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ARTICOLO PUBBLICATO SU MICROSTORIA
Sono passati oramai più di 20 anni da quando iniziate alcune
ricerche sui movimenti demografici all'interno della piccola comunità
di Gonfienti, mi resi conto che generazioni di contadini
per centinaia di anni avevano operato su pochi ettari
tramandandosi tecniche e conoscenze , su una terra che, solo in
apparenza immutata, celava la loro fatica e forse non solo
quella.
Pensai alle storie che si
tramandavano nella mia famiglia, come in ogni altra famiglia di
Gonfienti su punte di pietra, pietre lavorate , o alle storie
fantastiche di un luogo chiamato "Buceto", una palude da dove uscivano
serpenti enormi in grado di inghiottire un uomo e dove scomparivano
carri trainati da buoi ; ingenui racconti tramandati per colpire
la fantasia dei più piccoli, ma che esulavano dai cliche' soliti delle
storie raccontate ai bambini dei paesi limitrofi.
Mi chiedevo se le segnalazioni di
pietre lavorate fossero anche quelle storie fantasiose o reali
segnalazioni di qualcosa osservato molti anni prima e tramandate
oralmente , magari alterandone i particolari .
Perchè in altri luoghi non erano
nate storie simili anche se vicino si trovavano aree paludose o
risorgenze ?
Cercai di capire quando le storie
erano nate, e iniziai a cercare nell'area qualche riscontro , ma
nonostante le ricerche si siano protratte per anni, non emerse nessun
dato certo.
Altrettanto noti erano sia gli studi
sull'area e sulla viabilità effettuati da storici locali dal M.L.Pegna
, al prof. Nuti, dal Fantappiè al prof. Nannicini, sia le risorse
naturali della zona, sfruttate fino in epoca moderna dalle
argille (con caratteri morfologici diversi ) , alla facilità di
approvvigionamento idrico, dalla legna di quercia al calcare .
Mi resi conto, inoltre, che i
terreni avevano da un punto di vista geologico natura diversa, friabili
e sabbiosi ad ovest, argillosi ad est, e proprio su questi
ultimi, chiaramente depositati dalla Marina / Marinella , si
notava una grande quantità di ciottoli di fiume molti dei quali, per la
loro natura geologica, si diversificavano dal terreno sottostante
proprio del cono di deiezione della Val di marina mentre le pietre
erano ciottoli in arenaria del Bisenzio .
Le conclusioni si rivelarono
affrettate e in parte sbagliate, pensai ad un grosso insediamento
di Villanoviani ( i ciottoli servivano a creare il fondo delle capanne
) trasformatosi poi in un piccolo insediamento etrusco nella
parte pedemontana di Pizzidimonte .I reperti lì rinvenuti non
lasciavano spazio ad ipotesi diverse sull'origine del paese , ed il
passo della "Societa' Colombaria" sul ritrovamento dei bronzi di
Pizzidimonte lo conoscevo troppo bene per pensare ad un distratto
viandante che semina bronzetti mentre vaga per le campagne .
Le ricerche si intensificarono
con l'inizio dei lavori dell'Interporto di Prato, ben presto capii,
confortato dal ritrovamento di piccolissimi reperti, che questa era
l'ultima occasione per trovare dei riscontri alla mia vecchia
ipotesi su Gonfienti, ma al tempo stesso cresceva in me la
consapevolezza di non avere le capacità di decifrare i possibili
segnali che potevano provenire dall'area. Non sono un archeologo
avevo ed ho scarse conoscenza dei manufatti e non avevo mai
visto( e forse non lo vedrò mai) uno strato di epoca Villanoviana
,ma nonostante tutto questo all'inizio di novembre 1996 chiesi
all'amico Renzo Giachetti di Calenzano di seguirmi in un
sopralluogo sul posto In quella occasione visto la quantità di
reperti e alcuni muri a cassaforma che si intravedevano in una
buca da poco scavata ,decidemmo di chiedere l'intervento della
Sovrintendenza Archeologica per la Toscana.
I giorni seguenti furono concitati e
felici, l'ampiezza dell'area del ritrovamento era in parte nota,
l'epoca dei reperti ed i muri a cassaforma ( sic. in ciottoli di fiume
) mi fecero sperare di non aver solo perso del tempo tra la mota
di Gonfienti.
Con l'intervento degli organi
preposti alla tutela ed allo studio del ritrovamento, il mio compito di
improvvisato archeologo, storico, geologo e antropologo ( ....o meglio
di improvvisato tramite
tra culture diverse.. ) era terminato , anche se sentivo e sento
il dovere di informare i miei concittadini sulle nuove prospettive
della loro storia .
Silvio GianLuca Biagini
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Articolo pubblicato nel 2008 :
Siamo alla fine degli Anni ‘60
Silvio Gianluca Biagini
Siamo alla fine degli Anni 60, frequentavo la scuola media
e il mio interesse per la storia locale, fu sicuramente rafforzato
dalla Signora La Penna la mia professoressa di lettere e storia,
in una estate caldissima con un amico Carlo Fantappiè decidemmo,
non essendo entrambi molto portati per il gioco del calcio, di
scrivere la storia di Pizzidimonte.
La raccolta dei documenti allora disponibili fu cosa abbastanza facile
da realizzare per lo più articoli tratti dall’Archivio Storico
Pratese, Vasari ecc., ma ci accorgemmo ben presto che tutto
quello che era noto si confondeva con estrema facilità, ed il tutto non
era mai confermato da prove chiare e geograficamente collocabili
nell’area, seppur limitata di Pizzidimonte, Travalle, La Querce
Gonfienti. ecc.
I punti da chiarire riguardavano :
1 L’area del Castellare tra via Mugellese e
l’attuale via Bresci
2 La mansio di “ad Solaria“
3 La convivenza tra popolazioni Liguri (tesi che in quel periodo andava
per la maggiore ) e popolazioni Etrusche, che avevano lasciato
testimonianze della loro presenza a Pizzidimonte ed in località
vicine
La strategia, poi rivelatasi vincente, la scoprimmo quando chiedemmo
informazioni per trovare il campo del Castellare a
Pizzidimonte ed i contadini che lo lavoravano si dilungarono nello
spiegarci tutto quello che loro ed i loro avi avevano notato di anomalo
nel coltivare quei terreni, decidemmo allora di archiviare le loro
indicazioni in “dei fogli” ( oggi si chiamerebbero schede ) con un
rozzo ed approssimativo disegno che sostituiva la carta IGM che non
avevamo.
Quindi le nostre fonti erano quelle orali tipiche del mondo contadino,
e si chiamavano Bardazzi, Cecco Bettarini, Nelletti. Ammannati,
ecc.
Localizzammo con esattezza il Castellare, addirittura con l’indicazione
di dove si trovano attualmente le pietre che affioravano in quantità
asportate e riutilizzate in parte per la massicciata di via
Mugellese e sembra anche, in passato, per la costruzione del ponte
ferroviario di via Firenze.
Localizzammo, grazie a Cecco Bettarini un mosaico avvistato verso la
fine della Seconda Guerra Mondiale nel podere di San Bartolo a
Travalle, un capitello di una colonna posto all’incrocio tra via
Mugellese e via B. Bandinelli , e molto altro .
Al liceo N. Copernico, conobbi il prof. Nannicini, e grazie ai suoi
insegnamenti cominciai a collocare l’Archeologia nella sfera della
ricerca scientifica, e a capire che l’inospitale Calvana così
inospitale forse non lo era sempre stata, conobbi il prof. Nuti e
l’aspetto della storia legato ai documenti, ricordo anche il prof.
Pratesi e una ricerca sulla viabilità tra il Monte Albano e le valli
del Bisenzio, Marina. Ricordo Agostino Ammannati “ i’ Professore “ e
dell’orgoglio di avergli prestato un libro “ La Tirrenia Antica” di De
Palma “ che mi fu restituito dai familiari dopo la sua morte.
Capii finalmente che l’antropizzazioni, ora della piana ora della
Calvana si alternavano non solo per motivi geo-morfologici, ma
anche e soprattutto per motivi politico militari, “lapalissiano”
potrebbe dire qualcuno, ma all’epoca vi erano eruditissimi studi che
spiegavano, come la piana non poté essere abitata dall’uomo
nell’antichità perché ricoperta dalle acque di una palude o ancora
peggio dalle acque di un grande lago. Ma questa considerazione ne
portava altre, la prima che le ricerche non erano più legate alla
montagna o al limite della zona pedicollinare.
A questo punto avevo una grande quantità di informazioni, in alcuni
casi, combacianti con la documentazione scritta, altre estremamente
generiche, spesso arricchite dalle conclusione delle mie fonti,
molti indizi e poche certezze, il tempo passava ma di tanto in tanto
potevo aggiungere qualche notizia alle mie schede, confermando qualcosa
o rivalutando ipotesi in un gioco divertente ma sicuramente noioso e
infinito, spesso quando l’importanza di un area diventava
certezza era a causa di una fognatura o per
l’impianto di una vigna, ma inutile dire in giro che sotto il
campo “di’ Castellare” a Pizzidimonte c’era un castello altomedievale e
che, ad ovest dei resti delle sue possenti mura, ve ne potevano essere
di ancora più antichi, tanto le poche, laconiche, formali,
sorridenti risposte si ripetevano ogni volta, sempre
politicamente corrette .
Fu solo nella primavera del 1996 che, durante i lavori di scavo
del fosso che costeggia via Bresci a Pizzidimonte, emersero resti di
edifici inequivocabilmente di epoca romana, in parte in elevato
di una tale evidenza che segnalai la scoperta alla SAT. Negli anni
successivi, l’area fu in parte indagata dagli archeologi e, a
detta degli organi di stampa, rinvennero un notevole quantitativo di
oggetti di epoca romana , ma è rimasta da indagare tutta l’area nel suo
insieme e con essa i resti che evidentemente proseguivano sotto via
Bresci fino all’area del Castellare.
Agli inizi degli Anni ‘80 posi maggiore attenzione sull’area area di
Gonfienti, anche se solo per l’aspetto demografico, numerose
schede su Gonfienti aperte negli anni precedenti parlavano
attraverso nebulosi racconti di anziani contadini di pietre
scolpite, frammenti di vasi, favole che sembravano tratte dalla
mitologia greco-romana, resti di muri, ecc.
C’erano tanti particolari, anomali ma difficilmente spiegabili dal nome
della Via Cellerese (da cellario) che circondava l’area della futura
“Città Etrusca“, c’era anche Via traversa Cellerese che tagliava questa
area, ed un importante tabernacolo lungo il suo tracciato, sperso nella
campagna, ma talmente importante da far passare da lì importanti
manifestazioni religiose della comunità di Gonfienti (spesso la
sacralità dei luoghi sopravvive alle religioni). Importanti guadi
del Bisenzio erano accessibili proprio da Gonfienti, limite della
possibile navigabilità del fiume. C’era la misteriosissima area di
“Buceto“ con le sue straordinarie leggende e l’etimo di derivazione
antica.
La chiesa stessa è quella che vanta la più antica documentazione di
Prato.
La stessa popolazione di Gonfienti, dal 1700 al 1800, sembrava avere
più contatti (feste, matrimoni, alternanza dei pigionali) con l’area a
sud est (Pizzidimonte, Capalle, Mezzana) che non con la parte ad ovest .
Alla fine degli Anni ’80, poco più a nord di Gonfienti, il Sig. Renzo
Giachetti dipendente della Soprintendenza Archeologica toscana ritrova
e saggia la villa Romana del podere San Bartolo a Travalle (Calenzano),
i lavori durano ca 15 gg . ma bastarono per avere conferma della
presenza di questa enorme, importantissima Villa Romana del I-II sec.
a.C. con preziosissimi mosaici parietali e impianti termali, nonostante
ciò, ancora oggi tutto l’impianto giace sotto terra e probabilmente
ogni giorno, ogni vibrazione prodotta in superficie separa sempre più
le tessere dei brani di mosaico. Così concludeva la relazione fatta
dall’archeologo Fabio Faggella della Cooperativa Archeologica : “Infine
I'estensione dell'area di ritrovamenti di superficie e l'aspetto
topografico della zona (una valletta, ben drenata da una leggera
pendenza naturale, ricca di acque di superficie e posta nelle immediate
vicinanze di importanti percorsi viari transappenninici), portano
facilmente ad ipotizzare la presenza di un insediamento complesso che
dalla epoca romana sfuma, pur con probabile decadimento demografico e
urbanistico, in un apparato rurale, durante l'età medievale.”
“Importanti percorsi transappenninici“ importanti, ma in decadenza,
quindi abbiamo la villa Romana di Travalle, resti altomedievali a
Pizzidimonte, ma proprio in quel periodo in via Bresci vengono
costruite delle case e qualcosa di epoca Romana si intravede dalla
recinzione del cantiere piccole cose, ma una viabilità di pianura non è
più un mito e quindi possiamo creare sia una probabile centuriazione
dell’area e una strada virtuale che collega Travalle (Poggio
Uccellaia) alla parte bassa di Pizzidimonte, riportare le vecchie
strade e sentieri rilevati dalle schede aperte alla fine degli Anni ‘60
, evidenziate le strade rilevate dalle Carte dei Capitani di Parte
Guelfa, constato che Via mugellese ha un suo prosieguo nell’area di
Capalle e vicino a Capalle furono rinvenuti resti romani,
abbiamo due rette che s’incontrano quasi perpendicolarmente in
prossimità del campo sportivo della Querce alla fine di via Cellerese
dietro Via Etrusca, con tutte queste informazioni possiamo ipotizzare
che… assolutamente niente, nessuna ipotesi sarebbe
azzardata, troppo affrettata, anche se ci siamo dimenticati di
qualcosa di molto importante.
Torniamo indietro nel 1985, sull’onda della grande mostra sul periodo
Etrusco intitolato “Progetto Etruschi“, in pratica per un anno si è
parlato di Etruschi mostre convegni film, (chissà se oggi il buon
assessore alla Cultura prof. Mazzoni se la sarebbe cavata a non parlare
di Etruschi in un contesto del genere), esce il n. 55-56 della
rivista “Progress dal titolo “ Gli Etruschi a nord dell’Arno“ con in
copertina la foto del nostro caro bronzetto di Pizzidimonte gelosamente
custodito a Londra, ma a p. 68 si parla di un film titolo “gli Etruschi
a nord dell’Arno “ perbacco pensai la solita ribollita con
Artimino e le sue tombe, Pietramala, il cippo di Montemurlo, le
tombe di Quinto (allora se ne parlava ancora, mia figlia ha studiato
gli Etruschi in una scuola di Settimello, ma non ha mai visto le più
belle tombe a tholos dell’Etruria, distanti ca 2000 metri dalla
scuola perché chiuse da oltre 10 anni per i lavori della TAV, e anche
perchè molte sono le persone che ignorano l’esistenza di una tale
meraviglia nella nostra zona).
A p. 68 della rivista c’è la foto di Silvano Bambagioni, Arturo
Prospero, Mario Bernocchi, il gota della Cassa di Risparmi di Prato ed
insieme a loro, addirittura il mitico dott. Francesco Nicosia all’epoca
soprintendente della Toscana, allora viene di pensare: la cosa si
fa seria il primo articolo parla della realizzazione del film e delle
aree interessate alla realizzazione dello stesso. Si parla dei luoghi
storici. Conosciuti come aree etrusche, ma ad un certo punto si inizia
a parlare di Pizzidimonte e del Bronzetto lì rinvenuto nel ‘700, e del
viaggio a Londra per poter filmare lo stesso. Poi si arriva
all’articolo di Renzo Fantappiè e pur non sottovalutando che il parroco
di Pizzidimonte sia uomo di parte, il suo articolo parla quasi
esclusivamente del bronzetto esposto al British e di Pizzidimonte, ma
si scopre anche che la statuetta non era sola, ma in compagnia di altre
statuette e lari (bracieri ) di bronzo e che il tutto fu rinvenuto agli
inizi del ‘700 a Pizzidimonte sulla via sestese (Via Firenze). Chiesi
ed ho chiesto anche di recente alle persone più anziane della zona
quando l’attuale Via Etrusca a Pizzidimonte è stata ribattezzata, e
soprattutto perché un breve tratto di Via Firenze (il tratto attuale di
Via Firenze tra il bar Gelli e il Bar Sayonara è stato aperto negli
anni 1960 – in quel tratto via Firenze all’altezza del Bar Gelli (o
meglio dalla Platea – l’area in prossimità dell’incrocio tra via
Firenze e via B. Bandinelli aveva questo interessante toponimo) si
immetteva e diventava Via Etrusca, per poi diventare via Sestese in
prossimità del Rosi. E sempre il Fantappiè sembra concordare con quanto
ipotizzarono, già nel ‘700, il Gori ed il Fontanelli, che i
bronzi Etruschi di Pizzidimonte probabilmente provengono dal corredo
di un santuario o un luogo sacro Etrusco eretto a
Pizzidimonte.
A questo punto è abbastanza chiaro perché quando sono iniziati i lavori
per la realizzazione dell’Interporto di Prato ho sentito la necessità
di vedere se durante gli scavi emergesse qualcosa, nel 1994 iniziai a
documentare le abitazioni coloniche che sarebbero state abbattute per
la costruzione ed a osservare gli scavi eseguiti a ovest dell’attuale
via di Gonfienti, ma i terreni sabbiosi di quella zona non presentavo
anomalie rilevabili, non fu una sorpresa perché gli agricoltori di
Gonfienti hanno sempre indicato nei loro racconti luoghi ad est di via
di Gonfienti.
Nel 1995 l’interporto iniziò ad espandersi proprio ad est, con la
costruzione delle opere di urbanizzazione primaria, ma la strada e il
raccordo ferroviario erano in elevato e non potevano aiutare molto, il
fosso che costeggiava tale strada invece mise in evidenza sezioni di
ghiaia che interpretai come letti di fossi provenienti da Pizzidimonte,
ma qualcosa non tornava sia il loro numero la loro vicinanza avevano
qualcosa di anomalo rispetto al naturale deflusso delle acque dal
poggio di Pizzidimonte, probabilmente avevo visto per la prima volta le
strade della città etrusca di Pizzidimonte, ma non lo sapevo.
Certo è vero che non pensavo che di lì a pochi anni avrei visto
riaffiorare una città etrusca, ma ero convinto che quell’area ci
avrebbe restituito sicuramente qualcosa di archeologicamente
importante. Osservavo e fotografavo, e aumentava in me la
consapevolezza della difficoltà originata dal fatto che i lavori
procedevano per riempimento e non per scavo, dall’altro la mia limitata
conoscenza in campo archeologico, ma confidavo in qualche elemento di
pietra magari riutilizzato nelle abitazioni abbattute o in analoghe
opere murarie, o in una semplice botta di fortuna.
Quando il 2 novembre 1996 telefonai alla SAT e, dopo aver preso
nota della segnalazione, mi informarono che essendo il sabato
prefestivo l’interlocutrice si trovava in difficoltà ad avvertire i
responsabili della zona mi consigliò di richiamare, mi sentii quasi
sollevato per l’esiguità delle prove che avevo, a dimostrazione della
tesi sull’importanza dell’area.
Il 3 novembre, domenica, mi recai a Gonfienti ed iniziai ad osservare
l’estrema area ad est dei lavori in località “Pantano 2”, con me
l’amico Renzo Giachetti, vagammo per la campagna ai limiti dei lavori
alla ricerca di un elemento anche piccolo che confermasse la presenza
umana nell’area in epoca antica, quando, era oramai passato mezzogiorno
abusando della pazienza di Renzo arrivammo alla scarpata della strada
che costeggia lo scalo container, cominciammo a notare una quantità
impressionante di frammenti di vasi pietre e in due buche lì vicino una
serie di strutture murarie, sia per il materiale sia per i sorrisi
dell’amico Renzo, mi resi conto che la storia iniziata molti anni prima
si stava per concludere . Sbagliavo era solo l’inizio, il giorno 4,
alle 10.15, alquanto emozionato telefono in soprintendenza, parlo con
la dr.ssa Perazzi la quale apre una scheda di segnalazione, fissammo in
seguito un appuntamento per il giorno successivo, per un sopralluogo,
così avviene durante la visita eseguita dalla dr.ssa Poggesi e dalla
dr.ssa Perazzi, i responsabili dei lavori parlano di un prossimo scavo
tra via Madonna del Ciliegio e Villa Niccolini.
Nell’occasione la dr.ssa Poggesi identifica i frammenti Etruschi del
periodo Arcaico, e che i lavori allo scavo in prossimità della villa
verranno controllati da un suo incaricato.
Il 16 novembre visito il fosso scavato nell’area in prossimità di via
Madonna del Ciliegio, presenta ancora un notevole quantitativo di
ceramica e strutture murarie in ciottoli di fiume (fondamenta a
cassaforma) inequivocabilmente della stessa epoca dei precedenti, non
sapendo se della cosa ne era a conoscenza la soprintendenza, segnalo
ciò che ho visto il lunedì seguente. Nell’occasione con l’aiuto di una
piccola bussola mi rendo conto che le opere murarie sezionate dal fosso
sono tutte allineate in maniera simile. Nasce in me l’ipotesi non di
costruzioni sparse ma di un vero e proprio agglomerato urbano.
Dopodichè, pensai questione di giorni ma di Gonfienti della
“Città Etrusca di Pizzidimonte“ ne parleranno tutti, televisione,
giornali, già vedevo etruscologi di chiara fama discutere su
questa nuova scoperta, Università straniere pronte a studiare ogni
anfratto di Gonfienti, ipotesi che si susseguono, conferme smentite e
poi nuove ipotesi, la ricerca del pomerio, l’individuazione
dell’Acropoli, i luoghi sacri, la viabilità , le necropoli , le
favisse, il centro della città, le officine, il fabbro ed i forni
fusori, i ceramisti e le fornaci, gli edifici pubblici e chissà quanto
altro ancora, perché pensavo: “è solo questione di voler cercare
queste cose, e sicuramente con tutte le promesse, le analisi fatte
sulla cultura sullo sfruttamento delle infinite risorse artistiche del
nostro paese, sulla vocazione turistico/culturale della Toscana, ed una
volta individuato tutto ciò sarà semplice riprogettare l’Interporto
rispettando quello che è la nostra storia, perché senza la
consapevolezza e la forza di una nostra identità e di una nostra
cultura l’identità e la forza di altre culture diventa paura”.
“…Bisogna tornare a scavare…“ Prodi, e non il Vangi, ripeteva a destra
e a sinistra questa frase bisogna tornare a s c a v a
r e , ed io mi immaginavo Prodi e la Melandri in fila
come i sette nani con vanga e piccone.
Aspettai, paziente, ma il silenzio spesso assomiglia all’omertà,
e tacere poteva solo avvantaggiare chi non aveva apprezzato affatto
quest’ importante scoperta, fu per questo che inviai migliaia di
e-mail, che telefonai a decine di persone rappresentando le difficoltà
di sviluppo della scoperta.
Telefonai al prof. Giovannangelo Camporeale, a Della Fina ad Orvieto,
scrissi alle Università di mezzo mondo, strano ma rispondevano
etruscologi olandesi ma non gli italiani e così via.
Scrissi all’Onorevole Giovanna Melandri, Ministro per i Beni Culturali,
scrissi all’Architetto Mariella Zoppi, Assessore alla Cultura della
Regione Toscana.
Io non sono un archeologo, mi interesso di storia locale, leggo i molti
e costosissimi libri degli archeologi, degli storici e forse avrei
fatto meglio ad imparare a giocare a pallone, ma quando mi siedo sotto
la croce di poggio Castiglioni e guardo la piana, ora a distanza di
oltre 10 anni tutto ha il profumo della delusione, non riesco ad
indignarmi neppure per le scritte d’amore scritte dai ragazzini sopra i
muri dei monumenti, non so di chi è la colpa e neppure se c’è un
colpevole non sono un archeologo e non sono neppure un giudice, so che
il mio sogno, il più bello, custodito ed alimentato per molti lunghi
anni, quello che ad altri ho fatto custodire e ad altri donato, è in
buona parte svanito e dissolto nell’ultimo lustro, temo che il
ragazzino, poco più che tredicenne, l’allievo della prof.ssa La
Penna, a caccia di tesori sia morto, sepolto ai margini del
pomerio della Città Etrusca di Pizzidimonte.

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