SCARPONANDO

Monte Pealu-Monte Mannu : “Sa Niera” e resti nuragici e medioevali       

 

L’altopiano basaltico di Pealu (detto anche Pelau) si estende da sud a nord sovrastando, ad est, gli abitati di Borutta e Bonnannaro e Thiesi, e ad ovest, Bessude e Siligo. Inizia con le pendici basse dette Monte Illoreo, poste fra Borutta e Thiesi, si solleva e trova la sua massima larghezza fra Bessude, Thiesi e Borutta, per restringersi verso Siligo, dove culmina in una specie di cono che aderisce al monte tramite uno stretto corridoio. La visita a questo splendido e dominante altopiano sarà suddivisa in alcune uscite, la prima comprenderà il versante tiesino corrispondente alla sua parte più alta (730 metri), detta Monte Mannu. Si tratta di una emergenza tondeggiante prodotta dall’emissione del magma che da questo punto si è sparso in una antica valle, i cui monti che la creavano sono ora scomparsi a causa dell’erosione attuata in milioni di anni; una volta solidificato, il magma ha creato un tavolato, in leggera pendenza verso Siligo, corrispondente all’attuale altopiano. Secondo Virgilio Teti, il termine Pelau, ma anche Palau e Pelaia, deriva dall’antico Pèlagu che indica: fosso, pozza profonda (naturale o artificiale) dove l’acqua ristagna a lungo; lo studioso giustifica tale indicazione con il fatto che in Gallura, ma soprattutto a S. Teodoro, lù palau è il fosso che si fa in campagna per contenere e conservare l’acqua dove berrà il bestiame d’estate. Essendo l’altopiano ricco di ‘pischinas’, fosse artificiali e naturali dove si accumula l’acqua piovana, tale spiegazione appare puntuale e giustificata.

L’escursione, inizia sullo slargo posto alla sinistra della caserma, lungo la circonvallazione, non lontano dall’albergo-ristorante Cavallino Rosso. , si imbocca la stradina, con il piano in cemento, che si arrampica con una forte pendenza sulle falde del monte, sino a raggiungere i tre curvoni finali che consentono di trovarsi oltre il costone roccioso; questo antico passaggio viene ancora oggi detto “s’iscala de Pelau”. Durante la salita è possibile vedere ciò che resta dei fitti e rigogliosi uliveti che caratterizzavano tutta la zona, a volte alternati a vigneti. La presenza degli uliveti è data da un sistema di coltivazione molto diffuso in passato, a partire da circa la metà del 1800: quando si impiantava una vigna si provvedeva anche a sistemarvi a dimora degli alberelli di ulivo; questi sarebbero diventati produttivi dopo circa venti anni, esattamente quando la vigna era ormai vecchia e andava distrutta. Dobbiamo quindi pensare che Thiesi fosse in passato un buon produttore di vino e i documenti del 1800 ce lo confermano: nel 1850 circa si produceva due terzi in più del fabbisogno locale, destinando il resto al commercio. Si consiglia di affrontare la salita con molta calma, osservando con attenzione gli aspetti naturalistici, ciò eviterà di arrivare in alto molto stanchi a causa della forte pendenza del percorso. Arrivati sul costone, e ammirato lo splendido paesaggio che ci si ritrova sotto gli occhi, si entra nella campagna dove si vede una costruzione in cemento, riconoscibile perché è un po’ più lunga di quelle presenti in quella zona. Subito a sinistra si vedono alcuni massi allineati perpendicolari al muretto che delimita la strada che abbiamo appena abbandonato; potrebbe trattarsi di un primo segno di insediamento nuragico. Poco più avanti, all’altezza della casa, si supera il cancello a destra e si procede parallelamente al muretto superiore sino all’altro chiuso dove troviamo altri resti, di difficile interpretazione. La località in analisi viene chiamata “Istrampadabbas” (istrampada abbas = cascata di acque o acque che precipitano) perché da li le acque piovane del monte convergono nella sottostante vallata dove seguono il corso di un torrente costeggiando le campagne di Sas Funtaneddas, Coluri, Culunzones, Turedda, sos Capannones (qui il torrente prende il nome di Riu ‘Ettori o riu De Thori) per proseguire, dopo aver superato la 131 bis, in Badde e in Badde Serena, sa Conza, sa Casina, e raggiungere la valle del Bidighinzu da dove nasce il Mannu; alcuni insistono per indicare in questo punto la nascita del fiume Mannu che sfocia a Portotorres. Proseguendo nella direzione iniziale, all’altezza del traliccio, si piega a sinistra superando i due muretti che delimitano un viottolo abbandonato e invaso dalla vegetazione, e ci si ritrova su un chiuso posto in posizione leggermente più alta del precedente. In quest’area è possibile individuare tracce di capanne nuragiche riconoscibili per la presenza di basamenti ad andamento circolare ottenuti con pietre ben connesse di una certa dimensione. Non è improbabile che tale sito sia stato utilizzato anche in epoca medioevale. Nel chiuso posto a sinistra (guardando verso Pealu) che si può raggiungere superando i due muri che delimitano lo stesso viottolo di prima ma più in alto, si trova una interessante fonte ipogeica (da: ipo = sotto e geo = terra; quindi sottoterra), detta ‘Sa funtana de duttor Pinna’ perché da lui fatta costruire nel 1936. Dall’esterno si vede un abbeveratoio e una piccola costruzione quasi interrata; entrando in questa attraverso una botola, si nota uno stretto cunicolo scavato nella roccia che raccoglie e convoglia le gocce d’acqua che stillano dalle fessure litiche. Onde evitare di superare altri muri, nel percorso è previsto di andare avanti verso l’alto piegando gradualmente a sinistra sino ad incontrare ‘una pischina’, ovvero una fossa dove si raccoglie e si conserva l’acqua piovana (scavata recentemente), e la casetta della vedetta antincendio. Questa zona, che si sviluppa a destra verso la vallata che arriva a ‘Sas Funtaneddas’ prende il nome di ‘Cunzadu de Cheia’, probabilmente perché si trattava di un possedimento ecclesiale. In questo punto vi sono le condizioni per superare le recinzioni di delimitazione della strada principale ed entrare nel chiuso, detto “Sa Niera” perché vi si trova la neviera, antico deposito di neve per la produzione di ghiaccio (vedi scheda a parte). Ci troviamo quasi nella parte culminante del Monte Mannu, individuabile dalla presenza di un cono di pietre (sembra un piccolissimo nuraghe) con sopra la piastra metallica indicante il punto trigonometrico usato in passato per la rilevazione delle carte topografiche e geografiche.

Analizzato l’antico silos per la conservazione della neve, si riprende la passeggiata, procedendo verso il basso con graduale tendenza a destra sino a raggiungere l’angolo di incontro dei muretti a secco; qui si passa al chiuso sottostante a destra e si avanza sino a raggiungere ‘Sa Funtana de s’arroccu’, posta nel chiuso omonimo che si trova vicino a ‘Iscala Murone’, altro passaggio per arrivare al monte in linea con la zona che sovrasta ‘Binza Manna’ la località con i grossi pini costeggiata dalla Thiesi-Bessude. Si ritorna indietro costeggiando lo strapiombo e si arriva a ’sa Funtana de s’elighe’, antica fonte che pare abbia preso il nome dalla presenza di un grosso leccio probabilmente tagliato nel 1800, assieme al rigoglioso bosco che ricopriva l’altopiano, nell’irresponsabile e vandalico recupero di legname per le traversine della ferrovia. Sotto lo strapiombo si trovano, in quella lunga fascia detta genericamente ‘Sas Coas de Pealu’, le campagne di ‘Mirri’,  di ‘Cunzadu Longu, e di ‘Coas de Merula’. Può capitare durante il percorso di individuare tratti di muri a secco più alti degli altri; si tratta di ripari artificiali contro i venti, soprattutto il maestrale (su ‘entu saligheresu o ‘entu salidu) che sferzano spesso questa fertile emergenza basaltica. Raggiunta la stradina principale, la si segue sino a Thiesi.  

 (Salvatore Ferrandu)

 

Il monte Pelau è ricco di testimonianze del periodo nuragico; oltre ai resti appena indicati:

n      Un nuraghe si trova al centro dell’altopiano nei pressi di “Mandra de Burutta” dove si possono vedere le tracce di capanne circolari (presumibilmente nuragiche).

n      In località Sant’Antonio, oltre ad un nuraghe, vi è un’area sacra dedicata al culto delle acque ancora in corso di studio. Nel programma delle escursioni è prevista una visita a tale importante sito archeologico.

n      Altre tracce, rilevabili nella vasta sommità del monte, non sono sempre di facile identificazione.

 Sa Niera  -  La neviera

Si tratta di un grosso silos, scavato in parte nella roccia e rivestito con muratura di pietra locale, di taglio irregolare, tenuta insieme con calce; ha diametro di sette metri ed è alta circa quattro metri e mezzo. Non è facile ipotizzare l’esatta altezza originaria ma possiamo immaginare che non superasse di molto l’attuale situazione. La presenza di una serie di pietre sporgenti, e di fori sistemati opportunamente nella parete interna, fa pensare che vi fosse una specie di scivolo in legno di forma elicoidale che percorreva l’interno dall’alto in basso. Tale struttura aggiuntiva consentiva agli operatori di entrare dall’alto per sistemare la neve e coprirla con paglia e terra in attesa di un’altra nevicata, nonché di prelevare il ghiaccio quando si presentava la necessità. Non si hanno informazioni precise sul periodo di costruzione ma possiamo ipotizzare che sia antecedente al 1800 e comunque in un periodo compreso dalla fine del 1500 in poi.

La costruzione di una così ampia neviera ha sicuramente richiesto un notevole dispendio di energie economiche giustificate da una adeguata contropartita; si deduce, pertanto, che la vendita del ghiaccio doveva produrre un reddito abbastanza alto da garantire il recupero dell’investimento.

L’origine delle neviere è molto antico in quanto nel periodo preistorico si raccoglieva la neve in fosse naturali, mentre le prime costruzioni potrebbero attribuirsi al periodo romano in quanto vi sono ampie testimonianze della loro costruzione.

 In Sardegna è documentato l’uso delle neviere durante la presenza spagnola. Nel 1500 da Aritzo e dai paesi vicini, partivano la notte verso Cagliari dei cavalieri “sos cavallantes” per trasportare il ghiaccio prodotto nelle neviere. Ad Ozieri, sempre nel 1500, fu curato col ghiaccio di una “domu de nie” un giovane spagnolo che aveva abusato del vino e del ballo durante una festa locale.

Sa Carapigna   -   la granita

Il ghiaccio ottenuto dall’accumulo e la conservazione della neve caduta durante l’inverno, veniva utilizzato per scopi terapeutici e, soprattutto, per preparare una granita detta in sardo “sa carapigna“. E’ stato dimostrato che tale nome, forse originario della penisola Iberica, è diffuso in buona parte dell’Isola. La Carapigna si preparava in genere durante le prime feste dell’anno quando la richiesta era senz’altro maggiore (a Thiesi la prima si preparava per san Giuseppe, durante la festa dei falegnami). In quelle occasioni l’addetto acquistava il ghiaccio dalla neviera e, dopo averlo accuratamente avvolto con sacchi e paglia, lo trasportava nel paese in cui  doveva vendere il suo prodotto; qui veniva conservato sotto una tenda, sempre protetto con paglia e sacchi.

Per la preparazione della ‘carapigna’ era necessario avere a disposizione due contenitori: una tina di legno, nella quale si versava il ghiaccio a pezzetti, e un contenitore cilindrico di metallo (la sorbettiera) che si immergeva nel ghiaccio dopo avervi versato una mistura di acqua, zucchero ed aromi, L’operatore, afferrata l’impugnatura posta nel tappo ermetico, provvedeva con abilità a far ruotate il cilindro a destra e a sinistra con movimenti rapidi che spingevano il liquido contro la superficie interna, dove, aderendovi, si ghiacciava. Ultimata l’operazione, raschiava con apposita paletta la granita e la serviva velocemente in piccoli bicchierini, prima che si sciogliesse.  Secondo alcuni schemi, “sa carapigna “ è considerata una granita e non un sorbetto in quanto quest’ultimo ha fra i componenti anche del liquore.

Le indicazioni sulla preparazione della “carapigna” sono state rilevate da una ricerca universitaria curata anni fa ad Aritzo dove ancora oggi, in occasione di alcune sagre paesane a scopo turistico, si prepara in forma dimostrativa. Le notizie raccolte a Thiesi in un primo momento sono state molto generiche in quanto oltre al nome e all’aspetto del prodotto, gli informatori indicavano una preparazione con uso diretto del ghiaccio in miscela con gli aromi, i coloranti e lo zucchero. In una seconda fase, dopo aver illustrato le fasi lavorative in uso ad Aritzo, sono emerse alcune indicazioni che, seppur scollegate fra loro, hanno permesso di ricostruire che anche a Thiesi si utilizzavano gli stessi strumenti e si seguivano i medesimi procedimenti. E’ possibile comunque ipotizzare che le ultime preparazioni di carapigna siano state eseguite con ghiaccio prodotto nelle ghiacciaie industriali e che, essendo il ghiaccio più trasparente e apparentemente pulito di quello proveniente dalle neviere, sia stato usato in forma diretta, tritandolo e mescendolo con gli ingredienti senza l’uso della sorbettiera.  
 (Salvatore Ferrandu)