu", la "Mamma del Sole" (95) l'"attitadora" (96), Jane e Pane (97), ma anche "vecchie maligne e sfaccendate che narravano quelle fiabe nere per terrorizzare i bambini" (76) – come la Maria Lentolu di cui i nonni di Bonorva riempivano di miei incubi di bambina che non voleva dormire. Sono personaggi ancora vivi nell'immaginario dei nostri Paese. O forse Bruno Tognolini e la sua lavandaia le raccolgono affinché non muoiano: perché tale patrimonio può giovare per accogliere e convivere con i non-‘normodotato' (13) come Zìzi Sabonète o quando c'è una "questione da sciogliere nei parlamenti del paese, nelle fontane, nei bar, in sacrestia, senza lasciare traccia di penna scritta su bianco (16), e soprattutto per "lavare nei fiumi del cuore i canti e i racconti degli altri, e rimetterli in giro nel mondo a proteggere i corpi" (101), come si legge nell'"Epilogo", al quale però torneremo.

3. Il paese in attesa d'esser lavato. La lavandaia narratrice attinge, come si diceva, al fiume della vita isolana. L'autore, invece, ha deciso di stare ancora lontano dall'Isola, per vivere in "terre più spaziose e ventose" (v. sito). Ma della Sardegna il suo libro non narra soltanto il patrimonio di favole: racconta anche le difficoltà del vivere. In particolare, questi temi ‘realistici' rinviano agli anancronismi della storia sarda: sia al malessere che sembra originare da un tessuto relazionale premoderno – costante della rappresentazione della realtà isolana – che finisce per imprigionare l'individuo; sia all'ingresso dell'Isola nella modernità con la sua inevitabile scia di degrado a partire dalla fine degli anni '50 e poi soprattutto dal dodicennio 1962-1974, con l'attuazione dei due Piani di Rinascita.
Gli onnipresenti rapporti di rete non solo consolidano la comunità, ma la stessa identità del singolo sembra definita dal riflesso negli occhi degli altri: il decoro sociale, che governa i rapporti fra i singoli, cancella la moderna libertà individuale, possibile in "città ortogonali, uffici luminosi e razionali, sistemi infiniti ma logici, dove trovare i guasti" (37), come scopre la bambina-streghetta, chiusa in casa: "studiava e leggeva e studiava. E più studiava e più capiva il mondo. E più capiva, più vedeva che quel mondo non andava come doveva andare. Che non tutta la gente decorosa nei vestiti era anche dignitosa nel cuore: tanta era gente […] solo decoro" (54). Questo vincolo comunitario, principale garante dell'immutabilità delle condizioni politiche e sociali della Sardegna, finisce però per avvelenare i rapporti fra i singoli, tant'è che sembra loro convenire ancora sia la definizione di pocos, locos y malunidos, sia quella di chentu concas, chentu berrettas.
Pertanto, nelle storie sarde della lavandaia le comunità del malessere conoscono quell'intero "rosario che aveva per grani le maledizioni che la lingua fiorita e malevola degli avi aveva coniato nei secoli in grande abbondanza" (48), già raccolto dalla Grazia Deledda antropologa; e talora dicono "cose, più stupide e cattive ancora, motivi di burla o paura, malocchio o dispetto" (65). Non solo l'Isola "è una terra di disamistadi, lo sanno tutti, pepe nel sangue e sangue negli occhi in un baleno" (44) – anche se spesso si sono persino dimenticati i motivi di tanta inimicizia –, ma il paese nutre di frequente "come un cupo mal di ventre […] che si contorce nel segreto e duole" (15), tanto che "otri opachi putrefatti di rimorsi e gravidi di paure" si muovono "ammorbanti per le vie del paese" (17), mentre le "campagne ventose e dementi" (37) giungono talora perfino a celare il "corpo d'uomo adulto morto ammazzato" (27).
Intanto che i rapporti di rete sussistono, avanza la mutazione moderna. Così, per la festa di consacrazione del santuario campestre di Sant'Antonio Abate non c'è soltanto la "pecora bollita", ma pure "le bancarelle dei cinesi" (89). Anche altre "cose erano cambiate in paese […]: ora le donne non erano più solo spose di casa o maestre, ma farmaciste, imprenditrici, assessore alla cultura, sindaco addirittura": eppure, "dei segreti dell'anima forse nessuno s'intendeva granché" (61). La mutazione moderna pare esigere disciplina al pari dell'antico decoro, tanto da sollecitare "solo […] parole necessarie, saluti, domande, risposte, informazioni, (16): in ogni caso, entrambi avversano l'empatia e la mitezza (46, 90) e incoraggiano, invece, le virtù guerriere, come quelle di Zuanne Aresti, che "si riempiva la testa di fieri pensieri di guerra, rivalsa e riscossa" (22), di Banne e Yacu, che "come due cani" (45), hanno "troppa forza d'uomo, vivente e maschio" (45); o quelle del padre del bambino triste, che non è in grado di aiutarlo perché "non aveva capito niente come sempre" (90), perché è "un uomo forte e distante, affettuoso e distratto, intento in quelle che apparivano al figlio vaghe faccende di uomini grandi: il lavoro, gli amici, la caccia" (82).
Ecco, se tanta parte ha la realtà nel gioco sottile di finzione e verità (9), è per consentire di "lavare nei fiumi del cuore" anche le più traumatiche esperienze sociali col fine di "rimetterle in giro nel mondo a proteggere i corpi" (101). Ma è ora di entrare finalmente nella tana del libro, nello spazio fantastico di "fratellanza, racconti, compassione" (101).

4. La tana-spazio e l'attimo pieno. Ma l'impegno della lavandaia-cantastorie, trascende i "fatti e temi esatti" (44), pur incastonando anche loro nella spiga del racconto (43) per trasporre il lettore in uno spazio-tempo altro, in cui "nasce la fàula" (44). Costituiti nella realtà da "numeri chiari e righe che tornino in squadra", lo spazio e il tempo sembrano ora curvarsi per contemplare "forme più curve e più molli, e parole più segrete e sfocate" (79): "A volte mi chiedo se questo fiume non sia un cerchio, un Anello che ci imprigiona e che ci abbraccia" (93). Difatti, nell'anello dell'immaginazione, nella sua complicata simultaneità, "le storie e le età si confondono" (25), rinnovandosi nell'attimo pieno del racconto: "C'era una volta, c'era ogni volta, c'è ancora la prossima volta" (26), appaiono sempre nuove eppure sempre identiche.
Il procedere a spirale della narrazione, "sognando fasi infinite ed ere alterne" (18) e andando talora "a ritroso" (18), comporta, da una parte, la dissoluzione di ogni univoca identità, giacché pare che tutto ritorni: la bambina che "si chiuse in casa. Studiava e leggeva e studiava" (54) rivive una seconda volta: "Un bel giorno una bambina le sentì, si spaventò, scappò e si chiuse in casa. E lì comincio a leggere libri su libri" (54), e perfino una terza: "Allora, Cindy Podda, che libri stai leggendo?" (57). Del pari, la narrazione stessa si apre e si chiude con la storia di Zìzi Sabonète: "ma quando ho visto passare questa l'ho riconosciuta: storia già nota e diversa, centauro e chimera, pera innestata, mezzo fàula e mezzo vera" (93).
Dall'altra, contrariamente a quanto accade tra "fatti e temi esatti", nelle fàulas tutto continua, come nella storia di "Maria Frori poverina, iscùra, fiore spontaneo della sciagura", che "andò a dipingere oltre l'altro bordo. Dove la storia continuava in altro modo" (96). Proprio la caratteristica densità del tessuto relazionale, che arriva a comprendere tutto, fa sì che la narrazione si avvalga dei quattro elementi, tant'è che le storie sono fatte di acqua, fuoco (9), aria (19) e terra (79). Ma, portando integrazione laddove c'è contrasto ed esclusione, la fàula comprende anche ogni opposto: non solo "gioie e malanni son scritte nei panni"(69): esse racchiudono tanto il pulito e la rivelazione – se celate, "le bugie fanno piccoli strappi nella terra dei fatti e dei giorni" determinando talora "fatti malvagi e danni alle vite" (42) – quanto lo sporco e il silenzio, altrettanto necessari: "E se un po' di sporco invisibile rimane, io sono lavandaia: dico che serve lì" (37).
Ma l'analogia basilare, che sorregge l'intera struttura narrativa, è quella tra lavandaia, che lava "i fatti con la bocca fino a renderli storie" (9) e narratore; quella tra narrare e lavare, poiché sono "i panni che [le] passano per mano, che le [sue] mani restituiscono puliti" (101), e infine l'analogia tra il fiume della vita e il fiume della lingua, che – arrestando il tempo nel suo attimo pieno – incastona "le cose del mondo" (101) "nella spiga del racconto" (43). Per realizzare questo suo scopo, la lavandaia ha bisogno di "mano esperta, polso fermo per raccoglier le storie dall'acqua, dove le lascia cadere la gente, e torcerle e intingerle e stringerle e tirarle bene" (21). Inoltre le occorre pazienza, la virtù cardine degli alchimisti intenti all'opera, poiché le storie "come orti devono essere ben lavorate, narrate in ogni parte, seguendo ogni filare con pazienza" (98). Allo scopo, la narratrice attiva per intero le tecniche dell'autoriflessività linguistica, la tastiera colorata che valorizza la parola, il ritmo della prosa, le assonanze e le rime, che producono la caratteristica densità del linguaggio, ma anche le formule fisse, le ripetizioni, le filastrocche, caratteristiche del racconto orale che stimolano l'ascolto.
Di conseguenza, il lettore, costretto a prestare al linguaggio maggiore attenzione di quanto non faccia nella vita quotidiana, deve procedere anche lui con pazienza, affidandosi non già alla sola ragione, ma ai suoi sensi nella loro interezza: può essere questo il modo per segnare a sua volta "la terra perché ognuno si faccia un'idea di dove andare. Campiture di senso, storie campate in aria, tanche in cielo. Dove chi vuol giocare a paradiso può gettare la sua pietra e saltar dentro: se è bravo, ci troverà la casa sua" (79). Non solo i bambini, infatti, hanno bisogno di tane, costruendole nelle "case sugli alberi, nelle soffitte, dietro il divano" o "in un cartone animato" (82). Ne ha bisogno il lettore, anche quello adulto: di "tane dell'anima, santuari profondi, ovunque. Dove ci aspettano sconfinate guarigioni" (91). Il linguaggio denso, che la lavandaia dispone, si offre in tal senso come tana: in esso l'oltraggio arrecato dal trascorrere cieco del tempo progressivo è sospeso, è trasformato in spazio alleato, "riserva infinita di eternità contro il tempo" (G. Durand).
In tal modo – proprio perché non si diventa illuminati con l'immaginarsi figure di luce, bensì col penetrare nell'oscurità (C.G. Jung) – le esperienze traumatiche, di cui le fàulas sono intessute, hanno modo di agire da alexipharmacon, insieme da rimedio e veleno. Facendo cooperare inconscio e coscienza, l'attitudine riflessiva che pertiene all'immaginazione pone il lettore in contatto con se stesso, ma fa anche emergere un livello transpersonale, ricco di effetti curativi: come leggiamo nella "Fàula del nemico", Yacu ricorda "una sua malattia, identica a quella di Banne, l'inerme sconfinata debolezza delle mattine a letto, l'evanescenza del corpo, l'affranta idiozia. Vide sé fragile nella faccia del nemico, per una sola frazione di secondo, ma la visione gli sprofondò nel petto" (46). E' per tale motivo che i racconti della lavandaia "sono lunari di poveri fratelli, agnelli simili a noi, compaesani di questa Gavoi che è la vita di ognuno" (101): collegano lontananze archetipiche e presente, quanto vi è di più personale e di più universale. Nutrendo la vocazione alla soggettività e insieme il senso per le corrispondenze simpatetiche, approfondiscono la capacità di calarsi nel cuore delle cose, che si rivelano "congiunte dallo stesso sangue, che s'incontra nello stesso cuore" (101): è così che i lettori di Ciò che non lava l'acqua. Dieci racconti sardi possono sviluppare i sentimenti di "fratellanza, racconti, compassione" (101), su cui la narrazione si chiude, nonché esercitare il talento di invecchiare, senza diventare troppo adulti.

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Il primo racconto

Ecco l'epigrafe, il prologo, il primo brano della Lavandaia e il primo racconto del libro.


Ai miei nonni di Nuoro e Gavoi
Agli altri nonni di Valtellina
Ai miei genitori di Cagliari
Alla salute e al rigoglio dei meticci



La lavandaia delle storie Io sono una lavandaia. Lavo i panni qui in paese per la gente che ha abbastanza danaro per pagarmi e non lavarseli da sé. Mia luminosa bottega di lavoro è il lavatoio sul fiume sotto il cielo, coi suoi piani di pietra infissi dagli uomini e levigati dalle donne coi panni di generazioni; mia ombrosa bottega è il lavatoio comunale, con la bella tettoia di ghisa a riccioli e serti, con le vasche uguali affiancate, ogni vasca una donna; mia angusta e diletta bottega è la lavanderia sulla via principale, col suo basso incessante sciacquio e il suo vapore. Io lavo e lavo, io cavo il mio pane dall’acqua, le mani non stanno mai ferme e la bocca, per essere d’aiuto, parla e canta.

E lava lava l’acqua – Bugia fa verità
Ciò che non lava l’acqua neanche il fuoco laverà
E brucia brucia il fuoco – Racconto fa memoria
Ciò che non brucia il fuoco lava l’acqua di una storia


Perché tutte le donne che lavano i panni, come si sa, fanno andare le mani e la bocca: cantano e parlano, spargono dicerie, fatti, calunnie, peccati, segreti e bugie. Ma solo alcune son lavandaie delle storie: quelle che mentre lavano i panni con le mani fino a farli puliti, sanno lavare i fatti con la bocca fino a renderli storie.
C’è chi vende falcetti e sonagliòli, e attrezzi che ai mestieri sono adatti; altri prendono laurea, prendono armi, aprono bar nelle grandi città; alcuni fanno formaggi mischiando caglio e latte, e altri fanno storie cagliando con bugia la verità.
In ogni mestiere si guadagna e si perde, finché l’acqua bagna e l’erba è verde.
In ogni mestiere si perde e si guadagna, e l’erba è verde finché l’acqua bagna.



Fàula del sapone

Un giorno, per esempio, me ne stavo a lavare sul fiume. Lavavo i panni di gente ricca del paese, con un figlio chirurgo a Cagliari e un altro monsignore in continente; panni buoni, bella roba di gran prezzo, pizzi di Bosa, tovaglie a punto Teulada, corpetti di damasco e taffetà. Il sole mi canzonava dal suo cielo, già ardente e barroso alle dieci, chiedendomi quand’è che finivo con quell’acqua da nulla e gli davo qualcosa da seccare. L’acqua gli faceva pernacchie negli anfratti del fiume, piroette fra le pietre, furie di ballo nel filo di schiena della corrente.
Tre paesane lavavano con me, una acerba, una matura e una passita.
"Oggi i panni si lavano da soli" cinguettava la giovane, che doveva avere addosso un’allegria di fidanzati, di promesse cantate di notte giù per strada: "Li lava il fiume, non c’è bisogno di fatica"
"Mai sia!" faccio io, "Così il fiume mi ruba il mestiere!"
La donna matura disse che son le mani di ragazza a fare il fiume lavandaio: a quell’età tutto può essere leggero, anche quella fatica insensata di lavare per un giorno intero con olio di gomito ciò che sarà sporcato in un giorno con olio di corpo, per essere lavato di nuovo con olio di gomito, e così senza fine.
La donna vecchia brontolò che il fiume lavava da solo perché c’erano panni della casa di monsignore, e in cielo lo sanno e sciolgono sapone santo nelle acque.
Io risi, perché avevano ragione tutte e tre. Chiesi se conoscevano la storia di Zìzi Sabonète. La giovane disse che non la conosceva e mi pressava gioiosa a narrarla; la media disse che la conosceva, ma non capiva che cosa c’entrasse col fiume che lava; la vecchia disse che dovevo usare la bocca con timore di Dio e rispetto dei suoi ministri. La conosceva, evidentemente, ma non tutta intera, e non tutta bella e vestita a festa come io l’ho fatta in anni di lava e risciacqua. E dato che la giovane ormai mi spruzzava dal fiume ridendo per farmela dire, e la media mi guardava tacendo e preparava le orecchie, e la vecchia preparava la bocca a dir male ma aspettava anche lei, io cominciai così.


* * *

Molti anni fa, tanti da non ricordarli una ragazza, ma non tanti da scordarli una vecchia, viveva in paese un bambino colpito dal martello di Dio, tonto come il pipistrello. Il suo nome da cristiano era Francesco, ma i paesani lo chiamavano Zìzi: Zìzi Sabonète. Era piccolo e ben piantato, sano e di compagnia, ma scempio nell’intelligenza, la quale trovando un bel posto nell’età dei tre anni si era fermata e aveva fatto casa lì: ritardato mentale, diceva in parole italiane la maestra di scuola.
Viveva, o meglio dormiva, in una catapecchia buia di fango e paglia ai margini del paese, con una vecchia solitaria in fama di strega che pareva di fango pure lei, e che mai si seppe per certo se avesse trovato quella creatura chissà dove o se l’avesse fatta lei, e chissà come. Non avendo di che campare nemmeno per sé, questa vecchia era ben contenta che quel suo bambino vagabondasse per il paese tutto il giorno, tornando dopo il tramonto ben nutrito, calzato e vestito, e profumato come un giglio di monte.
Tutto il paese lo conosceva, infatti, e rideva di lui, lo interrogava per sentire gli spropositi, lo aizzava a fare mosse da matto, ma nel deriderlo al tempo stesso lo accoglieva, lo proteggeva e lo nutriva. Contenti loro di ridere di lui, contento lui che ridessero e dessero doni, contenti erano tutti.
Ma lui contento era soprattutto quando qualcuno gli regalava del sapone. Saponi e saponette, per qualche bivio strano che aveva preso a un certo punto quella mente, erano la sua passione ed il suo credo, ciò che serviva e bastava per farlo felice. Di sapone parlava e cantava, il sapone chiedeva in dono e teneva in tasca, col sapone si lavava a ogni fontana mani e braccia, viso e collo, e nella buona stagione testa e torso, con archi diamantini di spruzzi smaglianti nel sole.
Ma soprattutto era incantato dalle bolle: erano quelle il motivo della cerca. Scalfiva in scaglie il sapone che otteneva in dono, scioglieva le scaglie in acqua e, con cannucce di fieno, occhielli d’erba e perfino con pollice e indice congiunti ad anello, soffiava da quella miscela bolle superbe, bucciucche fulgenti, lunas de sabone iridate che salivano lente e regali nel cielo di Dio. Zìzi allora le seguiva con lo sguardo, occhi e bocca spalancati in un incanto quasi dolente, che unito all’immancabile esclamazione "mira mira mira bubbucciùcca!", che in italiano vuol dire bolla, muoveva i presenti al riso.
Eccolo quindi apparire ai lavatoi, salutato dal giubilo materno e sguaiato delle lavandaie, che lo chiamavano preparando qualche scheggia di sapone da donare. Con loro Zìzi stava in paradiso: lì trovava in un colpo solo quelle mamme di tutti, quelle mani nell’acqua, quelle schiume divine ribollenti dai panni strizzati, quelle munifiche miniere del suo oro, l’acqua pura in cui scioglierlo, e il sole gaudioso per celebrare l’elevazione delle bolle.
Più tardi eccolo nel cortile della scuola, a mietere risate e festosi affronti dai suoi coetanei di corpo e maggiori di testa, affronti che scivolavano come vento sulla sua pelle profumata di sapone. Le maestre se lo abbracciavano pietose, anche forse per prendere respiro dal fetore dei colli zozzoni dei normodotati; e discutevano ancora una volta se fare le carte per mandarlo alla Scuola Mereu di Cagliari, che accoglieva ed educava tutti insieme cento bambini tontorroni come lui. Ma dopo averne parlato non facevano mossa perché quel degno intento si compisse: come maestre dello stato dovevano lodare il civile e moderno istituto, come mamme paesane sapevano bene che il posto di Zìzi era lì, in paese con loro.
Ed eccolo infatti in piazza a mezzogiorno, fra i vecchietti catarrosi e ridanciani, generosi di motti salaci, di versi rauchi che si fanno al bestiame, di mosse brusche per mettere paura, ma pronti a serrarsi a difesa se qualcuno, consigliato male dal vino, con lui esagerava.
Eccolo infine nelle cucine ombrose, a offrire alle donne asparagi selvatici, tzicòrie, cardi, altre erbe secondo la stagione, e averne in cambio pane, carezze, pancetta, formaggio e sapone; e qualche volta, per portarlo proprio all’estasi, non il solito sapone di cucina, ma una scaglia di sabonète, la saponetta emersa in gloria dal sacrario odoroso del bagno.
Così passavano gli anni, senza traccia di mutamento nella mente di Zìzi, incantata per sempre, come stirpi successive di rondini o fioriture di gigli, per sempre uguali a se stesse attraverso le ere; ma non così per il suo corpo, che invece cambiava, si faceva grande, sodo, maschio, e per sua misteriosa disgrazia forte e bello.
E una spezia diversa fioriva negli sguardi delle donne più giovani, negli scherzi di quelle più mature, nei silenzi impacciati degli uomini e nei commenti dei vecchi. "Bisognerà rinchiuderlo" dicevano, "prima che non lui, mischino innocente, ma la natura che cresce in lui faccia danno"
Danno non fece a nessuno una volta che Zìzi Sabonète, senza un pensiero al mondo, davanti a tutti, sollevò le gonnelle di due bambine nel cortile della scuola. I suoi occhi si spalancarono felici, nel veder finalmente apparire le gemme nascoste, e la bocca intonò gaudiosa il suo peana di meraviglia: "Mira mira mira bubbucciùcca!"…
Allora i visi allarmati e adirati delle maestre si sciolsero in riso, e un ceffone a lui e due caramelle alle bambine risolsero in nulla il caso.
E danno non fece nemmeno quando furono due ragazze non più in età di scuola, a svelare le bellezze nascoste di Zìzi Sabonète, nella penombra di una cucina; confidavano nel suo silenzio idiota, ed erano pronte comunque a tacciarlo di visionario maniaco e bugiardo qualora non l’avesse osservato. Zìzi l’osservò, e si fece osservare.
Ma il danno oramai aleggiava sul paese, come un presagio, ogni mese di più, alitava come un fiato pesante nei discorsi di tutti: nei moniti oscuri del prete dal pulpito, nei commenti delle donne alla fonte, nelle rauche minacce ubriache degli uomini al bar. A dispetto di tante parole era un danno che restava muto, indistinto, come un cupo mal di ventre del paese che si contorce nel segreto e duole, e non sa ancora come scoppierà.
Finché un giorno lo seppe.
Una bambina venne trovata in campagna, poco lontano dalle ultime case, in lacrime, coi vestiti strappati e la testa confusa. Disse a stento che qualcuno l’aveva assalita, le aveva "fatto cose". Ma ingorgata dai singhiozzi non sapeva dire chi. "Aveva una maschera da diavolo brutto" diceva solo, e non si poté cavarne altro.
Per il paese bastò: si divise. Metà accusava Zìzi Sabonète, dicendo che il suo corpo da ragazzo lo portava, come vitello alla cavezza, a compiere cose che la mente bambina ignorava, di cui forse nemmeno sapeva; l’altra metà lo difendeva, sostenendo che l’innocenza di quell’infelice era totale, che non era creatura da mettere maschera in faccia, che era tonto ma non cattivo. Ma anche questa seconda fazione, interrogata più o meno apertamente su chi potesse essere stato se non lui, chinava gli occhi e non parlava più.
Il danno peraltro non era stato così grave. I carabinieri non chiesero nemmeno se la famiglia volesse sporgere denuncia, ben sapendo che si trattava di questione da sciogliere a voce nei parlamenti del paese, nelle fontane, nei bar, in sacrestia, senza lasciare traccia di penna scritta su bianco. La bambina fu mandata in vacanza da una zia che lavorava a Milano, dove magari dopo qualche anno sarebbe rimasta a servire, e poi chissà: certe volte da danno nasce dono.
Zìzi Sabonète fu interrogato a lungo da una maestra che con lui pareva intendersela bene; e ancora più a lungo dal parroco, che invece mai l’aveva visto di buon occhio e ora menava vanto di aver visto giusto. Il giovane idiota non dette mai segno di aver la minima idea di cosa gli andassero chiedendo intorno a una certa bambina, né mai dette risposta.
Fu rinchiuso.
Il parroco insistette perché si prevenissero altri danni, e in attesa di vagliare la cosa magari col vescovo, si offrì di ospitare il ragazzo nella legnaia in canonica, dove la sua perpetua – a spese della parrocchia, ci tenne a marcare – gli avrebbe portato di che nutrirsi.
La vecchia strega con cui Zìzi viveva, non vedendolo tornare alla notte, chiese in giro di lui, apprese della sua reclusione, ne condivise le ragioni, e dopo brevi e generiche voci di biasimo contro la sorte, non si capiva se del ragazzo o sua, tornò nel suo buio.
Ma il paese non fu più quello di prima. Senza i gridi e le risate, senza le frasi strampalate dell’idiota la vita parve di colpo taciturna, fatta solo di parole necessarie, saluti, domande, risposte, informazioni; e senza quei globi fragili e smaglianti che si levavano dovunque, alle fontane, in fondo a un vicolo, in piazza, specchiando il sole all’intorno nei sette colori, la stessa luce del giorno pareva più ferma, più sterile e vuota.
Ma soprattutto altre bolle invisibili, ben meno gioiose, cominciarono a fluttuare ammorbanti per le vie del paese: otri opachi putrefatti di rimorsi e gravidi di paure. Rimorsi equamente divisi fra entrambe le parti: gli uni per aver incolpato un idiota innocente, gli altri per non averlo difeso additando il colpevole. E paure che quella reclusione fosse un rimedio provvisorio e vacillante peggiore del danno: finché Zìzi Sabonète stava chiuso, il danno stava aperto, e il paese teneva il fiato in attesa di altri frutti amari.
Dopo altri tre giorni l’attesa si sciolse: il ragazzo fuggì.
Forzò la porta della legnaia, dando prova d’ingegno e forza insospettati, e scomparve dall’umano consorzio senza farvi ritorno. Cosa mai possa essere accaduto in quella mente inconclusa, vedendosi togliere in un sol colpo le voci e i visi della sua gente per le strade, la libertà d’andare ramingo dove voleva, il sole che raggia e le bolle per rifrangerlo in gloria, non è dato sapere. Fatto sta che Zìzi Sabonète scomparve dal mondo, e nessuno sapeva che fine potesse aver fatto.
Nessuno, tranne una: un’anziana lavandaia, che infine lo capì.
Fu all’alba, tre giorni dopo la sua fuga. La donna lavava tranquilla, strizzando i suoi panni e ritmando il lavoro coi canti, quando di colpo tacque e fissò il fiume: le acque non solo defluivano schiumose dai suoi risciacqui in giù, ma già schiumose affluivano da su, dalla corrente. Guardò ancora più a monte, lontano fino all’ansa, e trasalì. In cinque decenni passati con le mani nell’acqua non aveva visto mai un prodigio tale: il fiume intero brillava e brulicava di bolle scintillanti e colorate, grandi e piccole e minuscole e immense, che scoppiavano a centinaia e a migliaia rinascevano più avanti, che filavano sulla corrente velocissime sgusciando fra i sassi, che si staccavano dalle creste degli spruzzi per levarsi nel cielo.
Raccolse in gran fretta i suoi panni e corse in paese. Lì apprese da donne sgomente che un’acqua saponosa e profumata sgorgava fin dalla mattina dai rubinetti delle cucine e dai grifoni delle fontane, si versava fuori dai secchi cavati dai pozzi.
La lavandaia seppe di colpo cosa era successo, e lo raccontò.
Zìzi Sabonète era morto affogato.
Aveva vagato nella campagna per un giorno, forse per due. Poi era caduto o s’era gettato in qualche pozzo naturale, in qualche abisso che sprofonda in falde d’acqua, in qualche inghiottitoio in mezzo al salto. E lì, nelle acque buie, si era sciolto.
Le sue dita s’erano fatte più esili, evanescenti; le sue mani, le sue braccia, le sue gambe erano diventate colore dell’ambra, diafane e gelatinose; il suo petto s’era fatto molle e duttile come favo di api, e come miele si scioglieva la sua pelle, come sapone emanava la sua carne, che l’acqua lavava via. Ruotava lento Zìzi Sabonète in quel buio rifugio, immerso e sciolto in brodi primordiali, sognando fasi infinite ed ere alterne, ma a ritroso, come un bambino che nella pancia della madre non si forma strato a strato ma si sfa.
Così durò per giorni e giorni, perché il morto era un ragazzo ormai grosso; si consumò felice e generoso, dimentico di ogni cosa, diminuì, si assottigliò, divenne un giunco molle, poi un filo d’erba, poi un niente, acqua nell’acqua schiumosa e profumata che rimontò le falde salienti, sfociò alle risorgive, alimentò i pozzi e i serbatoi, e sgorgò infine nei rubinetti del paese.
Il prodigio delle acque saponose durò solo un giorno, ma per altri dieci i paesani sentirono un profumo speciale nell’acqua, e nella pasta e nel caffè, in tutti i cibi con quell’acqua cucinati, nei panni, nei visi e nei colli in quell’acqua lavati, nei pavimenti delle case risciacquati, negli orti irrigati, nelle strade, negli alberi e nel cielo.
Di lì a pochi giorni un giovane oscuro e febbrile, figlio di un Don padrone del paese che con carta da bollo o colpo di balla metteva in ginocchio chiunque, all’improvviso partì. Si seppe che andava in seminario, in continente, a studiare da prete, a soffocare sotto la nera veste certe braci che gli mangiavano la vita.
I paesani tirarono il respiro che da mesi trattenevano nel petto. Tornò la pace e ciascuno aprì la via nel cuore a una serena gratitudine profonda.
Profonda come una falda nascosta nel monte, pulita come una schiuma.
Zìzi Sabonète era morto felice, lavando il paese.

* * *

Così queste mani lavano i vostri panni, e questa bocca i vostri malanni, compaesani. I mali di ieri lavati son storie di oggi, che servono per affrontare i mali di oggi. Ciò che non si poteva dire allora, si può raccontare ora. Ciò che non lava l’acqua, lava l’aria della bocca.
E io sono qua, Francesco, agnello innocente, e finché scorre acqua in questo fiume e fiato in questa bocca, le tue bolle scintilleranno al sole. Mira, mira!



... il resto nel libro di carta.

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Questa pagina è stata creata il 25 ottobre 2008 e aggiornata l'ultima volta il 29 aprile 2016


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