Questo è un breve stralcio di BOLOGNA EST

Dunque, successe che più o meno andò così…

1974

Correva l’anno 1974 e di qua dalla cortina di ferro faceva un caldo infernale, e c’era la crisi petrolifera e la crisi di governo che tutti dicevano si sarebbe andati alle elezioni anticipate. Era luglio, il 21.

Partirono dalle rive del Don, da una base militare che aveva lo stesso nome di una vodka da esportazione che andava molto anche in occidente.

C’era allegria la sera prima, gli uomini avevano fatto un po’ di baldoria prima della missione, avevano brindato al primo ministro e al comitato centrale e avevano guardato con nostalgia le foto delle fidanzate lontane chiedendosi se un giorno mai le avrebbero riviste.

L’indomani partirono sui loro carri, verdi mimetici e con la stella rossa sul davanti. Una bandiera rossa con la falce e il martello sventolava sul carro di testa che avanzava veloce e inarrestabile, guidato dal compagno colonnello Ptr Vladisevic, le cui gesta, già leggendarie erano destinate ad essere impresse per sempre nei libri di storia.

Attraversarono, senza colpo ferire, l’Europa che dormiva, le stelle uniche testimoni del loro passaggio.

Le marmitte dai carri ruggivano potenti ma docili, e non avrebbero turbato il sonno dell’orecchio più sensibile, non avrebbero spaventato il bambino che dormiva abbracciato stretto all’orsacchiotto, non avrebbero destato la madre che dormiva accanto al marito.

Nemmeno avessero avuto le pattine ai cingoli, si muovevano silenziosi e veloci nella notte verso la loro meta, portando con loro un po’ della luce del sol dell’avvenire, portando giustizia ed eguaglianza ai popoli oppressi.

A Trieste una guardia di frontiera fermò il carro del compagno colonnello Vladisevic. “Dove andate”? chiese la guardia timidamente.

“Andiamo a portare i grandi ideali della rivoluzione d’ottobre a chi vuole essere salvato dalla corruzione del capitalismo. Portiamo uguaglianza e giustizia, portiamo libertà e dignità al popolo, perché è il popolo che lo vuole e noi facciamo la volontà del popolo”.

La guardia, sinceramente commossa dalle parole del compagno colonnello fece passare la colonna, mille e mille carri armati e camion pieni di soldati che viaggiavano veloci verso la loro meta, verso un luogo che aveva sposato i più alti ideali del comunismo, ma che era minacciato dall’essere una enclave circondata dal capitalismo abietto e senza scrupoli, da un libero mercato sregolato e incivile, che avrebbe portato l’umanità alla rovina. Ma il compagno colonnello avanzava fiero alla testa della colonna, il petto gonfio d’orgoglio proletario, la mano ferma a reggere l’asta con la bandiera rossa.

Presero l’autostrada a Venezia e uscirono a Bologna sotto gli occhi di uno sconcertato casellante che si mise ad inveire pretendendo il pedaggio.

“Telepass” gli gridò di rimando il compagno colonnello mentre la sbarra si alzava automaticamente, lasciando di stucco il malcapitato casellante, perché già allora la tecnologia sovietica era avanti mille anni e se anche gli americani erano arrivati primi sulla Luna, gli Sputnik sarebbero presto arrivati su Marte e in tutto il cosmo.

Presero la tangenziale, che a quell’ora era un po’ trafficata per la verità, e si trovarono sui viali, con i bolognesi increduli ma contenti che li indicavano col dito. Qualcuno gridava, qualcuno esultava. Il compagno colonnello chiese indicazioni ad un passante, un certo Giorgio Bottazzi, pensionato, che pure lui entrò di diritto nella storia.

“Se lei prende a destra qui e poi va dritto, c’è via Indipendensa e poi vede che qui c’è la piassa, davanti, con il Nettuno, e a sinistra c’è le due torri”.

Il compagno colonnello ringraziò e arrivo in piazza Maggiore con il suo carrarmato, mentre il resto della truppa andò a cercare un parcheggio. Non c’erano tante strisce blu allora, ma se c’erano, statene pur certi che i compagni avrebbero messo qualche rublo nel parchimetro.

Il sindaco, il compagno sindaco, venne ad accogliere il compagno colonnello con tutta la giunta.

“Mio caro compagno” disse con un sorriso che più largo non si poteva, “l’attendevamo con ansia, com’è andato il viaggio”?

“Bene, bene, compagno sindaco” rispose il compagno colonnello.

“Posso offrirle qualcosa? Un caffè, un bicchiere di vino…”

Il compagno colonnello si guardò intorno.

“Magari più tardi. Abbiamo molto lavoro da fare qui”.

Costruirono un bel muro di solidi mattoni e cemento armato, un muro che andava da Borgo Panigale a San Lazzaro, ma non era come a Berlino, perché a Berlino il muro serviva a non far scappare quelli dell’Est all’Ovest e invece qui era il contrario, il muro serviva perché dal resto d’Italia sarebbero arrivati troppi dissidenti del capitalismo tutti insieme. Bisognava arginare, pianificare le entrate, difendere il socialismo bolognese dagli attacchi dell’occidente corrotto e degradato. In fondo ai bolognesi piaceva l’idea, erano gente che lavorava sul serio, stakhanovisti per natura.

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