Berlino 2005: conclusioni
Mi secca ammetterlo, ma devo essere onesto: questo viaggio a Berlino, appena conclusosi, mi ha deluso.
Ci ero già stato tre volte, a Berlino. Nel 1987, nel 1989, nel 1996. Di tutte e tre le volte conservo un ricordo vivido ed emozionato, molto diverso dalle sensazioni che mi hanno accompagnato stavolta.
La prima: il muro era vivo ed operante. Avevo partecipato ad un campo giovanile organizzato dal Senato di Berlino Ovest in occasione dei 750 anni dalla fondazione della città. C’erano ragazzi provenienti da un po’ dappertutto, Europa e non solo (anche Israele e California), e vennero organizzate attività creative ed artistiche che culminarono in una messa in scena in una vecchia fabbrica riattata a centro sociale, in Osloerstrasse. Fu un’esperienza fantastica, come straordinaria era la sensazione di vivere su un’isola dove ti bastava allungare la mano per avere tutto, dal punto di vista materiale e anche da quello umano ed emozionale.
La seconda: vissi l’ineffabile sensazione di passare il muro nel senso inverso. Provenivo da un giro in DDR, improvvisato dopo un soggiorno a Praga, dove scoprimmo che in Cecoslovacchia avere visti e permessi per la Germania Est era molto più facile che ottenerli in Italia. E così vidi Berlino Est e poi volli passare il confine a piedi al Checkpoint Charlie, quello storico, anziché con la metropolitana a Friedrichstrasse. Mai fui più felice di avere in tasca un passaporto comunitario. Dopo l’immobilità stranita della capitale orientale, rivedere i manifesti pubblicitari, le auto di lusso e le vetrine illuminate fu una sensazione indescrivibile. Seduti davanti alla porta di Brandeburgo sul lato di Unter der Linden, sembrava che la separazione fosse destinata a durare per sempre. E invece.
La terza: Berlino ormai riunificata, in frenetica ricostruzione. Gru e cantieri dappertutto, nel tentativo di far finta che non fosse successo niente. Ma a cercare, c’erano ancora angolini incantevoli, locali improvvisati e piacevoli dove passare le ore guardandosi negli occhi e ascoltando musica gradevole a basso volume, nonché quella sensazione di solidarietà che, se fermavi un passante per chiedergli se conosceva un posto per dormire, non era così fuori dal mondo sentirsi rispondere che se ti accontentavi lui aveva un letto libero a casa sua, e il giorno dopo era pure capace di prepararti una colazione pantagruelica, il tutto gratis et amore.
Come descrivere le mie sensazioni di fronte a questa quarta Berlino, ormai capitale, città unica e unigenita, enormemente desiderosa di storicizzare e decontestualizzare il proprio passato? Ci provo, ricorrendo alle parole dello scrittore Peter Schneider che ho letto su una guida molto poco guida e molto libro di storia e sociologia, la guida CLUP.
Dice Schneider, parlando del destino di Berlino dopo la riunificazione:
"Nel bene e nel male diventerà una vera metropoli. Ovviamente cambierà anche l'atmosfera della vita in città, e non tutti i berlinesi se ne rallegrano. Berlino Ovest appare scivolata improvvisamente di 500 chilometri verso Est. Gli emigranti dell'Est che vennero in occidente già 20 o 30 anni fa vivono questo smottamento con particolare intensità. Un professore polacco mi descrisse la sua inquietudine a fronte della seguente osservazione. Lui aveva acquistato un piccolo appartamento nelle vicinanze del castello di Charlottenburg. Di notte amava stare sul balcone a osservare il castello illuminato artificialmente. Una notte dopo il 9 novembre, notò che il castello era al buio, i riflettori spenti. E così rimase anche le notti seguenti. Andò nella libreria all'angolo e chiese alla proprietaria se lei ne sapesse qualcosa, se l’illuminazione del castello fosse stata abolita dalle autorità. L'interpellata, lei stessa una coinquilina, replicò stupita di non aver mai notato che il castello fosse illuminato di notte. "Allora" - così disse il professore, - "sapevo che tutto era perduto, se i berlinesi occidentali non sentono neanche per una volta la mancanza del bel lusso cancellato da un colpo di penna. Sento chiaramente di nuovo sulla pelle il fiato di quella sciattezza orientale dalla quale fuggii 30 anni fa."
Ecco, la parola giusta per definire la Berlino che ho trovato in questo viaggio è proprio questa, "sciattezza". Beninteso, non vorrei essere frainteso: il Ku’damm è ancora lì, con i suoi grandi magazzini e il suo lusso ostentato. Le strade sono sempre pulite, i parchi immensi e ben curati, la sensazione di rispetto e di sicurezza sempre ben presente. Ma quello che mi ha colpito, rispetto alla Berlino che conoscevo, è una certa qual perdita di colore, di vitalità, di entusiasmo. E questo un po’ a causa degli atteggiamenti della gente – in particolare degli "ossis", ancora riconoscibilissimi soprattutto se di una certa età – un po’ dalla crescente e quasi voluta perdita di identità che la città forse sta soffrendo, di modo da potersi allineare, almeno sul piano dei sentimenti, con tutte le altre grandi città europee e mondiali: grandi magazzini, grandi centri commerciali, grandi multisale cinematografiche e quasi nulla d’altro. Berlino aveva già un suo immenso centro commerciale, il Ku’damm, con l’Europa Center, il KaDeWe e tutto il resto; ma allora, che bisogno c’era di trasformare la riconquistata Potsdamerplatz in un doppione di quello, e per di più andarne orgogliosi? Il Ku’damm aveva un significato ben preciso di opposizione all’est, di vetrina del consumismo anticomunista militante; e allora, oggi cosa rappresenta Potsdamerplatz? Il consumismo trionfante? Temo proprio di si, peccato che proprio non ce n’era bisogno.
E poi, la sciattezza delle persone. Genericamente (e geneticamente) i tedeschi non hanno mai annoverato tra le loro qualità il gusto e l’eleganza nell’atteggiarsi e nel vestire, e di questo non sarò certo io, da sempre innamorato della cultura germanica, a fargliene una colpa; loro sono gente di sostanza, gusto ed eleganza sono arti che è giusto veder lasciate a noi latini, assieme a varie altre ipocrisie in cui la nostra civiltà cattolico-pagana eccelle. Inoltre, l’impero di sandali Birkenstock e di magliettine scolorite che sembrano appena tratte da un ammasso di fondi di magazzino gettato alla rinfusa sul banco del mercato permette ai turisti di mimetizzare il loro naturale e spesso inevitabile disordine senza per questo sentirsi a disagio. Ma quello che colpisce è una sorta di lasciarsi andare del carattere e del gusto, di disinteresse per sé stessi e per il proprio prossimo che, pur senza arrivare agli eccessi dei disadattati e dei barboni – a onor del vero, a Berlino rarissimi – sembra essere diventata una sensazione comune e tangibile. Per me, i tedeschi, e in particolare i berlinesi, sono sempre stati simbolo di allegria, simpatia, disponibilità; di queste in questo viaggio ne ho trovate ben poche. Preponderante invece un senso di disinteresse e di apatia che, a tratti, confina nel menefreghismo, o peggio, di irritabilità rabbiosa – identici a quelli che trovai nel 1989 in un’altra città meravigliosa e perduta, Praga - che spesso si evolve in un altro atteggiamento, tipicamente tedesco ma decisamente sgradevole, quello del poliziotto e dell’educatore. E dove magari un bavarese o un renano, di fronte a una tua blanda infrazione delle regole, si limiterebbe a buttarti un’occhiataccia, e se hai capacità per intendere intendi, e se non ce le hai tiri dritto e amici come prima, il berlinese di nuova generazione (si fa per dire, spesso sono quaranta-cinquantenni e si capisce facilmente da che parte del muro sono cresciuti) si sente in dovere di riprenderti, di sgridarti, se potesse di punirti perfino. Quel che è peggio è il fatto che, al decimo passante al giorno che ti rimbrotta perché al semaforo della pista ciclabile non ti sei allineato nel modo giusto, o alla commessa che s’incazza perché le hai dato solo cinque euro invece dei sei che le devi (il sesto non hai ancora avuto tempo di tirarlo fuori dal portafoglio), invece di provare il legittimo desiderio di invitarli a darsi una calmata con un paio di ben assestati ceffoni educativi, cominci a prenderci gusto a violare le "regole", e ridere in cuor tuo quando li senti andar fuori dai gangheri. Non è bello, ma se la sono cercata, oserei dire.
Comunque sia, ça va sans dire, Berlino è bellissima, nonostante "certi" berlinesi. Ci sono i parchi, i musei, i locali etnici o non etnici, i laghi, i boschi, la birra Berliner Weiss. Non so quando ci tornerò, ma sicuramente qualche motivo di tornarci potrei ancora trovarlo, nonostante la fine di un sogno – la Berlino magica che avevo conosciuto nei miei precedenti viaggi.
Post scriptum: avevamo scelto su Internet un campeggio che sembrava bellissimo, in un bosco sulla riva dello Havel in zona Spandau: l'esperienza pratica è stata invece micidiale. Leggete qui perché.