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Altopiano “Mura”: visita guidata da Sorres a Torralba
L’ambiente
di Sorres. Il percorso che andremo ad affrontare si rivelerà ricco di scoperte
che ci riporteranno indietro nel tempo, nel periodo Giudicale, quando la zona
era intensamente abitata e coltivata con cura.
Arrivati al curvone che invita alla discesa verso Borutta, siamo subito
attirati visivamente dal paese e dall’ampia zona pianeggiante di Bonnanaro dove
la collina di Arana emerge dolcemente; un attimo dopo l’occhio si sposta a
destra richiamato da qualcosa che brilla sull’estremo limite est dell’altopiano
su cui ci troviamo. Si tratta della basilica di San Pietro di Sorres, sede
vescovile in epoca giudicale. Recuperata con un intervento ricostruttivo nei
primi decenni del 1900 dove maestranze tiesine sostituirono buona parte degli
usurati decori e intarsi presenti nella parte esterna; negli anni 50 la chiesa
fu affidata a monaci benedettini che provvidero al restauro e alla costruzione
di un monastero in armonia con lo stile dell’edificio sacro e dell’ambiente.
Purtroppo in seguito furono aggiunti altri elementi invasivi e mal coordinati
con le strutture precedenti; nonostante ciò si respira una gradevole aria di
riposo e di alta religiosità grazie alla naturale bellezza dell’ambiente
circostante. Il luogo fu sicuramente abitato sin dalla preistoria (dietro la
chiesa vi sono i resti di un nuraghe) e utilizzato dai romani; in epoca
altomedioevale fu luogo di culto e rocca fortificata come indicano gli studi e
gli scavi che hanno restituito materiali di notevole interesse scientifico.
L’insediamento umano che si sviluppò intorno ebbe sicuramente una grande
importanza e viene citato nei testi con il nome di “Sorra” deformato poi in
Sorres; per motivi a noi sconosciuti viene abbandonato, probabilmente dopo il
trasferimento della sede vescovile a Sassari, avvenuta nel 1500.
Una calcara. Nel percorrere il primo tratto di strada asfaltata che conduce alla cattedrale, incontriamo una piccola costruzione a tronco di cono posta sul bordo sinistro della carreggiata; si tratta di una calcara (unu furraghe) ovvero di una fornace per la cottura della pietra e la trasformazione in calce viva. Non sarà l’unica, in quanto ne troveremo diverse nel percorrere l’altopiano in direzione di Torralba a testimoniare l’intensa produzione di un materiale sicuramente necessario nello sviluppo edilizio dei paesi circostanti nel secolo a cavallo fra il 1800 e il 1900.
Altre calcare. Visitata la chiesa, che viene descritta con scheda a parte, si ritorna indietro sino alla fornace e si prende la strada che conduce attraverso l’altopiano verso Torralba. Poche decine di metri bastano per incontrare altre tre calcare, due a sinistra e una a destra della strada. Sebbene siano avvolte in buona parte da erbacce e rampicanti spinosi, è possibile con attenzione individuare gli elementi principali di queste originali strutture: la porticina, posta in basso e fortemente incassata nello spessore murario di base, serviva a raccogliere le pietre di calce viva appena ultimata la cottura; la scaletta in muratura accostata su un fianco e tondeggiante, utilizzata per raggiungere il foro di caricamento; l’interno, largo in basso e stretto in alto, è fortemente incrostato dalle sostanze fuse durante la cottura delle pietra calcaree.
L’ambiente di Sant’Antonio. Ripreso il cammino, a metà strada imbocchiamo un bivio a destra che ci porterà alle chiese di Sant’Antonio; in questo punto sono visibili altre due calcare, una particolarmente monumentale e quasi interamente avvolta da un grosso caprifico nato all’interno.
La strada segue l’andamento del costone che con curve anche accentuate ci porta verso le chiese e ci permette di affacciarci sulla valle e la piana che ospita il bosco di Tippiri e le distese di Campu Giavesu, quest’ultimo chiuso dalle emergenze del Cuccuruddu di Cheremule, dai frastagliati rilievi di Monte Traessu, dagli elevati di Giave e di Cossoine. Mentre arriviamo riusciamo a distinguere i ruderi della chiesa antica posti più in alto dell’attuale; sembra ci sia concesso immaginare che nel terrazzone dove si trova l’edificio più recente vi fosse quella grotta che l’immaginario popolare ha creduto utilizzata dal santo come rifugio. Ma sono solo supposizioni.
Per la descrizione dei due edifici di culto vedi la scheda apposita.
Pinnettos a trullo. Si ritorna indietro e si prosegue verso Torralba; è il momento per ammirare la diffusa presenza di “pinnettos” in pietra coperti a “tholos” come i nuraghi, ovvero con pietre prive di malta aggettanti all’interno. E’ il sistema a trullo, termine in uso nelle Puglie dove sono famosi gli edifici di Alberobello, ma che in Sardegna non doveva essere completamente inusuale se viene usato per indicare la famosa chiesa romanica di Semestene, appunto: San Nicolò di Trullas.
L’ambiente di Santa Vittoria. Imbocchiamo un viottolo a destra e lo percorriamo sino a raggiungere un chiuso dove si trova la chiesa abbandonata di Santa Vittoria. Si tratta di un edificio romanico-giudicale che in epoca successiva (probabilmente cinque-seicentesca) è stato ampliato aggiungendovi un elemento in facciata dopo aver demolito la preesistente. In territorio di Torralba vi è un altro esempio di similare ampliamento nella chiesa di Sant’Andrea.
Ci troviamo al di sopra di alcune fertili valli che digradano verso la strada 131 bis che conduce ad Ittiri-Alghero; è risaputo che vi si allevassero molti alberi di fico per produrre fichisecchi da vendere durante le feste sia nell’altopiano che nel paese; una attenta ricognizione di queste ormai spopolate campagne lascia scoprire qualche forno campestre usato per l’essiccazione dei frutti e diverse capanne ricavate nei punti più particolari dando l’impressione al visitatore di imbattersi in santuari misteriosi invece di semplici ricoveri. La chiesa viene descritta nella scheda a parte.
Verso Torralba. Si retrocede sino alla via maestra per procedere ancora una volta verso il paese; prima di affrontare la discesa incontriamo a destra una ennesima fornace ridotta dal tempo ad un informe ammasso di detriti; altre fornaci sono sparse per l’altopiano e appariranno al visitatore che si aggira curioso fra alti muri di pietra calcarea e le capanne a trullo.
Alcuni emozionanti tornanti ci spingeranno ad affrontare la discesa in velocità ma la stanchezza e l’esperienza ci ricorderanno di stare molto attenti e a non chiedere troppo alle nostre gambe. In un tornante si vede, all’interno della campagna, una costruzione; si tratta del serbatoio ottocentesco che riforniva il paese sino a qualche decina di anni fa e ancor oggi alimenta la fonte principale.
Torralba. Ci immergiamo nel centro storico partendo dalla periferica fonte ottocentesca, la stessa che, per costruirla, spinse gli amministratori di allora a recuperare la pietra dal nuraghe di Santu Antine rischiando di perdere il principale monumento del paese e della zona; per fortuna un attento cittadino, purtroppo anonimo, informò le autorità che bloccarono immediatamente il saccheggio. Gli amministratori e la popolazione di allora protestarono per l’interruzione in quanto non immaginavano davvero il danno che stavano per fare.
Non lontano vi è la chiesa parrocchiale di San Pietro, costruita alla periferia del paese e rimastavi sino ad oggi per una scelta di espansione che si diresse tutta intorno all’asse viario principale. Nella stessa piazza ritroviamo un casermone a due piani costruito con pietra vulcanica nera; si tratta del salone parrocchiale e laboratorio di maglieria costruito negli anni 50 utilizzando in parte i ruderi della chiesa di Santa Maria, antica parrocchiale (nei testi viene citata come S. Maria de Soralbo o Toralbo). Una attenta analisi ci consente di distinguere la muratura di epoca romanica dall’ampliamento, di individuare una monofora e una meridiana. All’interno del paese troviamo la chiesa di Santa Croce che, trovandosi al centro, viene usata dai paesani al posto della periferica parrocchiale. Su un poggio che si affaccia nella periferia verso Bonnanaro vi è la chiesa di Sant’Andrea, costruzione medioevale che alcuni collocano nella prima fase, altri nel periodo romanico-giudicale; resta comunque un interessante monumento per la presenza di una rustica bifora nell’abside e per l’ampliamento in facciata eseguito con materiale lapideo bianco in forte contrasto con la nera pietra vulcanica dell’elemento preesistente,
Il centro storico offre la possibilità di scoprire architravi decorati, decori in pietra, infissi in legno di pregevole fattura e lavori in ferro battuto eseguiti con perizia e ricerca estetica.
Nell’agro ritroviamo le chiese romaniche di Santa Maria di Cabuabbas (in buone condizioni), quella di San Giorgio (molto degradata) e quella dello Spirito Santo (ricostruita totalmente in tempi più recenti e fortemente ristrutturata nell’ultimo secolo.
Scheda a cura di Salvatore Ferrandu