La mia esperienza con l’”euritmia musicale”

(1986-1988)



Ecco, noi risorgeremo
E faremo piangere i bastardi

Pink Floyd, Animals


Comunità Rajneesh di Schnelba, in Germania.
Foto di Christian Bonzon, "Il prezzo della differenza"





…A quei tempi – parlarne adesso mi sembra quasi ridicolo – vivevo uno strano desiderio di religiosità e di trascendenza. Andavo alla ricerca, non in modo strenuo ma comunque perseverante, di qualsiasi cosa che potesse dare un senso e un valore al mio vivere. Non sono mai diventato una persona “religiosa” nel senso classico del termine, né, soprattutto, mi sono mai affidato o legato a una qualsiasi Chiesa. Ma nello stesso tempo studiavo e approfondivo, con un coinvolgimento probabilmente maggiore del necessario, il pensiero di S. Tommaso nelle opere di Dante; leggevo i sermoni di Maestro Eckhart, i libri di Thomas Merton…[1] Tenevo perfino una Bibbia vicino al letto (a mia parziale discolpa, devo dire che non è che la aprissi troppo spesso, e quando lo facevo era soprattutto per leggere il Cantico dei Cantici, o l’Apocalisse…)

Negli stessi anni, alcuni miei cari amici, forse spinti da un desiderio analogo, si erano avvicinati alle filosofie e alle religioni orientali. Cominciarono a frequentare un centro di cultura e di discipline orientali, che si chiamava “Centro Ueshiba”. In questo centro, ogni mercoledi sera si tenevano degli incontri in cui si meditava per pochi minuti, dopo di che si parlava del pensiero e della filosofia orientale. Fui invitato a prendere parte a questi incontri, e ci andai molto volentieri. Fu così che conobbi Lucio, il maestro di arti marziali che era il propietario del Centro e che gestiva gli incontri.

A distanza di molti anni da allora, continuo a ricordare Lucio come una persona profondamente saggia e buona, una delle figure che più sono state importanti per la mia formazione personale. Ricordo queste conferenze, odorose d’incenso nella penombra della palestra, in cui lui, con voce calma e profonda, spiegava il significato di concetti come vita e amore, l’importanza di una percezione che andasse oltre le parole, la necessità di cercare il divino nel profondo di sé stessi. Aveva una sensibilità umana straordinaria, a volte sembrava conoscere il tuo pensiero ancora prima che lo esprimessi. Possedeva una grandissima competenza sia del pensiero orientale che occidentale; tracciava collegamenti arditi, ma non arbitrari, tra Hoffmannstahl, Thomas Mann, Budda, Gesù e numerosi altri[2]. E io ricordo che da quelle conferenze tornavo sempre terribilmente in crisi. Oggi potrei dire che a quell’epoca ero un positivista-nominalista; ero convinto che qualsiasi evento, esteriore o interiore, potesse e dovesse essere compreso e spiegato esclusivamente con le parole. Sentirmi dire, da una persona palesemente colta e affidabile, che potessero esistere momenti percettivi che non fossero legati alle parole, che la verità più profonda non fosse dicibile, minava brutalmente le certezze su cui avevo costruito la mia vita. Tornavo a casa in crisi, stavo male per giorni, guardavo i miei libri universitari chiedendomi com’è possibile che essi fossero tutte menzogne.[3]

Contemporaneamente, i miei amici, gli stessi che mi avevano portato al Centro Ueshiba, su consiglio di Lucio avevano partecipato a un cosiddetto “training motivazionale”, in un altro centro, l’Istituto Vivendi. Mi avevano invitato a prendere parte alla serata conclusiva, aperta al pubblico, e io ci andai volentieri.

A differenza del Centro Ueshiba, che aveva un carattere di raffinato salotto per la meditazione e la riflessione (non a caso si definiva “centro culturale e di arti psicofisiche”), l’Istituto Vivendi era molto simile a quello che oggi potremmo definire un centro New Age: pareti affrescate con immagini agresti; ovunque, debitamente incorniciati, i testi che fanno parte del lessico comune di questo tipo di situazioni (ovviamente il Manoscritto di Baltimora, passa indenne tra il silenzio e la fretta, eccetera; il “Se…” di Kipling; Gibran assortiti, e via così). Ma quello che, soprattutto, mi aveva colpito, era stato, superando la porta a vetri dell’Istituto, trovare molte persone abbracciate tra di loro, uomini con donne, donne con donne, uomini con uomini, in abbracci lunghissimi e silenziosi; non il consueto scambio fisico dell’incontro, ma qualcosa di molto più forte e intenso. Anche i miei amici mi vollero abbracciare nello stesso modo, gettandomi in un comprensibile imbarazzo.[4]

Guida e direttore dell’Istituto Vivendi era un certo Marco, una persona che io non avrei trovato particolarmente significativa se di lui i miei amici non mi avessero parlato con accenti entusiastici, dicendo che era un terapeuta eccezionale, che in questa esperienza meravigliosa del training motivazionale aveva permesso loro di scoprire di sé cose e di trovare risposte che nemmeno immaginavano, eccetera. C’era anche Lucio, e in effetti il fatto che lui e Marco fossero amici mi sembrò una garanzia.[5]

Nel corso della serata, tutte le persone che ne avevano fatto l’esperienza parlarono del training motivazionale con molto entusiasmo, compresi i miei amici. Molti degli ospiti furono affascinati dalla situazione e dal sincero entusiasmo di coloro che avevano già fatto l’esperienza, e si iscrissero al training successivo. Non io, peraltro.[6]

Quello che in un primo momento mi sembrò strano, fu il fatto che nessuno spiegasse veramente cosa fosse un training motivazionale, che tipo di attività si svolgessero in quei fine settimana. Capii poi che questo atteggiamento non era tanto dettato da una non ben definita volontà di “mantenere un segreto” (come poteva apparire), quanto dall’impossibilità di comunicare verbalmente gli stati emotivi fortissimi che quelle esperienze richiamavano.


Sempre più perplesso, tornai a frequentare le serate di meditazione e conversazione di Lucio, portando con me anche Sara, una mia amica che a quei tempi frequentavo assiduamente e con la quale, come spiegherò più avanti, si era costruito un legame molto particolare. Lei era, come me, “alla ricerca del trascendente”; fu immediatamente incuriosita da quello che si diceva e che si faceva in quelle serate.

Tra le persone che le frequentavano c’era un po’ di tutto: impiegati, studenti, anziani. C’erano anche parecchi giovani, alcuni dei quali avevano seri problemi di dipendenza (da psicofarmaci o da droghe), e tra questi alcune ragazze veramente bellissime; c’era qualche cattolico in crisi d’identità, numerosi appassionati di discipline orientali (religioni, meditazione o arti marziali); infine alcuni uomini, di età non proprio giovanile, che erano lì, senza neanche preoccuparsi di occultare troppo la cosa, in cerca di avventure.

In questa pleiade di soggetti eterogenei, emerse poco per volta la presenza di Chandri.

Chandri si definiva anche lei una terapeuta; era una donna, se ben ricordo, di 30-35 anni, che aveva avuto una vita piuttosto difficile; il suo percorso esistenziale le aveva permesso di trovare momenti di superamento in esperienze conoscitive come, appunto, i training motivazionali o situazioni analoghe; questo era ciò che capivo di lei in quel momento. Ma Chandri aveva soprattutto una forza emotiva e, se vogliamo usare questo termine, una “energia radiante” veramente fuori dal comune. Fu lei, una sera, dopo la consueta conversazione, a proporre a Lucio (di cui si era conquistata la fiducia) di fare qualcosa di più attivo e dinamico; mise una audiocassetta nello stereo, invitò tutti a scegliersi un partner dell'altro sesso e poi, abbracciati a coppie e seduti per terra, [7] nell’oscurità e con l’aiuto di una musica suadente[8], fare le cose che ci avrebbe detto di fare.

Personalmente, io mi trovai abbracciato con una donna decisamente più grande di me – io avevo poco più di vent’anni – con occhiali e con aria da professoressa, la quale non mi sembrò particolarmente coinvolta, ma si prestò di buon grado al gioco che stavamo cominciando. Ma l’evento che mi rese quella serata incancellabile nei miei ricordi, fu quando Chandri si accostò a noi e pose le due mani sulle nostre schiene.

Fu come se dentro di me esplodesse qualcosa, una bottiglia contenente un liquido di emozione pura, che in pochi secondi mi entrò in circolazione, raggiungendo e scuotendo tutte le parti del mio corpo, le più lontane, le dita delle mani e dei piedi. Era qualcosa che probabilmente io non sapevo e se l’avevo saputo, un tempo, poi l’avevo dimenticato[9], ma ora che c’era, era bellissimo. Fu probabilmente quello il primo momento in cui cominciai a capire che Lucio aveva ragione, che probabilmente al mondo c’era anche dell’altro, oltre a quello che si vede, si legge e si tocca. Quando poi Chandri ci disse di alzarci in piedi e di cominciare a danzare, sentivo in me un’energia che non avevo mai conosciuto prima.

Furono danze vivaci, per certi versi selvagge. Sentii per la prima volta una libertà totale, sentii, forse, per la prima volta il mio corpo che si impadroniva del diritto di esistere. Quando l’esperienza finì, un paio d’ore dopo, ero felice; vidi poi che alcune persone (e tra queste la mia amica Sara) erano uscite dalla sala della palestra, spaventate dall’intensità di quello che stava succedendo. Da allora i momenti di conversazione di Lucio furono sempre seguiti dalle serate di “euritmia musicale”[10] di Chandri, che diventavano progressivamente dei viaggi sempre più forti ed intensi, in cui ci si metteva in gioco sempre di più. Molte delle persone che prendevano parte alle conversazioni si allontanarono e non si videro più, evidentemente messe a disagio e spaventate da quello che succedeva. Io, personalmente, vedevo progressivamente le mie paure – quelle che le parole di Lucio mi facevano esplodere – rarefarsi e svanire nella vivacità della danza e del piacere di muoversi sotto la guida di Chandri.


Poco per volta, poi, cominciai a sentir parlare di Bhagwan Shree Raijnesh. Per me non era un nome particolarmente significativo, lo appaiavo a quelli di tutti gli altri santoni orientali che mirano ad arricchire la tua Conoscenza o, viceversa, a svuotare il tuo portafoglio – Satyananda, Yogananda, Krishnamurti, Sai Baba, eccetera eccetera… Mi sorprese scoprire che in qualche modo era stato lui ad elaborare le attività motivazionali e le pratiche bioenergetiche che venivano messe in pratica da Marco e da Chandri; mi soprese ancora di più scoprire che Marco e Chandri erano stati suoi discepoli – sanyasi, come si dice – e almeno la seconda (il primo non so) non rinnegasse assolutamente questo fatto, anzi continuasse a trovare in lui il suo referente e la sua guida spirituale. Si erano infatti appena conclusi gli spiacevoli eventi dell’Oregon, e mi sembrava palese e indiscutibile il fatto che Bhagwan (non aveva ancora mutato il suo nome in Osho) dovesse essere per forza un imbroglione, a cui interessava solo mettere le mani sui soldi dei suoi discepoli per comprarsi le Rolls-Royce, che collezionava, come si sa, a decine; trovavo incomprensibile che qualcuno non desse per scontato questo fatto, e anzi continuasse a credere in lui e nelle sue parole (che, cosa incredibile, trovarono posto anche nelle conversazioni di Lucio, e a me sembravano tutt’altro che insensate)[11].


Comunque queste mie perplessità venivano decisamente meno nei momenti in cui si faceva euritmia musicale, o bioenergetica. Stavo bene, trovavo me stesso. Nello stesso tempo notavo che la mia amica Sara veniva messa progressivamente a disagio da quello che accadeva, e in qualche misura era perfino spaventata dai cambiamenti che, evidentemente, stavano prendendo forma e forza in me (o che io avvertivo come tali). Peraltro, anche lei era molto affascinata dalle cose che succedevano in quel contesto e in quelle serate, o si poneva delle domande sul perché dei suoi stati d’animo, e quindi non se ne allontanava, come avevano fatto altri, in particolar modo i fautori della meditazione statica.

Certo, io ero affascinato e incantato dalle sensazioni che sentivo risvegliarsi in me. Ma devo dire che trovavo anche una grande bellezza nelle situazioni che mi erano intorno. Il senso di liberazione che impregnava quelle serate portava le persone a cercarsi, ad abbracciarsi, a scambiarsi tenerezze. La cosa non è mai andata oltre livelli di sensualità – nel senso che non c’erano momenti di sesso esplicito –, ma gli abbracci e i baci (anche con la lingua), quelli c’erano.[12]

Nello stesso periodo, anche Lucio, probabilmente spinto da Chandri, decise di avviare qualcosa di simile ai training motivazionali di Marco. Li chiamò, più umanamente, “seminari di sensibilizzazione”, e chiese a Chandri di affiancarlo nella loro guida. Sara vi prese parte prima di me, e ne ebbe risultati sconvolgenti. Io stesso decisi di affrontare quest’esperienza, tempo dopo, e fu sconvolgente anche per me.

Nella fattispecie, i seminari erano così strutturati: una prima parte prevedeva degli incontri conoscitivi, in cui ogni persona si presentava e, se se lo sentiva, diceva qual’era il problema che voleva risolvere. Successivamente, nel seminario vero e proprio, ogni persona, in piedi davanti agli altri partecipanti seduti a dei tavoli in semicerchio, si raccontava, e gli altri facevano liberamente domande o interventi; il tutto sotto la conduzione attenta di Lucio. L’energia messa in gioco nella situazione provocava un crescendo di emotività e delle fortissime dinamiche relazionali, che alla fine esplodevano nella cosiddetta “catarsi”; il soggetto, aiutato dagli altri, avrebbe gridato, urlato, pianto picchiando dei cuscini, liberandosi in tal modo del suo male e della sua rabbia.[13] Seguiva un momento di calma e di rilassamento, con musica.

Fu proprio durante i seminari che cominciarono ad apparirmi degli aspetti strani e inusuali di Chandri. Un episodio, molto sgradevole, fu quando accusò un giovane, che si era rivolto a lei per dei massaggi terapeutici e che lei aveva poi invitato a partecipare ai seminari, di aver avuto degli atteggiamenti “ambigui” nei suoi confronti, come se lui desse per scontato che i massaggi terapeutici avrebbero dovuto avere un prosieguo erotico. Lo attaccò con una violenza verbale feroce, arrivò forse – non ricordo con precisione – anche a picchiarlo. Lui aveva tutta l’aria di non capire bene cosa stesse succedendo. Il gruppo, pur non conoscendo i fatti, condivise la posizione di Chandri (probabilmente a cagione del suo carisma; di solito chi non era d’accordo preferiva andarsene, piuttosto che contrastarla).

In un’altra occasione, una ragazza, Roberta, che aveva già partecipato ad un training presso l’Istituto Vivendi, a quanto pare vivendolo in maniera decisamente traumatica, fu invitata da Chandri a partecipare al seminario di Lucio per superare, appunto, quel trauma. Roberta ne trasse un beneficio immediato, ma allo stesso tempo vedemmo la stessa Chandri esplodere in una catarsi furiosa all’indirizzo di Marco dell’Istituto Vivendi, cosa che dette un immediato segno del rapporto contrastato che in tempi precedenti doveva essere intercorso tra i due (con meccanismi proiettivi padre-figlia, probabilmente). In particolare Chandri, a conclusione della sua crisi gridò che lui la aveva allontanata dall’Istituto Vivendi (a cui collaborava) perché lei non si era voluta lasciar scopare da lui.[14]

Non era tanto la posizione che Chandri prendeva di fronte a queste situazioni (legittima), quanto il tono che utilizzava per “difendersene” (catartico o, per meglio dire, isterico e comunque violentissimo) che in qualche misura mi lasciava perplesso. E’ evidente che lei soffriva di disagi molto forti, e questi disagi esplodevano in una misura e in una dimensione di gran lunga iperbolica, rispetto alla realtà dei fatti. Inoltre, se Lucio metteva in guardia dal dare un valore eccessivo o assoluto alla cultura e alla conoscenza intellettiva, pur senza mai disconoscerne l’importanza, lei invece, come capita purtroppo di frequente nelle persone che, pur dotate di una grande intelligenza, sono rimaste “ai margini” a causa di studi incompiuti o non effettuati (lei aveva solo la licenza elementare), nei confronti di cultura e intelletto nutriva una vera e propria ostilità rabbiosa, attagliando valore soltanto all’emozione profonda, alla “pancia”, come diceva.

Comunque, io continuavo a prendere parte ai seminari e alle serate musicali, e a vivere ed esperire momenti belli ed intensi. Al massimo, a volte mi chiedevo quanto tutto questo si conciliasse con i miei studi “intellettuali”, ovvero universitari. Ma era un dubbio puramente “intellettuale”, in quanto una cosa, nei fatti, non escludeva assolutamente l’altra (del resto Lucio, pur sostenendo che per conoscere la verità ultima bisogna saper fare a meno della parola e del pensiero, lo faceva citando spessissimo il pensiero di sommi filosofi, di grandi scrittori).


Nello stesso tempo, cominciavo a rendermi conto che tra me e la mia amica Sara, che avevo io stesso portato a conoscere quell’ambiente, c’erano delle tensioni. Le situazioni che io vivevo mi stavano, poco per volta, portando a conoscere e a scoprire l’importanza del corpo, la fisicità come strumento relazionale; in qualche misura avrei avuto piacere che questa dimensione di riscoperta si verificasse anche con Sara, che era una delle mie migliori amiche, nonché la mia compagna di viaggio in quell’avventura. Non ero innamorato di lei, non lo ero mai stato, ma, così come stavo imparando a sentire e ad accarezzare persone che conoscevo poco o che non conoscevo del tutto, vivendo la cosa con gioia, mi sarebbe piaciuto, e mi sarei sentito motivato, di poterlo fare anche con lei. Invece da parte sua c’era, e sempre più io avvertivo, un’ostilità a livello fisico-energetico nei miei confronti (che comunque non contrastava con l’affetto, a livello verbale-relazionale, che peraltro mi manifestava).[15]


In particolare accadde un episodio molto spiacevole, che mi mise profondamente in crisi e mi costrinse a riflettere molto sul senso del mio rapporto con Sara.

Poco tempo dopo che ero tornato da un viaggio a Berlino, lei mi chiese di trovarmi presso il Centro Ueshiba, in quanto avrebbe voluto parlarmi in presenza di Chandri[16], e probabilmente ci sarebbe stata anche un’altra nostra amica, Marina, con cui lei si era confidata e che viveva anch’essa nei miei confronti una serie di problemi analoghi ai suoi. Io andai al Centro (non avrei potuto fare diversamente). Caso volle che Chandri non potesse venire, essendo rimasta bloccata dal traffico; nemmeno Marina potè (o volle) venire. Dopo averla aspettata a lungo, io chiesi ugualmente ad Sara di parlarmi di quali fossero i problemi che lei viveva nei miei confronti; sostanzialmente, sue testuali parole, aveva l’impressione che io “mi approfittassi un po’ troppo della situazione”. Nel senso che, datami (finalmente!) la possibilità di poter liberamente pastrugnare ragazze (lei compresa), da parte mia ci fosse un atteggiamento non sufficientemente “pulito” ed “onesto”. La parola-cardine che usò per definirlo fu “lascivo”.

Personalmente mi aspettavo questo discorso, perché ero perfettamente consapevole dei sentimenti di affetto-conflitto che vivevo nei confronti di Sara. Quello che mi spiazzò profondamente fu il fatto che gli stessi sentimenti venissero manifestati anche da Marina, una ragazza che non si era mai troppo avvicinata all’ambiente del Centro (aveva preso parte ad una sola serata, con risultati, per lei, non entusiasmanti) e nei cui confronti io ero felice di poter esprimere, anche in senso fisico, una ritrovata affettività, sulla quale lei non mi aveva mai mostrato riserve o dubbi. Non so se fu il fatto di sentirmi respinto in un angolo, non so se fu il fatto di veder rinnegate, a cagione di una mia presunta “mancanza di purezza”, le dure conquiste che avevo raggiunto negli ultimi mesi, ma provai e vissi una sensazione atroce di rabbia, di conflitto, di rifiuto, di sensi di colpa. Interpellai rabbiosamente anche Marina, ci incontrammo, e da parte sua trovai un muro, un inatteso atteggiamento di critica nei miei confronti di gran lunga peggiore di quello di Sara (che almeno aveva imparato ad analizzare i propri sentimenti e a mettersi in discussione), legato ad accuse di effettuare ricatti affettivi, di avere atteggiamenti manipolatori, di essere invadente. Tutte cose che mi sembrarono decisamente immotivate (in fin dei conti, se avere contatti fisici con me – poggiarle una mano sulla schiena, o prenderle una mano – le dava tanto fastidio, avrebbe potuto semplicemente dirmelo, o astenersi dal vedermi. Inoltre, era convinta che io avessi delle aspettative sentimental-sessuali nei suoi confronti, cosa che la disturbava moltissimo, quando in quello stesso periodo ero pazzamente innamorato di un’altra ragazza, che non c’entrava niente, né con lei, né con il Centro Ueshiba, e non avevo per la testa nessun altro che non fosse lei)[17].

Questi fatti accadevano all’inizio di agosto del 1987. Successivamente, Marina e Sara partirono per le loro vacanze, il Centro Ueshiba chiuse per ferie e io rimasi da solo a Torino ad interrogarmi su di me, stretto tra rabbia e sensi di colpa, trovando solo un parziale sollievo nella lettura di “Gödel, Escher, Bach” di Douglas C. Hofstädter e in qualche giorno di gentile ospitalità, da parte di un’amica, in un cascinale dell’Astigiano.


Nello stesso tempo, qualcosa stava cambiando anche nelle situazioni che venivano vissute all’interno della palestra. Molte persone, come ho detto, si erano allontanate, altre si erano avvicinate. Si era formato un gruppo “intimo” che si raccoglieva attorno a Chandri, di cui io stesso facevo parte, formato prevalentemente di persone giovani, più portato alla danza, alla dinamica, al contatto fisico; un gruppo più allargato, invece, preferiva e condivideva il cammino della meditazione, nel senso classico del termine, e delle arti marziali. I due gruppi non furono mai rigorosamente separati, né c’erano ostilità o rivalità; purtuttavia, era naturale, per molte persone, protendere verso una direzione piuttosto che l’altra. Nello stesso tempo, a causa del fatto che le attività che svolgevamo fossero molto “rumorose” (sia per la musica a volume altissimo, sia per l’uso catartico della voce che si faceva – leggi: urlare le proprie crisi con quanto fiato si aveva nei polmoni) cominciavano a giungere proteste vivaci da parte dei condomini adiacenti alla palestra; in alcuni casi era anche sopraggiunta la polizia.[18] Inoltre, il Centro Ueshiba versava in una situazione economica molto dissestata, soprattutto per la grandissima disponibilità umana di Lucio, che anteponeva le urgenze delle persone alla loro solvibilità, col risultato che molti “si dimenticavano” costantemente di pagare il dovuto.[19]


La situazione degenerò progressivamente, fino al punto in cui Lucio fu costretto a chiedere a Chandri – la cui presenza ormai era diventata “disturbante” per troppe persone e troppe situazioni – di allontanarsi dal Centro; altrimenti la sopravvivenza del Centro stesso sarebbe stata in forse.

Il fatto, com’è facile comprendere, fu decisamente traumatico per molti, a partire dalla stessa Chandri, che ormai “abitava” presso il Centro e aveva creato un legame molto forte con Lucio. Oggettivamente un po’ tutti avevamo cominciato a vedere in Lucio una figura paterna, e in Chandri una figura materna, severa ma giusta; e sicuramente lei non aveva fatto nulla per smentire questo processo di identificazione, anzi incoraggiandolo (Lucio continuava a considerarsi fondamentalmente un maestro di arti marziali e un terapeuta). La serata degli addii fu molto dolorosa e commovente. Chandri non manifestò, nei confronti di Lucio, nessuna ostilità, almeno in quella fase; raccomandò a tutti di continuare ad amare quel luogo come si era sempre fatto, anche se lei non ci sarebbe stata più, e promise che avrebbe continuato le sue attività non appena avesse trovato un altro luogo idoneo.


Intanto, negli ultimi mesi del 1987, Sara si era fidanzata con Alberto, un mio amico che le avevo presentato tempo prima. Personalmente ero molto contento di questo fatto; entrambe erano persone che io stimavo molto – lui, come me, era un appassionato di musica classica, nonché una persona molto simpatica e molto generosa. Quello che mi sconcertò, verso la fine di quello stesso anno, fu il fatto che l’atteggiamento di Sara era diventato totalmente escludente nei miei confronti. Quando ci incontravamo in gruppo, mi salutava solo marginalmente; non mi telefonava quasi più; a fine dicembre, in pizzeria con una coppia di altri comuni amici, loro due (Sara e Alberto) invitarono questi amici in campagna per passare insieme Capodanno, e non si curarono minimamente della mia presenza né di estendere l’invito anche a me (di ritorno a casa, gli altri miei amici erano profondamente avviliti e mi chiesero molte volte scusa, io risposi loro che se qualcuno doveva chiedere scusa non erano certo loro due).[20] In ogni caso, non fu una delusione particolarmente disperante; fui ben contento di poter recuperare dei miei spazi personali (il rapporto con Sara era effettivamente diventato troppo soffocante da gestire anche per me) e di potermeli giocare con altre persone.


Chandri mantenne la sua promessa. Nei primi mesi dell’anno successivo (il 1988), un giro di telefonate ci invitò a raccoglierci presso “Perladanza”, nientemeno che una delle più importanti e più lussuose scuole di danza della città. Io mi ci recai lietamente, non prima di aver avvertito Sara, che non vedevo da almeno un mese. Ne avrei fatto a meno, ma provavo un senso del dovere nei suoi confronti e un senso di responsabilità nei confronti del gruppo.

Il posto, in effetti, era veramente splendido: molte sale, palchetti di legno, specchi, luci, ottimi impianti di amplificazione, il tutto in un antico palazzo del centro città. Lieti di poter essere stati accolti da simile luogo, cominciammo a lavorare contenti. Ovviamente c’era anche Sara.

Nel tempo trascorso senza vederla, in effetti avevo cominciato a mettere a fuoco alcune riflessioni su di lei. Principalmente il fatto che da parte sua, nei miei confronti, c’era (e c’era sempre stato) un atteggiamento bipolare: sicuramente una grande e generosa amicizia, ma anche un modo di sfida, di rifiuto (fisico), di castrazione. Il rifiuto si manifestava, da quando ci eravamo conosciuti, in svariati atteggiamenti (reagire aggressivamente se cercavo di farle una carezza, ecc.), l’atteggiamento di castrazione riguardava invece il fatto di sminuire e di svalutare, in qualche misura, i miei desideri e le mia aspettative sentimentali nei confronti di altre ragazze.[21] Fu per questo che volli incontrare da solo Sara, cosa che accadde a casa sua, ed esporle questi problemi. Volevo che quell’incontro fosse una sorta di “liberatoria”, in cui, una volta presa coscienza di una questione, ognuno, con l’animo più leggero avrebbe potuto continuare per la sua strada (il che non toglie che avremmo potuto comunque essere ancora amici). Le dissi di questa “energia negativa radiante”, di questo “scudo invisibile” che mi arrivava da parte sua, che io cercavo in tutti i modi di sopravanzare e di contrastare, in quanto lo sentivo come una sfida e un limite[22]. Lei prese atto delle mie parole, e mi disse che era vero, che in effetti da parte sua, lo ammetteva, un’ostilità c’era, anche se non riguardava strettamente me come persona.

Uscii da casa sua molto rasserenato. Alcune sere dopo, a Perladanza, avemmo una serata di euritmia musicale con Chandri. L’argomento capitò a fagiolo: era una serata catartica, ci si doveva dedicare, individualmente, alla liberazione dalla rabbia di certi propri vissuti. Io ebbi una catarsi violentissima, che mi permise di liberarmi, finalmente, di tutta la rabbia che provavo nei confronti di Sara (peraltro presente a quella stessa serata, insieme a Alberto; ma il fatto che la catarsi fosse stata individuale, e non indirizzata, non mi aveva obbligato ad indirizzarla fisicamente su di lei – in altre parole, non ne era stata direttamente coinvolta). Finalmente mi sentii liberato; alla fine della serata andai da lei e, in segno di pacificazione, la abbracciai forte e a lungo. Mi sembrò che lei accettasse di buon grado questo mio gesto di affetto (assolutamente non inconsueto, penso che a questo punto si sarà capito, nel contesto di quelle serate).

Accadde tuttavia che, ancora una volta, la violenta rumorosità degli eventi cagionò i suoi effetti. Per un paio di volte, anche a Perladanza intervenne la polizia, chiamata dagli inquilini del palazzo di fronte; e allora l’amministrazione della scuola di danza ci chiese di trasferirci in un’altra loro sala, più periferica e meno bella, ma coibentata acusticamente e quindi adatta alle attività rumorose.


Avevo peraltro cominciato a nutrire qualche dubbio sul senso di quello che stavamo facendo in quelle serate. Quando eravamo al Centro Ueshiba, tutto in qualche misura aveva un carattere più istituzionale; la presenza di Lucio, uomo colto e saggio, era rassicurante e rasserenante; e soprattutto c’era una totale libertà, per tutti, di andare, venire, tornare. Nessuno era vincolato, né sotto il profilo economico (come si è visto), né sotto quello affettivo od emotivo. Al contrario, cominciai ad avere come l’impressione che stesse verificandosi una deriva in senso “settario”; la presenza di Bhagwan era sempre piuttosto marginale[23], ma personalmente cominciai a trovare piuttosto pesante l’atteggiamento di Chandri in cui chiedeva una presenza continua e una partecipazione alle serate (se qualcuno qualche volta mancava doveva giustificarsi), e il manifestarsi, inizialmente in sordina e poi poco per volta in maniera sempre più palese, di veri e propri ricatti affettivi (del genere “io faccio tanto per voi, e voi invece…”). Evidentemente Chandri si sentiva meno garantita di prima, ora che non era più in una situazione “protetta”, e quindi in qualche misura aveva bisogno del gruppo come strumento per sentirsi rassicurata e tutelata. Vedendo la situazione a posteriori, è rimarchevole il fatto che lei, pur essendo, per motivi personali e di vissuti individuali, ferocemente critica nei confronti della religione cattolica, in quel contesto cominciasse a fare uso degli stessi strumenti manipolatori propri di quel tipo di ambiente (fondamentalmente il controllo delle persone e della loro libertà attraverso la manipolazione del senso di colpa; compreso il grottesco “sentiti in colpa per il fatto di farmi sentire in colpa”).[24] Nella conduzione delle attività divenne progressivamente sempre più impositiva, se qualcuno non aveva l’atteggiamento e l’emotività che lei pretendeva, lo redarguiva duramente, e questo era incomprensibile in un contesto dove al primo posto ci sarebbe dovuta essere la più totale libertà di espressione (in una serata dedicata al “ridere” rimproverò un’amica perché non rideva abbastanza; a me invece urlava di non saper esprimere l’energia dei miei “chakra bassi”, nella fattispecie di non essere capace a muovere abbastanza le gambe). Cominciò inoltre a scivolare in una sorta di “mistica del gruppo”, con cui era sempre opportuno e doveroso confrontarsi in caso di problemi, anche personali. Inoltre, prese a prometterci, per il futuro, nel momento in cui saremmo stati pronti, indescrivibili “viaggi astrali”[25].


Ma la situazione precipitò alcuni giorni dopo.

Come ho scritto, la palestra dove andavamo a condurre le nostre esperienze era molto spartana, rispetto a quella centrale di Perladanza. Questo si verificava anche con riferimento alle docce e agli spogliatoi; quelli femminili (data l’abituale preponderanza del sesso femminile nelle scuole di danza) erano ampi e ben strutturati; quello maschile era poco più di un ripostiglio, con un’unica cabina-doccia, strettissima. Noi maschietti eravamo una decina.

Su iniziativa di uno di noi, una sera, si decise di fare un’irruzione negli spogliatoi-docce delle donne, e impadronirci delle loro docce. Non è che la cosa mi entusiasmasse più di tanto, purtuttavia, per spirito di gruppo, partecipai anch’io. In fin dei conti, non era altro che una goliardata stile “Animal House”.

Le ragazze (tra cui c’era la stessa Chandri) non ne furono particolarmente sconvolte. Io (che tra l’altro ero anche sprovvisto di occhiali che mi ero tolto per fare la doccia, e quindi ci vedevo decisamente poco) mi ritrovai per caso vicino ad Sara, che mi guardò, anche lei, più stupita che sconvolta. Eravamo tutti e due completamente nudi. Le chiesi, scherzosamente, se voleva che le lavassi la schiena; lei, senza irritazione, mi disse che se l’era già lavata. Poco dopo ci rivestimmo, ci salutammo e tornammo a casa.


L’evento spiacevole accadde la sera successiva. Poco prima di uscire per andare alla consueta serata di euritmia musicale[26], mi telefonò Alberto (che la sera precedente non c’era). Gli risposi con totale affabilità e fiducia; come già detto, eravamo amici di vecchia data e, dopo i recenti chiarimenti con Sara, non provavo per lui rancore nei confronti degli episodi accaduti alla fine dell’anno precedente.

“Ciao Alberto, come va?”

“Va che ad Sara la schiena gliela lavo io”.

“Ma… stai scherzando?”

“No, non scherzo. Tu Sara la devi lasciare in pace, o io TI FRANTUMO!”


Gli riattaccai il telefono in faccia, sconvolto. Il primo pensiero e l’ultimo che mi si affacciò alla mente fu quello di affrontare la questione assieme a Chandri e al gruppo, che avrei visto quella sera stessa.[27]


Ci vedemmo in palestra un paio d’ore dopo. Io volevo arrivare per primo, per informare Chandri della vicenda, ma purtroppo non ce la feci. Trovai lei, Sara e Alberto seduti su un divanetto. Sara e Chandri parlavano animatamente, Alberto, da parte sua mi guardò con uno sguardo che mi sembrò più di terrore, che di rabbia.[28] Richiamai anch’io l’attenzione di Chandri, e le chiesi di parlarle. Lei mi disse di sì, ma quando finì di parlare con Sara non mi venne a cercare. Dovetti farlo io, e mi rispose brevemente che conosceva già la questione, gliel’avevano riferita, ne avremmo parlato durante la serata.


Una tecnica comune, all’interno dei seminari e delle serate, era, quando due persone avevano dei conflitti tra di loro, farli inginocchiare l’uno davanti all’altro, appoggiati su dei cuscini (ottimi per esprimere la propria rabbia, come diceva il fumetto di Lauzier che ho già citato) e fargli dire l’un l’altro tutto quello che avevano da dirsi, mentre il gruppo ascoltava gli interlocutori e li sosteneva emotivamente. In questa fase, è opportuno che il terapeuta intervenga il meno possibile. Quanto a noi, le cose non si svolsero, purtroppo, propriamente così.


Dapprima fu il momento di me e di Sara. Lei affermò che era profondamente offesa per il mio comportamento della sera prima nella doccia e che io non dovevo pretendere nulla da parte sua. Cadde poi in catarsi, urlando “Tu non devi pretendere niente da parte mia, perché non sei tu il mio uomo! Solo lui mi può toccare! Lui e nessun altro! E la devi finire di farmi sentire in colpa! E ne ho abbastanza di tutte quelle mani che mi toccano tutta…” (E qui fece il gesto di toccarsi tutta, in maniera ossessiva e angosciata, con un’insistenza e un’invadenza che sicuramente io non avevo mai avuto da quando ci conoscevamo). Il momento per me fu terribile. Mi misi a piangere. Chandri mi chiese se avevo qualcosa da dire (a tua discolpa, direi, sottinteso, visto che l’evento stava assumendo, almeno nella mia mente, i tratti di un processo). Io dissi che tutto questo non mi sembrava giusto, in quanto non avevo certo voluto abusare della situazione, e quell’infausta battuta, “vuoi che ti lavi la schiena” l’avevo detta solo per rompere il ghiaccio e l’imbarazzo (con Sara ci conoscevamo da molti anni, ma nessuno dei due aveva mai visto l’altro nudo). Soprattutto, dissi che ero profondamente stupito di quello che lei aveva fatto, ovvero andare a raccontare a Alberto un fatto che (oltre ad essere oggettivamente del tutto irrilevante) non lo riguardava minimamente, provocando la sua rabbia furiosa e gelosa. Mi stupì ancora di più il fatto che lei, a sua volta, dimostrasse stupore per questa mia aspettativa (evidentemente dava per ovvio il fatto di riferire immediatamente a Alberto i suoi disagi).[29]

Poi fu il turno di Alberto, che mi disse, anche lui, ora di nuovo con una rabbia a stento trattenuta, che Sara io dovevo lasciarla stare, perché ora era la sua ragazza. Io da parte mia gli chiesi (con meno forza di quanto avrei voluto, peraltro) di rispettare i vissuti che avevo con Sara.

Chandri mi chiese perché continuassi ad avere atteggiamenti sbagliati nei confronti di Sara, e io, rifacendomi alle cose che ci eravamo già detti in altro contesto, dissi che l’avevo detto, mi sentivo sfidato, respinto. Allora fu lei che mi dette delle manate, come se anche lei mi allontanasse brutalmente da sé, mi disse “Cosa provi?” E allora fui io ad andare in catarsi[30]. “Non farlo”, le gridai, “non basta tutte quelle che l’hanno fatto verso di me? Non anche tu!” Io volevo parlare ancora di me e di Sara, spiegare quello che provavo, quello che era successo, ma Chandri me lo impedì. “Basta!” e mi tolse la parola. Furono i miei amici, gli stessi che mi avevano portato, un anno e mezzo prima, alle serate al Centro Ueshiba e all’Istituto Vivendi, a raccogliermi e a consolarmi.

Il gruppo, peraltro, per quella tendenza semplificatoria già menzionata più sopra, era convinto che io fossi innamorato di Sara, e non corrisposto, quando invece io ero profondamente innamorato, ma di una ragazza che non c’entrava niente con il gruppo e con quelle esperienze (e questo lo sapevano sia Sara che Chandri che molte delle persone presenti).

Chandri, a questo punto, mi richiamò sui cuscini, e mi mise di nuovo a confronto con Alberto. Chiese a lui se provava ancora tanta rabbia, e lui disse di no, ora non più. “Vedi”, disse, “quando si capiscono le ragioni della rabbia e si comprende il disagio degli altri, la rabbia va via da sola e eccetera eccetera…” Poi, rivolgendosi a me: “Se Sara per te è una sorella, lui per te chi è?” “Un fratello?” azzardai io. (“Bravo, risposta esatta! Un applauso per il nostro campione!” Sarebbe stato divertente, ma non lo disse nessuno, nessuno aveva voglia di ridere). Con tutta la simpatia che, prima di quei fatti, avevo sempre provato per Alberto, non lo avevo certo mai immaginato come un fratello. Peraltro, quando uscii dalla scuola di danza, la mia “sorella” e il mio “fratello” se n’erano già andati senza salutarmi.

Comunque quella che per tutti doveva essere una “pacificazione” c’era stata, il problema doveva essere considerato risolto e archiviato. Io però ne uscii sconvolto, e molto peggio sarebbe stato se non avessi trovato l’appoggio immediato dei miei amici (una di loro, una ragazza carissima, mi invitò a casa sua quella notte, a dormire con lei. Mi tenne abbracciato per tutta la notte mentre io continuavo a piangere senza singhiozzi).


Ero sempre più convinto che in tutto questo ci fosse qualcosa che non andasse. Ebbi l’impressione che Chandri non avesse avuto alcun interesse per il mio disagio e per il mio dolore (e men che meno per come si fossero effettivamente svolti i fatti), utilizzando la situazione – e, ovviamente, me – come strumento per convalidare le sue tesi, la sua posizione all’interno del gruppo, il suo ruolo di guida e di capo carismatico. Per me non era affatto facile rendermi conto di questo, perché lei continuava ad essere, invariabilmente e sopratutto, la persona che mi aveva fatto scoprire e capire, con le sue mani e le sue attività, mondi e realtà a me fino ad allora sconosciute, e non riuscivo a conciliare in lei la positività di tutto questo, con la negatività di un atteggiamento, poco per volta me ne rendevo conto sempre di più, ferocemente moralistico, piuttosto sessuofobico e terapeuticamente approssimativo (vedi anche i precedenti dei suoi comportamenti nei seminari). Continuai a prendere parte alle attività di euritmia musicale, ma con sempre più dubbi e con sempre meno convinzione. Gestire i miei sensi di colpa nei confronti della fisicità e della carnalità, oltre tutto, diventava sempre più oneroso. Danzando nelle serate esprimevo la mia energia. Ma era un’energia “giusta” o “sbagliata”? Com’è che, nel momento in cui avevo scoperto di avere un corpo ed avevano cominciato ad uscire le mie energie, quelle stesse energie, mi sembrava, risultavano inaccettabili da parte di coloro che dovevano esserne i principali destinatari, cioè le donne? Allora erano energie sbagliate? Era “giusto” o “sbagliato” toccare gli altri, manifestare i propri sentimenti? Esprimersi col corpo era giusto, o offensivo? era forse sbagliato il modo in cui io lo facevo? Mi veniva detto che dovevo muovere di più le gambe, stimolare i chakra bassi, della sessualità, ma come facevo a trovare il modo giusto di farlo? E se l’avessi fatto in modo sbagliato, sarei stato ancora offensivo, lascivo, invadente?[31] Sarebbe stato tutto questo diverso, se io fossi riuscito a esprimere le energie giuste? E quali erano le energie giuste? Cos’è sbagliato? Cos’è giusto? Avevo una ragazza; per un mese, dopo questi fatti, non riuscii più ad avere rapporti sessuali con lei.

Ma voglio ricordare, con affetto e gratitudine, la vicinanza di uno dei ragazzi del gruppo, a cui non ero nemmeno legato da particolare amicizia, che venne a trovarmi a casa per parlarmi da solo a solo, e dirmi che, per poter evitare che fatti di quel genere avessero avuto a verificarsi ancora, e per trovare accoglienza e dolcezza da parte delle ragazze, avrei dovuto “rafforzare la mia componente maschile”. (Su che cosa diavolo fosse la “componente maschile” avevo le idee molto confuse. Ma apprezzai lo stesso).


Comunque, nemmeno per Sara e Alberto le cose si conclusero lì. Alla serata che ebbe luogo una settimana dopo, dichiararono che non sarebbero più venuti, in quanto non se la sentivano (soprattutto lui) di reggere le cose che accadevano in quel contesto, e vennero durissimamente rimproverati da Chandri come persone incapaci di prendersi responsabilità verso sé stessi e verso il gruppo, eccetera (io non ero presente, tutto questo mi fu riferito al telefono da Sara – telefonata che mi sorprese assai, visto che pensavo che non mi avrebbe cercato mai più. Ma evidentemente, nel momento del bisogno, aveva ancora bisogno di sostegno). Chandri aggiunse anche che il fatto di fare le docce in comune, accettare la nudità reciproca, sarebbe stato una “prova”[32]. Al che, Sara continuò a partecipare, senza Alberto; ma non fece più la doccia, dopo le serate, in quanto, a suo dire, non voleva tradire la sua fiducia (più veritabilmente, lui gliele aveva proibite).


Ma fui io, da lì a poco, che presi la decisione di andarmene, di lasciare il gruppo. Mi rendevo conto che avevo un bisogno assoluto di riconquistare una mia autonomia, di percorrere la mia strada. Anch’io, come altre persone (mi venne riferito), ero stato peraltro biasimato per il fatto di non essere sempre presente; Chandri disse che non avevo un atteggiamento corretto nei confronti del gruppo[33]. Quando comunicai la mia decisione, Chandri fu molto irata, com’era prevedibile e come prevedevo. Ma mi disse anche, magnanima, “Se vuoi andare, và, io non ti trattengo”. Dopo la fine della serata, quando andai a salutarla, mi dette (e di questo le fui grato) un bel viatico: “Le cose che hai imparato qui non andranno perdute”. E in effetti, così è stato.


Io tornai al Centro Ueshiba, dove si continuarono i seminari di sensibilizzazione (ora Lucio era affiancato da una signora dolcissima, che, soprattutto, era una vera psicoterapeuta professionalmente abilitata) a cui prese parte, in un’occasione, anche Alberto (e volle che ci fossi anch’io con lui). Sempre al Centro cominciai a praticare l’Aikido, che mi permise di conoscere un altro modo di essere e di gestire il corpo. Anche gli amici che mi avevano portato in quelle situazioni si distaccarono poco per volta da Chandri e dal “gruppo”, così come Sara[34]. Non so, oggi, dove sia Chandri e cosa faccia. Invece il Centro Ueshiba esiste ancora, e penso che Lucio continui ad esercitarvi con successo le sue attività.


Peraltro mi ci volle molto tempo per razionalizzare tutto quello che era accaduto, e in particolar modo per acquisire nel profondo la consapevolezza che le mie responsabilità, riguardo a certe situazioni di disagio che ero stato accusato di aver provocato, erano molto limitate (il distacco necessario a redigere il documento in cui analizzai sotto un profilo fenomenologico questo ed altri miei vissuti collegati, la Fenomenologia delle ragazze sporche, riuscii a trovarlo solo molti anni dopo, nel 1997).


Che valutazione finale dare a tutta questa vicenda? Inutile negare che per me rappresentò una fase importantissima della mia vita e della mia crescita. Imparai a riconoscere forze e valori che prima d’allora non avevo mai conosciuto: la cosapevolezza di quanto arduo e difficile, ma anche immensamentre gratificante, sia applicare il verbo dell’oracolo di Delfi “Conosci te stesso”; la consapevolezza che al mondo, effettivamente, esistono cose che non si possono descrivere con le parole, né comprendere con i mezzi dell’intelletto. Cominciai ad imparare ad esprimere la mia affettività.


Questo in via diretta.


In via traslata, quest’esperienza mi insegnò anche (e soprattutto) l’essenziale, inestimabile valore della libertà individuale e del non sottostare ai condizionamenti; l’importanza di non creare legami proiettivi e di non delegare ad altri la gestione della tua vita; la cosapevolezza che, alla fine, qualsiasi cosa ti venga detta e qualsiasi rimprovero ti venga mosso, il giudice ultimo delle tue azioni sei e resti tu stesso.


Sicuramente Chandri, al di là delle sue qualità di natura, era una persona del tutto inadatta e per certi versi immatura per il ruolo che voleva gestire, soprattutto per la maniera con cui si faceva dominare dalla sua parte emotiva, per il rifiuto orgoglioso dell’intelletto e dei valori della cultura (nonostante un’intelligenza anch’essa fuori dal comune), e per la grande incapacità, all’epoca dei fatti, di non farsi condizionare dai suoi vissuti (difetto piuttosto grave in una persona che si qualifica come terapeuta). Tuttavia, nonostante tutti i guai che ha combinato a me e ad altri, le sono riconoscente per le cose belle che mi ha fatto scoprire (e che sono state alla base di altre cose belle che altre persone mi hanno fatto scoprire, dopo, e che allora non potevo nemmeno immaginare).


Perché oggi ho rimesso le mani e il pensiero a quei giorni e a quelle persone lontane?


Fondamentalmente perché per caso, alcuni mesi fa, sono approdato al sito di Alessia Guidi, in cui ho letto le pagine dedicate a Bhagwan-Osho, che mi hanno risvegliato lontani ricordi ed emozioni. La notte successiva, mentre al mio fianco la donna che amo dormiva, nella mia mente, come un film, scorrevano serene le impressioni, le immagini e gli stati d’animo di quei giorni lontani. E allora ho voluto farmi un regalo di Natale, scrivendo queste pagine.


Oggi, in queste lontane memorie, non c’è più sofferenza (sorprendentemente non ho sofferto a scriverle, come temevo, né a mettere a fuoco ricordi e frasi ormai sbiadite dal tempo); questo scritto non ha un’istanza liberatoria e/o confessoria, come si potrebbe pensare. Sono fatti e momenti che posso guardare come se fossero pagine di un romanzo, anche se sono, incommensurabilmente, miei.[35]


Mentre dentro di me maturavano le idee sulla forma che avrei dato a questi pensieri, mi sono interrogato molte volte circa l’opportunità di utilizzare o meno i veri nomi delle persone cointeressate nella vicenda. Avrei potuto farlo tranquillamente e legittimamente, dal momento che ho raccontato fatti realmente accaduti che riguardano la mia vita.

Ho invece deciso di omettere i nomi reali, delle persone e dei luoghi, per togliere a me stesso e agli eventuali lettori il sospetto che io, con questo scritto, volessi punire qualcuno per qualcosa, e per evitare che esso diventasse un atto d’accusa, visto anche che nessuno dei fatti esposti, per fortuna, riveste rilievo penale[36]. Oggi per quei fatti e nei confronti di quelle persone non provo (quasi) più rabbia, bensì comprensione e in alcuni casi riconoscenza (la compassione preferisco lasciarla ai cristiani). L’unico rimpianto sta nel fatto di non aver saputo difendermi subito dal male che mi è stato fatto, nei toni e nei modi che la situazione avrebbe meritato.


Se, tuttavia, qualcuna delle persone interessate avrà occasione di leggere questo scritto e si riconoscerà sotto un nome fittizio, spero che possa trovare nelle mie parole non amarezza né rimproveri, bensì, se ne avrà ancora bisogno, un valido aiuto per capire, crescere e maturare.



POSTFAZIONE



Bhagwan era quello che si dice “un illuminato”. Che cosa sia di preciso l’illuminazione, non lo so; scientificamente, credo non lo sappia nessuno. Si può definire con buona approssimazione come uno stato allargato della coscienza, che permette di avere una percezione del mondo, della vita e della morte più totale, più completa e più vera di quella che è possibile avere con i sensi comuni. Si dice che tutti i grandi Maestri dell’umanità fossero illuminati. Buddha era l’Illuminato per definizione, e forse anche Gesù e S. Francesco lo furono. Molti dei grandi “santoni” orientali contemporanei – Krishnamurti, Satyananda, ecc. - si dice che siano o siano stati illuminati. Nell’Occidente contemporaneo c’è stato un solo “illuminato” riconosciuto, un mistico vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento di nome Gurdjeff.

Ora, sembra che gli “illuminati” siano dotati di una forza e di una energia radiante poderose, che il solo star loro vicino, in qualche misura, conferisca un senso di pace e di tranquillità, che basti solo questo a dare una percezione del mondo potenziata e sensibilizzata. Ed è questo che parrebbe spiegare il loro potere e il loro carisma. Non solo: a detta di tutti coloro che hanno conosciuto personalmente Bhagwan, anche di quelli più critici nei suoi confronti, lui sembrava sempre sapere e comprendere tutto, della persona che gli stava di fronte, come se lo avesse sempre conosciuto e lo conoscesse da sempre.

Quello che sorprende, comunque, è il fatto che, nonostante sia così raro ottenere l’Illuminazione, moltissime persone, in tutto il mondo, la cerchino disperatamente; in qualche misura, da quello che ho letto, tutti i discepoli di Bhagwan-Osho, che frequentavano il suo ashram a Poona e poi lo seguirono in Oregon, erano sedotti da questa prospettiva, ne facevano il loro obiettivo come altri fanno del loro obiettivo il fatto di diventare ricchi, o di mettere su famiglia. Inoltre, sembrerebbe che per arrivare all’Illuminazione sia indispensabile attuare dei comportamenti di distacco dalle cose terrene, di resa, di rinuncia, in modo particolare al proprio ego.

Ora, personalmente non riesco bene a comprendere perché mai l’ego, la propria identità, il proprio essere debba essere dipinto sotto una luce così negativa. Non trovo affatto spiacevole o sbagliato avere una propria identità, un buon senso di sé, potersi dire “io ci sono, io esisto, io sono un soggetto di diritto, titolare di diritti e di doveri; sono bello, sono forte, sono vivo”. E anche questa magica Illuminazione, non riesco bene a capire perché debba essere tanto seducente, al punto che ci sono state persone che hanno abbandonato tutto ciò che avevano e che erano per mettersi a cercarla. Il mondo ci offre un’infinità di cose belle che ci possono far star bene – la natura, il cielo, il sesso, i computer e Internet, le passeggiate in montagna, l’arte, la buona cucina, i gatti e molto altro – e sinceramente non mi riesce di comprendere per quale motivo si debba cercare, nonostante questo, una “risposta totale”, che oltre tutto può significare anche una pericolosa rinuncia a molte delle cose che si sono faticosamente conquistate nel proprio cammino esistenziale. Infine, non sono affatto sicuro del fatto che la “parola” allontani dalla verità o la nasconda. La mia idea, oggi, è che la “parola” – che sia discorso logico, scientifico, racconto, poesia, preghiera, o qualsiasi altra cosa – non è verità, ma può avvicinare alla verità, o può allontanarne, a seconda dell’uso che se ne fa[37]. Esattamente come qualsiasi altro strumento di conoscenza – compresa la stessa meditazione, statica o dinamica che sia. Ma, in ogni caso, anche il perseguimento della verità (intesa come ente metafisico) è una scelta, non obbligatoria né tantomeno indispensabile per vivere bene.


La scoperta sconcertante, che si è manifestata nella vicenda di Bhagwan, sta nel fatto che non è affatto vero che gli Illuminati – Gesù, Budda e compagnia bella - non abbiano, o non abbiano più un ego[38], siano infallibili, siano lo specchio di ogni purezza e perfezione. E’ una seduzione del cuore e della morale, pensare che al mondo possano esistere uomini perfetti e puri, e che tutti noi, con un po’ (o un po’ molto) di sforzo possiamo diventare come loro; ma non è così[39]. In questo senso, Bhagwan non faceva eccezione; anche lui aveva un ego, che probabilmente si esprimeva, più che nel possesso di oggetti materiali (nonstante le ottanta Rolls-Royce), nell’adorazione costante e continua dei suoi adepti, in questo sogno di onnipotenza che lo portò a lasciare l’India per gli Stati Uniti, ad abbandonare lo status di maestro per rivestire quello di Dio di una nuova religione, il Baghwanesimo[40].

Ma non è di questo che voglio parlare. Mi preme di più sottolineare quali fossero i meccanismi di controllo psicologico che nell’ambito degli adepti di Bhagwan, comprese anche le situazioni che mi coinvolsero alcuni anni fa, erano molto presenti e praticati.


Annullamento e svalutazione dell’Io, abbiamo detto. La psicologia, nelle sue varianti reichiana e umanistica, era molto presente nel mondo di Bhagwan (vedi l’importanza che avevano le pratiche bioenergetiche, ribattezzate “meditazione dinamica”, e le terapie di gruppo). Tuttavia, in molte situazioni – e malgrado il continuo invito, da parte di Bhagwan, di liberarsi dai vincoli della colpa e della morale per essere liberi davvero, per ricuperare la propria e vera essenza profonda - essa nei fatti diveniva, più che un aiuto per vivere meglio, uno strumento per mettersi perennemente in discussione, e tutto in qualche misura concorreva a questo; chi provava dei disagi doveva per forza avere dei motivi negativi per provarli, e fondamentalmente la causa veniva ricondotta al suo ego; egli era costretto a mettersi immediatamente in discussione, e ciò diveniva immediatamente un meccanismo di “colpa” (se sto male è colpa mia, se qualcuno o qualcosa mi ferisce o mi offende è colpa mia, se mi ammalo è colpa mia, io sono nello sbagliato, eccetera). Il problema è che questo tipo di atteggiamento psichico –la disponibilità a cercare in sé il proprio errore e il proprio male in una chiave di colpa/redenzione, piuttosto che di conoscenza/risoluzione del conflitto - equivale a mettere spontaneamente e deliberatamente una pistola carica da usare contro di noi nelle mani di chiunque abbia la possibilità e la capacità per farlo. E il prodotto immediato di questo stato di cose non può essere che uno: il ricatto affettivo, ovvero il complesso di Edipo come è stato riscritto negli studi di Erich Fromm, in cui l’aspetto sessuale (quello su cui si era concentrato Freud) perde di importanza, a fronte di quello sociale del controllo e del potere sulla persona (ovvero uno scambio: libertà versus sicurezza, in primo luogo affettiva ma anche economica, sociale, ecc.). Per chi “sbagliava” c’era durezza, recriminazione, punizione. Per chi si “rimetteva sulla retta via” scattava immediatamente il perdono e la riaccoglienza; il tutto, adeguatamente coordinato in complesse dinamiche di gruppo (che era perennemente un gruppo di terapia). E nella mente di molti, tutto questo diventava niente altro che un pedaggio inevitabile da pagare sulla strada del progresso verso l’Illuminazione, la “terra promessa” che avrebbe fornito tutte le risposte e tutta la felicità; o, più semplicemente, uno strumento per ritrovare l’indispensabile supporto affettivo del gruppo e delle persone, senza il quale diventava del tutto impossibile vivere.


Voglio riportare qui alcune pagine del libro “Ultimo gioco” di Kate Strelley, che esemplificano molto bene quello che sto dicendo. Kate, all’epoca giovanissima (doveva avere una quindicina d’anni), dopo essere già stata a Poona, nell’ashram indiano di Bhagwan, viveva in una comune di sanyasi in un sobborgo di Oxford. Le dinamiche di gruppo, qui magistralmente descritte, sono molto vicine a quelle che vissi io nel gruppo di Chandri (forse solo un po’ meno estreme – per fortuna non diventammo mai una “comune”).


“(…) In generale andava­mo d'accordo. Ma, periodicamente, un membro della comune veniva scelto come capro espiatorio (un metodo che vidi poi usa­re anche all'ashram) sul quale tutti scaricavano le proprie frustrazioni e ostilità. Queste esplosioni non avvenivano mai perché una persona si comportava in modo davvero strano: piuttosto, nel giro di una settimana o dieci giorni, ci si trovava presi in una specie di consapevolezza collettiva negativa che poneva la futura vittima al centro dell'attenzione generale. Dopo un po' tutti cominciavano a notare delle cose di questa persona e la criticavano.

L'esempio più chiaro di questo meccanismo è il caso di Rajive. L'intera faccenda ebbe origine perché Sangeeta pensava che Anu, la moglie di Rajive, dovesse dormire con altri uomini, in modo da poter «crescere». In tutta la sua vita Anu non era mai stata con nessun altro, a parte Rajive.

Sangeeta, che era una donna molto potente e con una volontà molto forte, aveva l'abitudine di pensare che se vedeva qualcosa che secondo lei doveva cambiare, lei era nel giusto e l'altra persona non poteva far altro che essere d'accordo. La situazione era complicata. Persino io, che ero ancora piuttosto ingenua a proposito di rapporti, mi rendevo conto che parte del gioco di Sangeeta consisteva nel fatto di creare una situazione per Anu, che però avrebbe stabilito un precedente per tutta la comune e così avrebbe permesso anche a lei, Sangeeta, di rendere il suo rapporto con Vipul più libero e di andare con altri. In pratica stava manipolando Anu e Rajive per operare un cambiamento nella comune da cui lei avrebbe tratto vantaggio.

Se Rajive sgridava sua figlia, Sangeeta mi diceva: «Penso che sia stato terribilmente duro con lei, mi chiedo quale sia la vera causa della sua rabbia». Dopo un po' tutti controllavano Rajive e facevano domande anche sulle più insignificanti delle sue azioni. Inevitabilmente, il bersaglio di tanta attenzione negativa divenne paranoico e si mise sulle difensive, cosa che non fece altro che aumentare l'attrito. In un certo senso io mi rendevo conto di quello che stava succedendo, ma continuai lo stesso a far parte del gioco. L'ultima cosa che volevo era che l'energia fosse trasferita su di me, perché era una cosa che faceva paura: muoverti in casa tua e sentire questa energia piena di rabbia che cresce attorno a te è terrificante. Per me era più facile partecipare a questo gioco al massacro che cercare di contrastarlo e rischiare di esserne travolta insieme alla vittima.

La situazione arrivò al culmine una sera durante una «riunione di famiglia» a cui dovevano partecipare tutti i membri della comune. Ogni volta che qualcuno usava l'espressione «riunione di famiglia», si poteva essere sicuri che ci sarebbe stata qualche discussione da fare oppure che qualcuno stava per essere messo con le spalle al muro.

Mentre questo accadeva, in India (e di riflesso in tutti i centri Rajneesh del mondo) si stava scoprendo il gruppo «senza limiti». Qualunque tipo di autoespressione si verificasse nel gruppo, andava bene. Così quella sera ci sentimmo liberi di attacca­re Rajive.

La riunione era nel soggiorno: all'inizio ci furono delle chiacchiere e risatine che tradivano tutto il nervosismo e la tensione di un gruppo di persone che aspettavano solo che qualcuno lanciasse un petardo in mezzo a loro. Tutti sapevano che sarebbero successe delle cose spiacevoli, si trattava solo di vedere quando. Il soggiorno era piccolo e dava l'impressione di una pentola a pressione con tutte le persone stipate dentro ad aspettare, aspettare... Rajive era seduto su una vecchia poltrona e Anu aveva messo una vecchia sedia di legno vicino a lui. Il suo sguardo si spostava rapidamente da Sangeeta a suo marito: chiaramente sapeva cosa stava per succedere, ma altrettanto chiaramente non sapeva quale sarebbe stato il risultato finale. Tremava visibilmente. In seguito capii che tipo era: era una di quelle persone che prima facevano di tutto per spingere la situazione fino a quel genere di confronti diretti, per poi assistervi contorcendosi le mani e negando ogni responsabiltà.

Sangeeta, per darle ciò che le è dovuto, creava la situazione ma poi la portava fino in fondo senza tirarsi indietro. Quella sera stava in piedi vicino al caminetto e guardava tutti quelli che entravano come un'insegnante che affronta una classe potenzialmente turbolenta.

Ci furono alcune osservazioni generali sull'andamento della comune, poi Sangeeta diede fuoco alle polveri: «Rajive, ho notato che sei davvero negativo».

Lui si agitò a disagio nella poltrona. «Be', io non mi sento negativo.»

Al che qualcun altro osservò: «Ecco, è proprio questo che vogliamo dire. Vedi? Non riesci neanche a guardarti dentro. Rispondi immediatamente senza neanche pensarci».

«Guarda il modo in cui stai seduto», aggiunse un altro, «il linguaggio del tuo corpo dice tutto.»

Dopo di che fu come una colletta, a cui ognuno dava i suoi due centesimi di contributo e con sempre maggiore veemenza. Io stavo là seduta e sentivo l'astio che c'era nell'aria: era del tutto sproporzionato rispetto alla situazione.

Rajive era un bersaglio facile: ammiccanti occhi azzurri, sempre pronto allo scherzo, forte accento «cockney». Aveva sempre una serie di barzellette da raccontare, era cordiale e affettuoso e odiava i confronti diretti di qualsiasi tipo. Spesso pensavo che fosse uno dei membri più saggi della comune, perché riusciva a prendere la vita per il suo verso e a ridere delle sue stranezze.

Guardandolo dal mio angolo vicino al caminetto, vidi che incominciava a tremare e questo mi spaventò ancora di più: chiaramente aveva capito che le cose stavano degenerando. Cercò di rendere la situazione inoffensiva dicendo: «Sentite ragazzi, se voi la pensate a questo modo va bene, però non mi state dicendo in modo preciso quale sia il problema».

Lui e Anu erano seduti vicino al tavolo dove c'era un vassoio con il té, che veniva sempre servito a queste riunioni. All'improvviso Anu afferrò la bottiglia del latte dal vassoio e la fracassò in testa a Rajive urlando come una pazza.

Rajive fece un balzo dalla poltrona: per fortuna la bottiglia andò in frantumi senza tagliarlo e senza provocargli grossi danni, anche se il latte era schizzato dappertutto. Anu lo afferrò e cominciò a prenderlo a pugni. Anche Sangeeta e alcuni degli altri si misero a picchiarlo. Seema venne da me tremando e mi abbracciò. Intanto Anu continuava a gridare: «Non ti lasci mai andare! Sei sempre così teso! Non sei in contatto con i tuoi sentimenti!»

Erano tutti quanti isterici. Il cane, che era molto attaccato a Rajive, era impazzito: abbaiava e tentava di mordere tutti e nessuno in particolare. Io ero sotto choc e spaventata, perché mi identificavo con Rajive. Lui non era il tipo che esplodeva con urli e strepiti o lacrime ogni volta che provava un'emozione. Riusciva a elaborare queste emozioni, imparare da esse, e allo stesso tempo andare avanti con le solite faccende della vita.

Seduta sul pavimento, mi resi conto che al posto di Rajive avrei potuto facilmente esserci io: già stavo camminando sul filo del rasoio per il fatto di voler mangiare da sola. Nel frattempo quelli più calmi stavano avendo la meglio. Anu stava ancora colpendo Rajive, ma Vipul, con l'aiuto di Kamul, aveva tolto Sangeeta dalla mischia e Vijay stava trascinando via Sunita. A parte Seema che stava ancora attaccata a me e Shikha che stava in disparte e urlava: «Smettetela! smettetela!», quasi tutte le altre donne stavano ancora flagellando Rajive.

L'aggressione finì all'improvviso come era cominciata. Rajive si sedette e si mise a piangere. Ben presto tutti si misero a piangere, tranne me. (Sono riuscita a piangere solo molto più avanti, dopo che avevo lasciato l'ashram.) Se fossi stata Rajive avrei detto agli altri: «Non riuscite proprio a capirmi». Quindi fui sorpresa di sentirgli dire, in lacrime: «Avete ragione. Avete ragione». La mia prima reazione fu di pensare: Cosa c'è che non va in te? Poi, altrettanto velocemente, iniziai a chiedermi cosa non andava in me, che non riuscivo a capire come tutte queste persone potessero colpire fisicamente qualcuno e fargli anche dire che avevano ragione.

Tutti cominciarono ad abbracciare e baciare Rajive e poi ad abbracciarsi e baciarsi tra loro. Io mi sentivo sempre più estranea all'intera scena: Seema mi stava ancora tenendo stretta, ma io ero a malapena consapevole della sua presenza. Mi sentivo confusa come qualcuno che si trova nel bel mezzo di un film complicato e cerca di capirne la trama. Gli altri erano tutti passati attraverso questo processo in cui avevano accusato e maltrattato Rajive, poi lui si era accusato e adesso tutti si perdonavano e si abbracciavano. Io non capivo.

Più tardi compresi cos'era successo. Tra di noi dicevamo che l'essenza di Bhagwan era in ognuno di noi, il che significava che era anche la nostra essenza. Ci avevano insegnato che se in noi c'era un bottone che qualcuno poteva schiacciare, non dovevamo identificarci con la persona che schiacciava il bottone, ma con il fatto che il bottone veniva schiacciato. In una situazione di confronto diretto tutto veniva ricondotto al sé, come dire: l'altra persona non c'entra, si tratta di me e del modo in cui la prendo. Nel mio caso, se ero rimasta là a tremare voleva dire che ero io ad avere dei problemi: il fatto che tutti gli altri fossero momentaneamente impazziti non c'entrava nulla.

Incominciai a esaminare le mie reazioni, chiedendomi: perché sono state create queste emozioni? Come ti poni tu davanti a queste emozioni? Chi sei adesso che hai provato questa emozione? Chi sei tu adesso che non la provi più?

Entravamo completamente nell'emozione, nell'esperienza di quella emozione e poi la superavamo. Ma imparammo anche a riconoscere in noi i meccanismi che ci permettevano di evitare di dover elaborare le emozioni. Riuscivamo a dire: «So dove mi porta questo» e ad arrivare direttamente alla fine, da cui poi ci sforzavamo di fare un altro passo avanti.

La maggior parte della gente non fa altro che seguire all'infinito gli stessi modelli di comportamento emotivo: all’ashram vivevamo in modo così intenso che cercavamo sempre di distruggere questi modelli e di scoprire nuove informazioni su noi stessi. Le preoccupazioni di ogni giorno che mantenevano le persone al di fuori dell'ashram ancorati al loro mondo avevano molto poco a che fare con noi. Noi eravamo sempre impegnati a cercare di liberarci da queste «ancore».

Inoltre, la maggior parte delle persone della casa erano dei terapeuti e non solo in collegamento con Bhagwan (cosa che dal mio punto di vista già conferiva loro una incredibile autorità), ma anche agli occhi di tutta la Gran Bretagna. Per quanto ne sapevo io, qualunque cosa facessero o dicessero, avevano assolutamente ragione. Da allora ho capito che molto spesso la gente si fida più di un terapeuta che delle proprie emozioni. So che alla comune io accettavo il fatto che loro sapessero meglio di me come comportarsi nella vita. In un certo senso sentivo che c'erano delle lezioni importanti che potevo imparare solo continuando a stare con loro.

Ma da quel momento in poi cominciai anche a capire cosa voleva dire vivere in una situazione comunitaria con un'atmosfera di totale tensione e paura, cercando allo stesso tempo di afferrare ogni possibile esperienza positiva. E per me c'erano davvero delle cose molto positive alla comune, malgrado i problemi. Forse la più positiva fu quella di rendermi conto all'improvviso, mentre ero ancora nel mio angolo del soggiorno, che la paura poteva anche essere il mio problema ma che avrei potuto cambiare. Non dovevo più sottostare ai capricci della sorte. Questo mi diede un'inaspettata sensazione di calma. Sentivo di poter affrontare qualsiasi cosa mi fosse capitata. Era come aprire una porta su un altro strato del mio essere e intendevo esplorare la persona che c'era al di là.

Il risultato immediato di quell'esplosione fu che Rajive ammise di voler cambiare compagna, proprio come Anu. Lo scontro aveva eliminato la tensione dall'aria e tutti tornammo alle nostre occupazioni.”


Va anche rimarcato il fatto di quanto, nonostante le premesse di astensione dal dominio dell’Io e dal culto del possesso e della personalità, gli esiti di queste politiche psicosociali fossero invece terribilmente in linea con i peggiori aspetti della società e della grande impresa moderna. Negli ashram, a Poona e altrove, si lavorava a ritmi intensissimi, dodici ore al giorno per sette giorni, e si veniva pagati, quando ciò avveniva, in buoni pasto; si era costantemente invitati a rinunciare alla propria identità, a comprendere di non essere nulla, ad “arrendersi” in Bhagwan; e, nonostante ciò, tutti erano straordinariamente motivati, non risentivano di stress o di disagi, perchè questa era “la volontà di Bhagwan”, tutto era “per il bene di Bhagwan”. Nessuno si riteneva in diritto di sapere “cosa stesse succedendo”, di chiedere o di cercare garanzie – chi ci provava veniva redarguito per la sua mancanza di fiducia, o l’attaccamento all’ego – né, a coloro che venivano allontanati o spostati di mansione, si sentiva il bisogno di fornire motivazioni o spiegazioni. Peraltro, e questo non può non sorprendere, la maggior parte degli adepti di Bhagwan erano persone colte, libere, benestanti, professionalmente affermate; non propriamente i soggetti che, per ignoranza o scarsa forza di volontà, potrebbero essere ritenuti più sensibili alla manipolazione psichica. Il culto della personalità, ai tempi dell’Oregon, acquisì una dimensione ciclopica, con un diffusissimo merchandising di oggetti ispirati a Bhagwan. Rajneesh era diventato un marchio registrato da mettere su ogni genere di prodotto (a leggere le descrizioni, sembra che, quanto a mercificazione totale, Disneyland scomparisse al confronto di Rancho Rajneesh, la città-comune dell’Oregon). La maggior parte delle attività aveva un prezzo, ed era molto alto. Esisteva anche una dimensione di spionaggio e di delazione interna, o tra adepti. C’era perfino una compagnia aerea, la Air Rajneesh. Mettete al posto del “prodotto” Bhagwan un qualsiasi altro prodotto, un hamburger o un’automobile, e ritroverete lo stesso modello di business riprodotto migliaia di volte nella nostra società globale…

L’errore che molti fecero, e che forse anch’io feci nei confronti non di Bhagwan ma di Chandri, fu l’illusione di cercare la perfezione in un essere umano, presumendo che possa esistere un essere umano totalmente buono e perfetto, mandato da Dio per insegnare il buono e il giusto agli uomini, a cui delegare la propria identità e le proprie scelte. Bhagwan, forse involontariamente, con la sua incredibile vicenda esistenziale ci ha rivelato che non è così, che nessun uomo, nemmeno se “illuminato”, più essere alieno da cupidigie e passioni, paure e desideri. Ogni persona coniuga in sé cose buone e cattive, lati luminosi e lati oscuri, e ognuno deve saperli accettare in sé e negli altri. Penso che sia cosa saggia imparare ad accogliere le cose belle e utili che ci possono venire insegnate e mostrate dagli altri, lasciando perdere ciò che non ci serve, o che non ci piace. Oggi possiamo ritenerci fortunati, perché le cose migliori di Bhagwan le possediamo ancora, e sono contenute nei libri che raccolgono i suoi discorsi; se ci sforziamo di ignorare le inutili foto della sua faccia furbastra che campeggiano sempre sulle copertine, altro tributo al culto della personalità, nonché l’uomo che li pronunciò, e le sue azioni.



DOCUMENTI CORRELATI

Fenomenologia delle ragazze sporche

Tranches de Vie - terapia di gruppo (Lauzier)



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NOTE


1 Non voglio certo mettere in discussione il valore culturale degli autori che ho citato. Ma forse era l’uso che ne facevo io – la ricerca di risposte esistenziali – a non essere molto corretto.

2 Qualcuno mi aveva detto che Lucio aveva tre lauree. Non so se fosse vero, ma certo è una delle persone più colte che io abbia mai conosciuto.

3 E’ chiaro che Lucio non faceva certo affermazioni così totalitarie. Ero più che altro io, aggrappato furiosamente a mie protocertezze, a vedermi messo in crisi da qualsiasi ragionamento che non fosse allineato con esse.

4 A livello fisico-affettivo ero evidentemente molto bloccato, ma non lo sapevo ancora.

5 In effetti, io Marco non l’ho mai conosciuto in maniera approfondita, per cui non voglio manifestare, sulla sua persona, idee negative (probabilmente era veramente un abile terapeuta). Certo è che l’Istituto Vivendi, per come era costruito e arredato, non mi aveva dato impressioni particolarmente positive; mi sembrava molto “pubblicitario” e “commerciale”. Sono tornato per caso in quegli stessi locali una decina d’anni dopo; Marco e l’Istituto Vivendi non c’erano più, al loro posto c’era una normalissima palestra di body building, in cui alcune persone si picchiavano forsennatamente con una tecnica a metà strada tra la boxe e il karate.

6 Questo tipo di dinamica – gli entusiasti che cercano di convincere gli adepti – è proprio, come ben si sa, delle strutture del cosiddetto multilevel marketing. Tuttavia, a scanso di equivoci, vorrei affermare che le dinamiche non erano affatto le stesse – non c’era alcun atteggiamento forzoso di convincimento o di manipolazione. Chi si entusiasmava e aderiva lo faceva liberamente e spontaneamente. I prezzi, poi, non erano particolarmente alti – un training, della durata di un fine settimana, costava, se ben ricordo, L. 300.000 nel 1987, dove altrove, per esperienze analoghe, si dovevano già sborsare milioni.

7 Si trattava di un abbraccio molto particolare, piuttosto comune in quel tipo di dinamiche: seduti a terra a gambe incrociate, la posizione evitava il contatto diretto tra gli organi sessuali delle due persone ma consentiva comunque lo scambio di energie e di tenerezze. Oggi lo definirei un po’ ipocrita (un valzer ben danzato è molto più comunicativo), ma ai tempi mi sembrava una cosa bellissima.

8 La musica “New Age” non era ancora diventata genere, per cui si faceva molto uso di autori tipo Vangelis, Jean-Michel Jarre, eccetera).

9 Come ho già scritto, all’epoca ero emotivamente molto bloccato; le emozioni mi facevano paura, temevo di perdermi e di non rispondere più delle mie azioni.

10 Si trattava, occorre puntualizzarlo, di qualcosa di molto diverso – decisamente più forte ed intenso – dalla “biodanza” di Rolando Toro, che sta tanto ottenendo successo in questi ultimi anni negli ambienti cosiddetti New Age.

11 Ho poi scoperto in seguito che molto del bagaglio culturale di Bhagwan si rifaceva al pensiero occidendale di Wilhelm Reich e della psicologia umanistica. Io stesso lessi i suoi libri trovando molto interessanti e giuste le cose che scriveva. Su quanto esse fossero materialmente attuate, da lui e dai suoi discepoli, questo è un altro discorso, su cui la discussione è aperta… (Vedi a questo proposito l’esaustivo documento Osho, Bhagwan Rajneesh e la Verità Perduta, dal sito di Alessia Guidi).

12 Rimpiango il fatto che io, all’epoca, non fossi sufficientemente malizioso e voyeurista da apprezzare in maniera adeguata le coppie di ragazze, spesso molto belle, che nei momenti culminanti delle serate si lasciavano cadere sui cuscini e cominciavano ad accarezzarsi e a baciarsi in bocca tra loro.

13 La mia unica riserva non sta tanto nell’efficacia della terapia, quanto nel fatto che non tutte le persone, per mancanza di tempo o scarsa organizzazione (ad esempio sui tempi e il numero dei candidati, a volte eccessivo), erano “supportate” nello stesso modo dai terapeuti e/o dal gruppo. Il gruppo, inoltre, tendeva a ricondurre i disagi delle persone sempre agli stessi paradigmi (in qualche misura approvati dallo stesso gruppo), non necessariamente sbagliati, ma almeno in certi casi piuttosto limitanti. Un’interessante descrizione – sicuramente molto sarcastica, ma descrittivamente fedele – di questo tipo di terapia si può trovare nel fumetto di Gérard Lauzier “La psychothérapie de groupe”, pubblicato nel numero 10 della rivista di fumetti “Pilote” (1975) e ristampato nell’album “Tranches de vie”. Clicca qui per leggerlo!

14 E’ ovvio che non ho nessun elemento per sapere se le cose si fossero condotte esattamente nei termini addotti da Chandri, né voglio fare qui difese “d’ufficio” di Marco; sicuramente il rapporto che li aveva legati era stato molto complesso.
Pare comunque che Marco approfittasse un po’ della sua posizione carismatica per avere rapporti sessuali con alcune delle donne che entravano in contatto con l’Istituto Vivendi.
Onestamente, non riesco a nutrire riserve verso questo tipo di atteggiamento, nel momento in cui venga praticato con persone capaci di intendere e di volere; anzi, non escludo che al suo posto, e con le sue stesse chances, mi sarei comportato esattamente nello stesso modo.

15 Occorre anche dire che Sara continuava a non condividere gli aspetti più “sensuali” della vicenda che stavamo vivendo, e in particolare manifestava ostilità nei confronti di quegli uomini maturi, già menzionati in precedenza, che non facevano mistero della propria istanza esistenziale di essere in cerca fondamentalmente di sesso, meglio se con ragazze giovani e carine (e per i quali una situazione come quella proposta da Chandri e da Lucio era un terreno di caccia estremamente fertile). Razionalmente una parte di me, forse rimodellata sulla visione esistenziale di Sara – e di altre amiche – deprecava queste persone; un’altra parte, che cominciavo a sentire allora e che sento ancora di più oggi più profonda e più vera, li approvava e provava per loro simpatia.

16 Come si vedrà, solo successivamente ci saremmo resi conto di quanto fosse sbagliato, e vagamente neocattolico e confessionale, questo atteggiamento di “delega” ad una terza persona (nella fattispecie Chandri) della gestione dei propri conflitti.

17 La situazione di rabbia e di sconcerto in cui mi gettò quella vicenda può apparere incomprensibile, se non si riflette sul fatto che per anni e anni avevo dato a qualsiasi tipo di fisicità un valore moralmente negativo, e che questi atteggiamenti mandavano brutalmente in crisi le mie recenti scoperte, rispedendomi indietro in mezzo ai miei sensi di colpa. Inoltre, avvertivo confusamente che la connotazione generale degli atteggiamenti di cui venivo accusato aveva qualcosa a che fare con la violenza sessuale – far subire ad un’altra persona fenomeni fisici da lei non voluti che a te danno piacere – aumentando i miei sensi di colpa. La parola-chiave con cui Marina descriveva i miei stati d’animo era “ambiguo”.

18 E’ possibile, anche se non ho prove dirette di questo, che ci fossero state denunce da parte di persone che fossero rimaste traumatizzate dai seminari o dalle serate di euritmia musicale e avessero ravvisato in esse degli illeciti penali. (A questo proposito mi preme puntualizzare che al Centro Ueshiba non si sono mai verificati reati contro le persone, né contro la morale, né tantomeno contro il patrimonio).

19 In particolare, con una prassi assolutamente desueta nel mondo delle transazioni commerciali, dominato dal Sacro Principio di Diffidenza, Lucio consegnava ricevute firmate di avvenuto pagamento ancora prima di aver ricevuto i pagamenti stessi, spesso rateizzati.

20 Un mese prima era morto mio padre. Questo fatto mi aveva fatto trovare un grandissimo affetto e solidarietà da parte di moltissime persone, del Centro e non; mi stupiva peraltro che, solo un mese dopo, Sara non si facesse nessuna domanda sulla mia situazione emotiva di quel difficile momento.

21 Occorre dire che Sara era una ragazza molto insicura, e in qualche modo desiderava avere un controllo totale sulle presenze, soprattutto femminili, del nostro giro di amicizie, avendo cura che nessuna potesse metterla in ombra. D’altra parte io stesso mi sono chiesto molte volte perché mi fossi legato da amicizia così profonda nei confronti di una persona così problematica, i cui problemi erano in qualche misura speculari ai miei, con le conflittualità conseguenti, pur non mancandomi svariate altre possibilità di amicizia e/o di intimità con ragazze. Mi sono risposto che forse volevo rinunciare alla mia libertà di esistere, e ai rischi che questa inevitabilmente comporta, o forse volevo vincere una sfida (quella di farmi accettare, in senso fisico, da chi mi rifiutava).

22 In effetti, pur non essendo innamorato né fisicamente attratto da Sara, avrei avuto piacere di avere un rapporto sessuale con lei, in quanto avrebbe avuto per me un valore simbolico immenso; si sarebbe trattato infatti del superamento definitivo di questa ostilità sfidante, della mia totale e definitiva accettazione da parte del mondo.

23 Ogni tanto appariva una sua foto, ma la cosa non creava particolari emozioni.

Peraltro, nei discorsi di Lucio, Bhagwan era solo uno dei tanti punti di riferimento, assieme, come si è visto, a Buddha, Alberto l’Evangelista, Thomas Mann, Meister Eckhart, Kant, Paperino, eccetera. Per Chandri, egli era l’alfa e l’omega della sua conoscenza, delle cultura e della sua preparazione. Detestavo, peraltro, l’ostilità che lei aveva nei confronti della cultura (e che ogni tanto mi faceva anche pesare, dato che io passavo per un “intellettuale”, parola che peraltro odio) soprattutto a fronte del fatto che era una donna molto intelligente, e avrebbe tratto grande giovamento a tutti i livelli se avesse avuto l’umiltà di prendere un libro (che non fosse di Bhagwan) e leggere quello che c’era scritto dentro. Arrivò al punto di definire “canto gregoriano” alcuni episodi della musica di Vangelis, che con il gregoriano non c’entravano un piffero.

24 Scoprii poi che anche negli ambienti più vicini a Bhagwan, nonostante le bellissime idee libertarie e liberatorie che lui promulgava attraverso i suoi scritti e, penso, i suoi discorsi, si indulgeva sovente in atteggiamenti analoghi (cfr. l’interessantissimo libro “L’ultimo gioco”, di Kate Strelley, Sperling & Kupfer, 1988).

25 Anche questo atteggiamento, di rinviare indefinitamente al futuro il momento della Rivelazione, sembra essere comune a molte sette.

26 Le serate avevano luogo al martedi e al mercoledi di tutte le settimane.

27 Questo fatto testimonia la confusione mentale in cui mi trovavo in quel periodo. Una qualsiasi persona di buon senso avrebbe invitato il proprio interlocutore a calmarsi, lo avrebbe invitato in una birreria, e davanti a una birra gli avrebbe spiegato tranquillamente come stavano le cose.

28 Occorre dire che Alberto era molto più grosso di me, fisicamente parlando. La rabbia irrazionale che avevo sentito esprimere al telefono mi aveva preoccupato non poco – sebbene sapessi che era una persona profondamente gentile d’animo, e non avrebbe mai fatto del male a nessuno, tanto meno a me.

29 Molti mesi dopo, quando con molta più tranquillità mi fu possibile ritornare a parlare con Sara di quei fatti, mi disse che era stato soprattutto l’atteggiamento della famiglia di lui, immediatamente messa al corrente della cosa – una famiglia estremamente perbenista e moralista – a mettere in discussione la moralità di Sara (e la sua affidabilità come futura moglie di lui). Sara disse anche che le era completamente sfuggito il fatto che l’invasione delle docce fosse stata un evento di gruppo, ma aveva solo visto la mia presenza “materializzarsi” all’improvviso, nuda, al suo fianco (e meno male, aggiungo io, che non ero pure in erezione…)

30 Evidentemente il rifiuto (e la gestualità ad esso connessa) era per me inaccettabile in quanto mi richiamava dei vissuti familiari. E non ho problemi ad ammettere che Sara (e anche Marina) rispecchiavano per me delle figure parentali, così come le rispecchiavo io per loro (Sara, poi, sembra che fosse stata fatta oggetto di veri e propri abusi nella sua infanzia). Ma queste razionalizzazioni, in quei momenti giocati totalmente sull’emotività e la passione, non erano certo possibili. Come non era possibile per me sfuggire al senso di rabbia e di ingiustizia che un rifiuto, qualsiasi rifiuto, avevano.

31 Mi ha sempre colpito molto l’atteggiamento che le donne hanno nei confronti dei ragazzi handicappati mentali. Se il loro sviluppo mentale è fermo più sul versante dell’infanzia piuttosto che dell’adolescenza, fanno tenerezza, sono simpatici, vanno coccolati. Se, viceversa, la loro età mentale si colloca nello spazio evolutivo in cui avviene la scoperta della propria sessualità, e a questo si associa una comprensibile mancanza di capacità di controllo (nel senso che l’attrazione che provano per l’oggetto del loro desiderio, le donne, li porta a toccare, a baciare, o anche solo a guardare, in modo insistente e inequivocabile) allora vengono tributati sovente di reazioni irate, indispettite, disgustate, in quanto, evidentemente, il loro desiderio puro, non mediato da strumenti culturali o da freni morali, risulta sgradito e offensivo. Quando, sul lavoro o altrove, negli anni successivi mi resi conto di questo fatto, rividi in queste figure qualcosa del me stesso che, in quegli anni, ero per Sara o per Marina (del genere: va tutto bene se si comporta bene e non si “sveglia” troppo, altrimenti, da parte sua, sono comportamenti inaccettabili e biasimevoli, che devono essere contrastati, per farlo tornare ad essere un bambino ben educato che sa stare al suo posto…) Quello che mi sconvolse, e che gettò le basi della mia sfiducia in quello che stavamo facendo, fu scoprire che anche Chandri sembrava condividere questa posizione e deprecare i miei presunti atteggiamenti, anche se lei caldeggiava la mia crescita e il mio sviluppo, come “uomo”, in una direzione che però non mi era affatto chiara, e forse non lo era nemmeno a lei.

32 Il concetto di “prova” da superare era molto comune sia presso Chandri, sia anche presso Lucio.

33 Al Centro Ueshiba nessuno parlava di impegni e responsabilità; si andava solo se e quando se ne aveva voglia. Io, semplicemente, continuavo a comportarmi nello stesso modo.

34 Purtroppo il cammino di conoscenza interiore che Sara e Alberto avevano cominciato a percorrere in quelle situazioni si infilò ben presto in un vicolo cieco. Sara cercava disperatamente una ricetta che in qualche misura le assicurasse felicità e serenità, ma probabilmente la fatica e la sofferenza che questo tipo di percorso comportava furono troppo ardue per lei. Per cui assieme a Alberto cadde nella trappola del “buddismo” Soka Gakkai, quello che assicura qualsiasi risultato, spirituale o materiale (fosse anche vincere al lotto o scoparsi una fotomodella di AliceADSL) semplicemente con la pratica della recitazione continua dei sutra (per ulteriori informazioni in merito si può leggere la pagina di Carlo). Un anno dopo si sposarono (e io feci loro da testimone), per poi separarsi tempo dopo. Oggi ho perso le loro tracce.

35 Grazie ancora una volta, Pier Vittorio Tondelli; non mi hai mai conosciuto, ma mi hai insegnato a scrivere...

36 …Per quanto, in un atto unico teatrale che avevo scritto nel 1996, Il mostro (che non rendo pubblico per rispetto nei confronti del mondo, data la sua totale nullità contenutistica e letteraria), un personaggio domandava a un magistrato: “perchè c'è una legge che punisce la violenza sessuale, e non ce n'è una che punisca il rifiuto sessuale?”

37 Una massima di Bhagwan, molto citata dai detrattori della parola diceva: “Se tutto quello che hai vissuto può essere descritto a parole allora non hai vissuto niente”. Ma (tralasciando il fatto che questa massima, come tutti i suoi discorsi, è fatta di parole) ritengo che la parola ha comunque una forza evocativa immensa, se ben utilizzata. Probabilmente essa non sostituirà il vissuto, ma in qualche modo lo rimodellizzerà.

38 A questo proposito raccomando ancora la lettura di Osho, Bhagwan Rajneesh e la Verità Perduta.

39 D’altra parte, andiamo! Uno che andava in giro dicendo “Io sono la via, la verità e la vita, non si giunge al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14,6), come si può sinceramente credere che fosse una persona priva di ego?

40 A questo proposito, vale la pena considerare il fatto che Chandri e gli altri del gruppo che in qualche modo erano o erano stati collegati a Bhagwan non avessero assolutamente messo in discussione la loro fede e la loro appartenenza, nonostante i fatti gravissimi che si erano già verificati da alcuni anni in Oregon.