La pagina della musica
PEDANTERIA MUSICALE:
la mania al limite del
patologico di voler classificare
musica e musicisti all’interno
di categorie infinitesimali:
“I Vienna Franks ci offrono
un ottimo esempio di
revivalismo folk acido
metropolitano bianco con
influenze ska”.
(Douglas Coupland,
Generazione X)
Introduzione
Questa
pagina non sarà un saggio di storia della musica, né
avrà il fine di raccontare le mie improbabili, se non più
probabilmente inesistenti, esperienze musicali. Tanto meno per
offrire collegamenti a quelle risorse del Web che non hanno certo
bisogno di essere individuate, perché già facili da
trovare e da identificare.
Voglio
semplicemente offrire una serie di links e di documentazioni a
situazioni o personaggi particolari del mondo della musica (o della
mia storia musicale), affinché possano essere utili a qualcuno
ed essi stessi raccontare una storia, forse.
Le note sono linkate; le raggiungerete cliccando sopra ai numeri. Cliccando sul numero della nota
tornerete al testo principale.
Kraftwerk: l’origine di tutto (per me).
Partiamo
dalle origini… della mia personale cultura musicale: la musica
elettronica, il mio primo amore.
Si
tratta di un genere che all’epoca era per pochi iniziati, anzi:
quasi clandestino. Erano gli anni – gli anni Settanta –
in cui furoreggiava il rock anglo-americano, prima psichedelico, poi
sinfonico e, per concludere senza gloria, punk-new wave. Pochi erano
al corrente del fatto che al mondo ci fosse anche qualcosa d’altro.
Nemmeno io, all’inizio
E
infatti fu una grande sorpresa, scoprire da qualche parte ci fosse
qualcuno che non indugiava in schitarrate furiose, che non riteneva
un dovere professionale strafarsi di sostanze varie e tenere i
capelli lunghi mezzo metro, che aveva voglia di cantare qualcosa di
diverso dalle solite menate d’amore, di protesta o di
solitudine esistenziale, e lo facesse in una lingua che subito mi
sembrò più amica dell’incomprensibile e modaiolo
idioma inglese: i Kraftwerk.
Fu
infatti Radio Activity (o, meglio, Radio-Aktivität)
il primo LP che comprai nel lontano 1976, per la smodata cifra di
5.500 lire e alla veneranda (dico sul serio: all’epoca mi
sentivo molto vecchio) età di 13 anni. E ricordo anche un
pomeriggio alla Biblioteca Civica, con in mano un dizionario di
tedesco che cadeva a pezzi, a cercare di tradurre faticosamente (ma
con qualche successo) i testi di una lingua che, apparentemente
incomprensibile, mi si rivelava poco per volta armonica essa stessa
come una dolce musica. E poi questo strano viaggio, partito da
un’autostrada (Autobahn, uno dei loro primi dischi;
ancora adesso, ogni volta che vedo un birillo per la segnalazione di
lavori stradali, di quelli a strisce bianche e rosse, mi viene subito
un flash del mitico gruppo) per poi arrivare, attraverso radio
valvolari, treni trans-europe-express e robot vari, ai computer di
Computer World, macchine che oggi farebbero ridere i polli, ma allora
erano un sogno proibito per tutti.
Ecco
qua un piccolo elenco di risorse Internet sui Kraftwerk.
Siti
ufficiali:
http://www.kraftwerk.com/
Sito ufficiale (in lingua inglese, occorre Flash 5)
http://www.kraftwerk.de/
Sito ufficiale (in lingua tedesca, anche qui occorre Flash 5)
http://www.kraftwerkFAQ.com
Le Faq sui Kraftwerk; sito non ufficiale sviluppato da un tecnico
dell’Università di Birmingham
http://www.webring.org/cgi-bin/webring?ring=kraftwerk&list
Kraftwerk Webring: da questa pagina si può navigare a tutti i
siti dedicati ai Kraftwerk.
Nella
loro arte, sebbene non particolarmente visibile, i Kraftwerk
mettevano sempre una certa qual dose di ironia, leggibile forse solo
fra le righe: vedi il consueto adagio inglese “Home sweet home”
che diventa “Ohm sweet ohm” (dove l’ohm è
l’unità di misura della resistenza elettrica) e la loro
partecipazione ad un concerto antinucleare, dopo aver
appassionatamente esaltato e cantato la radioattività;
l’esaltazione “tecnologica” di oggetti che
all’epoca dei fatti, tecnologicamente parlando, non erano certo
più l’avanguardia, tipo le radio a valvole o i treni; o,
per un certo periodo, il loro look ostentatamente anni Trenta, cosa
che li fece accusare dai soliti politicizzatori di simpatie
nazifasciste…
Una
memoria anche per l’inaspettata citazione che dei Kraftwerk
fanno i fratelli Cohen, nel loro bel film “Il grande Lebowsky”:
alla scombinatissima e ingarbugliatissima azione prende parte anche
un gruppo techno-rock tedesco, che si chiama “Autobahn”.
Direi che sull’allusione non possono sussistere equivoci…
In
effetti, dell’importanza storica dei Kraftwerk ci si rese conto
solo a posteriori, quando si realizzò che essi erano stati gli
antesignani della musica techno e house, nonché della totale
autosufficienza del mezzo elettronico (anche se non credo lo fecero
mai, parlavano di mandare in giro i loro robot a fare concerti al
posto loro) rispetto all’evento live, alla musica eseguita e
vissuta in altri contesti. Cosa che con la diffusione del computer,
lo sviluppo delle piattaforme midi ed i software musicali sempre più
evoluti, ha avuto gioco fin troppo facile.
In
quegli stessi anni, avevo comprato un piccolo libro del compositore
Armando Gentilucci, dal titolo “Introduzione alla musica
elettronica”. Speravo che in esso si parlasse veramente
di musica elettronica, ma, invece, tutto quello che vi trovai furono
accenni storici a momenti ed episodi già trascorsi da molti
anni: Varèse, Cage, Stockhausen, lo studio di fonologia della
Rai, le sperimentazioni di Berio, Maderna, Nono. I quali componevano
pezzi, tanto per dire, per “flauto, pianoforte, violino, e
‘nastro magnetico’”… Ohibò, da quando
in qua il “nastro magnetico” è uno strumento,
peraltro elettronico? Al massimo possono essere strumenti quelli che
ci vengono incisi sopra. E “lo” strumento della musica
elettronica, il sintetizzatore, il cui magico nome veniva pronunciato
dai pochi adepti della nostra setta con un tono di deferenza misto a
un fremito di libidine, come veniva affrontato? Semplice:
“L'uso
dei sintetizzatori elettronici, che inserisce effetti sonori
nuovi, e degli amplificatori, crea situazioni d'ascolto notevolmente
più complesse e interessanti. Al di là dei mezzi
timbrici nuovi, degl'impasti inediti e quindi della maggiore
disponibilità "materica" che contrassegna la musica
pop sta però la somma dei nessi grammaticali e
linguistici tradizionali: melodia, tonalismo o quanto meno
modalismo diatonico, armonia basata su accordi elementari, ritmo
simmetrico-continuativo (non si dice ovviamente del sistema
temperato). Essi, nella produzione etichettabile all'insegna del
consumo, anche in quella artigianalmente scaltrita, restano
pressoché completamente intatti, dovendo assolvere a ben
precise funzioni di conservazione culturale, di invito alla passività
e di integrazione acritica rispetto al mondo così com'è.
(…) Non a caso i sintetizzatori di piccola portata
sono dotati di una tastiera dove puntualmente si ritrovano le
consuete dodici note del sistema temperato.”
Tradotto
in un linguaggio più cristiano significava: “il
sintetizzatore ha una tastiera come quella del pianoforte, e oggi
a che serve mai, se non a indulgere nell’atteggiamento
conservatore e reazionario di tenere in vita il morto, ovvero il
sistema tonale?”
Dopo
aver visto così da siffatto pulpito umiliare il proprio amore
ci si andava a nascondere in un cantuccio, piangenti, pieni di
vergogna e di sensi di colpa, e solo dopo ci si sarebbe interrogati
sul fatto che quelli erano gli anni in cui tutto, anche un paracarro,
doveva essere progressista, e se non lo era, era sicuramente
reazionario; sarebbe inoltre insorto il dubbio che forse T.W.
Adorno poteva anche essersi sbagliato…
Eppure,
l’oscuro oggetto del desiderio rimaneva sempre lui, il
sintetizzatore. Con la sua tastiera simil-pianoforte, va bene. Ma
anche con quelle sue consolles immense, piene zeppe di bottoni,
levette, cavetti, lucine … (Anche qui la citazione di un film,
“Saranno Famosi”, il primo e l’originale. Al
provino per essere ammesso nella mitica scuola di arti dello
spettacolo, il ragazzo monta davanti alla commissione una montagna di
strumenti elettronici. Un professore si rivolge alla sua vicina e
dice: “Ma questo vuole diventare musicista o pilota d’aereo?”
Dio, come avremmo voluto essere al posto di quel ragazzo…)
Il
sintetizzatore si basa sul principio dell’amplificazione
elettrica dei suoni. Il principio, cioè, che è alla
base di qualsiasi riproduzione sonora: quella radiofonica, quella
discografica o digitale, quella dei concerti rock. Come sappiamo,
nella riproduzione o nell’amplificazione la voce o il suono di
un qualsiasi strumento viene raccolto da un dispositivo in grado di
trasformare le onde sonore in impulsi elettrici, il microfono. Gli
impulsi elettrici, opportunamente trattati ed amplificati (e
eventualmente archiviati su nastro magnetico), metteranno in
movimento un altro dispositivo, l’altoparlante, che li
trasformerà di nuovo in suono.
L’idea
geniale che era alla base del sintetizzatore, e di tutti gli altri
esperimenti legati al suono “artificiale” (di cui parla
anche Gentilucci nel suo saggio), fu riconoscere che non era affatto
necessario un generatore naturale di suoni all’inizio della
catena – la voce umana o un qualsiasi strumento tradizionale -,
ma gli impulsi elettrici potevano essere creati dal nulla con
appositi dispositivi, fondamentalmente oscillatori e generatori di
rumore. In questo modo si sarebbero prodotti suoni “inesistenti”,
che non ricordavano nulla di già udito da orecchio umano (e
infatti se ne fece uso e abuso nella cinematografia di fantascienza –
almeno fino a Guerre stellari, quando invece si ritornò
ad una tradizionale grande orchestra).
Il sintetizzatore organizzava opportunamente una batteria di
oscillatori, generatori e filtri, rendendoli pilotabili dalla tanto
vituperata tastiera temperata.
E’
curioso notare, comunque, come il sintetizzatore (o meglio, come lo
si chiamava per antonomasia, il “Moog”, dal nome del suo
inventore, Robert
Moog) non sia stato
il prodotto di una impellente necessità espressiva dei
musicisti, come è accaduto per altri strumenti figli della
storia (come il pianoforte, ad esempio, o la chitarra elettrica), ma
sia stato invece sviluppato all’interno di laboratori
elettroacustici da ricercatori tecnico-scientifici,
e solo successivamente i musicisti ne abbiano fatto lo
strumento della loro creatività (è per questo che in un
altro punto di questo sito ho scritto che il sintetizzatore “ha
scritto la storia”). Infatti i primi musicisti che utilizzarono
il sintetizzatore collaboravano strettamente con i suoi creatori;
così ad esempio David
Borden,
così la molto più celebre Wendy
Carlos. Fu Wendy
Carlos (all’epoca era un uomo e si chiamava Walter) ad avere
l’idea di trascrivere composizioni classiche col
sintetizzatore, non per imitare gli strumenti tradizionali,
ma per scoprire cosa sarebbe successo, cosa avrebbero avuto da dire
di nuovo queste composizioni, peraltro già sentite e
strasentite, se nella loro tessitura fossero fioriti timbri affatto
nuovi.
Fu così che nacquero i due dischi Switched-on Bach I e
II, in cui le fluide polifonie di Bach si prestavano
magistralmente ai suoni delle nuove macchine; fu per questo che un
altro grande visionario, Stanley Kubrick, affidò proprio a
Carlos il compito di comporre le musiche per il suo film Arancia
meccanica (ecco qui alcune
interessanti documentazioni
sull’argomento).
Altri
“pionieri” dell’uso del sintetizzatore in campo
classico furono Isao
Tomitae Kraft &
Alexander (a causa della trascrizione di Tschaikowsky e Beethoven
fatta da questi ultimi, ebbi un violento diverbio epistolare con il
critico musicale Luigi Fait, che l’aveva duramente attaccata
dalle colonne del mensile “Stereoplay”. Tra l’altro,
qualcuno possiede qualche informazione su di loro? Nemmeno Internet
mi ha restituito qualcosa, oltre a quell’unica, spettacolare
incisione…).
E
adesso, ecco un po’ di links e documenti:
Dal
meccanico al virtuale.
Appunti di storia degli strumenti musicali “tecnologici”
che hanno precorso il sintetizzatore.
http://www.moogmusic.com
. Il sito ufficiale dei sintetizzatori Moog. Chi vuole può
ancora comprarsene uno. Io non ho avuto il coraggio di guardare il
listino prezzi, fate un po’ voi…
http://arts.ucsc.edu/ems/Music/equipment/synthesizers/
analog/moog/Moog.html
Dal Dipartimento di Musica Elettronica dell’Università
di Santa Cruz, importanti documentazioni tecniche dedicate al
sintetizzatore Moog.
The
rise and fall of the Arp Sinthesizer. I sintetizzatori ARP
furono la grande alternativa ai Moog. In questo prezioso documento,
estratto dai miei archivi, e di cui non ricordo l’origine,
interessanti delucidazioni su queste rare macchine, di cui si era
dotato anche lo studio di Musica Elettronica del Conservatorio di
Torino. Il documento è in PDF; se non si apre spontaneamente, fate click sul link col tasto
destro del mouse (sinistro se siete mancini) e scaricate il file
cliccando su “salva oggetto con nome”. Per aprire il file
occorre Acrobat Reader.
http://www.synthzone.com/
http://www.vintagesynth.com/
http://www.synthmuseum.com/
Tre importanti siti dedicati ai sintetizzatori, con gigabytes di
preziosissime documentazioni, links, manuali tecnici, demo in MP3, e
tanto altro… Entrate col dovuto rispetto, siete in luoghi
sacri.
Si è scritto più sopra che il suono elettronico venne
giocoforza associato alla fantascienza e al suo luogo più
tipico, lo spazio (del resto, erano proprio gli anni in cui il primo
uomo camminava sulla Luna). Fu questa associazione di idee che fece
sensazionalisticamente definire i musicisti tedeschi che più
utilizzarono le sonorità elettroniche, tra cui gli stessi
Kraftwerk, corrieri cosmici.
In realtà, di veramente “cosmico” nella loro
musica c’era ben poco; al contrario, in linea con lo spirito di
quegli anni si indulgeva molto sul meditativo, sullo psichedelico,
sul terreno (Irdisch), sia pure vissuto con un afflato
mistico-panteistico, o sul trascendente. Basti guardare i titoli dei
primi dischi dei Tangerine Dream, “Atem” (Respiro) o
“Electronic Meditation” (vabbè, c’è
anche un più spaziale “Alpha Centauri” ma
sorvoliamo); o i titoli dei brani, “Asche zu Asche”
(Cenere alla cenere), “Geburt” (nascita, parto),
“Fauni-gena”… Altri autori, come i Popol Vuh o gli
Ash Ra Tempel, avrebbero dato alla loro musica, in buona parte (ma
non esclusivamente) elettronica, un’impronta ancora più
mistica od esoterica. Un altro “corriere cosmico”, Klaus
Schulze, all’apice del suo successo fece la scelta molto
“terrena” di comporre la colonna sonora per Body Love, il
film di un celebre maestro della pornografia, Lasse Braun.
In
tutti questi casi, in ogni modo, ci si allontanava moltissimo dalle
ritmiche e dalle tematiche della musica pop e rock di quegli anni.
L’assenza, nella maggior parte dei casi, di strumenti ritmici
rendeva spesso questa musica una sorta di rarefatto “tappeto
sonoro” da cui si sarebbe poi sviluppato, soprattutto grazie a
Brian Eno, in concetto di musica Ambient.
Ciò
che invece sorprende è il fatto che gli strumenti
supertecnologici inventati dall’altro lato dell’Oceano, i
Moog e gli Arp, venivano sfruttati al massimo delle loro possibilità,
per quell’epoca, al centro dell’Europa, e in modo
particolare in una nazione e in una città – la Germania
e Berlino – che vivevano le ben note situazioni di chiusura e
di divisione (nonché di industrializzazione serrata e
inquinante, e poco dopo di terrorismo – gli anni di piombo, die
Bleijahre), un po’ come se gli sterminati campi di ricerca
che i sintetizzatori aprivano potessero rappresentare una sorta di
“via di fuga”, di Atem purificatore. L’altra
faccia di questo mondo, meno meditativa e più tecnologica, e
che di fatto avrebbe avuto la maggiore importanza storica, fu quella,
già richiamata, dei Kraftwerk, considerati a posteriori tra i
precursori del genere techno e industriale.
Paradossalmente,
invece, negli Stati Uniti lo spazio privilegiato della musica
elettronica continuava (e continua a tutt’ora) ad essere
prevalentemente quello accademico, dei Conservatori e dei
dipartimenti d’arte delle Università.
Ecco
qua qualche link utile:
http://www.electronicmusic.it
Un sito italiano dedicato alla musica elettronica, un buon punto di
partenza per ulteriori navigazioni.
ACEL
– Acoustic and Electronic Research GroupIl
sito del gruppo A.C.E.L. (ACoustics and ELectronics research group)
del Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II
di Napoli. Moltissima documentazione in inglese e in italiano.
Assolutamente da leggere Il
gruppo AC.EL e la Computer Music in Campania,
di Giancarlo Sica, un prezioso documento pieno zeppo di utili
informazioni storiche ed estetiche non soltanto sulla musica in
Campania.
http://arts.ucsc.edu/ems/Il sito del Dipartimento di Musica
Elettronica dell’Università di Santa Cruz, California.
The
Electronic Music Foundation
Il sito della Fondazione per la
Musica Elettronica con sede ad Albany, N.Y. Una quantità di
documenti su musicisti altrimenti mai sentiti, e anche loro brani in
MP3 da scaricare.
http://www.amaule.fsnet.co.uk/index.htm
Un sito inglese dedicato al rock tedesco. Non molte informazioni, ma
bella grafica e le copertine dei dischi più importanti.
http://www.klaus-schulze.com/
Il sito ufficiale di Klaus Schulze. Moltissima documentazione
interessante.
http://www.tangerinedream.org/
Il sito ufficiale dei Tangerine Dream.
http://www.ashra.com/
. Il sito ufficiale di Ashra (e degli Ash Ra Tempel).
http://www.haraldgrosskopf.de/home.html
Il sito ufficiale di Harald Grosskopf, il percussionista che lavorò
con Schulze e gli Ashra.
http://www.eberhard-schoener.de/
Il sito ufficiale di Eberhard Schoener, altro “corriere
cosmico” che, molti anni prima degli Enigma, ebbe l’idea
di mettere insieme sintetizzatori e canto gregoriano. (In seguito è
diventato un famoso compositore di musiche cinematografiche e
televisive, compresa la colonna sonora dei telefilms polizieschi
della serie “Derrick”).
http://caitlyn.port5.com/
Una simpatica informatica americana che detesta Microsoft e ha
l’hobby di allevare “fuzzies” (non ho capito che
diavolo siano questa specie di toponi allungati, guardate un po’
voi). Interessante la pagina della musica, decisamente in linea con
ciò di cui stiamo parlando.
Erano
anni, quelli, in cui soprattutto in Europa si intrecciavano correnti
artistico-musicali alle quali le semplici ritmiche del rock non
bastavano più; c’era la necessità e il desiderio
di cercare qualcosa di nuovo, di sperimentare, di guardare oltre. Si
trattava di un panorama estremamente variegato, nel quale era
bellissimo abbandonarsi, e che oggi è praticamente impossibile
affrontare dettagliatamente se non si ha l’ambizione di mettere
insieme un saggio enciclopedico. Definendole in maniera forzatamente
approssimativa, citeremo qui alcune di queste correnti, rinviando
agli altri documenti in Rete, di seguito elencati, per i dovuti
approfondimenti.
Il
rock psichedelico, nato alla fine degli anni ’60, si ricorda
soprattutto per le coraggiose e ardite (allora come oggi)
sperimentazioni dei Pink Floyd; loro dischi come “A Saucerful
of secrets” o come il doppio “Ummagumma”
contenevano panorami musicali mai sentiti prima di allora,
ricchissimi di suggestioni visionarie e stranianti; conviene
menzionare una certa qual convergenza tra quei panorami e quelli che,
pochi anni dopo, avrebbero trovato in Germania, per opera
prevalentemente dei Tangerine Dream, il loro spazio.
Il
“Classical rock” invece cercava nuova linfa e nuovi
referenti in generi musicali più accademici, prevalentemente
quelli della musica classica. A volte ne prendeva in prestito stilemi
od orchestrazioni, e questo era il caso di gruppi come i Genesis
(peraltro ricchi di un afflato semantico molto originale), i
Renaissance, e molti altri (in Italia rappresentanti di questo
cammino furono i New Trolls). Altri, invece, decisero di cimentarsi
sul percorso, allo stesso tempo più semplice e più
pericoloso, della trascrizione in chiave moderna di brani classici.
Non può non affiorare alla mente di chiunque sia stato giovane
in quegli anni il magico ricordo di “Pictures at an
Exhibition”, di Mussorgsky, riarrangiato da Emerson Lake &
Palmer, sicuramente gli esponenti più di spicco di quella
tendenza; o gli esperimenti di Rick Wakeman, con orchestra sinfonica
al seguito. Quello che in qualche modo guastò la bellezza e la
meraviglia dei panorami che i maestri del Classical Rock sapevano
costruire, erano certi loro fastidiosi atteggiamenti modaioli e
divistici; Keith Emerson che maltrattava le sue tastiere elettroniche
peggio di quanto facessero gli Who con le chitarre elettriche; la
rivoltante volgarità di Ian Anderson dei Jethro Tull; Wakeman
che si presentava in scena vestito da sacerdote celtico, o peggio…
Il
“Progressive Rock” - la cui area per certi versi
coincideva con quella del “Classical Rock” - cercava
invece riferimenti e spunti soprattutto nella musica jazz; fu un
genere che ebbe un cospicuo successo in Italia (autori come gli Area,
come il Perigeo, come il Banco del Mutuo Soccorso vanno sicuramente
rubricati sotto questa voce).
Tutti
gli autori delle suddette tendenze, peraltro, avevano in comune una
cosa: facevano un uso decisamente massiccio degli strumenti a
tastiera, prevalentemente organi elettronici e sintetizzatori,
sicuramente molto adatti a creare atmosfere cosiddette “sinfoniche”
e “classiche”. Gli Emerson, Lake & Palmer
(nell’ordine un tastierista, un bassista e un batterista)
misero da parte senza tanti complimenti lo strumento principe della
musica rock, la chitarra elettrica. I palcoscenici e gli studi di
registrazione si riempivano delle magiche macchine provenienti dai
laboratori di Moog & C., che anche in Europa, intanto, si
imparava a costruire (prima che la preminenza fosse conquistata dai
giapponesi di Roland, Korg e Yamaha, un posto di rilievo sulla scena
mondiale seppero occuparlo gli italiani Farfisa, Crumar, Gem). E in
qualche modo l’uso degli strumenti elettronici a tastiera
divenne un carattere identificativo di un’epoca;
tanto che, quando quell’epoca finì (o venne fatta finire
da un mercato che forse non aveva più interesse a sfruttarla,
non l’ho mai capito) il contrassegno di questo fatto fu
proprio, salvo qualche eccezione, la rimozione drastica degli
strumenti elettronici dalla scena.
E’
ovvio, stiamo parlando del punk e della New Wave. Siamo negli ultimi
anni ’70 e i primi ’80.
Fu
una tragedia, un genocidio, una shoah, la negazione di un mondo che
si consumò nel giro di pochi mesi, forse di pochi giorni. Non
voglio qui approfondire tutti gli aspetti politici e sociali di
quegli anni e di quei movimenti, il disagio sociale, la rabbia, il
rifiuto, eccetera, su cui si sono già versati fiumi di
inchiostro e altri se ne verseranno. Qui basti dire che ricordo
ancora con amarezza la rapidità con cui i miei coetanei,
compagni di liceo, in pochi giorni ammainarono i manifesti e gli
stendardi di Genesis e Pink Floyd, ne rottamarono i dischi (in senso
più metaforico che reale, con quello che costavano) ed
innalzarono fieramente stendardi e manifesti di Clash, Police, Public
Image Ltd. eccetera.
Altrettanto repentinamente i tastieristi dei loro gruppi musicali
furono licenziati. Tanto possono le mode… Ricordo un concerto
a cui assistetti, non ricordo se dei Devo o dei Police. Poco prima
dell’arrivo dei musicisti sul palco, furono diffusi vari brani
registrati, per provare l’impianto voce. Quando arrivò
“Another brick in the wall”, dei Pink Floyd, il pubblico
cominciò ad urlare infuriato, pronto a fare a pezzi tutto e
tutti (secondo la moda dell’epoca). I tecnici dovettero fermare
il nastro in fretta e furia.
E
cominciò così la lunga notte della musica, da cui ci si
sarebbe risvegliati solo dopo molti anni, quando sarebbe stato di
nuovo possibile fare un rock sperimentale, maturo, che avrebbe
trovato nella ricerca etnica nuovi motivi e nuovi stilemi.
Il
techno rock, invece, fu l’unico genere in cui non ci fu
soluzione di continuità tra l’epopea dell’elettronica
e la musica più recente. D’accordo che si videro
paradossi un po’ ridicoli, tipo sintetizzatori di piccole
dimensioni, poverini, portati con una fascia al collo come se fossero
chitarre elettriche, e chi li suonava si dimenava come un
indemoniato; però un po’ la voglia di ricerca
tecnologica, un po’ la ripetitività minimalista di brevi
formule musicali assurta a stilema facero di alcuni musicisti, come i
Devo o gli Human League, i portatori di qualcosa di meglio e di più
di semplici schitarrate tra il contestatario e il modaiolo.
E adesso, un po’ di documentazione utile. Non inserisco links
alle pagine dedicate ai gruppi nominati più sopra, in quanto
si tratta di documentazione comunque di facile reperimento. Offro
invece links ad altro materiale di grande utilità.
Gybraltar
Encyclopedia of the progressive rock
Ground
and sky: a progressive rock informational resource
Axiom
of choice
Immense
risorse di informazioni e di documentazioni riguardanti il rock
progressivo; tutto su tutti, compresi i gruppi e i musicisti più
sconosciuti.
http://www.progressiveworld.net/main.html
Un ricco portale dedicato alla musica progressiva in tutti i suoi
aspetti.
Progressor
– Uzbekistan Progressive Rock Pages
Anche nel lontano Uzbekistan sono attivi cultori di rock progressivo.
Ecco qui un sito, in inglese e russo, che varrebbe la pena di
visitare anche solo per la grafica eccellente.
http://www.allmusic.com/index.html
Una generale ed interessante enciclopedia dedicata alla musica
moderna di tutti i generi. Molto utili le mappe musicali, che
permettono di cogliere i collegamenti e le evoluzioni tra i vari
generi e sottogeneri.
Comune
di S. Donato Milanese – canale musica
. E’ bello scoprire che anche in un sito istituzionale, come
quello di un ente pubblico, possono nascondersi utili pagine dedicate
alla musica e soprattutto al rock progressivo. Utile risorsa in
lingua italiana.
…Poi,
nel corso degli anni ’80, arrivarono i computer, il protocollo
MIDI, i sintetizzatori digitali, i suoni campionati, e di nuovo tutto
fu da ridiscutere…
Poco
per volta il discorso musicale-elettronico (come quello elettronico
tout-court, d’altra parte) è entrato a far parte delle
nostre vite, tanto che oggi l’uso dell’elettronica nella
musica più o meno commerciale, come nelle colonne sonore o
negli jingles pubblicitari non stupisce più nessuno.
Il
MIDI (Musical Instrument Digital Interface) è un protocollo di
interfaccia tra computer e strumenti elettronici, che permette loro
di dialogare e di pilotarsi vicendevolmente. E’ uno dei pochi
esempi al mondo, assieme al CD musicale e poco altro, di sinergia
interaziendale andata a buon fine (ancora più lodevole per il
fatto di non essere mai stato destinato ad un grande consumo, dato
che chi compra un CD è sicuramente moooolto più
numeroso di chi si cimenta con una tastiera musicale interfacciata a
un computer). Grazie al protocollo MIDI è stato possibile
mettere in grado qualsiasi musicista di realizzare da solo
orchestrazioni e partiture molto complesse, elaborarne e modificarne
le tracce, trasformare il tutto in un file da distribuire via floppy
disc prima e poi via Internet, eccetera.
Il
campionamento musicale prevede la registrazione digitale di qualsiasi
suono esistente in natura (dove per registrazione digitale si intende
la conversione del suono in valori numerici, anziché
elettrici, che possono essere gestiti, in quanto tali, da qualsiasi
computer), per poi poterlo utilizzare “al naturale” od
elaborare. Questo, unitamente alla tecnologia MIDI, ha permesso di
superare i limiti (soprattutto economici) dei grandi registratori
multipista e della sovraincisione, rendendo possibile effettuare
registrazioni direttamente su computer tanto complesse quanto
versatili di suoni che si avvicinano moltissimo, al punto da esserne
quasi indistinguibili, ai loro omologhi naturali.
Tuttavia,
una precisazione è d’obbligo.
Il
midi e la musica elaborata al computer nasce e si sviluppa come una
musica “da studio”. In effetti, all’origine era
stato così anche per la musica sintetizzata, ma tra
sintetizzatori analogici e sistemi midi-computer c’è una
differenza sostanziale: se i primi potevano essere, e di fatto erano,
utilizzati per “creare” musica in tempo reale, in quanto
qualsiasi combinazione dei numerosissimi tasti e cursori dava origine
a suoni differenti, i secondi richiedevano, e richiedono a tutt’ora,
un lavoro molto accurato e dettagliato di creazione del suono “a
monte” del suo uso e della sua generazione. Questo ne rende
l’uso molto più “intellettuale”, molto più
“professionale” e meno intuitivo dal punto di vista del
tempo reale; quindi più progettuale e meno improvvisativo.
Le macchine digitali e i suoni campionati, presenti in quasi tutta la
musica commerciale (anche grazie alla loro economicità)
mancano molto di quel fascino, di quel senso di inaudito, di
sperimentale assoluto che avevano i suoni dei sintetizzatori Moog ed
Arp. Forse è per questo che questi nuovi strumenti sono stati
e sono sicuramente un utile aiuto per chi vuole fare musica dal vivo,
ma non sono mai divenuti essenziali in contesti che non fossero
quelli di studio
Ecco
alcuni links sul protocollo MIDI:
MIDI
Forum (in italiano).
Cos’è il protocollo MIDI: una guida di base, utile per
cominciare.
http://www.musicplace.it/default.asp
Il sito italiano della musica digitale. Sarebbe stato bello ci fosse
stata un po’ più di manualistica e di materiale su
software e hardware.
http://www.dimanet.com/midi/
Dettagliate informazioni sul protocollo MIDI. Solo per
super-appassionati.
http://www.supportimusicali.it/tutorials/miditutor/default.asp
Altro tutorial sul protocollo MIDI.
http://www.midi.org/
…Ovviamente, il sito ufficiale delle specifiche MIDI.
Nell’eterna
scrittura e riscrittura dei generi, mancava solo questo: una nuova
etichetta, che in qualche modo avocasse a sé molto di quello
che, con ben altri presupposti, era stato fatto nel passato…
New
Age: la filosofia della nuova epoca, la riconquista delle più
autentiche dimensioni umane e spirituali, il nuovo senso dell’io,
la realizzazione del sé più profondo. Il tutto
raggiungibile frequentando facili corsi di qualsiasi cosa che finisca
con –ing, bevendo e mangiando solo prodotti bioqualcosa,
ricostruendo la propria casa in una maniera rispettosa dei meridiani
energetici terrestri, ascoltando, appunto, la musica giusta. Musica
rilassante, musica antistress, musica d’ambiente, musica per
meditare, per rinascere, per rivivere. Musica che si trova anche in
vendita, in CD con obbligatori paesaggi agresti sulla copertina, nei
supermercati, nelle librerie che vendono libri sui fiori di Bach e
sull'aromaterapia, sulla ginnastica dolce e
sulla macrobiotica, nelle stazioni di servizio e negli shop degli
aeroporti, e per pagare si accomodi pure alla cassa, grazie.
New Age, musica che, con le moderne macchine di cui già parlammo,
è facilissima da fare, non richiede particolari conoscenze
tecniche né particolare inventiva (basta sbattere un paio di
giri armonici dal timbro morbido e suadente in un sequencer digitale,
metterci un bel sottofondo di canto campionato di uccellini e il tuo
pezzo di sei o sette minuti è già bell’e pronto).
I nomi degli autori sono tanti e dicono poco, come dicono poco e sono
tante le riviste in edicola, con CD allegato, che ne inventano la
storia e le vicende. Non c’è molto da dirne, in questa
sede, se non che si è assistito, con dolore, a veder infilati
sotto la stessa etichetta episodi di elettronica o di progressive
che con simili scelte stilistiche (o ideologiche) c’entravano
ben poco, e che comunque avevano avuto dalla loro ben altra spinta
alla ricerca e alla conoscenza. Abbiamo scoperto così che i
Pink Floyd o i Tangerine Dream erano stati i “precursori”
della New Age, e New Age sono anche autori come Philip Glass, la
Penguin Café Orchestra e altri ancora. Una vera salvezza per i
commessi dei negozi di CD, a cui ha semplificato parecchio la vita.
Non
aggiungo altro, non ho altro da aggiungere. Se non consigliare di
leggere questa illuminante pagina di Roberto Gatti (che dice più
o meno le stesse cose che ho detto io, ma molto meglio).
http://www.mybestlife.com/ita_anima/musica_new_age.htm
Cambiamo
ambiente, situazione e genere, e parliamo di questa dolce ragazzona
tedesca, Juliane Werding (o, confidenzialmente, Juliane, come la
chiamano in Germania).
Scoprii
per puro caso la sua musica in un negozio di CD durante uno dei miei
vari viaggi in Germania, nel lontano 1990, e ne fui immediatamente
folgorato. Non so bene se da lei e dalle sue immagini dalla
seduttività molto “tranquilla” e vagamente
malinconica, dai suoi testi che, nonostante la mia scarsa conoscenza
del tedesco, mi sembrarono subito facilmente comprensibili e
profondamente suggestivi, o dalla musica: non si discute, molto
“facile” ma allo stesso tempo ben costruita e piacevole.
I suoi temi mi sembravano tutt’altro che banali, molto
wendersiani, di un esistenzialismo discreto e sottotono: la
solitudine e la fiducia, lo scoraggiamento e lo slancio; molte le
reminiscenze bibliche ed evangeliche, ma con il distacco e anche la
critica che sono possibili solo in un universo protestante.
Ovviamente, dopo di allora e per gli anni a venire, ogni volta che
andavo in Germania mi procuravo i suoi CD (mi chiedo se in Italia ci
sia qualcuno oltre me che li possieda; forse qualche docente del
Goethe Institut). Ne tradussi con passione i testi (che sono
leggibili su questo stesso sito, cliccare
qui.
Peraltro,
poco per volta ridimensionai parecchio l’immagine che mi ero
fatto del valore artistico di Juliane. Se non altro, perché la
profondità poetica dei suoi testi e l’originalità
delle sue musiche non si avvicina nemmeno lontanamente
all’originalità e alla profondità poetica,
diciamo, di una Fiorella Mannoia o di una Teresa de Sio. Ma resta
comunque una cantante brava e sincera, che con semplicità
affronta temi non semplici, che ha sempre praticato la nobile arte
della discrezione (della sua vita privata si sa che ha due figli e
nient’altro) e che non si è mai considerata una diva a
tutto sesto (lavorava dapprima come PR, poi ha preso un diploma di
naturopata, attività che esercita a tutt’oggi).
Ecco
il suo sito:
http://www.juliane-werding.de
Altro
salto di spazio e di tempo, ed eccoci in Occitania.
Tutto
comincio', credo, nell'alto Medio Evo, con la dissoluzione
dell'Impero Romano, e la graduale nascita delle lingue romanze,
derivate dal latino. Nella ex-Gallia, in particolare, se ne
formarono due di notevole importanza: la Langue d'Oil al Nord, da cui
e' derivato il francese moderno, e la Langue d'Oc al Sud, che e'
appunto il provenzale.
Entrambe
queste lingue ebbero una grandissima importanza culturale e
letteraria; ma forse, in epoca medievale, le espressioni piu'
interessanti ebbero luogo proprio in Langue d'Oc (in italiano
Linguadoca, termine con cui, in epoche posteriori, veniva definito in
Italia il Sud della Francia). I Trovatori, celebri cantanti e poeti
medievali, poetavano infatti in Langue d'Oc. Il Nord Italia (ex
Gallia Cisalpina), all'epoca, non aveva ancora trovato una sua
personalita' linguistica. E' rimarchevole il fatto che ancora Dante,
, nell'analisi dei volgari italiani del De Vulgari Eloquentia, non
approfondiva il discorso su tutto (tutto!) il Nord Italia, in quanto
riteneva la lingua che vi si parlava non italica, bensi', appunto, di
ceppo francese.
Il
periodo d'oro della lingua e della cultura provenzale fini', poi, con
la Crociata contro gli Albigesi (dal nome della città di
Alby), intorno al 1200 (la data precisa non la ricordo). Quella
degli Albigesi, o manicheismo, era un’eresia che aveva preso
piede in tutto il Sud della Francia, mettendo seriamente in crisi
l’egemonia cattolica romana. La durissima rappresaglia, ricca
di massacri, pose fine definitivamente alla Langue d'Oc come sistema
linguistico autonomo, rendendola semplice archetipo di una serie di
dialetti che si diffusero e che maturarono nei secoli successivi
nella suddetta area. E in seguito a questo fatto prevalse la Langue
d'Oil, da cui si sarebbe sviluppato il francese moderno. La cultura
occitana (da Oc, appunto), con la sua musica, la sua poetica, le sue
usanze, non e' peraltro andata perduta, ma ha continuato ad esistere
fino ad oggi, diversificandosi in base alle zone: attualmente
l'Occitania comprende appunto tutto il sud della Francia, fino
all'Alvernia, alcune zone del nord della Spagna, alcune isole
linguistiche in Liguria, in Sardegna e in Calabria e, appunto, tutto
il complesso delle vallate della provincia di Cuneo, nonche' alcune
della provincia di Torino, appoggiate al confine francese (clicca
qui per sapere dov’è
l’Occitania italiana). In alcune di queste valli, inoltre, si
installarono i Valdesi, movimento religioso protestante in fuga dalla
regione di Marsiglia dov’era nato circa un secolo dopo i fatti
albigesi.
La
differenza linguistica tra piemontese ed occitano salta peraltro
alle orecchie anche ad un neofita: il piemontese, come tutti ben
sappiamo, e come e' stato ben rimarcato dall’attrice Lella
Costa, e' una delle parlate piu' grottescamente comiche del globo,
del tutto inadatta ad esprimere qualsiasi contenuto lirico o
drammatico. Non cosi' l'occitano, che ha una musicalita'
straordinaria ed un patrimonio poetico, come si e' detto, di tutto
rispetto.
La
rinascita di un'identita' occitana e' peraltro un fatto abbastanza
recente, ed ha preso la forma di un movimento piu' culturale che
strettamente etnico, soprattutto per opera del grande studioso e
difensore delle identità locali François Fontan, che,
in conflitto con le autorità politiche francesi, venne a
trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella valle di Comboscuro,
in provincia di Cuneo. Per cio' che riguarda le valli piemontesi ciò
ha significato una riscoperta e una valorizzazione degli usi, della
musica e della lingua, soprattutto per quegli aspetti che non sono
mai andati perduti nella cultura popolare: vedi le danze, in parte
locali – la courenta, la tresso -, in parte
rientranti nella grande tradizione europea, ma fortemente
personalizzate: il valzer e la mazurca che si ballano qui sono del
tutto diversi da quelli tipici del “liscio” italiano;
oppure danze di origine medievale o rinascimentale, qui
sopravvissute: gavotte, rondo', bourrees, minuetti...
E' evidente che una "nazionalizzazione" politica
dell'Occitania, con la creazione di un Paese che vada dal Piemonte
alla Catalogna passando per mezza Francia, e' un fatto assurdo, a cui
nessuno ha mai pensato seriamente (neanche i militanti del MAO, il
Movimento Autonomista Occitano). Per contro, il concetto di Nazione
Occitana ha esercitato ed esercita un fortissimo richiamo proprio per
la sua eterogenicita', per il suo identificarsi più in una
lingua e una cultura che in una nazione in senso politico (Ousitanio
Vivo, il giornale dell'Occitania italiana, e' scritto in italiano, in
francese ed in occitano). E non e' un caso che la cultura occitana
trovi un notevole riscontro in un contesto particolare come quello
delle nuove politiche, o dei centri sociali autogestiti, dove si
realizzano le piu' belle esperienze musicali anche a livello di
contaminazione con altri generi (vedi in particolare i Lou Dalfin, il
gruppo occitano italiano piu' rilevante e fantasioso quanto a
sperimentazione e contaminazione di generi). C'e', ad esempio, una
bellissima canzone degli Africa Unite dedicata a Torino, che dice
pressappoco "Risuona una ghironda, si accendono i Murazzi, si
poga in occitano", ed in pochissime parole ha descritto tutta
l'intensita' e la poetica di questa musica che viene da valli lontane
e silenziose, e che pure esplode con forza e con gioia veemente nelle
nostre notti estive (la ghironda e' un tipico strumento occitano, i
Murazzi sono il fulcro della vita notturna alternativa torinese,
nonche' un centro sociale autogestito). E', insomma, un modo di
esserci, di trovare una propria identita' ed un proprio spazio
culturale, libero e spontaneo, del tutto esterno a possibili
costruzioni e sofisticazioni (e' stato troppo bello vedere in
televisione un concerto dei Lou Dalfin in una discoteca vicino
Caraglio, dove il pubblico, costituito quasi esclusivamente da
giovanissimi, anziche' agitarsi forsennatamente e disarmonicamente
come suole farsi in quel genere di locali, si disponeva ad arte nelle
figure tutt'altro che banali della Bourrée a due o a quattro).
Lou
Dalfin, quindi: ghironde, organetti, chitarre elettriche, batterie,
amplificazioni. Ovviamente, come sempre, anche qui i “puristi”
protestano per l’elettrificazione e la “rockizzazione”
del patrimonio popolare; ma quello dei Lou Dalfin non è altro
che uno dei percorsi più vari e più veri in cui si
muove la musica di oggi, nel segno della ricerca, della commistione e
della contaminazione; di un mondo che può fare dell’assenza
di limiti e confini la sua rovina, o lo strumento per la scoperta
della diversità e dell’individualità, e quindi la
sua forza e la sua evoluzione.
Ecco
qua alcuni siti:
http://www.occitania.it/
. Il sito dell’Occitania italiana.
http://www.valdisusa.it/storia/index_storia_occitania.php
Una pagina di Storia dell’Occitania.
http://digilander.libero.it/loudalfin/
…Ovviamente, il sito dei Lou Dalfin.
Ogni
tanto, è normale, viene fuori qualcuno a dire che la musica è
morta, che non c’è più niente da dire, che tutto
il dicibile è stato ormai detto.
Tutte
palle.
Io stesso lo pensai ai tempi del Punk e della Disco Music, ma i fatti
mi dettero torto. Perché qualcosa di nuovo e di bello succede
sempre, il passato è un serbatoio inesauribile di energie a
cui attingere per andare verso il futuro, e la musica non morirà
mai, fin tanto che esisteranno gli uomini.
Note