MONTE SUBASIO
Il gruppo del Monte Subasio, situato nell’Umbria centrale, appartiene alla quarta piega appenninica umbra che, a confronto di quelle orientali, è meno elevata e più discontinua. Generalmente tutto il gruppo montuoso, sovrastante la valle umbra, tra Assisi e Spello, viene chiamato Monte Subasio anche se in esso sono compresi, oltre il Monte Subasio propriamente detto, che ne rappresenta la cima più elevata (1290 m) il M. Civitelle (1261 m), la Sermolla (1192), Colle S. Rufino (1110 m) e il Pietralungo (914 m).Il rilievo è delimitato a nord dal fiume Tescio, a nord-est e a sud dal torrente Chiona, a sud-ovest e ad ovest da una linea che, oscillando tra i 200 e i 250 metri, raccorda i due sproni del massiccio su cui sorgono i centri di Assisi e Spello.Visto dalla pianura appare evidente il brusco contrasto tra la parte sommitale prevalentemente pianeggiante, in cui sono visibili vistosi fenomeni carsici (le doline) e i versanti piuttosto ripidi, con dislivelli rispetto alla sommità di 600-700 metri, nel versante orientale e di 1000 metri circa in quello occidentale.Il versante occidentale è interessato da affioramenti rocciosi (Sasso Rosso, Sasso Piano e le Carcerelle) sui quali si aprono terrazzi naturali da cui si domina la valle umbra in tutta la sua grandiosità.  Presenta inoltre profonde incisioni: il Fosso delle Carceri, che separa il Colle S. Rufino dal Monte Subasio, il Fosso Rosceto tra il Monte Subasio e il Monte Civitelle ed il Fosso Renaro che, scendendo da Madonna della Spella, divide la Sermolla da Monte Pietrolungo.Il versante orientale presenta pendenze più regolari ed inoltre è inciso da numerosi solchi sub-paralleli , tra essi emergono quello del Fosso Sanguinone e del Fosso Vettoio, ma nessuno è imponente e profondo come quelli occidentali.

                                    Aspetto storico-antropico

Il Monte Subasio, che vede alle sue pendici uniti i comuni di Assisi, Spello, Foligno, Valtopina e Nocera Umbra, era chiamato nel medioevo “Mons Communis” cioè, monte del comune di Assisi. Questo ci fa capire come da sempre esso è stato considerato un bene comune della città, dove i cittadini esercitavano il diritto di pascolo e di legnatico. Ancora oggi il Subasio ed Assisi vivono uniti non solo nell’aspetto naturalistico e storico culturale ma anche nel forte senso di spiritualità e di religiosità .I più antichi insediamenti umani sul Subasio risalgono agli Umbri, popolo di origine indeuropea sceso in Italia dall’Europa nord-orientale, in gruppi di varie tribù, circa 1000 anni a. C. Essi si insediarono in zone aspre ed impervie dell’Appennino e non conobbero lo sviluppo economico e politico degli Etruschi che pure erano giunti nello stesso periodo. Essi coltivarono la terra, furono amanti della quiete e della famiglia. Ritrovamenti, soprattutto a carattere religioso, sono stati fatti sul M. S. Rufino che forse consideravano sacro. Queste popolazioni furono poi sostituite dagli Etruschi prima e dai Romani poi, che però, si insediarono in zone meno impervie: Assisi, infatti, è adagiata in un dolce pendio a nord-ovest del Monte Subasio, a soli 400m di altitudine. Il nome Subasio ha origini sacre e sembra derivi dal dio Sabazio, divinità della vita vegetale nei suoi aspetti più vari, poi assimilata al romano Bacco. Nei secoli passati il Monte Subasio era circondato da folti boschi di querce, lecci e faggi dai quali emergeva solamente la cima brulla e arrotondata. Negli ampi spazi del monte comune, i cittadini di Assisi potevano far pascolare animali e raccogliere legna, oltre al libero prelievo di qualunque altra cosa, come pietre, erbe medicinali o frutti selvatici. Non era però possibile servirsi di animali da soma per trasferire legna dal monte in città: ciascuno doveva portare a spalla il proprio fascio. Questa limitazione serviva a razionare il taglio e a impedire abusi.  Gli allevatori che avessero fatto pascolare mandrie o greggi sulle aree pubbliche del monte, erano tenuti a pagare una gabella al Comune. Altro diritto goduto dal Comune era quello della neve.  Si tratta di questo: da tempo immemorabile esistevano sul Subasio delle grosse buche che, all’inizio dell’inverno, venivano riempite di neve che, gradualmente, si trasformava in un blocco di ghiaccio. Accuratamente coperto con terra e ramaglia, il ghiaccio si manteneva per tutta l’estate. Di notte, i gestori del servizio (veniva addirittura appaltato dal Comune al miglior offerente-1617) salivano sul monte con l’asino e ne tornavano di primo mattino con le some piene di ghiaccio che veniva venduto in città. Tale servizio è terminato negli anni ’20 di questo secolo, in seguito all’introduzione del ghiaccio artificiale. Le buche da neve, scavate anticamente, sono tuttora visibili e non sono da confondere con le doline

Nella foto sono visibili alcune buche da neve con bovini che scendono per il pascolo.

 

 

Vedi nota 1.

Già nei primi anni del 1200 però, il Monte Subasio, inizia a subire i primi disboscamenti, tanto che il Comune impose un tributo per tutti coloro che andavano a far legna, fieno e a pascolare e obbligò i Priori ad acquistare 200 rasene di ghiande e 50 salme di castagne perché fossero seminate lungo le pendici. Nello stesso periodo iniziò l’utilizzo della pietra di Assisi di particolare bellezza con sfumature bianco-rosate che venne utilizzata per la costruzione di chiese, basiliche, nonché per i maggiori palazzi della città, comportando l’apertura di grosse cave che ancor oggi compaiono lungo le pendici del monte. Verso il 1460 vi fu il primo tentativo di stretta tutela della foresta di lecci dell’Eremo delle Carceri. Proprio grazie all’opera degli ordini religiosi, soprattutto Benedettini e Francescani, si deve la conservazione di aree boschive di rilevante interesse naturalistico. Verso la fine del XVI secolo la condizione dei boschi del Subasio andò peggiorando per i continui dissodamenti operati nelle zone per estendere le coltivazioni. Nell’800, il problema dei disboscamenti, evidenziato da osservatori e studiosi, preoccupa le autorità dello Stato Pontificio, di cui l’Umbria faceva ancora parte. E’ del 1832 una notificazione governativa che introduce una severa regolamentazione sul taglio dei boschi e delle macchie.  Tuttavia, malgrado le disposizioni, si era continuato a disboscare indifferentemente. Negli anni seguenti si inasprirono le disposizioni restrittive e si impose il taglio delle macchie cedue ogni 9 o 12 anni, “a seconda  della floridezza vegetativa”. Il bisogno di legname però, cresce a dismisura (ferrovie e la nascente civiltà industriale) e le disposizioni vengono ancora eluse.Un grosso danno deriva dalla richiesta di legno per far doghe, data la forte produzione di botti esportate in Spagna; per far doghe però, il legno doveva essere immune da ogni difetto anche minimo, di conseguenza si scartava un gran numero di piante già abbattute che restavano così ad infradiciarsi sul terreno, per difficoltà di trasporto. Altro spreco di piante avviene per ricavare potassa per la concia delle pelli, che si estrae dalla corteccia. Vengono scortecciate piante giovani di 5-30 anni, senza abbatterle, fino all’altezza dove si può arrivare. L’albero però muore e con esso la ceppaia. Nel 1836  ci fu una catastrofica piena del fiume Topino e furono coinvolti anche i comuni di Spello, Assisi e Bastia in questa alluvione, poiché le acque non avevano più alcun controllo. Il colpo di grazia a questi boschi verrà però dalle esigenze militari delle varie guerre di fine ‘800 e primo ‘900, particolarmente il primo conflitto mondiale.Nel 1926 tutto il patrimonio della proprietà collettiva del Monte Subasio passa all’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali. Inizia in questo periodo, a più riprese, il rimboschimento sia con alberi indigeni che con l’introduzione di specie nuove. Si usò il metodo a gradoni, per consentire alle piante una certa possibilità di sopravvivenza e anche perché gli effetti del dilavamento vengono ad essere contenuti o annullati. Dopo il 1977 è la Regione dell’Umbria a gestire, tramite la Comunità Montana, il patrimonio ambientale del Subasio che si estende su 2773 ettari.

Nelle pendici più dissestate fu indispensabile intervenire col sistema dei gradoni per frenare il dilavamento pluviale e consentire una maggiore umidificazione del suolo attorno alle piantine. Attualmente queste pendici sono completamente rivestite dal bosco, della gradonatura è scomparsa ogni traccia.

 



IL "CARSISMO" DEL MONTE SUBASIO

Il Monte Subasio è un rilievo di origine sedimentaria, le cui rocce si formarono in seno al mare durante l’era mesozoica e, in parte, nella fase iniziale di quella cenozoica. Una parte dell’opinione pubblica riteneva erroneamente che la montagna fosse un vulcano spento. Gli esperti hanno smentito ciò, spiegando la confusione che si era fatta considerando le doline come vecchi crateri. Sull’area sommitale del Subasio, si notano fenomeni carsici causati dalla permeabilità del suolo calcareo: le doline (nota 1). Esse sono di due tipi principali:
1)     
di sprofondamento, chiamate “Mortari”,
2)     
di dissoluzione superficiale denominate “Fosse”.
I Mortari si aprono tutti intorno a 1200 metri di altezza in mezzo ai pascoli che rivestono buona parte del loro interno anche se qua e là sui fianchi esposti a nord compare vegetazione arbustiva di faggi mista a conifere. Il Mortaro Grande e il Mortaiolo, localizzati ad est del monte Civitelle sono due profonde doline vicine. La prima, leggermente ellittica, ha un diametro di 260 m circa e profondità di 50 m e di forma intermedia tra la dolina a ciotola e quella ad imbuto con pareti ripide e fondo arrotondato. A dieci metri a nord-est si apre il Mortaiolo, dolina di circa 70 m di diametro con profondità di 50m e con pareti più ripide e pericolose del Mortaro Grande. Un’altra grande dolina è il Mortaro delle Troscie situato a circa 500 m a sud-est del Monte Subasio propriamente detto, il suo diametro si aggira sui 160 m e la sua profondità sui 50 m. Tra le doline dette “Fosse” la prima che si può notare, salendo da Assisi è Fossa Rotonda a circa 400 m a nord-ovest dal punto più alto del massiccio.  E’ una dolina a piatto con il diametro maggiore di circa 100 m e il minore di 43 m, ed è profonda 12 m.  All’interno è ricoperta di vegetazione erbacea ad eccezione della parte più depressa che è stata resa impermeabile per la raccolta delle acque piovane per alimentare gli abbeveratoi di Vallonica. Più avanti si incontra la Fossa Cieca, dolina a ciotola con diametro medio di 17 m e profondità di 4 m; anche in questa è stato realizzato un sistema di raccoglimento delle acque per un abbeveratoio. A 500 m dal Monte Pietrolungo si apre una dolina poco profonda di circa 40 m di diametro , che conteneva, fino a qualche decennio fa un ridotto specchio d’acqua, il lago di Pietrolungo, che oggi non esiste più, perché tutta la zona ha subito un rimboschimento. Queste sono le doline più grandi ma tutta la parte sommitale è costellata di numerose depressioni a piatto con profondità e diametro variabili. Recentemente all’interno di una di esse (Prati Pistello) vi è stato realizzato un laghetto artificiale, utilizzato per abbeverare il bestiame al pascolo. Oltre a queste formazioni, il massiccio del Subasio è interessato da altri fenomeni carsici anche se in misura minore rispetto ad altre località: pozzi, grotte o cunicoli.  Il pozzo più profondo è chiamato grotta del Subasio o del Diavolo, che si apre a 1016 m in prossimità di Sasso Piano ed è profondo 30 m. Nei pressi della città di Spello sono state esplorate sei grotte abbastanza vaste che hanno un certo interesse storico perché abitate dagli antichi Umbri. Di particolare rilevanza storico-religiosa è la grotta del Beato Leone, seguace di San Francesco , in prossimità dell’Eremo delle Carceri, questa fa parte di quattro grotte, due delle quali attraversate da acqua ogni 20-25 anni durante le piene del Fosso delle Carceri; proprio questa lunga intermittenza deve far pensare che all’interno di questa zona vi sia un serbatoio naturale di raccolta delle acque abbastanza grande. Questo fenomeno della portata saltuaria delle acque non riguarda solo il Fosso delle carceri, ma anche il Fosso Renaro che ebbe una piena catastrofica nel 1911, riconoscibile nel profondo solco scavato dall’acqua nella parte terminale.

 

Nella foto è visibile una piccola dolina, a valle della strada panoramica, presso il colle Antenne ( ex osservatorio ).

 

 

Vedi nota 2.

Nota 1: Occorre essere molto attenti nel classificare le buche di varia natura esistenti sul monte.Infatti esse possono essere doline, oppure buche per neve, od anche, relitto di piccole antiche cave non rare sul Subasio data la vetustà dei suoi primitivi insediamenti pastorali.In tutti i casi, comunque il modellamento nivale ha addolcito le pareti, provocando una equivoca uniformità. Per dissipare ogni dubbio, occorre, oltre che un accurato esame dell’aspetto esteriore, un piccolo sondaggio al di sotto della cotica erbosa. Le buche per neve e le antiche cave manifestano una palese manomissione del substrato litoide, mentre il bordo si qualifica costituito da materiale di sterro. La stratigrafia, inoltre, hanno il fondo costituito da molta terra fertile e soffice, cosa che non si verifica negli altri casi. Le buche per neve sono frequenti agli Stazzi. a Fossa Rotonda, nella valletta a sinistra del sentiero che conduce dalla strada al Mortaro Grande ed infine, tra il suddetto Mortaro e la macchia di Pale dove è possibile vedere anche una bella ed ampia dolina a piatto.
Nota 2: L’azione geodinamica più imponente viene esercitata dalle "acque di penetrazione" che sono molto diffuse nei terreni calcarei, cioè nelle formazioni  di “tipo carsico”. Sono proprio le rocce calcaree quelle che sono soggette a marcata fessurazione e risentono in maniera evidente l’azione delle acque, meteoriche e di penetrazione.  I territori carsici presentano queste caratteristiche:
a)     
sono privi di una rete idrografica superficiale, poiché le acque di precipitazione, che scorrono nei canali di scarico, si perdono subito penetrando nel sottosuolo;
b)     
hanno il suolo cosparso ovunque di crepe, spacchi, tane, buche, che immettono quasi sempre nell’interno delle formazioni calcaree e presentano nella superficie delle concavità circolari più o meno regolari, dette DOLINE.  Queste hanno varie forme (a piatto, scodella, imbuto, pozzo, e sono distribuite in maniera differente (a gruppo, allineate, sparse, isolate).
 

VEGETAZIONE DEL MONTE SUBASIO

Il clima e i differenti tipi di suoli concorrono sul Subasio a determinare tre fasce di vegetazione, che l’intervento dell’uomo, col taglio del bosco e col pascolo, ha in parte orientato e modificato.
·       
La PRIMA FASCIA è quella che, partendo dalle falde del Monte risale fino al limite dell’olivo. Ad occidente si svolge orizzontalmente da Assisi a Spello e, dall’altro versante, lungo le frazioni di Costa di Trex ed Armenzano.
·       
La SECONDA FASCIA è ricoperta da formazioni boschive discontinue: qui la vegetazione arborea naturale è caratterizzata da formazioni di latifoglie con dominanza di cerro e roverella, miste a carpine nero, orniello, acero montano. E’ presente anche il faggio in alcune piccole zone del versante settentrionale e, in forma completa, solo nella Macchia di Pale. Anche il leccio è presente in questa fascia, nel versante occidentale, nella zona del Sasso Rosso e in quella più famosa del Bosco delle Carceri; la conservazione di questi lecceti si deve alla costante e laboriosa opera dei frati.  Boschi di latifoglie si incontrano  presso l’Abbazia di S. Benedetto e lungo le pendici del Monte Pietrolungo nella Banditella nella Macchia di Pale e presso la frazione di Costa di Trex.  Oltre ai boschi di latifoglie, ci sono rimboschimenti, effettuati nell’ultimo secolo, di pino nero, pino larico, cedro atlantica.e varie specie di abeti. Fra gli arbusti spontanei si ricorda il ginepro, il biancospino, il maggiociondolo, il ligustro, il sambuco, il caprifoglio.  Non mancano nel sottobosco fiori spontanei del genere Ruscus (pungitopo), violette, ciclamini e lungo la strada che da Assisi porta all’Eremo delle Carceri si possono ammirare, in primavera inoltrata, bocche di leone, viole a ciocche, giunchiglie e cespugli di ginestre.
·       
La TERZA FASCIA è quella della sommità del monte, caratterizzata da una vegetazione erbacea, tipica del pascolo foraggero. In questa zona, nel periodo della fioritura: aprile, maggio, giugno, sono presenti bellissimi fiori spontanei della famiglia delle orchidee e delle liliacee.

FAUNA

La notevole varietà degli ambienti naturali non ospita che una fauna povera nonostante che la caccia sia bandita da alcuni decenni nella vasta  area demaniale del rilievo: il lupo è occasionalmente segnalato, dell’aquila reale si ha prova di insediamento fino agli anni ’60, così come della coturnice.  L’attuale conduzione della montagna favorisce la nuova colonizzazione della starna, del colombaccio, della ghiandaia; sono presenti il gufo reale, il picchio, e la civetta. Fra i rapaci, soprattutto sul lato orientale, sono presenti la poiana, l’astore, l’assiolo e lo sparviero. Altri animali da ricordare sono l’istrice, il tasso, la volpe, la donnola, la faina, lo scoiattolo, il gatto selvatico e il cinghiale.

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