
"La
crisi del cinema è crisi di idee. Non ci sono
più idee, non ci sono più scrittori".
Così diceva Vittorio Gassman nella parte di sé
stesso nel film Una vita difficile.
Al festival di
Udine, durante la proiezione di un film cinese ho maturato una tragica
consapevolezza. Il cinema italiano fa schifo. Gli autori italiani non hanno
niente da dire, anzi, mi chiedo come li si possa
definire autori. Come mi posso definire autore? No, ci dev'essere
un errore, io non sono un autore, ma un attore che per caso ha
interpretato il ruolo del regista in un film...
Che
cos'aveva quel film cinese di particolare?
Si sentiva la
fame, si sentiva la povertà che veniva
rappresentata, non certo distante nel tempo, ma ancora ben presente nella mente
e nel cuore del regista.
I nostri autori
non hanno niente da dire perché non hanno vissuto, ma in Cina, anche se forse
non lo possono dire per problemi di censura, hanno fame, vogliono emergere,
costruire, fare e brigare. Non si può fare la rivoluzione da soli e dietro i
nuovi autori nostrani si vede che non c'è un
movimento omogeneo, anzi, proprio non sembrano esserci punti di contatto, quasi
che i registi di casa nostra non si parlino nemmeno tanto sono impegnati a
gettare merda l'uno sull'altro, che se poi a uno
riesce un buon film, sono tutti ad aspettarlo al varco con le pistole puntate
sperando in un bel fallimento. La nouvelle vague uno
non la può fare da solo, l'unica traccia che si può lasciare è qualche
schizzo delle proprie seghe mentali. Il cinema dovrebbe essere intrattenimento,
ma se nessuno va a vedere film questa funzione viene
meno. Il cinema dovrebbe essere "cultura", dovrebbe avere una funzione
"educativa", ma anche questa funzione viene meno perché "il
pubblico vuole questo", perché gli autori nostrani non sembrano più in
grado di capire la realtà in cui vivono, perché non sembrano in grado di
parlare davvero a un pubblico che entra sempre di più
nella forma mentis (perdonate il latinorum)
della televisione.
Noi abbiamo
avuto, è vero, il nostro periodo d'oro nel dopoguerra e durante il boom
economico, ma adesso è finita, il ristagno si sente ad ogni premiazione e
allora via coi nastri d'argento, i leoni d'oro e i david
di bronzo, premiamoci tra di noi, visto che il pubblico preferisce le polpette
avvelenate di Hollywood (ma pure da quelle parti siamo al necrologio),
distribuiamo premi ai festival, qui e là, eccone un
po' per tutti, non scontentiamo nessuno. E continuiamo a ricordare con nostalgia
il nostro glorioso passato, i nostri grandi maestri che tutti ci
invidiano (ma che sono quasi tutti morti o molto molto
vecchi).
I produttori per
troppi anni si sono appoggiati all'assistenzialismo statale costruendosi coi
soldi dei cittadini le loro ville con piscina e adesso che i rubinetti si sono
chiusi si lamentano di una situazione di cui sono co-responsabili.
Cambiano i
governi e i ministri, le commissioni e le leggi sul cinema, ma la crisi è
sempre lì. A volte qualche signor imbecille, a
qualche premiazione, grida che il cinema italiano è più vivo che mai. L'Italia
sta vivendo una crisi di mediocrità e un paese mediocre non può far altro che
esprimere una classe politica e dirigente mediocre e la cultura, il cinema e la
televisione risentono di questa mediocrità imperante. La mediocrità non può
fare cultura ne' arte, al massimo può comprare tutti
i mezzi d'informazione disponibili e dirci che va tutto bene. Ma non credete a
chi è pagato per mentire, al soldo di incapaci, ex-piduisti
o mafiosi. Io la verità ve la dico gratis.