SCARPONANDO

Sas Funtaneddas- Monte Illoreo

Si procede a piedi nella strada asfaltata che porta, in leggera salita, a Coluri; durante il percorso si evidenziano:

§         Sos capannones, complesso militare della seconda guerra mondiale utilizzato per ospitare i militari e i mezzi (altri militari erano allogiati in paese), smantellato dopo la guerra. Gli edifici passarono di proprietà dei privati che avevano dovuto dare il terreno. Poco più avanti troviamo una piccola costruzione che fungeva da deposito dell’acqua proveniente dalle fonti di Mirri dove si trova un edificio di raccolta. In questa zona vi era, con molta probabilità, un nuraghe, demolito completamente per recuperare materiale da costruzione prima e durante l’erezione dei capannoni; la presenza di questo edificio nuragico è testimoniata dalla presenza in loco e nel viottolo di Sutta Rocca di blocchi di basalto e dalla testimonianza, durante il processo ai thiesini rivoltosi, di due soldati che avevano partecipato all’attacco a Thiesi nel 1800. I due affermano di essersi riparati dai colpi di fucile dei paesani, uno, dietro un nuraghe e, l’altro, fra le pietre di una torre. Se consideriamo che la campagna adiacente si chiama Turedda (piccola torre), abbiamo diversi elementi per ipotizzarne la presenza. Sempre a Sos Capannones, ma verso la 131 bis, si trovava la chiesa di Santu Miali (san Michele) distrutta nell’ottocento ma la cui base, e la sottostante stratigrafia; si dovrebbe trovare ancora intatta.

§         Le campagne più in alto vengono chiamate: a sinistra Sutta Rocca; a destra Turedda. Ancora più avanti diventano: a sinistra Binza de s’Ena; a destra Culunzones. Nella parte finale: a sinistra Su Tancadu; a destra Coluri.

§         Alla fine della strada asfaltata ci ritroviamo in alto, vicino a Monte Illoreo; qui si entra in un fondo detto Turruni dove si trova un rudere di una casa. L’edificio (ottocentesco?) in passato doveva essere di qualità in quanto è costruito con malta di calce e le aperture sono costituite da elementi in pietra ben squadrata. Probabilmente apparteneva a qualche famiglia benestante in quanto, oltre all’ottima fattura, è composto da due ambienti, cosa rara anche per i ricchi.

§         Procediamo lasciandoci il rudere alle spalle e poi a sinistra verso il basso sino ad incontrare il greto del torrente; durante il percorso troviamo un abbeveratoio di recente costruzione e due antichi laccos per la pigiatura dell’uva. Soffermiamoci un attimo ad osservarli: sono scavati in un unico blocco di pietra calcarea, hanno il lato di uscita del mosto più stretto e, a metà circa, si vede un gradino nelle due pareti laterali che pare servisse a trattenere un’asse in legno con lo scopo di dividere in due la vasca. Nella parte alta si pigiava l’uva e nella bassa, dove si trova il foro di uscita, si raccoglieva il mosto; in poche parole, in un unico elemento si concentravano quelli che venivano chiamati su laccu e s’ischintolzu, ovvero la vasca per pigiare e la sottostante vaschetta per prelevare il mosto pulito.

§         La zona detta Sas Funtaneddas inizia qui e si sviluppa lungo la valle in direzione del monte; oggi non è più possibile vedere le fonti in quanto completamente coperte dai rovi. Si tratta di piccole casette al cui interno si trova una vasca di raccolta dell’acqua che sgorga o sgocciola dalla roccia; in alcuni casi vi sono dei cunicoli di raccolta che si insinuano sottoterra, in altri la raccolta avviene dentro l’edificio tramite una canaletta. Nelle ultime due casette l’acqua viene raccolta in profondità per cui vi si accede da una specie di pozzo provvisto di scaletta in ferro. Durante l’escursione è possibile visitare una di queste stazioni di raccolta facendo attenzione a non bagnarsi i piedi nel piccolo corso d’acqua che fuoriesce dall’edificio. È anche possibile vedere una fonte appartenente alla scomparsa famiglia Vota; si tratta di un alzato in pietra bianca e rossa, con un arco al centro appena incassato sul prospetto con, in basso, una maschera di marmo dalla cui bocca usciva l’acqua. Ora è invasa dai rovi e la parte bassa è in parte nascosta da un abbeveratoio costruito qualche decennio fa.

§         Ci troviamo sotto la corona basaltica del monte Pealu e basterebbe poco per raggiungere la cima di Monte Mannu, ma il nostro percorso di oggi non lo prevede per cui ci avviciniamo ad un piccolo terrazzo di terra, non lontano da un nascente boschetto di roverella (chercu), traccia del distrutto bosco ottocentesco. Dal terrazzo, in questo periodo ricoperto di margheritine bianche e viola, si può osservare il paese di Thiesi e le campagne alle sue spalle ma non ci tratteniamo a lungo perché più avanti avremo modo, da diverse angolazioni, di osservare il paesaggio. Si scende a sinistra o a destra del poggio; a sinistra è più difficoltoso ma senz’alto più bello.

§         Eccoci, quindi, nuovamente nel guado del torrente e ci apprestiamo a salire verso l’appendice di Pealu che si spinge su Monte Illoreo. Se la vallata non fosse invasa dai rovi, questa sarebbe stata la strada da percorrere sino ad incontrare le ultime fontane, circondate da un’alta recinzione in muratura per evitare che il bestiame depositi letame nella zona della sorgente. Chi lo ritiene opportuno, può abbandonare il gruppo e ritornare indietro a Thiesi per la stessa via, ma potrebbe rimpiangere di non aver osato ancora.  Lentamente raggiungiamo l’antico viottolo del quale resta percorribile solo questa parte in quanto, quella a valle, è scomparsa nella vegetazione selvatica. Più si va in alto, maggiormente suggestivo diventa il paesaggio, soprattutto al mattino presto o al tramonto. Se si procede ancora verso Pealu, si passa sopra i recinti delle fontane alte, se invece si decide di abbreviare, si va a destra e in alto, raggiungendo una zona invasa dalle pietre e da vari recinti, probabili resti di un antico insediamento agricolo. Poco più avanti si incontrano le pietre basali di un nuraghe e si domina il paesaggio anche sul lato di Borutta.

§         Si scende verso la valle sino a raggiungere la stradina che da Borutta porta a Monte Illoreo e la si percorre sino alla strada Borutta-Thiesi che si percorre per un tratto. Chi vuole abbreviare, può scendere verso Turruni e ripercorrere la strada asfaltata che porta a Thiesi, ma perderebbe la splendida vista del paese da questo lato. Subito dopo incontriamo la cava di sabbia, accecante e suggestiva nonostante la ferita inferta alla collina e poi si prosegue con sotto gli occhi un Thiesi sempre più affascinante. Nel viottolo caminu culzu de ‘Urutta, a tratti rovinato dalla costruzione di una strada di penetrazione agraria, si trova una casa mezzo distrutta che conserva al suo interno unu laccu e una pietra basale per antico pressa vinario, più avanti un bel cancello in pietra e ferro.  Raggiunta la 131 bis, si prende la circonvallazione e si arriva alle auto.

   Salvatore Ferrandu