La Storia Postale di Spoleto
 
LA STORIA POSTALE DI SPOLETO

PREMESSE

Fin dall’alba dei tempi storici l’uomo, inventata la scrittura, ravvisò l’esigenza di trasmettere a distanza le proprie comunicazioni, ne son riprova e primo esempio le numerose tavolette ricoperte da caratteri cuneiformi rinvenute nella mezzaluna fertile. Sono stati anche rinvenuti resti di corrispondenza tra l’impero egizio e quello ittita, primo esempio di lettere e risposte. All’epoca ed ancora per molti secoli a venire lo scambio di corrispondenza era riservato all’uso diplomatico ed al sovrano solo era concesso di inviare proprie lettere attraverso un sistema organizzato.
Il privato cittadino aveva come unico mezzo l’affidare le proprie missive al mercante in transito od altri sistemi occasionali.
Anche in epoca romana il servizio postale era riservato all’uso di stato, ad onta del nome “cursus publicus”. Lo scambio di dispacci poteva però ora contare su una capillare rete stradale che dallo stretto di Gibilterra a quello dei Dardanelli collegava le varie regioni dell’impero Romano.
Spoleto era anch’essa servita da una consolare di grande comunicazione, la Via Flaminia.
La strada fu selciata da Caio Flaminio nel 218 a.C., probabilmente unificando la viabilità preesistente, e collegava Roma con Rimini.
In realtà il percorso della Flaminia subì, nel corso dei secoli, numerose variazioni.
Il ramo principale della Flaminia non toccava inizialmente Spoleto, partiva, infatti, da Roma, raggiungeva Civitas Narniae (Narni) e dal Ponte di Augusto si dirigeva a Sangemini, Carsulae, Mevania (Bevagna) e Forum Flamini per poi proseguire a nord attraverso le gole del passo del Furlo.
Spoleto si collegava all’asse viario principale attraverso due distinti diverticoli che, in relazione alle varie vicende storiche, funsero anche da percorsi principali della Flaminia.
Il primo partiva dall’attuale Porta San Lorenzo e si ricongiungeva a Carsulae transitando per Collerisana e Macerino. Fino al medioevo questa era la strada di comunicazione più frequentata.
Il secondo diverticolo della consolare Flaminia, che con l’andar del tempo assunse un’importanza maggiore del ramo principale, poi completamente abbandonato, ancor oggi mantiene il nome antico.
Partiva da Roma e si diversificava dal percorso principale a Civitas Narniae da dove proseguiva per Interamna (Terni) e, valicando la Somma, giungeva a Spoleto, risalendo l’attuale Via Monterone ed entrando al Foro attraverso l’arco situato appena dopo l’imbocco dell’attuale Via delle Felici, ove è conservato uno dei più cospicui tratti della cinta urbica preromana.
Il monumentale accesso al Foro era stato completato in epoca imperiale dall’arco dedicato a Druso e Germanico.
Il tratto urbano di Via Flaminia proseguiva poi per le attuali vie Fontesecca, Minervio, Salara Vecchia, Porta Fuga, superava l’attuale Piazza Garibaldi, valicava il torrente attraverso il Ponte Sanguinario ed usciva lungo Via Cerquiglia in direzione di San Sabino. Altre due importanti strade uscivano dalla Porta Ponzianina la Via Plestia, che collegava Colfiorito e Camerino e la Via “Nursina”, che passando per Colle Ciciano e costeggiando la Chiesa di San Ponziano e la Basilica di San Salvatore raggiungeva Norcia.
La viabilità era, per l’epoca, cospicua ed oltre ad assicurare il rapido collegamento militare con Roma consentiva una fitta rete di collegamenti commerciali.
Certamente i “cursores” imperiali percorrevano la Flaminia recando i messaggi per le province più periferiche e Spoleto era certamente uno dei passaggi fondamentali, poiché prima tra le più importanti città posizionate lungo l’arteria.
Non si può certo ancora parlare di servizio postale nell’accezione moderna del termine, il “cursus publicus” era rigorosamente riservato al servizio di stato, è però probabile che un certo quantitativo di corrispondenze private fosse affidato ai vari mercanti che trafficavano lungo la consolare, di cui Spoleto era tappa importante.
La città era gia cospicua ed antica in epoca romana, i resti fittili rinvenuti sul colle Sant’Elia attestano che il luogo era abitato fin dalla tarda età del bronzo (dal XVIII al X secolo a.C.) e già alla fine del IV secolo la città era cinta di mura estese per oltre due chilometri, costruite in opera poligonale ed ancora visibili per ampi tratti in vari luoghi della città.
Nel 241 a.C. Spoletium diviene la sesta colonia di Roma, poi privata della sua autonomia per aver aderito alla Lega Italica.
Le sue ben munite fortificazioni avevano resistito, durante la seconda guerra punica, agli attacchi del cartaginese Annibale reduce dall’aver annientato l’esercito romano nella battaglia del Trasimeno (217 a.C.).
Spoleto fu poi sempre fedele all’Urbe e nel 90 a.C., con la promulgazione della Lex Julia de Civitate, ebbe piena cittadinanza romana con lo stato di municipio ascritto alla tribù Horatia.
La caduta dell’impero romano causò anche per Spoleto, come per il resto dell’Italia un decadimento dell’efficienza delle vie di comunicazione.
La città subisce prima il dominio degli Eruli, poi degli ostrogoti di Teodorico. È centro di importanti fatti d’armi durante le guerre di riconquista bizantina, in questo periodo il re Goto Totila trasforma l’anfiteatro in fortezza.
Ben poco dura per Spoleto la riconquista Bizantina, cui pone fine l’invasione dei Longobardi, che fondano a Spoleto un importante ed esteso Ducato.
Praticamente nulla si conosce della storia della posta in tale periodo, tra gli invasori longobardi non era in uso la scrittura ed è probabile che le comunicazioni di stato, almeno nei primi tempi del ducato, fossero assicurate da messi latori di messaggi verbali. Di seguito ripresero collegamenti, che erano organizzati per servizio dei "Particolari", Autorità di Governo, principi, nobili e autorità militari. Per comunicare con quanti erano a loro legati da rapporti politici, militari e commerciali, potevano contare su corrieri personali e speciali. Ai privati per le comunicazioni epistolari non restava che il vecchio metodo già in uso durante l’impero romano, affidare i messaggi a conoscenti, pellegrini, mercanti od occasionali passeggeri.
La necessità di collegamenti è talmente sentita che nel volgere di qualche secolo nasce la necessità di realizzare delle stazioni intermedie attrezzate lungo il percorso della Flaminia. In una « carta » databile all’epoca di Carlo Magno, 800-814 detta "Tavola Peutirigeriana", nelle dodici stazioni della Flaminia in essa in¬dicate, figurano : Interamna (Terni), "Ad fine Recine" (sopra Strettura), "Fano fugitivi" (Passo della Somma), Spoletio (Spoleto).
Spoleto rimase durante tutto il periodo altomedioevale città cospicua ed i suoi duchi, prima Longobardi poi Franchi rimangono protagonisti della vita politica nazionale e due di loro, Guido II ed il figlio Lamberto assurgono alla dignità imperiale.
Il vecchio istituto feudale del ducato declina però di fronte alle nuove energie nascenti dell’istituzione comunale. Nel 1296 Spoleto si dava un proprio Statuto Comunale. Nello statuto gli spoletini riservavano grande attenzione alla sicurezza delle strade, che dava garanzia di collegamenti militari, di scambi, commerci e principalmente comunicazioni.
Nello statuto comunale si sottolinea, infatti, la necessità di mantenere sgombra di pericolo la « strata vallis Stricture » (diverticolo della Flaminia) per i « Mercatores et alii transeuntes » soprattutto per le comunità di « Arono, Castri Lacus, Rocche Accharini, Montis Francie, Bactiferie, Vallis Candidi, Vallis Stricture, territorii Pirocchii, Aque Castagnee, Vallis Sancti Martini » e per il periodo “per totum mensem agusti et septembris”, evidentemente già all’epoca il più frequentato e più denso di traffico. Per lo stesso periodo, cioè da agosto a settembre, si stabiliva ugualmente di “facere custoditi stradam vallis Cammori et Organi usque in territorio Verchiani per homines castri Camnori et Organi et Spine ed alios adiacentes”. Con lo stesso Statuto si determinava di creare anche un ufficio con il compito specifico di mantenere adeguatamente tutte le strade del comune, testimoniando così la consapevolezza degli spoletini sull'importanza di una razionale e funzionale rete stradale quale mezzo essenziale di comunicazioni.
È interessante notare che per gran parte del medioevo la maggior parte del trasporto postale era affidata a “cursori” appiedati, molto più veloci degli uomini a cavallo, sia per lo stato delle strade sia per la mancanza di stazioni per il cambio cavalli.
Con il passare dei secoli progredivano le attività commerciali, cresceva pertanto anche la necessità di assicurare alle varie comunità rapidi e sicuri collegamenti epistolari. Già dal XIV secolo furono organizzati servizi di trasporto delle lettere, da parte di grandi mercanti, banchieri, corporazioni artigiane garantendo in tal modo una pur rudimentale forma di servizio postale per i privati. Si svilupparono parallelamente associazioni di corrieri che trasportavano le lettere sia entro uno stato e sia attraverso più nazioni.
Il passaggio da un servizio riservato a pochi privilegiati ad uno aperto a quanti ne avessero avuto urgenza o necessità è stato però lungo e faticoso.
Nel frattempo Spoleto perdeva la propria autonomia comunale, dopo brevi periodi in cui si alternò la signoria locale di Pietro Pianciani ed il dominio dei Perugini, nel 1359 il cardinale Gil Albornoz diede avvio ai lavori di costruzione della Rocca di Spoleto assicurando la città al dominio del Papa.
Il ritorno del Papato a Roma dopo l'esilio ad Avignone, consente la costituzione di uno stato al centro dell'Italia, che in poche decine di anni si consolidò dal Regno di Napoli fino alla pianura Padana.
La Curia Romana andò ricostruendo per la cor¬rispondenza ufficiale la sua vecchia organizzazione per il sicuro recapito delle lettere, costituita da messaggeri proprì, cioè da corrieri accuratamente scelti, che anche per lunghissimi viaggi tenevano le lettere sempre presso di sé, in modo da garantire il segreto epistolare.
I “cursores” della Curia, che viaggiavano per tutta Europa, sono i più antichi corrieri postali conosciuti. Essi erano diretti già nel XV secolo da un “ Maestro dei Cursori”, ed erano alloggiati in Roma in una locanda per messaggeri e corrieri, dove avevano la possibilità di scambiare tra loro le lettere e le esperienze di viaggio. Nascevano quindi i primi tentativi di istituire un servizio per l'inoltro delle lettere, che si concretarono nelle più svariate forme e maniere; ed oltre ai Governi cominciarono prima i personaggi delle corti, e poi gli uomini d’affari, ad utilizzare i servizi postali di Stato. Erano quindi solo gli inizi di una organizzazione postale, che si avvaleva delle già esistenti stazioni di “posta” per il cambio dei cavalli, ad uso delle Corti: infatti, il termine di “viaggiare sulla Posta” si riferiva all'inviato ufficiale, latore di lettere; e dal 1500 si cominciò ad intendere per “Posta” la “Posta delle lettere”.
È del 1484 la prima grande riforma, postale nello Stato Pontificio con la concessione alla famiglia dei Tasso del titolo di “Maestri di Posta”. I Tasso di Sandro, famiglia di ricchi commercianti originari del Cornello in Val Brembana, nella provincia di Bergamo, dopo aver organizzato un efficiente servizio di posta nella Repubblica Veneta venivano chiamati a creare una rete postale anche nello Stato della Chiesa. Nel 1484 i Tasso istituivano una regolare linea di corrieri postali tra Venezia e Roma. Questa linea postale a Rimini si immetteva nella Flaminia e raggiungeva Roma attraverso le stazioni di Cattolica, Pesare, Fano, Fossombrone, Qualagna (attuale Acqualagna), Cantiana (oggi Cantiano), Scheggia, Osteria-Gualdo, Nocera, Pontecentesimo, Foligno, Venne-Osteria (oggi Fonti del Clitunno), Spoleto, Strettura (ai piedi della Somma), Terni, Narrai, Otricoli, Civitacastellana, Rignano, Castelnuovo e Prima Porta. La Flaminia, che rappresentava l'asse principale delle comunicazioni veloci dello stato, fino a Civitacastellana era postale, ma poi il tratto fu abbandonato per razionalizzare il collegamento e anziché avere due vie si preferì accentrare questi transiti solo sulla Cassia introducendo una deviazione da Monterosi per Nepi che rimarrà nel XIX sec. In territorio umbro, tra Strettura e Pontecentesimo in direzione del Furio, la strada prevedeva un itinerario arcaico via Protte-S. Eraclio, ma l'attrazione di due grossi centri come Spoleto e Foligno ne favorì l'abbandono e un andamento spostato ad est con l'apertura di una posta intermedia alle Vene (Clitumno) negli anni '70 del XVI sec. da Spoleto verso le Marche la via più breve postale originariamente seguiva la via della Spina o del passo di Spoleto, fino alla Flamina lauretana, ma in seguito alla ristrutturazione e “carrozzabilità” del tratto via Foligno-Casenuove, anche l'asse postale verrà a coincidervi e da fine XVI sec. risulterà vincente il percorso Spoleto-Foligno-Serravalle.
Con vicende alterne i Tasso, che poi cambiarono nome in de Taxis, mantennero la direzione delle poste della Curia fino al 1532. I Tasso si erano nel frattempo molto legati all'Imperatore Carlo V, e membri della stessa famiglia dirigevano le poste dell'Impero, e quelle di Spagna, di Napoli, delle Fiandre, ma per il solo uso dei governi.
Nel 1513 la Curia creò la carica di 2° Maestro delle Poste, nella persona di Bartolomeo del Vantaggio, che accudiva alla linea postale Roma-Firenze. Anche questa famiglia mantenne la carica con alterne fortune fino al 1535, quando già da tre anni aveva ottenuto la carica di Maestro delle Poste, dopo l'estromissione dei Tasso per vicende politiche.
Dal 26 gennaio 1535 Matthias Gherardi di S. Cassiano fu il nuovo Maestro delle Poste, ed ebbe rinnovata la carica nel 1541 e nel 1548.
Fino a questo tempo la Curia aveva sempre indennizzato il Maestro delle Poste per la sua attività di servizio e per le spese a cui andava incontro. Ora però il Maestro delle Poste era stato autorizzato a riscuotere un compenso per il trasporto di lettere da parte di persone estranee alla Curia, e poiché questo servizio collaterale si era sempre più sviluppato, a cominciare dalla metà del XVI secolo, ci si accorse che non era più necessario fare erogazioni a favore del Maestro di Posta curiale; i suoi introiti secondari le rendevano superflue.
Nel 1550 Mattheus Palmerinus divenne Maestro Generale delle Poste Pontificie ancora in regime di dipendente, ma nel 1551 dovette rassegnarsi a che il suo rapporto di servizio cessasse, e che venisse prolungato solo dietro l'im¬pegno di versare alla Curia un annuo compenso di 300 Scudi. Fu, nel contempo, fissata la tariffa che gli era consentita di applicare sul traffico postale tra Roma e Bologna. Nacque da que¬sta data il concetto dell'appalto postale per il servizio del pubblico.
Il dirigente dell'organizzazione postale fino ad allora aveva agito in qualità di pubblico ufficiale, ma in posizione subordinata, si trovava invece ora a dovere sopportare non indifferenti responsabilità economiche.
Era diventato un imprenditore, che trattava con la Curia come altra parte contraente e del tutto indipendente. Per procacciarsi la somma dell'appalto egli doveva provvedere a mantenere attivo il rapporto tra entrate e spese di esercizio; ma anche la Curia doveva d'altra parte preoccuparsi a che le entrate dell'appaltatore non subissero danni in seguito ad abusi commessi o da altri trasportatori o dalle Poste Straniere, non esitando ad intervenire quando fosse necessario.
Fino agli inizi del XVI secolo le partenze dei corrieri non si svolgevano in modo regolare. Esse avvenivano solo quando se ne presentava la necessità per la Curia o per le Ambasciate, e si regolavano quindi a seconda della quantità e dell'urgenza delle spedizioni. Il privato, che aveva lettere da spedire, doveva attendere la prima Posta in partenza; e se aveva urgenza era costretto a rivolgersi ai corrieri espressi, che erano di due tipi: i “Currierii” e le “Staffetae cavalcatae”.
Solo a cominciare dalla seconda metà del XVI secolo si riscontrano le partenze di “corrieri ordinari” in determinati giorni della settimana o del mese, anche in relazione delle esigenza dei privati.
In tale periodo, per la prima volta al mondo, fu istituito in Umbria il sistema di marcare le lettere con bolli a secco, per garantire che fossero passate regolarmente per la posta pagandone i relativi diritti.
I bolli a secco sono noti, a partire dall’inizio del XVII secolo nelle principali Stazioni di Posta della direttrice Roma-Civitacastellana-Narni-Terni-Spoleto-Perugia, che serviva le numerose cittadine dell’alto Lazio, della Sabina e dell’Umbria.
Sulle lettere era indicato dal mittente prima la città sede di Stazione di Posta, poi il paese dipendente dalla Stazione in cui la lettera doveva pervenire. Si formarono così le Direzioni Postali, e cioè le località principali sul percorso dei corrieri dove veniva lasciato un involto di lettere. Il corriere, chiamato ordinario (denominazione che durò a tutto il XIX secolo), percorreva un tragitto fisso da Roma al capolinea, che poteva essere Perugia, o Viterbo, o Bologna, lasciando nelle Direzioni Postali lungo il percorso i pacchi di lettere già preparati prima della partenza. Il maestro di Posta locale suddivideva quindi le lettere destinate ai diversi comuni che facevano capo alla Direzione, le marcava, e le consegnava dietro pagamento ai messi comunali che venivano a ritirare la posta nei giorni stabiliti. Questa fu senz'altro la prima organizzazione posta¬le in Europa a livello statale, che certamente servì di modello alle altre nazioni, che soltanto dopo molti lustri si decisero a far qualcosa di simile.
I BOLLI A SECCO

Lo studio della storia postale di Spoleto propriamente detta parte dalla fine del XVI° secolo, quando, per la prima volta al mondo, fu istituito il sistema di marcare le lettere con bolli a secco, per garantire che fossero passate regolarmente per la posta pagandone i relativi diritti.
L’uso dei bolli a secco a Spoleto è documentato fin dal 1590 ed è sicuramente tra i più antichi, tutte le date riportate per l’uso dei vari annulli sono quelle ad oggi conosciute e suscettibili di cambiamenti, a seguito del rinvenimento di nuovi documenti.
La fine del XVI° secolo segna anche la nascita delle direzioni postali, cioè delle stazioni di posta più importanti, ove il corriere lasciava in involto di lettere per la distribuzione locale.
L'importanza di un regolare servizio postale si faceva sentire anche negli anni successivi; e infatti uomini d'affari spoletini si venivano interessando dell'organizzazione dei servizi postali. Non è certo per caso che Spoleto sia stata tra le prime, se non prima in assoluto, ad utilizzare i bolli a secco. La città, ricca di storia, era all’epoca tra le più cospicue dello Stato Pontificio, capitale del Governo Distrettuale di Spoleto, che, con quelli di Norcia e Terni, componeva il Ducato di Spoleto. Importante il ruolo di Spoleto nella storia della posta dello Stato Pontificio, tra i primi appaltatori del servizio furono gli spoletini Aurelio Ridolfi, che il 1° aprile del 1600 acquisì il servizio per nove anni, versando la somma di 18.000 scudi, e Andrea Mauro, che lo ereditò nel 1609 per la somma di 22.000 talleri. Il Mauro fu l'ultimo appaltatore delle Poste che provenisse dalla categoria degli « uomini di affari », e cioè di persone che servivano il Governo Pontificio anche per altri appalti.
In seguito l'appalto e la nuova carica di « Generale delle Poste » vennero concessi a personaggi della Corte Pontificia, Dal XVI al XVII secolo il servizio postale, pur perfezionandosi con il passare degli anni, non era riuscito a darsi un regolamento comune a tutto il territorio dello Stato Pontificio; infatti l'espletamento di esso era lasciato alla solerzia ed allo spirito organizzativo di chi ne era preposto. Fino alla fine del '700 il servizio postale era organizzato in maniera diversa a seconda che la corrispondenza fosse diretta all'interno dello Stato o venisse inviata all'estero.
Molto complessa era la circolazione della corrispondenza all’interno dello Stato Pontificio; il servizio veniva appaltato e l'appaltatore, di solito, era un nobile scelto tra i camerieri segreti del Pontefice che assumeva il ti¬tolo di “Generale della Posta”. La concessione dell'appalto avveniva mediante un semplice chirografo nel quale erano stabiliti i diritti ed i doveri, la durata dell'appalto, che di solito era di nove anni, e l'ammontare della somma che l'appaltatore doveva versare nelle casse dello Stato.
Il generale delle poste teneva per proprio conto l'ufficio di Roma e subappaltava le altre province dello Stato, conosciute con il nome di “Tenenze”.
I subappaltatori, a loro volta, dividevano il territorio di loro competenza in più zone, concedendo ad altri di provvedere al servizio postale nelle rispettive zone.
Per quanto concerne la circolazione della corrispondenza con l'Estero, ogni nazione provvedeva per proprio conto con corrieri speciali che muovevano da Ro¬ma, sede delle legazioni straniere, alla volta di Milano (via Firenze), di Venezia (via Bologna), e di Napoli, servendo anche le sedi delle Tenenze dello Stato Pontificio che attraversavano. Alla fine del 1700 maturano i tempi per un organico e razionale servizio postale che nell'essenziale è quello agli pervenuto fino a noi. Gli appaltatori, pur pagando il canone, ritraevano da questo benefizio dei redditi sicuri. Il che sta a dimostrare che il servizio delle poste, pur con le sue spese, era un servizio attivo, e che funzionava bene, dati i tempi; mentre ora in Italia, pur con tutti i progressi avvenuti, è un servizio pessimo, e che funziona in passivo.
La situazione spoletina del Seicento, prevedeva la città al centro di una vasta area priva di posta governativa dove le lettere circolavano, da sempre, in regime di libera concorrenza senza alcun vincolo. A volte il direttore imprimeva il bollino di tassa su quanto veniva estratto dalle borse dei postini locali, anche se prove¬niva dal comprensorio spoletino, notoriamente escluso dalla giurisdizione postale, e dove la corrispondenza viaggiava per lo più «fuori sacco», salvo non proseguisse per il canale governativo oltre il capoluogo. “Mi ricordo che ben spesso qualche corriere [di Norcia e Montagna] le lasciava al medesimo signor Pietro Lucidi [direttore] quale poi le dava a me [distributore] non bollate perché le consegnassi a chi erano dirette, è ben vero che di simili lettere alcune volte ne veniva qualche d'una, che era bollata, e questo seguiva quando li corrieri le portavano dentro la Bolzetta, ma se chi riceveva dette lettere benché bollate mi diceva «questa viene dalla montagna, e non paga» io non ricevevo emolumento, et il signor Lucidi me le bonificava; è ben vero però che se qualcheduno non ci badava le pagava”
Da queste ultime parole traspare l'effetto tacitante esercitato dall'impronta postale: all'utente medio bastava vederla per pagare senza discussione.
C'erano solo servizi comunali. Il territorio chiamato «della Montagna» si estendeva a est di Spoleto da Monteleone a Cascia, Norcia, Visso con consistenti bisogni di comunicazioni ma una frammentarietà di centri e una composita rete di modesti postini (le carte spesso parlano di corrieri) che gravitano sulla città e da lì si irradiavano di ritorno in ogni estremità. Il vescovo segnalava: “trecento circa sono le parrocchie, e sedici monasteri nelle parti di Montagna, continuamente occorre spedire colassu”. La posta di Spoleto, centro importante, patria e sede di dirigenti di spicco, fin dal XVII secolo aveva cercato con le buone e con le cattive di incanalare a sé il traffico, ma le gelosie locali le consegnavano solo quelle lettere che da Spoleto proseguivano per il suo canale e viceversa, cioè quelle che avevano bisogno dei suoi servizi. Tutto il resto, il grosso, che si esauriva in città o tornava su, faceva capo a recapiti privati come botteghe e osterie. Nel 1693 e nel 1733 le comunità coi loro servizi, attaccate dalla posta, intentarono causa e la vinsero. Il tesoriere generale autorizzò, ritenendo non esistente il diritto di privativa postale, il trasporto a mano fuori sacco.
Nel XVIII secolo, forse con un colpo di mano, la posta riuscì a fare veicolare tutto dentro le valigie “fu allora ordinato di numerare e descrivere tutte le lettere da trasmettere entro la borsa senza pagamento di tassa in attesa di decidere”, e il direttore ne approfittava per chiedere al papa qualche cosa per il suo disturbo. Subito però si deve essere scatenata la reazione dei comuni, appoggiati autorevolmente dal vescovo che vedeva il danno alle sue comunicazioni, e che ottennero di far tornare le cose come prima, poiché nel 1804 veniva da Roma un ennesimo ordine al governatore di Spoleto, di “sbarrare il foro, che è stato sempre aperto per addietro, e si può dire quasi ab immemorabili, dove dalla città si ponevano le lettere dirette alla Montagna nella stalla dove rimettono i loro cavalli i corrieri di detta Montagna, ed inoltre d'ordinare alii stessi corrieri che quelle lettere, che essi dalla Montagna portavano fuori della Borzetta, non potessero lasciarle più in alcuna bottega, come erano soliti fare, a scopo di offrire una certezza ancora maggiore.” E in effetti, gli invii in franchigia o affrancati non erano contrassegnati, oppure ciò avveniva con modalità speciali. Reclami contro le poste, accusate di “aver frequentemente bollate le lettere d'Officio” per lucrare, erano frequenti e più che altro rispecchiavano la grande conflittualità esistente nei paesi; ma le testimonianze dei portalettere erano concordi: “a ciascuno di noi vengono consegnate tutte le lettere bollate, e quelle di officio non bollate, e nel caso che qualcuna di dette lettere di officio per la confusione, e folla delle lettere venga bollata, noi altri procaccioli che portiamo la fede de" Governatori locali, ci sono state sempre abbonate”
Nel “Giornale di viaggio” del Montaigne dell'aprile del 1581 si legge “... ci portammo a Spoleto, città ce¬lebre e agiata. .. in questa contrada si trovano frequenti taverne e, dove non siano case, fanno dei frascati sotto i quali sono tavole imbandite di uova sode, di formaggi e di vino...”.
Questa annotazione, più che qualsiasi altro documento, vale a dimostrare che nella città di Spoleto si erano ormai consolidate delle strutture al servizio di coloro che transitavano in città e quindi naturalmente dei “legni” e dei corrieri postali.
I corrieri postali e i viaggiatori in arrivo da Roma penetravano nella città da Porta S. Pietro, i cavalli si fermavano nella stalla della osteria, con annessa stalla, contigua all'ospedale dei Pellegrini (già brefotrofio, oggi Albergo San Carlo), proprietà « ab antiquo » del Monastero di S. Angelo e S. Trinità “posta appresso il Tessino a Levante, la strada pubblica (Flaminia) a Ponente e il venerabile Ospedale da due parti e cioè a tra¬montana”.
Nel 1549 era stata portata a ter¬mine la fonte presso Porta S. Pietro, che ancora vi si conserva e che senza dubbio era utilizzata anche per abbeverare quei cavalli che provenienti da Roma.
Nella “Via delle Pietre” (attuale via Tommaso Martani) funzionava un ufficio postale. La prima documentazione scritta sull'esistenza di questo ufficio la troviamo in una supplica del 1700 rimessa al Comune di Spoleto.
In essa è detto “Per la Piazza delle Pietre, sono mesi che l'acqua che viene di sopra ha cominciato a scavare terrume esistente in detta piazza, e la conduce alle strade di sotto, le quali giornalmente deteriorano, e parte di detto terrume si ferma avanti J'Ofizio della Posta, rendendo malegevole il transito della Strada, che va al Duomo (attuale Corso Mazzini), la quale già si sarebbe resa impraticabile al passo delle Carrozze, se più volte non si fusse fatta ripulire ...”.
L’ufficio, per la vicinanza della “Casa Comunale” e del “Foro” rappresentavano il punto di convergenza di tutte le carrozze.
La principale stazione di posta si trovava nel Borgo S. Gregorio. In un verbale di interrogatorio del settembre 1796 si legge: “... si trovava nel Borgo S. Gregorio. .. stando fermo sulla porta della detta Posta si mise a parlare con Camillo Laurenti, che teneva l'osteria aperta in faccia alla detta Posta...”.
Da questa annotazione si può intuire come erano disposte le strutture al servizio di questa Stazione, che va individuata nei locali dell'attuale Farmacia Amici e comprendeva una stalla per il cambio dei cavalli e l'ufficio postale; di fronte alla stazione, probabilmente dalla parte dell'at¬tuale casa ove è il negozio Bellini, si trovava l'osteria della Posta. Sempre nel Borgo S. Gregorio si trovava l'antico « Albergo della Posta » che era situato sulla sinistra, entrando dalla piazza nell'attuale Corso Garibaldi. Una lapide ricorda che nel novembre 1822 vi sostò Giacomo Leopardi.
Il servizio postale per il trasporto delle merci dei passeggeri e della corrispondenza no progrediva solo nel centro urbano di Spoleto. Ancora oggi sono visibili i resti di un valida rete che collegava i centri vicini a Spoleto con la Flaminia e con la Nursina e quindi con la strada consolare.
Nel Museo Postale Italiano di Roma è conservata una « buca » per le lettere in travertino proveniente dal¬l’Ufficio Postale di Cerreto di Spoleto, con scolpito « Lettere per la Posta 1633 ». Nello stesso Museo è conservata un'altra buca di marmo, proveniente dall'Ufficio Postale di Monteleone di Spoleto; sul fronte della buca è scritto « Al commodo del pubblico - Posta - Gaspari Rosati - da Calvi - Luogotenente - 1707».
In un palazzo di Montesanto di Sellano, davanti alla chiesa parrocchiale, si notano ancora le strutture di un antico ufficio postale e in particolare due piccole edicole per le lettere. A Norcia sono ancora visibili le strutture dell'antico « Albergo della Posta », nome che ancora conserva.
Altra “buca delle lettere” proviene da Borgo Cerreto e, di recente, è stata rimurata nella località una copia dell’originale, risalente al 1633.
Il complesso della stazione delle Vene (oggi Fonti del Clitunno) conserva ancora la struttura della stalla ed è leggibile una scritta seicentesca che invitava i viaggiatori a ristorarsi.
Di notevole interesse è la « buca » delle lettere posta nel portico comunale di Montefalco e risalente al XVII sec. ; questa buca, anche essa in travertino, porta scolpito « Posta ». Sempre a Montefalco in una riformanza del Comune del 1604 è espressa preoccupazione per il segreto epistolare e la sicurezza da eventuali abusi che i corrieri potevano perpetrare, determinando che i priori del Comune dovevano far fare « una borsa o zaino » chiuso da due chiavi, una delle quali doveva essere lasciata al Capo priore ed una al maestro di posta.
È da ricordare che in questo comune si ha notizia di un regolare servizio postale con Foligno sin dal 1590; infatti in un'altra riformanza è detto « II Balio di Montefalco deve andare due volte la settimana a Foligno a ritirare la posta in arrivo secondo il solito delle comunità circonvicine ».
I bolli a secco ebbero per ogni Direzione Postale un uso limitato negli anni per ogni tipo; certamente con il variare dell'appaltatore variava anche il tipo di bollo. Per ogni Direzione Postale, e nel periodo d'uso, lo stesso bollo veniva applicato su tutte le lettere, da qualsiasi provenienza venissero. Anche le lettere partite da località sede di Direzione Postale per un comune dipendente venivano marcate; questo dimostra in modo inconfutabile che il bollo è di una data e certa Direzione Postale, e non quindi un bollo di corriere o di un Comune.
Sono stati accertati un centinaio di bolli differenti e attribuiti alle cinque Direzioni Postali umbre più antiche, dalla fine del XVI secolo ai primi anni del XIX secolo, e in tal modo la storia postale dello Stato Pontificio può essere considerata la più antica per organizzazione ed efficienza al servizio del pubblico.
IL PERIODO FRANCESE

Dopo oltre duecento anni di l’uso dei bolli a secco cessa nel 1799: con l’arrivo delle baionette francesi della rivoluzione appaiono i primi bolli inchiostrati. Sottratta dai Francesi al papato la città mantiene il rango di capitale, in un primo tempo del Dipartimento del Clitunno, poi del Dipartimento del Trasimeno, con un territorio che andava da Perugia a Rieti. Il rinnovamento politico e sociale fu accompagnato da un nuovo sviluppo edilizio, che perdurò anche successivamente, con il ritorno alla giurisdizione pontificia. Scompaiono dagli indirizzi delle lettere i “nobil uomo”, i “molto reverendo” ed i “padrone coltissimo” che si era abituati a leggere durante il dominio del Papa ed appaiono, come segnale dei nuovi tempi anche per le corrispondenze, i “cittadino”. In epoca imperiale Spoleto continua ad utilizzare l’annullo nominale riquadrato, anche con inchiostro rosso, per poi adottare il numerale “dipartimentale” 117, sovrapposto al lineare nominativo “SPOLETO”. Le province dell'Umbria e della Sabina, salvo il breve periodo della Repubblica Romana, nel 1798-1799, rimasero sotto il potere pontificio fino al¬l'invasione francese del 1808.
A Spoleto dopo la restaurazione pontificia del 1800 fino al 1809 fu ripreso l'uso dei bolli a secco.
L'occupazione militare del 1808 si trasformò il 9 Giu¬gno 1809 in annessione all'Impero di Napoleone, con la divisione del residuo Stato Pontificio nel Dipartimento 116 o del Tevere per il Lazio, e nel Dipartimento 117 o del Trasimeno per l'Umbria. A Capoluogo del Dipartimento del Trasimeno fu posta la città di Spoleto, sede della Prefettura. Todi, Peru¬gia e Foligno furono create sottopre¬fetture a capo dei relativi circondari. L'organizzazione postale introdotta fu quella francese, con città sedi di Direzione Postale, fornite di bolli col nome della città preceduto dal numero del dipartimento. Le consegne dei nuovi bolli avvenne soltanto nel marzo de] 1810, e non si sa perché tardò tanto. Prima di quella data a Spoleto si continuò ad usare sia il vecchio bollo postale del 1798 e sia i bolli a secco.
I francesi apportarono grosse modifiche nella ripartizione territoriale delle vecchie province pontificie. Nel Dipartimento del Trasimeno vennero inclusi i territori di Acquapendente e di Orvieto, aggregati al Circondario di Todi. Mentre nel Dipartimento del Tevere vennero inclusi i territori umbri di Narni e di Calvi, e tutta la Sabina con Rieti, sede di sotto-prefettura.
Con il 1808, cioè con l'occupazione militare delle truppe napoleoniche dello stato della Chiesa, nasceva il servizio postale nel senso moderno della parola. I francesi, ormai esperti di organizzazione postale per averla perfezionata in Francia fin dalla metà del XVII secolo, si resero immediatamente conto delle enormi deficienze del sistema fin ad allora in uso nello Stato Pontificio: il sistema degli appalti privati con i relativi subappalti e la mancanza di controlli pubblici nella gestione. seguito delle note vicende degli ultimi anni del '700 e i primi dell'800, anche Spoleto si adeguava alle leggi ed ai decreti emessi dai francesi per la riorganizzazione dei servizi postali che, come già accennato, portavano all'abolizione degli appalti e dei subappalti e all'istituzione di un servizio pubblico regolamentato dallo Stato. Di notevole importanza per la città di Spoleto è il decreto emesso il 29 gennaio 1810 dalla Consulta Straordinaria degli Stati Romani; con esso veniva stabilita la suddivisione postale del territorio compreso nel Dipartimento del Trasimeno di cui Spoleto era Capoluogo. In questo Dipartimento furono istituiti i seguenti uffici con i sottoelencati circondari :
due uffici a Spoleto, aventi per circondario il cantone rurale, cioè i centri di Monte Martano, Sant'Anatolia, Scheggino, Vallo, San Giacomo;
un ufficio a Terni con il circondario corrispondente alla giudicatura di pace di esso da cui dipendevano Ferentillo, Arrone, Castel di Lago, S.Gemini e Cesi;
un ufficio a Norcia con il circondario della giudicatura di Norcia, Cascia, Visso ed Arquata;
due uffici a Foligno dai quali dipendevano Spello
e Bevagna;
un ufficio a Trevi da cui dipendeva il circondario
dello stesso comune;
un ufficio a Nocera da cui dipendevano il circondario di Nocera e Gualdo di Nocera (attuale Gualdo Tadino);
un ufficio ad Assisi da cui dipendeva il territorio compreso nella giudicatura dello stesso comune.
Degli uffici anzidetti erano classificati direzioni postali: Spoleto, Terni, Norcia, Foligno; gli altri erano clas¬sificati « Distribuzioni Postali » ed avevano solo il compito dello smistamento e dell'inoltro della corrispondenza da e per le direzioni postali.
Della buona volontà dei francesi a dare un nuovo volto al servizio postale in uso restano testimonianze inconfutabili nelle numerose leggi e ordinanze emesse in proposito. Dette leggi ed ordinanze facevano nascere un sistema moderno di organizzazione e di distribuzione, definendo i compiti dei corrieri, degli uffici postali messi nei punti strategici delle grandi strade di comunicazione e dei circondari, creando un servizio di tra¬sporto regolamentato dallo Stato e dato in gestione a ditte specializzate che ottenevano l'appalto mediante gara. Il servizio postale veniva, poi, controllato dai Co¬muni che usufruivano del servizio e dall'Autorità di Governo.
Il decreto del 29 gennaio 1810 della Consulta Straordinaria degli Stati Romani stabilì le nuove Direzioni Postali.
Spoleto, Terni e Norcia, nel Circondario di Spoleto;
Foligno, con uffici dipendenti senza bolli a Trevi, Nocera e Assisi, nel Circon¬dario di Foligno.
Perugia, Città di Castello, Città della Pieve, con ufficio dipendente senza bolli a Castiglione del Lago, nel Circondario di Perugia.
Todi, Acquapendente, Orvieto e Amelia, nel Circondario di Todi.
Le altre città, classificate Distribuzioni Postali, avevano il solo compito di smaltire ed inoltrare la corrispondenza alle Direzioni Postali.
Tre località umbro-sabine, incluse nel Dipartimento del Tevere, furono pure Direzioni Postali dell'Impero francese:
Rieti, sottoprefettura a capo del Circondario della Sabina;
Narni e Calvi.
Sotto Napoleone venne sviluppata la rete stradale, per facilitare le comunicazioni e specialmente i trasporti militari. Mentre prima le strade erano ideate per collegare Roma con i confini, toccando i centri principali, i francesi, per ragioni militari, svilupparono i collegamenti tra la costa tirrenica e la costa adriatica, e pertanto l'Umbria ebbe nuove strade trasversali, e centri come Amelia, Calvi, Norcia, Città di Castello, Todi, che prima erano isolati nelle valli, diventarono stazioni di posta per i nuovi itinerari.
I francesi abbandonarono l'Umbria nel Dicembre 1813, quando già questa regione aveva dovuto subire saccheggi e distruzioni ad opera dei disertori delle armate napoleoniche sconfitte, e che riuniti in bande traversavano l'Umbria per tornare ai loro paesi d'origine.
Del breve periodo in cui Murat ten¬tò di riunire nel suo effimero regno, anche i territori del Lazio e dell'Umbria (Dicembre 1813 a Ottobre 1814), si può dire che soltanto nella storia postale ne rimase una traccia. Infatti diede ordine di cambiare tutti i bolli postali, che portavano ancora il segno dell'Impero francese, o col numero del dipartimento, o col nome della città scritto in francese, e li sostituì nell'Aprile 1814 con nuovi bolli a stampatello piccolo lineare, molto bene eseguiti, e che il Governo Pon¬tificio mantenne in uso per molti anni ancora.

LA PRIMA RESTAURAZIONE

La sconfitta di Gioacchino Murat a Tolentino segna anche la fine del periodo francese a Spoleto ed il ritorno del dominio del Papa.
Spoleto continua a mantenere il ruolo di “Caput Umbriae” e permane Direzione Postale tra le più importanti del restaurato Stato Pontificio.
Rimane l’annullo nominativo lineare, ormai orfano del numerale dipartimentale.
La novità più importante è però la presenza del timbro inchiostrato indicante l’importo in bajocchi da pagare al ricevimento della corrispondenza.
Altre direzioni postali dello Stato Pontificio hanno utilizzato tale bollo, Spoleto però è l’unica ad averlo usato per importi superiori ai tre baiocchi, arrivando anche ad importi superiori allo scudo, estremamente rari.
Tale uso permane anche nel periodo filatelico e scompare solo dopo l’annessione sarda.
Compaiono, per la prima volta sulle corrispondenze, annulli accessori quali “affrancata” e “assicurata”. Con la caduta di Napoleone e la seguente Restaura¬zione, Pio VII non desiderava cancellare quanto di po¬sitivo era stato fatto dai francesi nel settore delle poste; infatti il « Bando Generale delle Poste di Roma e dello Stato Ecclesiastico » del 24 agosto 1816 e il conseguente editto sulle « Tariffe Generali per le corse dei cavalli del¬le poste dello Stato Pontificio » venivano a sancire il nuovo sistema postale quale servizio pubblico regolato dallo Stato e introdotto dai francesi.
La novità introdotta dal bando e dall'editto sopradetti stava nel fatto che lo Stato Pontificio veniva diviso in direzioni postali, come all'epoca napoleonica, con la differenza, però, che i comuni facenti parte di queste direzioni, anziché avere la qualifica generica di uffici di distribuzione, furono divisi in uffici di distribuzione di I classe e in uffici di distribuzione di II classe.
Gli uffici di distribuzione di I classe venivano istituiti nei comuni di una certa importanza compresi nei territori delle Direzioni postali e che si trovavano fuori dal percorso delle corriere di linea. Questi ricevevano dallo Stato un contributo in denaro, rapportato
Dopo la Restaurazione del 1814, a Spoleto fu mantenuto il ruolo di direzione postale da cui dipendevano i comuni di Norcia, Cascia, Visso, Monteleone, Poggiodomo, Cerreto di Spoleto, Trevi, Campello, Castel-ritaldi, Giano, Montefranco e Ferentillo; a questi comuni era assegnato il ruolo di distribuzione di II classe, con le prerogative anzidette.
Nei primi decenni del 1800 si ebbero a Spoleto dei grandi mutamenti urbanistici per adattare la città ad una migliore articolazione dei traffici e del servizio po¬stale in generale.
Il 6 luglio 1824 veniva concesso, dal consiglio co¬munale, al maestro di Posta Carlo Ciani l'uso per 6 mesi della Chiesa di S. Nicolo come fienile.
La locazione era però data ad alcune condizioni, e infatti veniva stabilito: “... si accorderà il richiesto lo¬cale per soli 6 mesi a condizione che debba al termine di quelli evacuarsi, in conseguenza di che il primo fieno, che si consumerà, dovrà levarsi dalla suddetta Chiesa. Nessuna risposta dovrà retribuire, accordandogli gra¬tuitamente, in veduta dell'urgenza. Questa concessione non dovrà mai passare in esempio (!!!) dovendo frat¬tanto il Maestro di Posta provvedersi di altro comodo per l'imminente stagione” -°.
Il Consiglio Comunale di Spoleto il 30 agosto 1824 era chiamato a dibattere la nuova “Traversa nazionale” cioè la nuova strada corriera. Da molto tempo veniva invocato che la strada nazionale percor¬resse il centro della città. Molti progetti erano stati pre¬sentati, ma ne era stata sempre ritardata l'esecuzione per la cospicua spesa necessaria. Tra tutti i progetti presentati erano, in un primo tempo, presi in con¬siderazione quelli dello Gnocchi e del Tancioni. Il Cav. Scaccia, membro del Consiglio d'Arte, nel corso della detta adunanza proponeva: “venendo da Roma la strada dovrebbe battere la nuova passeggiata, traversare la vigna Sorchi per farla coincidere colla strada delle Monterozze.
Questa è la prima parte del progetto Tan¬cioni.
Da questo punto dovrebbe dirigere verso le Mon¬terozze, tagliare l'orto del Conte Onofri, le case Altarocca e Pompili, l'altro orto dello stesso sig. Conte Ono¬fri aderente alla di lui abitazione, la chiesa di S. Martino, la Casa del Sig. Santini, una parte dell'orto del Sig. Po¬liti, le altre Case di Scimiterna, Martiniani e di Gregorio Valentini una volta Collicola, una volta nella Piazza avanti al di lui palazzo continuerebbe per la Piazza di S. Domenico alla Torre dell'Olio, Montevecchio e Chia¬vica della Ponzianina.
Questa è porzione del progetto Gnocchi.
Riprendendo quello del Sig. Tancioni, dalla Chiavica suddetta (Ponzianina) dovrebbe essere la stra¬da sotto l'orto Bachetoni, dirigersi fra gli orti al mo¬lino Centozucche prendendo poi l'orto S. Nicolo, la cosiddetta Strada del Trivio e per mezzo le Case Palmieri e dei Signori Pariani giunge al principio del Borgo S. Gregorio fino alla Porta” . Durante la seduta si eviden¬ziava che: “non può per altro non farsi osservare che l'ultima parte della strada, giusta il progetto Tancioni, dalla chiavica della Ponzianina al Borgo S. Gregorio, non deve ora costruirsi e forse non si costruirà mai eli¬minato che sia il piccolo tratto di salita della Pizzicheria della Ponzianina alla casa Bachetoni” ».
Il Consiglio Comunale sentiva, però, il dovere di ap¬profondire lo studio dei vari progetti presentati e aggior¬nava l'argomento nominando all'uopo una commissione consiliare che risultava così composta: Filippo Cimarelli. Salvatore Fratellini, Bernardino Montani, Conte Alessandro Onofri, Cav. Giovanni Parenzi, Francesco Marignoli, Pasquale Moretti. Domenico Zuccarelli, Francesco Frascarelli, Francesco Laurenti, Valerio
II 6 ottobre 1834 il Consiglio Comunale approvava il piano particolareggiato redatto da Ireneo Aleandri, piano che appariva il più soddisfacente di tutti gli altri progetti presentati.
Iniziava così l'inglobamento della Flaminia nel¬l'ambito cittadino e veniva cosi ad articolarsi: “... at¬traversava gli orti del convento di S. Nicolo, assestando, ma in realtà alterando la topografia e l’altimetria dell’importante zona davanti alle mura poligonali (l'attuale via Cecili) ; per allacciarsi alla via dei Cerretani (oggi Pierleone) cozzava contro l'antico palazzo Vigili, abbat¬tendolo in parte; dopo aver raggiunto S. Domenico, piegava a gomito in piazza Collicola, risaliva le vaite S. Andrea e Filitteria trinciandone il vetusto abitato; quindi s'inseriva fra i palazzi Pianciani e Travaglini, mu¬tilando quest'ultimo, risaliva la via di S. Filippo (il Corso attuale) affettando antiche case a destra e a sinistra, e infine fuoriusciva nella piazza Ancaiani, che era anch'essa qua e là tagliuzzata...”.
Nel 1870 per completare il rettifilo di Viale Matteotti, si terminava il ponte che portava alla piazza S. Luca (oggi G. Carducci).
Con detta opera la nuova strada corriera era termi¬nata, realizzando così un'aspirazione di molti spoletini, che vedevano in essa la premessa di un potenziamento commerciale e di un conseguente apporto di ricchezza per tutta la città.
Alla metà del XIX secolo troviamo un altro spoletino a capo dei servizi delle Diligenze Pontificie: Liborio Ma¬rignoli. In una cedola di viaggio per la linea Roma-Napoli rilasciata da questi al Conte Francesco Niccolini di Spoleto si legge tra l'altro: “Gli uffici delle Diligenze sono situati presso tutte le Direzioni Postali dello Stato Pontificio”; probabilmente detta precisazione voleva sottolineare che era possibile, attraverso il servizio delle Diligenze Marignoli, far recapitare merci e corrispon¬denza in qualunque centro dello Stato, in quanto, come già detto, alle direzioni postali facevano capo tutti i cen¬tri che su di esse gravitavano naturalmente o per regola¬mento.
Al tempo dei primi moti liberali del 1831 furono molte le figure di spicco che si distinsero nell'attività patriottica: tra questi vanno ricordati Pompeo di Campello (presidente della giunta rivoluzionaria del 1831 e ministro delle armi del governo rivoluzionario del 1848) e Luigi Pianciani (gonfaloniere di Spoleto nel 1848 e fiancheggiatore di Garibaldi nelle battaglie che condussero alla conquista di Roma, di cui fu nominato primo sindaco nel 1871).
Sono molto interessanti le franchigie di questo periodo.

LA REPUBBLICA ROMANA

Gli eventi del 1849 portano al rovesciamento dello Stato Pontificio anche a Spoleto.
Il 9 febbraio, sotto il triumvirato di Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi, è proclamata la Repubblica Romana.
Già nei primi mesi dell’anno la corrispondenza porta gli annulli di franchigia con le chiavi pontificie scalpellate.
Di seguito appaiono le prime diciture “Repubblica Romana” in luogo del simbolo del papato.
La Repubblica avrà vita effimera: il 3 luglio a mezzogiorno in Campidoglio fu solennemente proclamata la Costituzione della Repubblica Romana quale ultimo atto di quella che fu la più avanzata in senso democratico delle esperienze italiane del 1848. Poche ore dopo i Francesi occuparono Roma, restaurando il governo del Papa Re.


LA SECONDA RESTAURAZIONE

Il Papa torna a capo dello Stato Pontificio alla fine della Repubblica Romana e con lui tornano le chiavi pontificie in bella mostra sulle corrispondenze.
La grande novità è però del 1° gennaio 1952, quando lo Stato Pontificio adotta il primo francobollo. Durante il periodo filatelico dello Stato Pontificio la Direzione Postale di Spoleto continua ad usare praticamente tutti i bolli già in uso nel periodo prefilatelico, i vari accessori, i nominativi, lineare e a doppio cerchio, ed i bolli numerali di “Porto Assegnato”, con il doppio zero utilizzato a guisa di annullatore muto sul francobollo.
La nuova organizzazione postale prevedeva, pertanto il pagamento anticipato della tassa postale che si concretizzava con l'apposizione di « bollini-franchi ». L'uso dei francobolli nello Stato Pon¬tificio, posto in studio nel 1847, veniva deciso per Editto il 29 novembre 1851 dal Cardinale Antonelli ed aveva il suo regolamento con decreto del Ministero delle fi¬nanze del 19 dicembre 1851. Il nuovo sistema di paga¬mento anticipato, già introdotto da tempo in altri stati, si inseriva nel sistema postale senza particolari accorgi¬menti. Evidentemente queste nuove disposizioni non ven¬nero subito accettate dall'allora direttore delle poste di Spoleto. Infatti il sovraintendente generale delle Poste, principe Camillo Massimo, il 3 gennaio 1852 (due giorni dopo l'introduzione dei francobolli) scriveva da Roma:
« Sig. Direttore di Spoleto, nella corrispondenza di Codesta Direzione si è rilevato che Ella trasmette le let¬tere affrancate come il solito, coll'apposizione del tim¬bro relativo in luogo di essere muniti di bollini siccome viene prescritto all'art. 8 del relativo regolamento.
L'avverto di uniformarsi esattamente (!) a quanto viene stabilito in detto regolamento, onde non dare luogo a simili irregolarità. Il Sopraintendente Generale C.M.». Queste innovazioni portavano, conseguentemente. ad un potenziamento delle linee postali. Le più impor¬tanti linee erano quelle che partendo da Roma, a rag¬giera, toccavano le principali città dello stato, collegan¬dosi poi con quelle estere:
da Roma a Civitavecchia;
da Roma a Ronciglione, Viterbo, Orvieto, Acqua¬pendente, proseguendo per Firenze;
da Roma a Civitacastellana, Narni, Terni, Spoleto, Foligno;
da Foligno si diramavano poi per:
Perugia, proseguendo per Arezzo (Granducato di Toscana);
Sigillo, Scheggia, Fossombrone, Fano, Pesaro, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, Fer¬rara (da Bologna proseguiva per Modena e da Modena a Venezia);
Camerino, Tolentino, Macerata, Loreto, Ancona, Senigallia, Fano (da Fano si ricongiungeva con la li¬nea anzidetta), (da Macerata si prolungava a Fermo e ad Ascoli, proseguendo poi per il Regno di Napoli);
da Roma a Tivoli, proseguendo per l'Abruzzo;
da Roma a Frosinone, proseguendo poi per il Re¬gno di Napoli;
da Roma ad Albano, Velletri, Terracina, proseguendo per il Regno di Napoli.
Nel 1855 erano istituite altre due grandi linee po¬stali: quella che metteva in comunicazione Ancona con il Granducato di Toscana attraverso Foligno e Peru¬gia e quella che metteva in comunicazione lo Stato Pontificio con la Toscana attraverso Perugia, Città della Pieve e Montepulciano.
Nel 1855 il quadro ottecentesco delle vie di comunicazione spoletine si arricchiva e si completava con la apertura della nuova via Nursina e, in seguito, nel 1866, con l'inaugurazione della « Strada Ferrata Roma-Ancona ».
La città di Spoleto ha fin da quel periodo aspirato ad una valida rete di strade, al fine di agevolare i collegamenti militari, gli scambi commerciali e, più tardi, il servizio postale aperto a tutti i cittadini.
Da fine ottobre 1855 compare l’annullo muto a griglia di Roma.



IL REGNO D’ITALIA

Gli eventi del settembre 1860 avevano rese problematiche le comunicazioni in Umbria. Neppure le Diligenze arrivavano, e l'Intraprendente Liborio Marignoli di Spoleto, il 21 settembre scrisse al Soprintendente denunciando il mancato arrivo delle diligenze sia dalla Toscana e sia da Napoli, e che era sua intenzione di sospendere tutte le partenze finché la situazione non cambiava.
L'ingresso in città delle truppe del generale Brignone porta anche Spoleto a far parte del nuovo Stato italiano.
Con l’arrivo dei piemontesi, dopo un breve periodo in cui continua ad essere utilizzata la griglia pontificia come annullatore, l’ufficio postale viene dotato del bollo a doppio cerchio Sardo-Italiano con la dicitura “SPOLETO-UMBRIA”, in uso, insieme al doppio cerchio piccolo fino ai primi mesi del 1866.
Nella campagna del settembre 1860 le Poste Sarde avevano organizzato una immediata presa di possesso delle Poste Pontificie nell'Umbria e nelle Marche inviando loro ispettori a sovrintendere agli Uffici Postali e ad imporre l'uso quasi immediato dei francobolli degli Stati Sardi. Infatti si conoscono una lettera del 25 settembre da Pesaro, e una del 28 da Camerino, affrancate con francobolli di Sardegna, mentre le disposizioni ufficiali furono che con il 30 settembre venissero ritirati sia dagli uffici postali governativi che da quelli comunali i francobolli pontifici, e che dal 1° ottobre avesse¬ro corso soltanto i francobolli di Sardegna. In circa dieci giorni Umbria e Sabina furono interamente occupate, e già dal 1° ottobre 1860 l'amministrazione postale sarda provvide a ritirare i francobolli pontifici e a sostituirli con i francobolli sardi. L'uso dei francobolli pontifici, detenuti da privati, fu ammesso per circa un mese ancora, e soltanto nell'ambito delle regioni recentemente occupate. Le lettere affrancate con francobolli pontifici e dirette nel restante territorio sardo vennero tassate.
Ma le forniture di questi furono assai scarse agli inizi, e si esaurirono in pochi giorni. Alle magistrature comunali venne tolto il conto deposito dei francobolli, e imposto l'obbligo di acquistarli per contanti. Le lettere che venivano impostate coi francobolli pontifici venivano tassate, e pertanto sono estremamente rare dal 1° ottobre in poi. A partire dal 5 ottobre venne imposta la tariffa postale sarda.
Nell'anno della conquista di Spoleto da parte delle truppe piemontesi (1860), un affrettato riassetto amministrativo del nascente Regno d'Italia le tolse il rango di capoluogo di provincia. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale la città conservò comunque intatte alcune importanti prerogative: il tribunale restava uno dei maggiori d'Italia, sia per il vasto territorio di giurisdizione, che includeva anche la conca ternana, che per il prestigio dei giudici; il Reggimento di Fanteria, il Distretto Militare e la Scuola Allievi Ufficiali la rendevano uno dei principali centri militari del Paese; la vita culturale, anche grazie alla presenza di scuole di ogni ordine e grado compreso un prestigioso Liceo Classico, continuava ad essere viva ed attenta ai progressi nel campo delle scienze, dell'agricoltura, dell'archeologia e dell'arte; la circoscrizione ecclesiastica era particolarmente vasta e ricca di personaggi di rilievo anche in ambito nazionale; l'economia, basata sul commercio all'ingrosso di olio ed altri prodotti alimentari, su di un cotonificio e su alcune miniere di lignite, era piuttosto florida e Spoleto poteva fregiarsi di essere la seconda città industriale dell'Umbria dopo Terni. Spoleto perde però quel ruolo di preminenza che per secoli aveva avuto, anche nella storia della posta.
Con il Bollettino postale del 6 febbraio 1866 veniva introdotta l’obliterazione dei francobolli con annulli numerali a punti. Tutti gli impiegati postali avrebbero dovuto adottare il nuovo sistema di obliterazione dei francobolli su tutti i tipi di corrispondenza a partire dal 1 maggio 1866. La distribuzione degli annulli ai vari uffici avvenne nel mese di aprile e se ne conosce l'uso di alcuni già a fine aprile.
I bolli erano di forma rettangolare a punti e nel mezzo recavano il numero che individuava l'ufficio. Con questo bollo si obliterava il francobollo, mentre sulla lettera veniva apposto un piccolo bollo a due cerchi col nome della località di partenza e la data di spedizione. Spoleto ebbe in dotazione il numero 153, in primo tempo unito al doppio cerchio sardo-italiano, poi al cerchio medio con data, ora ed indicazione della località. Nel 1877, i numerali a punti vennero sostituiti con quelli a barre. Questi, di forma circolare, erano costituiti da 11 sbarre interrotte al centro dal numero corrispondente all'ufficio.
Il numerale annullava l'affrancatura mentre sulla lettera veniva apposto un bollo a grande cerchio col nome della località e il datario.
Agli inizi del 1890 venne adottato da parte dell'Amministrazione postale un nuovo tipo di bollo che riassumeva in se le funzioni del numerale e del circolare.
Comparve così il bollo tondo-riquadrato. È indicato con tal nome perché costituito da una serie di segmenti di cerchi concentrici disposti attorno al bollo tondo in modo tale da formare un quadrato.