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Fotocamere analogiche e digitali.

La fotografia digitale risulta molto simile a quella analogica: la differenza sta solamente nel metodo in cui la luce viene catturata e salvata.

Nelle macchine digitali non vi è alcune pellicola: al suo posto trova spazio un sensore (ccd o cmos), che converte l'energia luminosa dell'immagine in impulsi elettrici. Gli impulsi elettrici vengonopoi organizzati in un file di immagine, che viene salvato su una scheda di memoria.

Acquisto ragionato

Prima di acquistare una fotocamera digitale è fondamentale sapere che uso vogliamo farne. Ma soprattutto bisogna comprendere che il numero di megapixel non è l'unico fattore che conta. La fotocamera è un oggetto complesso. Per scegliere considerate questi fattori:

fotocamera fronte

fotocamera dietro

Obiettivo (1)

Gruppo di lenti che fanno convergere la luce sul sensore. Nella messa a fuoco la distanza fra lenti e sensore varia: è lo zoom ottico, per stringere l'iquadratura senza spostarsi fisicamente. Quello dogitale è uno zoom "falso": ingrandisce l'immagine via software. E' sbagliato pensare che la bontà dell'obiettivo di una macchina digitale sia un fattore di secondaria importanza: i raggi luminosi, per arrivare al sensore CCD, passano per l'obiettivo. Anche il miglior sensore al mondo, posto dietro ad un obiettivo scadente, produrrà immagini scadenti.
Una buona garanzia sulla qualità delle ottiche è la marca: aziende con molta esperienza nel campo della fotografia tradizionale monteranno sulle proprie fotocamere digitali ottiche di alta qualità. Possiamo dividere le macchine fotografiche digitali in tre categorie in base alle ottiche montate.
I modelli più piccoli ed economici montano ottiche fisse, senza alcuno zoom.
Vi sono poi i modelli con obiettivo fisso e zoom ottico. Questi modelli coprono la maggior parte delle esigenze dell'utilizzatore medio.
Infine troviamo i modelli con ottiche intercambiabili. Più costosi e ingombranti, sono destinati ai professionisti o a chi è disposto a spendere anche molto per amore della fotografia.
La maggior parte delle macchine fotografiche sopra i 2 megapixel hanno obiettivi di tipo macro, in grado cioè di fotografare oggetti a distanza ravvicinata.
E' impossibile riprendere soggetti di piccole dimensioni (fiori, insetti, etc) senza funzione macro, pertanto è sconsigliato di acquistare fotocamere che ne siano prive.

Sensore e risoluzioni (2)

Un sensore CCD (vedi approfondimenti) è composto da cellule sensibili disposte a mosaico davanti alle quali sono inseriti dei filtri. Cattura le immagini in bianco e nero, mentre per il colore l'immagine è fatta passare attraverso filtri di colore rosso, verde e blu. La scena fotografata viene scomposta in un insieme di punti rettangolari chiamati pixel. Più elevato è il numero di punti del sensore, più alta è la definizione dell'immagine prodotta; più informazione è contenuta nell'immagine, più spazio sarà necessario per salvarla in memoria. Il numero di pixel presenti su un CCD è elevato e l'unità di misura della definizione (risoluzione) è il MegaPixel (1MPixel = 1.000.000 di pixel). Quanti megapixel allora? Attualmente è possibile acquistare fotocamere con sensori fino a 12 MPixel, partendo dalle supercompatte per arrivare alle reflex professionali con obiettivi intercambiabili. Per stabilire quanti megapixel dovrà avere la propria macchina fotografica digitale, è necessario pensare che destinazione avranno le foto scattate.
Se si devono vedere le foto esclusivamente sul monitor del PC, potrebbe essere sufficiente una macchina da 1 Mpixel.
Se oltre a vedere le foto sul PC si desidera farle stampare in formato 10x15cm, è d'obbligo acquistare un modello da 2 Mpixel.
Se si vogliono stampare foto in formato 20x30cm è meglio orientarsi su una macchina da 3 Mpixel in su.

Stabilizzatore (3)

Lo stabilizzatore ottico d'immagine è costoso e si trova nelle migliori fotocamere. Elimina le sfocature causate dai movimenti della fotocamera con obiettivi zoom.

Flash (4)

E' quasi sempre incorporato ed ha una portata che va dai 2 ai 5 metri. Le sue funzioni standard sono auto, forzato, escluso e riduzione occhi rossi.

Selettore (5)

Il selettore a ruota raggruppa le modalità di funzionamento della fotocamera: automatico, manuale, semiautomatico e playback. Con gli automatismi si può inquadrare e scattare una bella foto senza fatica: a calcoli e regolazioni pensa la macchina

Mirino (6)

Serve ad inquadrare la scena da fotografare. Il mirino è in genere galileiano, cioè non allineato con l'asse dell'obiettivo. Il mirino reflex (allineato) si trova sulle macchine professionali. Alcune hanno poi il mirino elettronico: uno schermo a colori montato nella stessa posizione del mirino ottico. Prende la luce dall'obiettivo e funziona come una reflex.

Alcune fotocamere non hanno il mirino ed usano al suo posto il display lcd. Nato come puro e semplice provino in tempo reale e come display per impostare preferenze o settaggi delle digitali, in questo caso l'uso come mirino ne ha stravolto il suo originale impiego. Lo svantaggio è che la visione non è sempre confortevole: l'immagine è piccola, poco definita e va osservata ad una certa distanza. In esterni, poi, la luce rende quasi invisibile la flebile immagine dei pixel per cui occorre farsi ombra con le mani. Il vantaggio è che, come il mirino reflex, non soffre di errore di parallasse. È questa una qualità così importante? Per la maggioranza degli utenti certamente no, anche perché occorrerebbe spiegar loro che cosa sia l'errore di parallasse, ma per un utente più esperto che vuole sfruttare le notevoli capacità di ripresa ravvicinata delle digitali la cosa non è secondaria, pur coi limiti di cui sopra.

Display LCD (7)

Indubbio vantaggio delle fotocamere digitali è il poter controllare subito l'esito dei propri scatti, tramite il display LCD che è normalmente incluso in tutte le fotocamere. Oltre che per controllare gli scatti il display può essere utilizzato per controllare e modificare le impostazioni della fotocamera. I display a colori hanno però un difetto: assorbono una notevole quantità di energia, riducendo notevolmente la durata delle batterie della fotocamera, per questo in quasi tutti i modelli è possibile disattivare il display durante l'uso normale.

Memoria (8)

Le memorie utilizzate dalle fotocamere digitali sono di diversi tipi (CompactFlash, MemoryStick, MicroDrive, MultiMedia Card, SecureDigital, etc) e di diverse capacità (da 16 MB a diversi GB). La memoria ha il compito di archiviare le foto scattate dalla fotocamera digitale e, a differenza dei classici rullini, permette di eliminare quegli scatti che non rispondono alle aspettative, consentendo una maggiore flessibilità nell'uso della fotocamera. Una volta che le fotografie sono state archiviate sulla memoria, è necessario un computer, o un lettore di memorie a se stante per poterle copiare, ed è necessario un computer per poterle modificare. La stampa delle foto può essere effettuata sia in proprio sia tramite appositi centri stampa dedicati alla fotografia digitale.

Dimensioni

Le dimensioni della fotocamera sono un aspetto che viene spesso trascurato a favore delle caratteristiche più tecniche. Se però è vero che le macchine digitali professionali sono tecnicamente ineccepibili, sono anche molto più ingombranti di quelle di fascia media e bassa.
Una macchina fotografica ingombrante finisce per essere lasciata spesso a casa, se non quando si esce già sapendo che si faranno foto.
Una fotocamera di dimensioni ridotte può invece essere portata sempre con se, ed usata ogniqualvolta lo si voglia: sarà possibile immortalare una situazione insolita, uno scorcio particolare, un tramonto, etc.

Le batterie

Le fotocamere digitali possono essere alimentate da batterie speciali della casa produttrice, o da batterie standard (quali le AA, ad esempio), la tipologia di batteria utilizzata dipende dal modello della fotocamera. Le batterie speciali vengono solitamente fornite assieme all'apposito caricatore con la macchina fotografica, mentre le fotocamere che utilizzano batterie standard possono essere alimentate sia con batterie usa e getta sia con batterie ricaricabili. Il vantaggio delle batterie speciali è che sono progettate per l'utilizzo nelle fotocamere digitali, quindi solitamente la loro durata è maggiore, mentre il vantaggio delle pile standard è quello di poter trovare praticamente ovunque delle batterie sostitutive per eventuali emergenze.

Sensibilità ISO

E' un fattore importante, spesso trascurato. L'ISO è una misura della sensibilità alla luce. Più alto è il valore impostabile, meno luce è necessaria per riprendere un'immagine, per cui la fotocamera può essere più adatta per le riprese in condizioni di oscurità. Per esempio, nella mia fotocamera l'ISO 80 è l'impostazione per l'utilizzo in condizioni di forte illuminazione, mentre l'ISO 800 è quella per l'utilizzo in condizioni di scarsa illuminazione. Oggi esistono fotocamere compatte che arrivano fino ad un ISO 1600.

 


Approfondimenti

SENSORI CCD e CMOS

Oggi i vari sistemi di acquisizione (videocamere, videocitofoni, webcam, scanner, macchine fotografiche digitali…) usano in prevalenza CCD.

I CCD rappresentano ormai una tecnologia collaudata, mentre i CMOS sono un po’ più recenti, ma stanno acquistando un loro spazio di mercato sempre maggiore, soprattutto nelle applicazioni amatoriali.

LA FORMAZIONE DELL’IMMAGINE

I CCD sono sensori , ovvero dei dispositivi “sensibili” alla luce, che la rivelano in termini di segnale elettronico. Ancora più correttamente possono essere definiti dei trasduttori opto-elettronici, ovvero dei dispositivi che “traducono” , ovvero “trasformano” la luce (da cui la radice opto- ) in un segnale elettronico.
Si presentano come dei piccoli rettangoli, costituiti da un grande numero di celle, pixel  o “elementi di base”, come li volete chiamare.
Oggi vi è una vasta gamma di sensori, che contengono un numero di elementi di base basso (es. le webcam, i videocitofoni…) medio (es. quelli delle videocamere o delle macchine fotografiche digitali, che possono contenere alcuni milioni di elementi di base) e elevato (es. i sensori adottati per le applicazioni in astronomia, che contengono ciascuno oltre 10  milioni di elementi di base).
In ogni caso, dal più semplice al più ricco, ciascun CCD è costituito dunque da un numero X di elementi di base (pixel). Essi sono disposti disposti in righe (= file orizzontali)  e in colonne (= file verticali) , quindi lungo gli assi X e Y.
Ciascun singolo elemento di un CCD è composto da due parti, ovvero da due dispositivi distinti: il primo è rappresentato un fotodiodo e il secondo da un’area di trasferimento della carica (ctr, charge tranfer region). Ogni fotodiodo è affiancato da un ctr. Ne consegue che la struttura dei CCD è formata da colonne alternate di fotodiodi e ctr.
Il fotodiodo è un dispositivo elettronico in grado di trasformare la luce in una carica elettrica. In altre parole, quando viene colpito dalla luce accumula una certa carica, che è proporzionale alla luce che ha ricevuto. Se ha ricevuto molta luce troveremo una carica più elevata, se la luce era inferiore vi sarà una carica inferiore. 
È intuibile come  questo dispositivo sia il “cuore” che genera la fotografia elettronica: se si immaginano molti fotodiodi affiancati come in un mosaico, ecco che nei punti in cui vi è molta luce vi sarà un segnale elettrico maggiore, nei punti in cui vi è scarsa luce vi è un segnale elettrico minore. Si è costruita una specie di “matrice” che (punto dopo punto) riproduce in termini di corrente quello che è la luminosità di ciascun punto di una immagine. 
In pratica, il sensore viene esposto per un breve istante alla luce, grazie ad un sistema di otturazione che ottiene un effetto simile a quello del classico scatto fotografico che imprime la pellicola.  A livello di ciascun diodo si crea una carica proporzionale alla parte dell’immagine che lo ha illuminato.
A questo punto del discorso sono evidenti due cose:

  1. più numerosi sono i singoli fotodiodi del sensore, più accurata è la lettura dell’immagine. 
    Infatti i molti fotodiodi possono leggere ciascuno un piccolo dettaglio dell’immagine luminosa, mentre un numero più piccolo di elementi di base fa sì che ciascuno di loro “copra” un’area più vasta, e la carica accumulata da ciascuno non è che la media dei piccoli dettagli luminosi che hanno colpito quella (vasta) superficie del sensore. 
    Per rendere più definita l’immagine si vanno diffondendo sensori con un grande numero di elementi di base. Non troppi anni fa un’immagine tipica, ottenibile da una fotografia digitale, aveva circa 350.000 pixel, corrispondenti ad un’immagine di 640 x 480 punti. Oggi una immagine con un numero di pixel da 5 a 10 volte maggiore è considerata ancora di classe media. Vi sono anche macchine fotografiche amatoriali che hanno un numero di pixel enormemente superiore rispetto a quel valore: vi sono in commercio sensori da 8 - 12 milioni di pixel. Si assiste dunque ad un continuo incremento del numero di pixel, e ormai la definizione di una immagine digitale inizia ad essere del tutto adeguata per la maggior parte delle applicazioni pratiche a cui può essere destinata.
    Un sensore con un numero elevato di pixel comporta dei costi elevati per le piccolissime dimensioni in gioco: vi sono ormai delle celle con dimensioni inferiori agli 8 micron. Tanto per rendere l’idea, siamo ad elementi del tutto invisibili ad occhio nudo (per distinguerle serve un ottimo microscopio) e sono dimensioni analoghe a quelle dei globuli rossi del sangue. Ma il costo è dato anche da  un altro motivo: serve una grande precisione nella lavorazione perché dal punto di vista probabilistico (su un numero enorme di pixel) è facile che qualcuno di questi elementi di base esca difettoso. Più aumenta il numero di fotodiodi più aumenta questa probabilità.
    In effetti nelle comuni macchine fotografiche è facile trovare qualcuno di questi pixel difettoso, non funzionante, chiamato in gergo “hot pixel”. La presenza di queste aree difettose si manifesta in forma di piccoli “buchi” nella lettura dell’immagine; in pratica, si hanno dei puntini fissi che in quel luogo non “leggono” nulla. Ma molti utenti sono ossessionati in modo eccessivo dalla presenza o meno nella loro fotocamera di questi hot pixel: ce ne sono, sono comuni, ma spesso li si scorge appena appena. In altre parole, se mancano è meglio, ma se sono in dosi fisiologiche  non danneggiano  le immagini più di tanto.
     
  2. più sono numerosi i singoli fotodiodi del sensore, meno carica vi è su ciascun fotodiodo a parità di immagine, e quindi si ha un segnale più debole. 
    Supponiamo che una certa immagine sia composta da una quantità X di luce, che esemplifichiamo con un numero convenzionale, ad esempio, col numero  “1000”. Se i sensori sono dieci, ciascuno di loro riceve 1/10 della luce e quindi restituisce una carica di  (1000/10=) 100. Se i sensori sono 10.000, si suddividono in diecimila la quantità di luce che li ha colpiti e quindi ciascuno di loro dispone di una carica di(1000/10.000=)  0,1.  Ne consegue che (almeno in teoria) una immagine prodotta da un sensore con maggior risoluzione (es. 2 o 3 Mega pixel) sia meno luminosa di un’immagine ottenuta da un sensore di 1 Mega Pixel. Questo accade in teoria, perché naturalmente un segnale debole può essere amplificato elettronicamente. Questa amplificazione però rischia di innalzare (oltre che il segnale utile) anche il disturbo, la granulosità di fondo, e di non permettere quindi la resa di una immagine pulita e nitida. 
    Da questo discorso si deduce che i sensori con un numero di pixel elevato devono essere costruiti con grande cura e disporre di un rapporto tra segnale e disturbo di fondo particolarmente buono, se non si vuole che l’immagine sia di cattiva qualità.
    Chi ha seguito il discorso fin qui ha compreso il motivo per cui un sensore con pochi pixel produce un’immagine pulita ma poco definita, e una con un sensore dotato di molti pixel produce un’immagine con molti particolari ma poco luminosa o affetta da rumore di fondo. Recentemente è stata prospettata una soluzione intelligente: si è creato un sensore con molti elementi di base, ma il segnale di questi può essere “raggruppato” in modo variabile a seconda della situazione contingente. Immaginate che vi sia un software raffinato ed “intelligente” che raccoglie il segnale di più pixel contigui quando serve raccogliere una notevole quantità di luce (=luminosità e pulizia a scapito della definizione) mentre raccoglie i segnali pixel per pixel nei casi in cui serve molta definizione anche se a scapito della luminosità. Attendiamo con ansia di poter provare uno di questi sensori per vedere se il risultato è all’altezza delle aspettative: di certo questa è  un’idea geniale.

Una volta che l’immagine luminosa è stata trasformata in una serie di cariche elettriche distribuite su una superficie, si tratta di gestire, trasferire, immagazzinare, trasportare e poi (alla fine) convertire di nuovo queste cariche elettriche in luce. E ricostruire così l’immagine luminosa che ha generato le singole cariche su ciascun elemento. Ecco che all’inizio di questo processo di elaborazione entra in scena il secondo dispositivo, ovvero il ctr.

IL TRASFERIMENTO E LA TRASFORMAZIONE IN SEGNALE

Per iniziare il lungo processo accennato sopra, occorre per prima cosa  leggere queste cariche ad una ad una, operando così un lavoro di “serializzazione” delle singole cariche. In altre parole, si tratta di prendere la luminosità di ciascuna tessera di un mosaico e di metterle in fila una dopo l’altra come perle in una collana: ciascuna perla sarà più o meno “scura” a seconda di come era la sua luminosità a livello del mosaico. Per descrivere questa operazione in altro modo, più tecnico, si tratta di trasformare una matrice di elementi bidimensionale XY (righe e colonne) in una codifica bidimensionale (un segnale dopo l’altro, su una sola riga…). Ecco che si ottiene una fila di cariche elettriche proporzionali alla luce che ha colpito ciascun fotodiodo. Il cammino del segnale è ancora lungo. 
In primo luogo occorre trasformare la carica in un segnale elettronico adeguato (carica/voltaggio) , poi occorre amplificare questo segnale debolissimo in uno più forte, in grado di essere trasferito con cavi od altro ad altri apparecchi, oppure in grado di essere elaborato, registrato, eccetera.
E le cose non sono neanche così semplici, perché fino ad ora si è parlato solo di luminosità dei singoli punti, quando si sa che al giorno d’oggi la quasi totalità delle immagini fotografiche o video sono a colori. Anche la lettura del colore e la gestione dei relativi codici è strutturata in modo molto complesso.
Un discorso adeguato sul colore ci porterebbe lontano, si darà qui per scontato il fatto che si catturano e si processano solo dei colori primari (RGB, rosso, verde e blu) e che dalla mescolanza di questi colori si ottengono tutti gli altri.
In particolare, il colore viene letto ponendo davanti ai vari fotodiodi dei filtri colorati, del colore primario complementare a quello che si vuole catturare. Si legge la carica, e la si codifica nel segnale come corrispondente alla percentuale di quel colore primario. 
Qualche tempo fa si considerava un successo il riuscire a centrare perfettamente il filtro sulla faccia del fotodiodo. E’ facile immaginare che un filtro che combacia al 90% sul fotodiodo sottostante “rubi” il 10% di luminosità. Ma oggi si è andati ben oltre:  vi sono delle tecniche costruttive molto raffinate che permettono non solo di evitare delle perdite, ma addirittura di incrementare la luminosità dell’immagine grazie ad una speciale geometria di questi filtri. In pratica, si costruiscono dei filtri “più grandi” del singolo fotodiodo, in modo che a questo arrivi una quantità di luce maggiore di quella che non arriverebbe se il filtro coprisse solo la sua faccia con un rapporto 1:1. 
Sono dei veri e propri equilibrismi, al limite della massima precisione che si può oggi ottenere a livello industriale, tenuto contro delle dimensioni infinitesimali dei singoli pixel. E’ difficile anche solo immaginare cosa significa lavorare sui bordi di un’area elementare che è grande tre o quattro milionesimi di un sensore con il lato che è inferiore al pollice (2.5 cm circa).

LA VARIANTE DEI CMOS

Il nome CCD è (come capita spesso) la contrazione della denominazione in inglese, in questo caso “charge couple device”, ovvero “dispositivo ad accoppiamento di carica”, imperniati come sono sulla coppia fotodiodo/ctr. Accanto a questi vi sono anche dei sensori chiamati CMOS. Questi sono basati sui MOS (Metal Oxide Semiconductor) che sono dei semiconduttori largamente impiegati nelle circuitazioni e nelle applicazioni elettroniche. La variante CMOS è insomma molto vicina alla produzione in grandi quantità di transistor già usati per altri scopi, e quindi (anche indipendentemente dalla sua maggior semplicità nella struttura) comporta dei vantaggi in termini di produzione industriale. Molti sanno che i transistor vengono usati per amplificare il segnale. Ed in effetti il CMOS contiene (pixel per pixel) il fotodiodo che trasforma la luce in elettroni, il dispositivo che trasforma la carica elettrica in corrente, e l’amplificazione del segnale.  Ciascun pixel del CCD è disposto in righe e in colonne e raggiunto da una griglia verticale ed orizzontale: il dispositivo di lettura è molto più semplice di quello dei CCD, perché ciascun pixel può essere identificato come un incrocio tra righe e colonne, un po’ come si fa con la battaglia navale. I singoli pixel vengono quindi letti uno dopo l’altro in modo molto più semplice.  La struttura generale dei CMOS assomiglia molto a quella di un display che riproduce immagini.  L’accoppiamento dei semiconduttori e dei vari dispositivi con ciascun pixel è all’origine della lettera C (“complementary”) che distingue i CMOS dai comuni semiconduttori MOS.
 

CCD E CMOS, CONFRONTO E PROSPETTIVE FUTURE

Il CCD è un sensore che produce una qualità d’immagine piuttosto buona, e che viene per questo impiegato in applicazioni scientifiche dove il costo non è rilevante (ad esempio, viene usato per i telescopi spaziali) o professionali (es. per le migliori macchine fotografiche). Si tratta comunque di un dispositivo molto complesso, che ha bisogno di generatori di frequenze di temporizzazione diverse (es. per la lettura orizzontale e per quella verticale…) e che quindi necessita di una circuitazione e componenti supplementari particolari. 
Ma rispetto alla tecnologia un po’ più recente e più economica dei CMOS, i CCD hanno il vantaggio di avere un rapporto tra segnale e rumore migliore, di permettere una sensibilità maggiore da parte del dispositivo di acquisizione, di permettere la costruzione di elementi di base (pixel) più piccoli.
Dal canto loro i CMOS hanno il vantaggio di essere più economici, di integrarsi più facilmente nei circuiti degli apparecchi che li ospitano, di consumare meno corrente (e in questo senso sono molto interessanti a causa della durata critica delle batterie) e di consentire la costruzione di dispositivi più compatti. Questo non tanto per le dimensioni del sensore, ma perché non richiedono quei dispositivi supplementari (es. generatori di frequenze diverse) tipici del CCD.
È ora evidente il motivo per cui vengono impiegati i CCD per le applicazioni in cui, come si diceva sopra, serve la qualità d’immagine a qualunque costo. Dove per “costo” non si deve intendere solo il costo fisico del sensore, ma anche in termini di svantaggio, il consumo di corrente o l’ingombro. 
In particolare la produzione di una immagine con un elevato rapporto tra segnale e rumore comporta fotografie più nitide, senza la granulosità di fondo che la rende “sporca” e priva della dovuta limpidezza.
Da queste considerazioni, molti esperti ritengono che il futuro della fotografia digitale sarà caratterizzato da un aumento dell’impiego di CMOS per le applicazioni di base, ovvero quelle più economiche (webcam, ecc);  mentre i CCD dovrebbero essere dedicati alle applicazioni con esigenze qualitative superiori. In realtà negli ultimi mesi si stanno aprendo nuove strade, perché queste tecnologie esposte non sono “congelate”, e la ricerca si sta indirizzando verso dispositivi nuovi, magari che usano tecnologie ibride, e comunque sono volti ad ottenere prestazioni sempre migliori, che non siano più quelle caratteristiche dei CCD o dei CMOS di oggi, ma che raccolgano i vantaggi sia dei primi che dei secondi.

IL COLORE OGGI E PROSPETTIVE FUTURE

Si è detto che il colore della immagini viene ottenuto ponendo dei piccoli filtri davanti ad ogni cella che contiene un fotodiodo. E’ chiaro che (siccome i colori primari sono tre) l’immagine di un singolo colore primario sarà formata da un numero di letture corrispondente ad 1/3 di quella del numero totale di fotodiodi.
Per avere una immagine con ciascun colore a piena risoluzione occorrerebbe avere una macchina fotografica contenente tre sensori, uno per il rosso, uno per il verde e uno per il blu. Ed in effetti le migliori videocamere professionali o semiprofessionali usano 3 CCD. 
L’impiego di 3 CCD al posto di uno, se da un lato migliora la definizione del colore, dall’altro ha due difetti: aumenta l’ingombro della macchina e costa molto. Il primo problema potrebbe essere considerato il minore: chi vuole certe prestazioni può sopportare macchine un po’ grandi, sempre e comunque paragonabili alle classiche reflex per chimico. Il secondo aspetto potrebbe essere liquidato come il primo (chi vuole la qualità la paghi) ma è uno degli ostacoli alla diffusione delle buone immagini anche a livello amatoriale.
Una possibile soluzione di compromesso è stata proposta da un laboratorio importante, Foveon. La tecnologia è stata battezzata X3.
Si tratta di costruire dei sensori sensibili ai tre diversi colori primari non più in senso verticale, parallelo alla faccia del sensore (come avviene oggi) ma in senso orizzontale, ovvero nel senso della profondità, dall’obiettivo al fondo della macchina. In pratica, la parte superficiale di ciascuna cella è sensibile al blu, la parte centrale al verde e quella in profondità al rosso. Si potrebbe intendere questa tecnologia come quella che permette di costruire tre celle una sopra l’altra, una per ciascun colore. E naturalmente si tratta di una soluzione più pratica ed economica di quella classica, che prevede tre sensori completi affiancati.
Davanti a questa soluzione vi è chi grida al miracolo. Si tratta certo di una soluzione eccellente, in grado di rivoluzionare la qualità della fotografia digitale, aprendo una nuova era. Ma attenzione a non cadere in un facile tranello, in cui sono caduti anche tecnici ed esperti: non si aumenta la definizione dell’immagine (dovuta al segnale di “luminanza”, ovvero al segnale in bianco e nero) ma alla qualità del colore, che viene così liberato da una serie di interferenze e approssimazioni dovute alla sua gestione approssimativa nel sistema precedente. Quindi, questa tecnologia permette in buona sostanza un eccellente miglioramento del colore, senza dover ricorrere a tre sensori distinti.

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