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Semestene: S.Nicola di Trullas-Nuraghe Iscolca
San Nicola di Trullas. La chiesa di San Nicola di Trullas è ancora oggi motivo di contendere degli studiosi in quanto vi sono diversi aspetti che andrebbero confermati; probabilmente nuovi apporti e maggiori certezze potrebbero arrivare dagli scavi archeologici ancora in corso.
San Nicola di Trullas viene menzionato per la prima volta nell’Atto del 1112 con il quale Pietro di Athen, affilia la chiesa all’eremo di S. Salvatore di Camaldoli. E’ il periodo nel quale il Giudicato di Sorres attiva intense relazioni con i monaci Benedettini e in particolare i Calmadolesi (nello stesso periodo vengono confermate le donazioni di S. Pietro di Scano e della SS. Trinità di Saccargia. Al momento della donazione risulta che l’edificio sacro è già edificato e officiato (vi si dice messa) in quanto ai monaci si chiede di non rimuovere gli arredi, minuziosamente descritti, e di permettere ai religiosi che vi sono “ci vi sunt” di restare. Le ipotesi aperte sono tante: a) potevano esserci i monaci benedettini che hanno curato la costruzione dell’edificio; b) monaci di regola orientale (in effetti la chiesa è intitolata a un santo del menologio greco-orientale come suggerisce anche la denominazione “trullas”, termine greco-bizantino che indica la cupola) che vi soggiornavano anche prima della costruzione; c) altri monaci o donnos che vi vivevano da eremiti. Vi è anche l’ipotesi che la chiesa che conosciamo oggi sia stata edificata più tardi e che l’atto di donazione sia riferito ad un edificio più antico.
L’edificio viene indicato dagli studiosi molto affine ai sistemi costruttivi della chiesa palatina (collegata al palazzo del sovrano) di S. Maria del Regno di Ardara, soprattutto per la concezione dello spazio e il rapporto fra l’interno e l’esterno (le lesene esterne corrispondono alla divisione interna). Si potrebbe trattare di due opere attribuibili allo stesso maestro e quindi costruite in tempi molto vicini. L’analisi stilistica induce a pensare che l’edificio sia stato eretto in un’unica fase costruttiva. Compresa la copertura con volte a crociera che, probabilmente, è uno dei primi lavori di copertura totale in muratura in Italia (tantissime chiese romaniche sono coperte con tetto il legno a capriata); ed è possibile che tale opera sia stata facilitata dalle ridotte dimensioni dell’aula. Se l’interno dell’edificio sacro suggeriva emozioni mistiche per lo slancio verticale dato dalle lesene e dalle volte a crociera e per la ricchezza degli affreschi, l’esterno non era da meno. Le robuste lesene, che ripartiscono lo spazio in moduli duplicabili, mettono in evidenza la forte proiezione verso l’alto della struttura, dove, nella linea di gronda, viene mitigata e armonizzata da una teoria di archetti a doppia ghiera (uno più grande, all’esterno di quello più piccolo) che circondano l’edificio creando forti giochi chiaroscurali. Tutto l’esterno della chiesa richiama alla semplicità monacale delle prime chiese romaniche (caratteristica anche dell’interno prima della preparazione degli affreschi) ma in questo edificio emergono alcuni elementi di novità, abbastanza rari se non unici nel periodo attribuito per la costruzione. La parte esterna dell’abside è ripartita da lesene e presenta due monofore centinate e gradonate che le donano un’eleganza inusuale ed una verticalità rallentata dalla riproposizione degli archetti a doppia ghiera. E’ comunque la facciata che riporta la grande novità: alla semplice e lineare parte inferiore, nella quale si apre una porta con lunetta rialzata, si sovrappone un finto loggiato che crea un movimento e una profondità inusuale. Tale novità viene considerata un elemento di avanguardia e di sperimentazione nel panorama romanico in quanto si tratta di uno tra i primi in Italia. Gli studiosi attribuscono a questo edificio la duplicazione di un modulo; il numero due è l’elemento ordinatore e ad esso è legato il valore simbolico della compresenza degli opposti: bene-male; principio-fine, ecc.
Gli ultimi restauri hanno portato in luce e valorizzato gli affreschi che ricoprivano quasi totalmente l’interno dell’edificio; si tratta di immagini di notevole valore simbolico ed iconografico, attribuite ad un periodo di poco successivo alla costruzione avvenuta intorno al 1115. Le stupende immagini si riferiscono iconograficamente (immagini simboliche) al Libro dell’Apocalisse, con la rappresentazione delle gerarchie celesti disposte in cerchi concentrici a celebrare la gloria di Dio.
Nel catino absidale (la grande nicchia vicina all’altare) domina la grande figura del Cristo Pantocratore (onnipotente, da panto=tutto e kratòs=forza) con ai lati 4 figure di cui una tiene un mano un cartiglio (foglio) la cui scritta lo identifica come S. Paolo; la figura a sinistra porta una veste monastica per cui potrebbe essere il fondatore dell’ordine camaldolense, S. Romualdo; le altre due, che hanno l’aureola, non sono identificabili. Nell’arco trionfale si vedono i resti di una teoria di medaglioni che probabilmente raffiguravano i profeti, tra questi una testa coronata che potrebbe essere il re Davide. Nella campata adiacente all’abside al centro della volta vi è l’agnello mistico del quale si vedono le zampe, una parte del collo e l’aureola. Tutt’intorno vi è il cielo degli uomini con 24 vecchi che a passo di danza offrono il calice d’oro all’agnello mistico. Nei 4 pennacchi vi sono i 4 evangelisti abbinati dagli animali, loro simboli. Nella seconda campata, piuttosto compromessa, si vede il cielo degli angeli con 12 figure alate; nei 4 pennacchi vi sono gli angeli serafini, con sei ali, tengono in mano la spada e la sfera. Le cornici sono decorate da motivi vegetali intrecciati con foglie a viticcio. La parte bassa delle pareti conserva tracce del disegno del velario che ripropone pittoricamente l’usanza più antica (certamente bizantina ma anche romana) di ingraziosire le pareti con arazzi, veli, stoffe preziose.
Le notizie sono state attinte da: “Archeologia e Architettura, un rapporto da consolidare” dove a pagg. 19/23 si illustra “Il ciclo pittorico di San Nicola di Trullas”, a cura di Patricia Olivo; e a pagg. 25/31 vi sono informazioni su “La chiesa di San Nicola di Trullas; architettura e progetto”, a cura di Patrizia Tomasetti; ed ancora a pagg. 33/39, si illustra la fase di scavo archeologico in “I camaldolesi a San Nicola di Trullas”, a cura di Antonella Pandolfi.
Dal Dizionario Storico Sardo di F.C. Casula, si rileva:
Trullas – abitato scomparso; il toponimo deriva dal greco-latino, trulla* = cupola. Era ubicato in località Binza de Corte, in agro di Semestene; nel sito sorgeva una villa dominicia di età romano-imperiale. Il paese medioevale (villa – bidda) è attestato dal condaghe di S. Michel di Salvenneror, di S. Pietro di Silki (sec. XI-XIII) e di S. Nicola di Trullas (XII-XIII). Trullas fu abbandonata, probabilmente, poco dopo il 1350, sia per le continue carestie sia per le vicende belliche legate alla guerra fra il Regno di Arborea e quello catalano-aragonese di Sardegna.
S. Nicola di Trullas
o Truddas – chiesa campestre e monastero – sorge a pochi Km. da Semestene. La
chiesa e il monastero furono edificati nel sito di una villa dominica di età
romano-imperiale e nel medioevo faceva parte della Curatoria di Costavalle, nel
Regno giudicale di Torres.Nel 1113, col consenso del sovrano Costantino I de
Lacon-Gunale, di sua moglie regina Marcusa e del vescovo di Sorres, Alberto,i
membri della potente famiglia logudorese degli Athen donarono la chiesa al
monastero di S. Salvatore di Camaldoli. La ricostruzione della chiesa su
precedente impianto bizantino (il nome Truddas o Trullas potrebbe infatti
derivare dalla parola greca toulla*, che vuol dire cupola, riferito al
corpo cupolato del precedente edificio) fu iniziata pochi anni dopo ad opera di
maestranze provenienti dal cantire di Santa Maria del Regno (di Ardara).Del
monastero annesso, di cui nel XIX sec. rimanevano i ruderi, si conserva il
registro patrimoniale detto Condaghe di S. Nicola di Trullas. L’edificio è di
modeste dimensioni, è interamente edificato con conci di calcare chiaro con
inserti scuri di basalto. L’impianto è a navata unica absidata con volta a
crociera. La facciata, con alloggi per bacini ceramici, è divisa in due ordini
da una cornice orizzontale, nella parte superiore si trova un loggiato cieco.
(nota*: Il devoto Oli riporta: trullos)
Parrocchiale di San Giorgio
La chiesa, che domina la piazza e l’abitato dall’alto della sua monumentale gradinata, sembra riferirsi stilisticamente a quella fase di transizione che riassume in contemporanea elementi gotici, classici e barocchi, in questo edificio utilizzati con una certa armonia. Sappiamo che la ricostruzione principale è iniziata nel 1623 e che nel 1700 erano ancora in corso alcuni lavori sulle volte. Un vivo interesse lo richiama la cappella della Vergine Recumandada (seconda a sinistra) per il suo soffitto a botte provvisto di formelle disposte a scacchiera, quasi un ricordo dei cassettoni rinascimentali. La bella facciata timpanata ha gusto prevalentemente rinascimentale e denota una buona ripartizione degli spazi. Gli elementi naturalistici (rosetta romboidale al centro del timpano e decori delle lesene) ricordano che siamo ormai in periodo barocco. L’edificio rientra a pieno titolo nella fase finale di un percorso costruttivo che, partendo dal gotico-aragonese di Alghero, si irradia in questa zona attraverso S. Giulia di Padria, S. Giorgio di Pozzomaggiore, S. Chiara di Cossoine, ecc. trasformandosi variamente con apporti rinascimentali e barocchi.
Nuraghe Iscolca
Prof. Giovanni Deriu, nel libro: “L’insediamento umano medioevale nella Curatoria di Costa de Addes” espone: “La curatoria di Addes appare suddivisa in due distretti: la “scolca di Addes” (pertinente a Bonorva) e quella di Semestene. …… Proprio sul margine della Campeda di Semestene si elava ancora maestosamente il “Nuraghe de Iscolca” (m.577 s.l.m.), il quale domina la lunga estensione del ciclione di detto altopiano, la verde vallata di Truddas-Semestene-Cunzadu e la catena dei monti di Villanova Monteleone sino alla marina di Bosa (luogo di approdo -ce lo ricorda tuttora la tradizione orale- dei pirati saraceni che, periodicamente, invadevano la zona). Questo nuraghe, stando tanto alla sua posizione, quanto alla sua appellazione, e che al tempo dell’Angius (1849) aveva un’opera esteriore con vari nuraghetti, avrebbe potuto essere una sorta di presidio, o perlomeno un punto di riferimento, per il corpo di guardie rurali incaricato della difesa delle persone e dei beni compresi nei termini della circoscrizione inerente alla “scolca” di Semestene. Poiché, prima del 1388, gli ultimi abitanti di quelle piccole sedi sparse si erano concentrati nella villa di Semestene, fabbricata nel sito più riparato, nonché più salubre della valle, quest’ultima si impossessò del loro territorio (anche se poi i Bonorvesi usurparono le antiche pertinenze di Cunzadu e una porzione di quelle di Fraigas).” Il frammento appena riportato ci informa sia dello stato del nuraghe nella metà del 1800 (i nuraghetti descritti dall’Angius poterbbero essere le camere coperte a tholos del nuraghe polilobato), sia dei motivi dell’intitolazione del monumento nuragico. Si può solo aggiungere che una visita più accurata alla parte dell’altopiano, direttamente a contatto con il nuraghe, permette di scoprire altri resti probabilmente pertinenti a quell’insediamento di guardia rurale della Scolca. La strada che collega l’altopiano con il paese di Semestene, e che noi percorreremo al rientro, potrebbe essere, almeno nel tracciato se non nella struttura, il percorso di origine medioevale (od anche più antico) che la guardia utilizzava per raggiungere la postazione di vigilanza.
Dal Dizionario Storico Sardo, di F.C. Casula, si riporta: - Scolca o iscolca = nei regni giudicali di Calari, Torres, Gallura e Arborea, era la guardia giurata delle “ville” (biddas), che proteggeva i beni e i prodotti di ogni centro rurale, ed aveva a capo un pubblico funzionario: il maiore de scolca. Nel marzo di ogni anno tutti gli abitanti delle “ville”,, tra i quattordici e i sessant’anni, giuravano di non recar danno ad alcun compaesano nelle persone e negli averi e di denunciare alla scolca tutti coloro che sapevano aver causato perdite sia nell’abitato che nello spazio coltivato sia privato che pubblico con vigne, orti, terreni destinati alla semina o al pascolo secondo il noto sistema della rotazione biennale. Nel successivo Regno di Sardegna (aragonese e spagnolo) la scolca fu sostituita con l’istituto del barracellato.
Nuraghe Giolzi
Si tratta di un bellissimo nuraghe a corridoio, ovvero di una struttura che ha un corridoio longitudinale sul quale si possono aprire delle più o meno brevi diramazioni ortogonali. La copertura è ottenuta con grandi lastroni accostati e la struttura muraria è poco curata nell’uso dei massi e nella loro disposizione. Il Giolzi si caratterizza per la pianta ovale, per i due ingressi e per le due scale di accesso al vano superiore, ambiente che doveva essere coperto a capanna. La struttura ricorda, nei tratti essenziali il Fronte Mola di Thiesi che però, data la sua pianta rettangolare, è più ricca di corridoi laterali. L’ingresso posto ad est è in parte crollato e doveva portare direttamente al piano superiore; quello ad ovest porta al corridoio centrale sul quale si aprono: subito a sinistra una nicchia profonda; a destra, poco più avanti, la scala che doveva essere splendidamente coperta da una serie di lastre di pietra. Il piano superiore conserva la base dell’ipotetica capanna che altro non è che la continuazione delle pareti di base. Al di là della vallata a sud, si eleva un tacco di basalto con struttura colonnare, bell’esempio di cristallizzazione del magma durante il raffreddamento. La collina prende il nome di “su monte de sos saccos” in quanto esiste una leggenda che ne spiega la sua forma. Pare che in questa campagna vi fosse un ricco proprietario che si era rifiutato di donare a Gesù, nelle vesti di un essere umano, un po’ del suo abbondante grano, già sistemato nei sacchi. A causa della sua avarizia Gesù lo punì trasformando i sacchi in pietra, così come ancora oggi li possiamo vedere.
(scheda a cura di Salvatore Ferrandu)
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