È
con profonda gratitudine e grande
umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati
Uniti.Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e
in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un
faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie
figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton.
Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo
spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe
Biden.
Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e
Malia. Vi amo e sono fiero di voi.
Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve
unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone
qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in
America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni.
È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni
ogni qual volta questo ideale americano e’ stato minacciato, gli uomini
e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e
insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di
difenderlo.
Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese e’ in
guerra, l’economia e’ in crisi e il sogno americano e’ stato ancora una
volta minacciato.
Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a
lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la
casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma
la mancata risposta e’ il prodotto di una politica fallimentare e delle
pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione
che abbiamo visto negli ultimi otto anni. Il nostro Paese è più
generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i
macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono
spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e
spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo
che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà
e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a
causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai
repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa
sola: basta!
Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno
americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non
vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo
alle spalle.
Ma non voglio essere frainteso.
Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle
forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli
dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John
McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte.
Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio
parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90%
delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per
cambiare le cose.
La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto
cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e
all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo.
Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza
Bush.
Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che
soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati
una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a
dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di
lavorare di piu’ per scongiurare la chiusura della fabbrica
automobilistica.
Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio.
Questi sono gli americani che conosco.
McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti
come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli
che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno?
Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali
per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un
centesimo per oltre cento milioni di americani?
Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata
filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire
quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di
prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri.
Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci
penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare. È
ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una
idea completamente diversa.
Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare
il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli
all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di
lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente.
Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei
miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una
buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una
economia rispettosa della dignità del lavoro.
I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono
quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere
qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e
dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour,
combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace
di gratitudine con la possibilità di andare all’università.
Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il
turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me
e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai
che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side
di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura
dell’acciaieria.
Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma
questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le
vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per
rilanciare le speranze dell’America.
Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice
della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che
il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che
le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro.
Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia
quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una
istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in
scuole, strade, scienza e tecnologia.
Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le
opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli
americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che
dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E
sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio
essere molto chiaro.
Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che
hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le
piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a
beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica
l’ultima cosa da fare e’ aumentare le tasse che colpiscono il ceto
medio.
E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo
un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza
dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre
riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare
sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle
fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare,
biocombustibili.
L’America deve pensare in grande. È giunto il momento di tenere fede
all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i
bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e
appoggiandoli nel loro lavoro.
È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli
americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo
per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere
tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore
ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra
uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo
stesso trattamento dei vostri figli.
Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho
previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma
realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro.
Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F.
Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può
fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può
spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai
figli e non è compito del governo allevare i figli con amore.
Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze
americane.Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria,
ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il
comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo
su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono
opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto
dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire
Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare
nemmeno nella grotta in cui vive.
L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi
sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta
di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un
presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato
alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera
in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade
l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di
stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i
nostri alleati storici.
Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle
parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il
cambiamento che serve agli americani. Siamo il partito di Roosevelt.
Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i
democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo
non esiterò mai a difendere questa nazione.
Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò
contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi
l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire
all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività
russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo
secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio;
cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione
morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della
speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore.
È questo il mio programma. Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo
alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non
ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain.
Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono
essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto
insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera.
Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo
affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i
repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica
del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti
di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di
intenti. Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti
vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate.
Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori
dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali,
ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della
Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So
che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti
siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle
lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che
amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande
battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.
So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho
il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di
Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si
sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda
me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete
diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è
aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e
sperare che il risultato sia diverso.
Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non
viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento
lo chiedono gli americani. Ma sono convinto che il cambiamento di cui
abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto
in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e
dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio
di disoccupazione.
L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci
siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando
abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso
di questa campagna elettorale.
L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei
repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un
democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario
di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che
hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo
quando c’è un uragano o una inondazione. Il nostro è il Paese più ricco
della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito
più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre
università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per
questo che gente di ogni parte del mondo viene in America.
È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad
andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è
il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie
quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli
immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il
West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro
diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a
conquistare il diritto di voto.
È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a
Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore
della Georgia. Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto
ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di
discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i
tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo,
capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a
quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni.
«Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore.
«E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a
non tornare indietro».
America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono
molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci
sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende
agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo
camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere
nuovamente l’impegno di guardare al futuro.
Manteniamo quella
promessa – la
promessa americana. Grazie. Che Dio vi
benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.