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Articolo scritto per l'Associazione Micologica Sestese :

martedì 29 maggio 2001
  carta via sestese Pizzidimonte La Via Sestese a Pizzidimonte - Segue un'andamento diverso dall'attuale Via Firenze .
Nel 1735, “a Pizzidimonte presso Prato, sulla Via Sestese, insieme con molte statuette di dei Penati e lari di bronzo furono scavati un elegantissimo simulacro, parimenti di bronzo, espresso con mirabile artifizio, che nessuno dubitò esser sovrano. Da ciò si dedusse esser stato anticamente in quel luogo un tempietto dedicato dagli Etruschi ai Penati il di lui capo .....”
Così recita il manoscritto " Notizie di Prato " del canonico Fontanelli oggi custodito presso la biblioteca Roncioniana di Prato .
All'inizio del 700 lo studio e la ricerca nell’ambito delle cosiddette “ Etruscherie “  ha uno sviluppo inaspettato, legato da una parte al pensiero preilluminista dall’altro al mondo degli antiquari che vedono nelle indagini sul mondo etrusco il distacco dallo studio della storia romana, che fino ad allora aveva avuto un ruolo egemonico .
Lo stesso Fontanelli va oltre alla  semplice catalogazione dei reperti e ci offre sia una descrizione dettagliata dell’offerente azzardando poi un’ipotesi per la sua collocazione non ritenendolo  un ritrovamento  occasionale, ma di un insieme di doni fatti ad un tempio etrusco ( e in seguito tesaurizzati in una vicina favissa. n.d.a.)
L'"elegantissimo simulacro " non era altro che il bronzetto di un offerente, simile ad altri rinvenuti a Monteacuto Ragazza prodotti attorno al 480 a.c..
La statuetta di Pizzidimonte  sparisce per circa un secolo per ricomparire in seguito presso il British .Museum di Londra nel 1824 .
 
Di Pizzidimonte fa menzione anche il naturalista e archeologo Targioni Tozzetti (1) altro emerito appartenente al gruppo degli studiosi di “etruscherie “ riferendo che : “ ivi sono stati ritrovati degli idoli e altre anticaglie  nel luogo ove sorgeva la mansione di SOLARIA vennero in luce avanzi di antiche opere murarie presso la porta di una casa situata alla Querce a destra della strada per Pizzidimonte Alto, si trova una base di colonna a pilastro di tipo tuscanico in pietra arenaria.”
 
Nelle 1980 numerose pubblicazioni parlano del bronzetto e del posizionamento di un santuario lungo la viabilità con il Nord, essendo da tempo conosciuto l’importanza di Pizzidimonte nel tracciato della via Cassia era ipotizzabile una confluenza di strade  nei pressi del paese ( vale la pena ricordare “ il bronzetto di Pizzidimonte “ di R.Fantappiè Archivio Storico Pratese “ Gli Etruschi a nord dell’Arno ed. Progress Cassa di Risparmi di Prato , sempre edito dalla stessa con identico titolo devo ricordare il cortometraggio  realizzato in occasione della manifestazion “Progetto Etruschi “ 1985 ed infine il libretto edito nei quaderni di storia e arte 1988 “ Il territorio pratese nell’antichità “ di Maria Sandra Lattanzi Landi .
 
Difficile pensare che a poche centinaia di metri da Via Firenze passando per la sua vecchia diramazione di via Etrusca si potesse arrivare a quello che oggi sembra almeno da una lettura dei giornali alla città etrusca di Gonfienti .
Ed è probabile che il santuario citato dal Fontanelli fosse collocato vicino all’acropoli sulla fascia pedemontana di Poggio Castiglioni (Pizzidimonte-La Querce).
 
La sua posizione in prossimità di un così importante nodo stradale la vicinanza con importanti corsi d’acqua fanno pensare ad una citta’ con una economia legata al commercio, una città carovaniera, ma al tempo stesso ospita aree destinate all’artigianato, con edifici che riflettono entrambi le  caratteristiche di cui rimangono le fondazioni in ciottoli legati con fango ( fondamenta a cassaforma ) un’importante strada corre da nord est a sud ovest, presenti anche numerose opere di drenaggio dell’area  come si legge su quanto recentemente pubblicato su  Archeo  nel mese di Marzo 2001
Questa strada  che tagliavano la città,  conduceva  merci al nord e probabilmente una volta attraversato l’Appennino e  raggiunto Marzabotto proseguiva per arrivare al grande mercato di  Spina ed agli altri grandi mercati  dell’Etruria Padana .
E’ nota da tempo l’altra importante direttrice che univa Fiesole ai mercati Liguri di Luni etc, la  Cassia o Cassia/Clodia e’ stata da sempre associata a Pizzidimonte, anche se con versioni non concordanti tra loro, uno dei problemi è rappresentato dalla localizzazione della mansio “ Ad Solaria “ posta in corrispondenza del nono miglio romano partendo da Firenze passando per Terzo ( Terzolle ) Quarto Quinto, Sesto Settimello.
Altra importante direttrice è sicuramente quella che conduce nell’agro Pisano ( Coltano Pisa ) raggiungibile seguendo i corsi del Bisenzio e dell’Arno, ancora piu’ suggestiva ma anche  piu’ fantasiosa l’ipotesi dell’utilizzo dei due fiumi per raggiungere Pisa ipotesi che trova conforto solo in una vecchia storia popolare che parla del porto di Pizzidimonte . 
 
Verosimilmente si  può pensare almeno da notizie rilevate dagli organi di stampa che la città sia sorta alla la fine del periodo orientalizzante ,con il suo massimo sviluppo in periodo arcaico ed infine il suo lento declino al momento in cui perde di importanza la viabilità con il nord e il suo studio può rappresentare un notevole apporto alla conoscenza della nascita della città in Italia visto che l’unico esempio oggi disponibile è la città Etrusca di Marzabotto.
Interessante anche sapere, ma questo avverrà con il proseguo delle ricerche del SAT se le attività artigianali producevano materiale venduto all’esterno della comunità (ceramica e metallurgia ) e quali e da dove provenivano i prodotti di uso comune.
E’ probabile anche che una volta conquistata l’area dai Romani propio per la sua importanza logistica sia stata occupata con la costruzione di una mansio o di case rurali ai limiti di quella che restava della città Etrusca di Gonfienti, o meglio della città etrusca di Pizzidimonte, in località Gonfienti. 
 
Una città nella piana tra Firenze e Pistoia è sicuramente un importante nuovo tassello nel mosaico dello studio di quest’area, se anche con i limiti della frammentarieta’ faceva apparire numerosissimi segnali spesso sottovalutati o estremamente dispersi, ma se ricomposti possono in molti casi uscire dalla storia patria per rappresentare importanti pietre nella storia delle antiche popolazioni italiche.
Gli studi in buona parte condotti nell’area di Sesto F,no da parte del Gruppo Archeologico Fiorentino e da parte dell’Università di Firenze ( prof. Sarti e prof. Martini) , ma vale la pena ricordare anche quelli dell’area pratese da parte del prof. Nannicini o dal Gruppo archeologico pratese.
 
Ed il ricomporre il mosaico storico di questa area cosi’ vicina a Firenze potrebbe essere un ambizioso, ma sicuramente interessante obbiettivo , un’area che ha conservato importanti testimonianze di epoca preistorica fino ad importanti e copiosissimi documenti di epoca storica , ricostruire la storia della nascita e sviluppo di un centro urbano, ma al tempostesso l’ordinaria vita che si svolgeva nel mondo rurale dal bronzo fino al latifondismo della decaduta nobiltà Fiorentina degli anni del dopoguerra.
Un’esempio evidente è la località di Travalle dove epoche diverse hanno occupato aree diverse, dal neolitico (stile di Diana) studiato dai proff. Sarti Martini ai resti Etruschi alla ricchissima Villa Romana rinvenuta nel 1980 e mai riportata alla luce, alle fortificazioni di epoca medioevali all’instaurarsi nell’area di ricche  famiglie Fiorentine.
 
1) Targioni Tozzetti "Alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana ecc." FIRENZE 1771

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ARTICOLO PUBBLICATO SU MICROSTORIA

Su molti organi di stampa si evidenzia la contrapposizione fra due grossi interessi : quello economico da una parte e quello scientifico e di tutela del patrimonio artistico dall'altra, creando artificiosamente una contrapposizione che fa sicuramente comodo ad una delle due parti.
 
Innanzi tutto mentre l' "interesse economico" è fisicamente conducibile ad una serie di soggetti (comune di Prato, banche, aziende etc.) che ne detengono la propietà, il bene storico archeologico non ha " padroni fisici " , ma solo figure che hanno l'obbligo della sua tutela e conservazione.
tutti siamo padroni del bene e tutti abbiamo il diritto di usufruirne attraverso la sua conoscenza ed il suo studio, diritto che non abbiamo solo noi , ma anche le future generazioni che studieranno con nuove metodologie questo bene, che altri hanno preservato .
 
Possiamo quindi parlare non di contrapposizione fra due interessi paritetici, ma il bisogno di trovare il modo di continuare lo sviluppo economico dell'area salvo restando le priorità del bene archeologico.
Tantopiù, che un corretto uso del ritrovamento potrebbe, se adeguatamente sfruttato creare un ritorno economico e d’immagine a vantaggio di quegli interessi che nell'area stessa si muovono.
La scoperta sicuramente importante e se amplificata da una buona pubblicità può sicuramente portare rilevante vantaggi non solo alla Società Interporto , ma a tutta l'area pratese.
Penso alle molte case d’Import Export che già lavorano o lavoreranno fra non molto nella zona , penso alle attività legate all'insediamento ed ancora predominanti nell'area tessile pratese e al vicino Ipermercato i Gigli, sicuramente interessato ad uno sviluppo turistico dell'area
Al momento però questa macchina pubblicitaria stenta ad avviarsi perdendo così una parte del fascino e della forza della novità .
 
Ultimamente si parla, dopo il rassicurante intervento dell’arch. prof. Mariella Zoppi assessore alla cultura della regione Toscana, della costruzione di un parco archeologico nell'area, parco che probabilmente comprenderebbe sia la parte della città etrusca che si trova nel Comune di Prato sia la parte che sicuramente si trova nel comune di Campi B.zio.
Penso che si tratti di un interessante inizio per la conoscenza dell'area e non solo, ma se pensiamo ad esperienze che in epoca diversa hanno caratterizzato la zona dalla scoperta del prof. Nannicini  dell'abitato Villanoviano nell'area di Filettole, alla ricerca condotta dall'Università di Firenze (prof. Sarti) nell'area di Sesto F.no, alla segnalazione e alla scavo fatta negli anni 80 dal sig. Renzo Giachetti (sotto la direzione del dott. De Marinis )di una ricchissima  Villa Romana e della chiesa paleocristiana di S.Bartolo all'interno del futuro parco archeo-naturalistico di  Travalle, per non parlare della Villa romana di Settimello o delle Tombe Etrusche di Quinto o di tutto quello che nascosto dalla terra o dall'incuria ( chiese romaniche , ville rinascimentali ecc ) , ci rendiamo conto delle potenzialità enormi che questa zona, vicinissima a Firenze,  può avere da un punto di vista turistico .
Ricordo con interesse lo scavo di Travalle ricordo soprattutto l'attenzione della Soprintendenza verso il pubblico presente sull'area di scavo, pubblico di non addetto ai lavori e che si era avvicinato allo scavo con quella sana cattiveria critica tipica del mondo contadino toscano, sintetizzando il loro pensiero con la frase " .. tutti soldi buttati .... " ma quest’atteggiamento mutava nel momento in cui i responsabili della soprintendenza  spiegavano quello che era scoperto e le attese conseguenti, mutò a tal punto che gli spettatori divennero ben presto fonte di interessanti notizie storiche .
Tutto questo fa capire che non si può racchiudere la cultura in torri d'avorio anche se coronate da molti camini, circondati da un pubblico attento ed ossequioso, ma  tornare a parlare alla gente, a quella gente che spesso per anni ha versato sudore su una terra che celava brandelli della nostra storia, questa davvero sarebbe una grande scoperta archeologica .
Confido nella sensibilità del sig. Carovani sindaco di Calenzano perchè il nascituro parco archeo-naturalistico di Travalle non rimanga una scatola vuota ma si " torni a scavare " e a dare un senso pratico alle molte parole spese sull'archeologia .
   
Tornando a parlare di Gonfienti un prolema non indefferente è rappresentato dai tempi diversi con cui si muovono l'interporto da una parte e la ricerca dall'altra, tempi dettati da una parte dagli stanziamenti europei per lo sviluppo dell'area, dall'altra dallo scavo condotto dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana.
E' singolare pensare che negli anni 80, quando già si parlava di Interporto erano pubblicati diversi testi sulla questione "Etruschi a nord dell'Arno " ed in molti di questi volumi si parlava del ritrovamento di alcuni oggetti votivi rinvenuti nel 1700 a Pizzidimonte ( vedi Fantappiè ) opere edite con il contributo emerito di molti azionisti della soc. Interporto di Prato, ma al momento della realizzazione dello stesso evidentemente nessuno ha pensato ad un preventivo controllo archeologico dell'area, cosa che alcune società effettuano prima di iniziare grossi lavori di scavo ( vedi CONSIAG ) .
Possiamo riassumere dicendo : che  non possiamo permettere comunque e dovunque  di barattare tre quarti di magazzino per un quarto di storia, che la ricerca storica e  archeologica è affidata alle persone che ne hanno titolo e preparazione e non a storici improvvisati, come chi scrive e che il dovere di divulgare la conoscenza non è rimasto schiacciato dai calcinacci del muro di Berlino  .-
 
   

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ARTICOLO PUBBLICATO SU MICROSTORIA


Sono passati oramai più di 20  anni da quando iniziate alcune ricerche sui movimenti demografici all'interno della piccola comunità di Gonfienti,  mi resi conto che generazioni di contadini  per centinaia di anni avevano operato su pochi ettari  tramandandosi tecniche e conoscenze , su una terra che,  solo in apparenza immutata,  celava la loro fatica e forse non solo quella.

 

Pensai alle storie che si tramandavano nella mia famiglia, come in ogni altra famiglia di Gonfienti su  punte di pietra, pietre lavorate , o alle storie fantastiche di un luogo chiamato "Buceto", una palude da dove uscivano serpenti enormi in grado di inghiottire un uomo e dove scomparivano carri trainati da buoi ; ingenui racconti  tramandati per colpire la fantasia dei più piccoli, ma che esulavano dai cliche' soliti delle storie raccontate ai bambini dei paesi limitrofi.

 

Mi chiedevo se le segnalazioni di pietre lavorate fossero anche quelle storie fantasiose o reali segnalazioni di qualcosa osservato molti anni prima e tramandate oralmente , magari alterandone i particolari .

Perchè in altri luoghi non erano nate storie simili anche se vicino si trovavano aree paludose o risorgenze ?

Cercai di capire quando le storie erano nate, e iniziai a cercare nell'area qualche riscontro , ma nonostante le ricerche si siano protratte per anni, non emerse nessun dato certo.

 

Altrettanto noti erano sia gli studi sull'area e sulla viabilità effettuati da storici locali dal M.L.Pegna , al prof. Nuti, dal Fantappiè al prof. Nannicini, sia le risorse naturali della zona, sfruttate fino in epoca  moderna dalle argille (con caratteri morfologici diversi ) , alla facilità di approvvigionamento idrico, dalla legna di quercia al calcare .

Mi resi conto, inoltre,  che i terreni avevano da un punto di vista geologico natura diversa, friabili e sabbiosi ad ovest,  argillosi ad est, e proprio su questi ultimi, chiaramente depositati dalla Marina / Marinella , si notava una grande quantità di ciottoli di fiume molti dei quali, per la loro natura geologica, si diversificavano dal terreno sottostante  proprio del cono di deiezione della Val di marina mentre le pietre erano ciottoli in arenaria del Bisenzio .

Le conclusioni si rivelarono affrettate  e in parte sbagliate, pensai ad un grosso insediamento di Villanoviani ( i ciottoli servivano a creare il fondo delle capanne ) trasformatosi  poi in un piccolo insediamento etrusco nella parte pedemontana di Pizzidimonte .I reperti lì rinvenuti  non lasciavano spazio ad ipotesi diverse sull'origine del paese , ed il passo della "Societa' Colombaria" sul ritrovamento dei bronzi di Pizzidimonte lo conoscevo troppo bene per pensare ad un distratto viandante che semina bronzetti mentre vaga per le campagne .

 

Le ricerche si intensificarono  con l'inizio dei lavori dell'Interporto di Prato, ben presto capii, confortato dal ritrovamento di piccolissimi reperti, che questa era l'ultima occasione per trovare dei riscontri alla mia vecchia ipotesi su Gonfienti, ma al tempo stesso cresceva in me la consapevolezza di non avere le capacità di decifrare i possibili segnali che potevano provenire dall'area. Non sono un archeologo  avevo ed ho  scarse conoscenza dei manufatti e non avevo mai visto( e forse non lo vedrò mai)  uno strato di epoca Villanoviana ,ma nonostante tutto questo all'inizio di novembre 1996 chiesi all'amico Renzo Giachetti di Calenzano di  seguirmi in un sopralluogo sul posto  In quella occasione visto la quantità di reperti  e alcuni muri a cassaforma che si intravedevano in una buca da poco scavata ,decidemmo di chiedere l'intervento della Sovrintendenza Archeologica per la Toscana.

I giorni seguenti furono concitati e felici, l'ampiezza dell'area del ritrovamento era in parte nota,  l'epoca dei reperti ed i muri a cassaforma ( sic. in ciottoli di fiume ) mi fecero sperare di non aver solo perso del  tempo tra la mota di Gonfienti.

 

Con l'intervento degli organi preposti alla tutela ed allo studio del ritrovamento, il mio compito di improvvisato archeologo, storico, geologo e antropologo ( ....o meglio di improvvisato  tramite
 tra culture diverse.. ) era terminato , anche se sentivo e sento il dovere di informare i miei concittadini sulle nuove prospettive della loro storia  .

 

Silvio GianLuca Biagini



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Articolo pubblicato nel 2008 :

Siamo alla fine degli Anni ‘60

Silvio Gianluca Biagini

 

Siamo alla fine degli Anni 60, frequentavo la scuola media e il mio interesse per la storia locale, fu sicuramente rafforzato dalla Signora La Penna  la mia professoressa di lettere e storia, in una estate caldissima con un amico Carlo Fantappiè  decidemmo, non essendo entrambi molto portati per il gioco del calcio,  di scrivere la storia di Pizzidimonte.
La raccolta dei documenti allora disponibili fu cosa abbastanza facile da realizzare per lo più articoli tratti dall’Archivio Storico Pratese,  Vasari ecc., ma ci accorgemmo ben presto che tutto quello che era noto si confondeva con estrema facilità, ed il tutto non era mai confermato da prove chiare e geograficamente collocabili nell’area, seppur limitata di Pizzidimonte, Travalle, La Querce Gonfienti. ecc.

I punti da chiarire riguardavano :

1  L’area del C
astellare tra via Mugellese e l’attuale via Bresci
2  La
mansio di “ad Solaria“
3 La convivenza tra popolazioni Liguri (tesi che in quel periodo andava per la maggiore ) e popolazioni Etrusche, che avevano lasciato  testimonianze della loro presenza a Pizzidimonte ed in località  vicine

La strategia, poi rivelatasi vincente, la scoprimmo quando chiedemmo informazioni per trovare il campo del
Castellare a Pizzidimonte ed i contadini che lo lavoravano si dilungarono nello spiegarci tutto quello che loro ed i loro avi avevano notato di anomalo nel coltivare quei terreni, decidemmo allora di archiviare le loro indicazioni in “dei fogli” ( oggi si chiamerebbero schede ) con un rozzo ed approssimativo disegno che sostituiva la carta IGM che non avevamo.
Quindi le nostre fonti erano quelle orali tipiche del mondo contadino, e si chiamavano Bardazzi, Cecco Bettarini, Nelletti.  Ammannati, ecc.

Localizzammo con esattezza il Castellare, addirittura con l’indicazione di dove si trovano attualmente le pietre che affioravano in quantità asportate  e  riutilizzate in parte per la massicciata di via Mugellese e sembra anche, in passato, per la costruzione del ponte ferroviario di via Firenze.

Localizzammo, grazie a Cecco Bettarini un mosaico avvistato verso la fine della Seconda Guerra Mondiale nel podere di San Bartolo a Travalle, un capitello di una colonna posto all’incrocio tra via Mugellese  e via B. Bandinelli , e molto altro .

Al liceo N. Copernico, conobbi il prof. Nannicini, e grazie ai suoi insegnamenti cominciai a collocare l’Archeologia nella sfera della ricerca scientifica, e a capire che l’inospitale Calvana così inospitale forse non lo era sempre stata, conobbi il prof. Nuti e l’aspetto della storia legato ai documenti, ricordo anche il prof. Pratesi e una ricerca sulla viabilità tra il Monte Albano e le valli del Bisenzio, Marina. Ricordo Agostino Ammannati “ i’ Professore “ e dell’orgoglio di avergli prestato un libro “ La Tirrenia Antica” di De Palma “ che mi fu restituito dai familiari dopo la sua morte.
Capii finalmente che l’antropizzazioni, ora della piana ora della Calvana si alternavano non solo  per motivi geo-morfologici, ma anche e soprattutto  per motivi politico militari, “lapalissiano” potrebbe dire qualcuno, ma all’epoca vi erano eruditissimi studi che spiegavano, come la piana non poté essere abitata dall’uomo nell’antichità perché ricoperta dalle acque di una palude o ancora peggio dalle acque di un grande lago. Ma questa considerazione ne portava altre, la prima che le ricerche non erano più  legate alla montagna o al limite della zona pedicollinare.
A questo punto avevo una grande quantità di informazioni, in alcuni casi, combacianti con la documentazione scritta, altre estremamente generiche, spesso arricchite dalle conclusione delle mie fonti,  molti indizi e poche certezze, il tempo passava ma di tanto in tanto potevo aggiungere qualche notizia alle mie schede, confermando qualcosa o rivalutando ipotesi in un gioco divertente ma sicuramente noioso e infinito, spesso quando l’importanza di un area diventava certezza  era  a causa di  una fognatura o per l’impianto di una vigna, ma inutile dire in giro  che sotto il campo “di’ Castellare” a Pizzidimonte c’era un castello altomedievale e che, ad ovest dei resti delle sue possenti mura, ve ne potevano essere di ancora più antichi,  tanto le poche, laconiche, formali, sorridenti risposte si ripetevano ogni volta,  sempre politicamente corrette .

Fu solo nella primavera del 1996 che,  durante i lavori di scavo del fosso che costeggia via Bresci a Pizzidimonte, emersero resti di edifici inequivocabilmente di epoca romana, in parte  in elevato di una tale evidenza che segnalai la scoperta alla SAT. Negli anni successivi, l’area fu in parte indagata  dagli archeologi e, a detta degli organi di stampa, rinvennero un notevole quantitativo di oggetti di epoca romana , ma è rimasta da indagare tutta l’area nel suo insieme e con essa i resti che evidentemente proseguivano sotto via Bresci fino all’area del Castellare.

Agli inizi degli Anni ‘80 posi maggiore attenzione sull’area area di Gonfienti, anche se solo per l’aspetto demografico,  numerose schede su Gonfienti  aperte negli anni precedenti parlavano attraverso nebulosi racconti  di anziani contadini di pietre scolpite,  frammenti di vasi, favole che sembravano tratte dalla mitologia greco-romana, resti di muri, ecc.

C’erano tanti particolari, anomali ma difficilmente spiegabili dal nome della Via Cellerese (da cellario) che circondava l’area della futura “Città Etrusca“, c’era anche Via traversa Cellerese che tagliava questa area, ed un importante tabernacolo lungo il suo tracciato, sperso nella campagna, ma talmente importante da far passare da lì  importanti manifestazioni religiose della comunità di Gonfienti (spesso la sacralità dei luoghi sopravvive alle  religioni). Importanti guadi del Bisenzio erano accessibili proprio da Gonfienti, limite della possibile navigabilità del fiume. C’era la misteriosissima area di “Buceto“ con le sue straordinarie leggende e l’etimo di derivazione antica.

La chiesa stessa è quella che vanta la più antica documentazione di Prato.

La stessa popolazione di Gonfienti, dal 1700 al 1800, sembrava avere più contatti (feste, matrimoni, alternanza dei pigionali) con l’area a sud est (Pizzidimonte, Capalle, Mezzana) che non con la parte ad ovest .

Alla fine degli Anni ’80, poco più a nord di Gonfienti, il Sig. Renzo Giachetti dipendente della Soprintendenza Archeologica toscana ritrova e saggia la villa Romana del podere San Bartolo a Travalle (Calenzano), i lavori durano ca 15 gg . ma bastarono per avere conferma della presenza di questa enorme, importantissima Villa Romana del I-II sec. a.C. con preziosissimi mosaici parietali e impianti termali, nonostante ciò, ancora oggi tutto l’impianto giace sotto terra e probabilmente ogni giorno, ogni vibrazione prodotta in superficie separa sempre più le tessere dei brani di mosaico. Così concludeva la relazione fatta dall’archeologo Fabio Faggella della Cooperativa Archeologica : “Infine I'estensione dell'area di ritrovamenti di superficie e l'aspetto topografico della zona (una valletta, ben drenata da una leggera pendenza naturale, ricca di acque di superficie e posta nelle immediate vicinanze di importanti percorsi viari transappenninici), portano facilmente ad ipotizzare la presenza di un insediamento complesso che dalla epoca romana sfuma, pur con probabile decadimento demografico e urbanistico, in un apparato rurale, durante l'età medievale.”

“Importanti percorsi transappenninici“ importanti, ma in decadenza, quindi  abbiamo la villa Romana di Travalle, resti altomedievali a Pizzidimonte, ma proprio in quel periodo in via Bresci vengono costruite delle case e qualcosa di epoca Romana si intravede dalla recinzione del cantiere piccole cose, ma una viabilità di pianura non è più un mito e quindi possiamo creare sia una probabile centuriazione dell’area e una strada virtuale  che collega Travalle (Poggio Uccellaia)  alla parte bassa di Pizzidimonte, riportare le vecchie strade e sentieri rilevati dalle schede aperte alla fine degli Anni ‘60 , evidenziate le strade rilevate dalle Carte dei Capitani di Parte Guelfa, constato che Via mugellese ha un suo prosieguo nell’area di Capalle  e vicino a Capalle furono rinvenuti resti romani,  abbiamo due rette che s’incontrano quasi perpendicolarmente in prossimità del campo sportivo della Querce alla fine di via Cellerese dietro Via Etrusca, con tutte queste informazioni possiamo ipotizzare che… assolutamente  niente, nessuna ipotesi sarebbe azzardata,  troppo affrettata, anche se ci siamo dimenticati di qualcosa di molto importante.

Torniamo indietro nel 1985, sull’onda della grande mostra sul periodo Etrusco intitolato “Progetto Etruschi“, in pratica per un anno si è parlato di Etruschi mostre convegni film, (chissà se oggi il buon assessore alla Cultura prof. Mazzoni se la sarebbe cavata a non parlare di Etruschi in un contesto del genere),  esce il n. 55-56 della rivista “Progress dal titolo “ Gli Etruschi a nord dell’Arno“ con in copertina la foto del nostro caro bronzetto di Pizzidimonte gelosamente custodito a Londra, ma a p. 68 si parla di un film titolo “gli Etruschi a nord dell’Arno “ perbacco pensai la solita  ribollita con Artimino e le sue tombe, Pietramala,  il cippo di Montemurlo, le tombe di Quinto (allora se ne parlava ancora, mia figlia ha studiato gli Etruschi in una scuola di Settimello, ma non ha mai visto le più belle tombe a tholos dell’Etruria,  distanti ca 2000 metri dalla scuola perché chiuse da oltre 10 anni per i lavori della TAV, e anche perchè molte sono le persone che ignorano l’esistenza di una tale meraviglia nella nostra zona).
A p. 68 della rivista c’è  la foto di Silvano Bambagioni, Arturo Prospero, Mario Bernocchi, il gota della Cassa di Risparmi di Prato ed insieme a loro, addirittura il mitico dott. Francesco Nicosia all’epoca soprintendente della Toscana, allora viene di pensare:  la cosa si fa seria il primo articolo parla della realizzazione del film e delle aree interessate alla realizzazione dello stesso. Si parla dei luoghi storici. Conosciuti come aree etrusche, ma ad un certo punto si inizia a parlare di Pizzidimonte e del Bronzetto lì rinvenuto nel ‘700, e del viaggio a Londra per poter filmare lo stesso. Poi si arriva all’articolo di Renzo Fantappiè e pur non sottovalutando che il parroco di Pizzidimonte sia uomo di parte, il suo articolo parla quasi esclusivamente del bronzetto esposto al British e di Pizzidimonte, ma si scopre anche che la statuetta non era sola, ma in compagnia di altre statuette e lari (bracieri ) di bronzo e che il tutto fu rinvenuto agli inizi del ‘700 a Pizzidimonte sulla via sestese (Via Firenze). Chiesi ed ho chiesto anche di recente alle persone più anziane della zona quando l’attuale Via Etrusca a Pizzidimonte è stata ribattezzata, e soprattutto perché un breve tratto di Via Firenze (il tratto attuale di Via Firenze tra il bar Gelli e il Bar Sayonara è stato aperto negli anni 1960 – in quel tratto via Firenze all’altezza del Bar Gelli (o meglio dalla Platea – l’area in prossimità dell’incrocio tra via Firenze e via B. Bandinelli aveva questo interessante toponimo) si immetteva e diventava Via Etrusca, per poi diventare via Sestese in prossimità del Rosi. E sempre il Fantappiè sembra concordare con quanto ipotizzarono, già nel ‘700, il Gori ed il Fontanelli,  che i bronzi Etruschi di Pizzidimonte probabilmente provengono dal corredo di  un santuario o un luogo sacro Etrusco eretto  a Pizzidimonte.
A questo punto è abbastanza chiaro perché quando sono iniziati i lavori per la realizzazione dell’Interporto di Prato ho sentito la necessità di vedere se durante gli scavi emergesse qualcosa, nel 1994 iniziai a documentare le abitazioni coloniche che sarebbero state abbattute per la costruzione ed a osservare gli scavi eseguiti a ovest dell’attuale via di Gonfienti, ma i terreni sabbiosi di quella zona non presentavo anomalie rilevabili, non fu una sorpresa perché gli agricoltori di Gonfienti hanno sempre indicato nei loro racconti luoghi ad est di via di Gonfienti.
Nel 1995 l’interporto iniziò ad espandersi proprio ad est, con la costruzione delle opere di urbanizzazione primaria, ma la strada e il raccordo ferroviario erano in elevato e non potevano aiutare molto, il fosso che costeggiava tale strada invece mise in evidenza sezioni di ghiaia che interpretai come letti di fossi provenienti da Pizzidimonte, ma qualcosa non tornava sia il loro numero la loro vicinanza avevano qualcosa di anomalo rispetto al naturale deflusso delle acque dal poggio di Pizzidimonte, probabilmente avevo visto per la prima volta le strade della città etrusca di Pizzidimonte, ma non lo sapevo.

Certo è vero che non pensavo che di lì a pochi anni avrei visto riaffiorare una città etrusca, ma ero convinto che quell’area ci avrebbe restituito sicuramente qualcosa di archeologicamente importante. Osservavo e fotografavo, e aumentava in me la consapevolezza della difficoltà originata dal fatto che i lavori procedevano per riempimento e non per scavo, dall’altro la mia limitata conoscenza in campo archeologico, ma confidavo in qualche elemento di pietra magari riutilizzato nelle abitazioni abbattute o in analoghe opere murarie, o in una semplice botta di fortuna.

Quando il 2 novembre 1996 telefonai  alla SAT e, dopo aver preso nota della segnalazione, mi informarono che essendo il sabato prefestivo l’interlocutrice si trovava in difficoltà ad avvertire i responsabili della zona mi consigliò di richiamare, mi sentii quasi sollevato per l’esiguità delle prove che avevo, a dimostrazione della tesi sull’importanza dell’area.

Il 3 novembre, domenica, mi recai a Gonfienti ed iniziai ad osservare l’estrema area ad est dei lavori in località “Pantano 2”,  con me l’amico Renzo Giachetti, vagammo per la campagna ai limiti dei lavori alla ricerca di un elemento anche piccolo che confermasse la presenza umana nell’area in epoca antica, quando, era oramai passato mezzogiorno abusando della pazienza di Renzo arrivammo alla scarpata della strada che costeggia lo scalo container, cominciammo a notare una quantità impressionante di frammenti di vasi pietre e in due buche lì vicino una serie di strutture murarie, sia per il materiale sia per i sorrisi dell’amico Renzo, mi resi conto che la storia iniziata molti anni prima si stava per concludere . Sbagliavo era solo l’inizio, il giorno 4, alle 10.15, alquanto emozionato telefono in soprintendenza, parlo con la dr.ssa Perazzi la quale apre una scheda di segnalazione, fissammo in seguito un appuntamento per il giorno successivo, per un sopralluogo, così avviene durante la visita eseguita dalla dr.ssa Poggesi e dalla dr.ssa Perazzi, i responsabili dei lavori parlano di un prossimo scavo tra via Madonna del Ciliegio e Villa Niccolini.

Nell’occasione la dr.ssa Poggesi identifica i frammenti Etruschi del periodo Arcaico, e che i lavori allo scavo in prossimità della villa verranno controllati da un suo incaricato.

Il 16 novembre visito il fosso scavato nell’area in prossimità di via Madonna del Ciliegio, presenta ancora un notevole quantitativo di ceramica e strutture murarie in ciottoli di fiume (fondamenta a cassaforma) inequivocabilmente della stessa epoca dei precedenti, non sapendo se della cosa ne era a conoscenza la soprintendenza, segnalo ciò che ho visto il lunedì seguente. Nell’occasione con l’aiuto di una piccola bussola mi rendo conto che le opere murarie sezionate dal fosso sono tutte allineate in maniera simile. Nasce in me l’ipotesi non di costruzioni sparse ma di un vero e proprio agglomerato urbano. Dopodichè,  pensai questione di giorni ma di Gonfienti della “Città Etrusca di Pizzidimonte“ ne parleranno tutti, televisione, giornali, già vedevo  etruscologi di chiara fama discutere su questa nuova scoperta, Università straniere pronte a studiare ogni anfratto di Gonfienti, ipotesi che si susseguono, conferme smentite e poi nuove ipotesi, la ricerca del pomerio, l’individuazione dell’Acropoli, i luoghi sacri, la viabilità , le necropoli , le favisse, il centro della città, le officine, il fabbro ed i forni fusori, i ceramisti e le fornaci, gli edifici pubblici e chissà quanto altro ancora, perché pensavo: “è solo questione di  voler cercare queste cose, e sicuramente con tutte le promesse, le analisi fatte sulla cultura sullo sfruttamento delle infinite risorse artistiche del nostro paese, sulla vocazione turistico/culturale della Toscana, ed una volta individuato tutto ciò sarà semplice riprogettare l’Interporto rispettando quello che è la nostra storia, perché senza la consapevolezza e la forza di una nostra identità e di una nostra cultura l’identità e la forza di altre culture diventa paura”.

“…Bisogna tornare a scavare…“ Prodi, e non il Vangi, ripeteva a destra e a sinistra questa frase bisogna tornare a 
s c a v a r e , ed io mi immaginavo Prodi e la Melandri  in fila come i sette nani con vanga e piccone.
Aspettai, paziente,  ma il silenzio spesso assomiglia all’omertà, e tacere poteva solo avvantaggiare chi non aveva apprezzato affatto quest’ importante scoperta, fu per questo che inviai migliaia di e-mail, che telefonai a decine di persone rappresentando le difficoltà di sviluppo della scoperta.

Telefonai al prof. Giovannangelo Camporeale, a Della Fina ad Orvieto, scrissi alle Università di mezzo mondo, strano ma rispondevano etruscologi olandesi ma non gli italiani e così via.

Scrissi all’Onorevole Giovanna Melandri, Ministro per i Beni Culturali, scrissi all’Architetto Mariella Zoppi, Assessore alla Cultura della Regione Toscana.

Io non sono un archeologo, mi interesso di storia locale, leggo i molti e costosissimi libri degli archeologi, degli storici e forse avrei fatto meglio ad imparare a giocare a pallone, ma quando mi siedo sotto la croce di poggio Castiglioni e guardo la piana, ora a distanza di oltre 10 anni tutto ha il profumo della delusione, non riesco ad indignarmi neppure per le scritte d’amore scritte dai ragazzini sopra i muri dei monumenti, non so di chi è la colpa e neppure se c’è un colpevole non sono un archeologo e non sono neppure un giudice, so che il mio sogno, il più bello, custodito ed alimentato per molti lunghi anni, quello che ad altri ho fatto custodire e ad altri donato, è in buona parte svanito  e dissolto nell’ultimo lustro, temo che il ragazzino, poco più che tredicenne, l’allievo della prof.ssa La Penna,  a caccia di tesori sia morto, sepolto ai margini del pomerio della Città Etrusca di Pizzidimonte.
 

 

 

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