Mi ricordo ancora quando si votò, quasi vent'anni fa per il sistema maggioritario: lo dicevo a tutti quelli che conoscevo che quel referendum avrebbe lasciato brutti segni (il gioco di parole è voluto, con tutta la stima per l'on. Segni che comunque è una persona onesta ed agì in buona fede) sulla nostra storia. Ci furono in quella circostanza:
1) un errore degli italiani e di molti commentatori e
2) una manovra in malafede di alcuni leader politici.
 L'errore fu quello di sovrapporre e confondere due obiettivi: rappresentanza democratica ed efficacia di governo. La rappresentanza democratica è un obiettivo irrinunciabile. 

Se le voci delle minoranze, che possono forse dar fastidio ai potenti (e per questo sono ancora più preziose!), trovano una rappresentanza nel giusto alveo delle istituzioni, allora, oltre ad evitare che esigenze minoritarie (spesso più che legittime) finiscano per essere frustrate, represse o, peggio, per alimentare atti di violenza e terrorismo, si ottiene anche l'effetto di arricchire il dibattito politico con nuovi punti di vista.

Anche l'efficacia di governo è un obiettivo irrinunciabile: se non si riescono ad applicare le leggi, la democrazia va a farsi benedire e, nello sfascio del Paese, finisce per prevalere la logica del più forte.


Come conciliare i due obiettivi?


Se ci si pensa non è molto difficile: io lascerei un parlamento unico, eletto con criterio proporzionale, il cui compito sia quello di esprimere una maggioranza di governo che faccia "leggi quadro" sulle grandi questioni del paese: finanza, giustizia, istruzione, politica estera, sanità, energia etc... etc.....  In questo modo le voci di tutti potrebbero portare a risultati molto più condivisi di quanto non lo siano adesso.

Poi, per garantire l'efficacia di governo, delegherei a livello regionale l'applicazione delle leggi nazionali, e la produzioni di leggi applicative, dando, a livello regionale, forti poteri ad una giunta eletta con sistema strettamente maggioritario.

Massima efficenza di governo e nessun problema per la Democrazia: fintanto che a livello nazionale c'è un parlamento ed un governo rappresentativi e che sappiano dare gli indirizzi al paese, non c'è pericolo di derive autoritarie a livello locale. Inoltre, una volta stabiliti i principi e gli obiettivi a livello nazionale, starebbe alla autonomia delle singole regioni perseguirli, con politiche locali (anche fiscali) che sarebbero la vera applicazione di quel federalismo che a guardar bene era già presente adirittura nella costituzione originale del '48, e che fino alla metà degli anni '70 fu del tutto negato dal potere centrale.


Veniamo ora alla "malafede" di alcuni leader politici dell'epoca.


Di fronte al crollo della prima repubblica, a Tangentopoli e allo sfascio dei grandi partiti, era chiaro che sarebbero rimasti in piedi in pochi, e che si sarebbero ricreate nuove forze politiche. Chi in quel momento aveva la possibilità di raccogliere subito molti consensi era: l'ex PCI, con ancora un vasto elettorato e la neonata Lega. Il centro sembrava allo sbando, e nessuno seppe prevedere per tempo la discesa in campo di Forza Italia. Molte forze nuove invocavano un grande cambiamento, e da li nacque infatti la "stagione dei referendum".

Ci fu una gara a spartirsi il corpo elettorale, per riuscire a diventare tanto forti da governare indisturbati. L'obiettivo di alcuni fu quello di impedire che un partito relativamente piccolo potesse far da ago della bilancia e disturbare le manovre dei grandi. Il riferimento a Craxi è voluto, ma non mi riferisco solo a lui.

Con questo sistema sono state eliminate dalla scena politica forze storicamente importanti nella Cultura e nella Politica di questo paese: Liberali, Repubblicani, Socialisti, Comunisti, Radicali..... tutte posizioni che hanno contribuito a costruire questo paese e che ancora forse potrebbero dire qualcosa, se fossero libere di farlo senza essere imbrigliate nel ricatto di coalizioni da tenere in piedi. Ma per Veltroni & C. l'occasione per eliminare i disturbatori era troppo ghiotta...... Cominciarono a parlare di "partito democratico", prendendo esempio dalla "più grande democrazia del mondo" (come se noi in Italia non avessimo una tradizione democratica di cui andare orgogliosi).

Come sono andate le cose lo vediamo tutti i giorni: l'apprendista stregone ha scatenato le forze della magia e ne è rimasto vittima. Dopo varie vicissitudini, alla fine, con la scusa del voto utile ha fatto terra bruciata di tutte quelle forze che magari avrebbero potuto oggi rappresentare altre voci in difesa del diritto in questa povera Patria, e adesso ci sono circa tre milioni di italiani, a destra e a sinistra, che hanno visto il loro voto buttato nel cestino, che non contano più nulla, e che, come me, provano ripugnanza per andare a votare per uno dei due "partiti unici": talmente simili fra loro nello spartirsi il potere e nell'eliminare le differenze interne (vedete il caso Puglia, uno dei migliori esponenti politici che oggi il PD potrebbe proporre non va bene perchè "puzza di comunista"!!!), da farci venire voglia di dire: non vado più a votare.
per concludere....


 Il mio astio "a sinistra" è evidente: io vengo dal PCI, e prima ancora dalla "nuova sinistra" degli anni '70, e mi ricordo che con un peso elettorale oscillante fra il 20 e il 30% il PCI seppe fonire un meraviglioso contributo alla vita di questo paese, in accordo con le migliori forze del mondo cattolico e con i socialisti.

Quegli anni dimostrarono che per far del bene al proprio paese non è importante avere la maggioranza assoluta e regnare, ma partecipare, portare le proprie idee e sapersi confrontare con gli altri per trovare un equo e condiviso punto di accordo.

Oggi i nostri "leader" si preoccupano solo di trovare marchingegni elettorali per regnare senza nessun fastidio.

Rimpiango Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Riccardo Lombardi, Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Benigno Zaccagnini solo per far alcuni nomi della tanto ingiustamente disprezzata prima Repubblica. E rimpiango anche il Craxi di Sigonella, o il Craxi che cercò veramente di risolvere il sequestro Moro: pur con tutti gli addebiti che gli si possono muovere, aveva un suo senso della Politica: spregiudicato nell'agire, non aveva paura di stringere patti col diavolo, ma sapeva avere dei punti fermi che, a mio parere, valevano tanto. Certo egli non avrebbe mai consegnato un esule politico, Ochalan, alla Turchia, come fece, di fatto, il "compagno" Massimo D'Alema. Negli anni 80 l'intero sistema politico stava degenerando in coruttele e spartizioni, di cui tutti facevano parte. A rimetterci le penne è stato solo uno. E anche questo ha a che vedere con la legge elettorale.....