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Terremoto in Abruzzo: una debacle tutta italiana

Nuovo terremoto in Italia, questa volta in Abruzzo. Una tragedia come sempre annunciata e per certi aspetti peggiore delle precedenti, per quanto accaduto prima e per quello che si è scoperto dopo. Sempre il risultato delle solite furberie, imbrogli, irregolarità, violazioni che ci fanno rassomigliare più a nazioni dei paesi emergenti che a quella che si propaganda come settima potenza mondiale. Quasi tutti i vizi di una comunità nazionale che sta perdendo, o ha già perso, l’amore per se stessa.

Lunedì 6 aprile 2009, ore 03:34. Una violenta scossa di terremoto di magnitudo 5.8 scuote tutta la provincia de L’Aquila e sbriciola interi edifici nel capoluogo, rade al suolo Onna, uccide 295 persone, stando ai conteggi provvisori di questi giorni, lascia senza tetto migliaia di persone.
A differenza di altri eventi sismici drammatici e di forte intensità che hanno sconvolto la Penisola in questi ultimi decenni, quello dell’Abruzzo sembra essere il più anomalo di tutti, sia dal punto di vista scientifico, sia dal particolare momento storico che si sta vivendo, sia per tutta una serie di fatti che hanno preceduto la grande scossa.
L’Abruzzo, e la provincia de L’Aquila in particolare, sono sotto tensione sismica da più di tre mesi, da dicembre del 2008 per la precisione, al punto da creare quasi una situazione di assuefazione, per quanto si possa parlare di uno stato d’animo di questo tipo in presenza di continui movimenti tellurici. Nessuno ne parla, però, sui media nazionali, il tutto rimane confinato nelle pagine delle cronache locali.
Un altro fatto inconsueto per storie di terremoti, anche questo completamente trascurato dai maggiori mezzi di informazione, accade il 29 marzo. Un tecnico ricercatore dei laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso avvisa i Vigili urbani di Sulmona che ci sarebbe stata una scossa di terremoto terrificante proprio quel giorno. Non era mai accaduto che qualcuno predicesse i terremoti, ufficialmente la scienza concorda sulla loro imprevedibilità. Ma Giuliani è un ricercatore un po’ particolare, da anni sta studiando la relazione tra le concentrazioni di radon ai bassi livelli del suolo ed un possibile movimento della crosta terrestre che lo liberi anticipatamente rispetto alla manifestazione di un movimento tellurico. Al contrario della scienza ufficiale, lui è convinto che tale emissione avvenga prima e che ciò rappresenti da solo un buon anticipatore di quello che accadrà. Ha infatti costruito pesantissimi strumenti al piombo e li ha distribuiti dove ha potuto. Rilevano la presenza di tale gas e, se la sua teoria venisse confermata, da soli sarebbero in grado di fornire dati dettagliati su un possibile nuovo terremoto. In forza di questa sua esperienza, quella domenica si è permesso di segnalare l’evento probabile, ma Giuliani lo portava per sicuro, al sindaco di Sulmona, Federico, il quale si è ritrovato costretto ad un fugace rientro da Roma - dov’era per il congresso del PDL - nella sua città ed a trascorrevi una delle peggiori domeniche della sua vita, in dubbio se dare l’allarme, con il rischio di diffondere un panico ingiustificato, o se lasciare cadere la cosa, con il rischio ancora peggiore, se la previsione si fosse rivelata esatta, di dover portare poi sulla coscienza la morte di propri concittadini. A sciogliere i dubbi sono intervenuti i tecnici del Centro nazionale di sismologia di Roma che lo hanno rassicurato non già sull’impossibilità di un terremoto, ma semplicemente sulla sua imprevedibilità e tanto è bastato.
Il sindaco Federico ha poi denunciato il Giuliani per procurato allarme oltre che per procurato forte malessere personale. A Sulmona il terremoto non c’è stato, è arrivato con circa una settimana di ritardo a L’Aquila, forse le predizioni del Giuliani non erano del tutto inesatte, anche se per Bertolaso l’epiteto di imbecille, affibbiato al tecnico Giuliani, non era per nulla ingiustificato.

Il paradigma

C’è qualcosa in quest’evento tragico e luttuoso che va oltre la semplice tragedia di una regione, travalica i suoi confini, ci investe tutti e mette a nudo molti dei difetti dell’Italia di ieri, di oggi e di sempre: la faciloneria, il tirare a campare, la mancanza di prudenza, il non saper programmare, il non saper prevenire ed il perenne stato d’emergenza che diventa un distintivo nazionale.
Dietro il sisma naturale che ha colpito l’Abruzzo, c’è un movimento sismico ancora più pericoloso che attraversa il modello di società che ci siamo scelti, il sistema politico. Facciamo qualche esempio. Il terremoto ci ha colpiti tutti nel bel mentre di una discussione parlamentare che qualche giorno prima aveva prodotto come risultato il rimando alle Regioni di quello che Berlusconi aveva chiamato il Piano Casa, ovvero come il Governo si accingeva, in nome del rilancio dell’economia, a versare ancora tonnellate di cemento nel già martoriato territorio italiano, lasciando ai tecnici (ovvero a geometri, architetti, ingegneri, in altre parole ai protagonisti del degrado del nostro territorio dal dopoguerra ad oggi) la possibilità di decidere come e quanto ampliare senza autorizzazioni di sorta, affidandosi semplicemente alla relazione tecnica di costoro: un modo come un altro per legalizzare il disastro, lo scempio elevato alla massima potenza in nome della sburocratizzazione dei processi decisionali.
I soliti entusiasti tout court del Berlusconi pensiero, con frange molto significative anche a sinistra, avevano applaudito all’idea e non si erano mostrati per nulla scandalizzati. Per loro il Berlusca era un genio: aveva capito che agli italiani non interessano i grandi discorsi problematici sul rispetto del territorio, sull’estetica. A loro (gli italiani) interessava innanzi tutto poter concupire impunemente qualche piccolo abuso edilizio, come sempre avevano fatto, del resto: la stanzetta per la colf o per il neonato, un po’ di muratura sul terrazzino, un balcone che magicamente diventa dependance della cucina, un nuovo piano. Sempre nel rispetto dei limiti, si intende.
Il terremoto ha minato alle fondamenta questa ideologia del laissez faire, ha ricordato che esiste la natura e le sue leggi e che statica e scienza delle costruzioni non sono un fastidioso orpello dell’ingegneria, ma un elemento con cui fare quotidianamente i conti.
I danni significativi al centro storico de L’Aquila hanno riproposto una questione che non rientrava assolutamente nei programmi e nelle priorità del premier, ma che l’ha resa drammaticamente attuale: il consolidamento, la manutenzione degli edifici storici. A rendere più complicata la faccenda si è aggiunto il crollo di alcune costruzioni che avrebbero dovuto rimanere in piedi, compreso l’ospedale, diventato per buona parte inagibile dopo la scossa, e la Casa dello Studente, sbriciolatasi in men che non si dica. Su tutte, quella mesta stele con la scritta “Palazzo del Governo” della ex-Prefettura de L’Aquila: un’immagine simbolica che ricorda le rovine delle scene finali de “Il pianeta delle scimmie”; una tegola dissimulata ad arte dai mass-media, soprattutto le televisioni, che hanno concentrato i loro reportage più sulla cronaca spicciola che sull’analisi critica di quanto accaduto. Solo di straforo qualcuno si è spinto a far notare che quei palazzi non dovevano cedere. Nessuno è stato così temerario da ipotizzare una crisi di sistema che proprio nell’edilizia trova il suo ventre molle: leggi antisismiche non rispettate, edifici costruiti con materiali scadenti, tondini di ferro non idonei, cemento allungato oltremisura con sabbia. Ad oggi, 17 aprile, abbiamo appreso che la Magistratura ha aperto un’indagine contro ignoti per disastro e non si esclude che l’accusa possa diventare di strage. Saranno sentiti molti degli imprenditori edili e degli immobiliaristi che con i palazzi crollati o danneggiati irreparabilmente, hanno avuto qualcosa a che fare. Ma sembra non sarà così facile condurre le indagini, alcune società lavoravano in appalto, e poi in subappalto, e dopo in sub subappalto. Alcune ditte non risultano mai state iscritte alla Camera di commercio, alcuni lavoratori sconosciuti ad INPS ed INAIL. Insomma, quell’Italia di sempre e da sempre zona grigia della legalità. In quel mondo tutti sapevano ed ovviamente nessuno parlava, denunciava. E’ circolata la voce che addirittura, con un provvedimento regionale, L’Aquila era stata declassata come rischio sismico e ciò per consentire ai furbetti del quartierino di non dover rispettare canoni più impegnativi nelle edificazioni.
Oggi si chiede alla politica e a classi dirigenti oggettivamente screditate, di compiere una svolta culturale non indifferente. Niente più case edificate al risparmio in zone oggettivamente a rischio, verifiche puntuali di staticità, piena ed assoluta responsabilità dei progettisti e dei direttori dei lavori, pene certe, verifiche e controlli assidui, in altre parole quello che non si è mai fatto, tranne che in qualche caso eccezionale.

I professori

Un capitolo interessante della vicenda abruzzese lo rivestono i professori, in particolar modo Barberi e Boschi, che con le loro dichiarazioni hanno mostrato quanto conti la ricerca scientifica in Italia e come venga tenuta in considerazione. Il prof. Barberi, presidente della Commissione grandi rischi, ha dichiarato, dopo aver osservato gli effetti del terremoto, che, con quell’intensità, in California o in Giappone i danni sarebbero stati molto limitati. Il prof. Boschi, presidente dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, nel dover sostenere la tesi secondo la quale è materialmente impossibile prevedere i terremoti, ha dichiarato che invece è possibile definire con una certa precisione la percentuale di rischio che un terremoto possa esserci in una determinata regione del mondo. Ha aggiunto che fu proprio un governo Berlusconi, nel 2004, a far stilare una mappa dettagliata dell’Italia che potrebbe ballare, probabilmente la stessa che oggi ci mostrano i telegiornali con dovizia di particolari, zone gialle, marroni e bianche.
Due eminenti luminari sono a capo di enti strategici ed ammettono, quasi senza rendersene conto, il fallimento di un sistema di cui loro sono esponenti: il Presidente della Commissione grandi rischi evidentemente non è molto bravo a valutarli se poi si meraviglia degli effetti, in Italia, di un terremoto che altrove non sortirebbe conseguenze particolarmente cruente; il Presidente dell’Istituto di geofisica omette di spiegare come mai un governo che conosceva particolarmente bene i rischi che si corrono sul nostro territorio, non si sia preoccupato successivamente di dare seguito a quella ricerca, avviando un programma di interventi e di verifiche degli edifici più esposti al pericolo.
Del prof. Barberi sappiamo che ha un passato nella Protezione civile, quindi un signore che con i disastri ha una certa dimestichezza. Il prof. Boschi ha invece un curriculum un tantino più frizzante e i disastri si limita ad osservarli in maniera distaccata, con la giusta angolazione dello scienziato, evitando il più possibile di farsi coinvolgere emotivamente. Il suo istituto ha il compito di rilevare ogni piccolo movimento della crosta terrestre ed è di un’efficienza quasi infallibile nel segnalare e riportare, sul suo sito internet, ogni spiffero che provenga dal sottosuolo.

E’ possibile individuare i responsabili della mancata attivazione dello stato di allerta in Abruzzo? E quanto valgono i pareri scientifici che offrono illustri luminari che si misurano con terremoti e vulcani come Barbanera si misurava con le stelle?

Caschetto di platino

Sicuramente il lato più appariscente del prof. Boschi è la sua magnifica capigliatura, ricorda vagamente quella dell’attore Ed Bishop nella fortunata serie televisiva di telefilm di fantascienza degli anni “70 UFO. Ricordate il Comandante Straker?
Questo signore è diventato improvvisamente molto intervistato dopo il terremoto in Abruzzo, anche se in realtà già in passato qualche traccia l’aveva lasciata.
Il prof. Boschi è considerato uno dei più grandi vulcanologi e geofisici italiani, dopo capiremo anche perché e la sua nomina a presidente dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia viene riconfermata nel 2004, di essa vi è traccia in un resoconto della VII Commissione della Camera dei Deputati in cui, in maniera bipartisan, maggioranza e opposizione si mostrano favorevoli alla sua indicazione e lo votano all’unanimità il 28 aprile 2004. Naturalmente non si tratta di una nomina di primo pelo, il prof. Boschi è già a capo di tale ente da molto più tempo, son circa dieci anni che è sempre lì. A parte le apparizioni televisive post-sismiche, il prof. Boschi rappresenta l’essenza del baronato italiano: docile con tutti i potenti, siano essi di destra, di sinistra o di centro; pronto a sacrificarsi personalmente per la causa del ministro di turno; difensore strenuo dei suoi diretti superiori (solitamente i ministri dell’istruzione); conservatore quanto basta da non prendere assolutamente in considerazione le ultime ricerche in fatto di terremoti (dagli esperimenti sulle concentrazioni di radon alla teoria dei camini). Non si sa mai bene quale sia il lavoro che intende promuovere all’interno della sua creatura, se mera classificazione e registrazione delle onde sismiche o se voglia essere veramente di supporto nella prevenzione degli effetti più distruttivi delle catastrofi naturali. All’uopo mena sempre come vanto quello di aver realizzato una mappatura del rischio di tutto il territorio italiano, con l’indicazione delle zone sismiche più attive: il valore aggiunto non starebbe tanto nel fatto che sia in grado di dire che nell’arco di 10 o 20 anni ci sarà un mezzo cataclisma, ma nell’indicazione della sua massima intensità. Non smette mai di ripeterlo, e sembra che questo abbia garantito a sé, e all’istituto che dirige, una rendita quasi vitalizia. Ogni tanto prende qualche topica e spesso si mostra meravigliato da quei fenomeni naturali che lui dovrebbe conoscere come le sue tasche. In un’intervista rilasciata al Corriere nel 1997, infatti, non sa spiegarsi come mai, nel terremoto dell’Umbria di quell’anno, lo sciame sismico non avesse un andamento regolare e si innescassero scosse più forti del previsto in momenti inattesi. Può essere stata l’eccezione che conferma la regola, ma nel 1993 non fu uno sciame irregolare a sorprenderlo, ma addirittura tutto un movimento tellurico. In un’intervista, sempre al Corriere, si chiede come sia stato possibile che un terremoto sia avvenuto così distante dalla placca indiana : un evento che metteva addirittura in discussione la teoria della tettonica a zolle, l’unica che al momento sembra reggere nel sistema mentale del Luminare.
Ma lo stupore del Nostro non si arresta davvero davanti a nulla. Qualche giorno fa è capitato che perfino il Piemonte (per la precisione alcuni paesini della provincia di Cuneo) hanno ballato insieme alla terra. Il giornalista di turno ha commentato: se non fosse stato per quanto accaduto in Abruzzo non ce lo saremmo nemmeno sognato di venir qui e girare un servizio. Immantinenti son corsi ad intervistare il miglior geofisico che abbiamo in Italia, sempre lui, il quale ha commentato che l’intensità delle scosse non era preoccupante e che comunque il Piemonte non è zona sismica, che è come dire: è stata una mera casualità.
Ormai è peggio di una malattia: ad ogni terremoto non c’è giornalista che possa evitare di consultarlo come un oracolo e solitamente per eccesso di prudenza ripete sempre la stessa litania: i terremoti sono imprevedibili e forse è questa una delle poche frasi sensate che si è avuto il piacere di ascoltare nelle sue pur numerose interviste. A volte, in fatto di imprevedibilità, il prof. Boschi non scherza. Spesso le sue uscite, alcune legate alla sua professione, altre decisamente estemporanee, sorprendono. Ad esempio qualche mese fa difese a spada tratta la Ministra Gelmini (attuale suo datore di lavoro) dall’accusa di certi moralisti, soprattutto di sinistra, che avevano avuto da ridire sulla trasferta calabrese dell’attuale titolare del dicastero dell’Istruzione. Per Boschi, la Gelmini, definita perfino bella, ha fatto bene a prendere l’abilitazione per l’esercizio dell’attività di forense in un posto dove era più facile ottenerla. D’altronde non mostra alcun pudore nell’estrinsecare alcune sue molto audaci teorie su come si fa carriera all’università e non solo. Un davvero fulgido esempio di barone meritocratico da indicare alle future generazioni. Ma le esternazioni del Barone non finiscono qui, molto recentemente ha plaudito all’idea, trasformata in decreto, di spostare da La Maddalena a L’Aquila il G8, forse per rendere più sismicamente emozionante l’assise mondiale, con annessa intervista ed apparizione televisiva nel caso di movimenti sensibili.
Tutti eventi ed accadimenti, spesso al limite del grottesco, che mostrano, insieme ad altri fatti accaduti dopo, la pervasività di un potere politico che si impadronisce di tutte le istituzioni, comprese quelle scientifiche, e le utilizza come formidabili strumenti di diffusione del consenso, quando non come usbergo a difesa delle proprie nequizie. I fatti accaduti in questi giorni lo dimostrano chiaramente. Si utilizzano presunti pareri tecnici ed inappellabili di importanti luminari per coprire nefandezze molto più basse, tipiche dell’attuale classe di governo. Un esempio altrettanto istruttivo di come certe autorità indipendenti si prostrano a tappetino davanti ai potenti di turno, è magnificamente rappresentato da quel sommo parere espresso sempre dal prof. Boschi in merito all’eventuale allocazione della nuova batteria di centrali nucleari che il Berlusca si prepara ad acquistare dai francesi.
Considerato che la Sardegna ed alcune zone della Puglia sono classificate a rischio molto basso per i terremoti, l’esimio luminare propone di installarle lì. E se poi dovesse accadere qualcuno di quegli eventi che lo hanno lasciato a bocca aperta, ad esempio come quando in India i terremoti si sono manifestati lontani dalle faglie? Che Dio ce ne scampi, dai terremoti e da certi scienziati che sembrano più consulenti del Pentagono sul modello del dottor Stranamore.
E lo Stranamore nostrano spazia tra gli scibili più impensabili. Non contento di stupirci con la sua competenza in fatto di magnitudo, propone persino un sistema di cattura dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera, comprimerla, liquefarla e confinarla nelle viscere della terra. Ingegnoso per davvero, da qualche parte sembra lo facciano già. Il motivo di tali e tante elucubrazioni: permetterebbe l’adeguamento dell’Italia ai parametri che la UE impone in materia di emissione di gas serra. Solo che in questo caso il problema lo si aggira, l’Europa pretende che i gas non vengano emessi, non che vengano emessi prima ed imprigionati dopo. Un chiaro errore di prospettiva come quelli sulla predizione dei terremoti. Complimenti, prof. Boschi.

Le responsabilità di Bertolaso

Un capitolo che i media ufficiali hanno ignorato del tutto, è quello relativo alle responsabilità della Protezione civile, del suo capo, Bertolaso, e della struttura di governo che gli fa capo. Abbiamo capito in questi giorni che toccare certi fili è estremamente rischioso. In Italia le emergenze sono sempre molto pericolose, per i fatti gravi in sé, ma anche per i sommovimenti politici che nell’ombra si agitano. Accade, specie quando ci sono morti, case crollate, perdite indicibili, che il normale esercizio della critica, o più semplicemente dell’inchiesta giornalistica atta a verificare le veline di palazzo, venga tacciata di sciacallaggio. E’ questa l’accusa più ricorrente che viene fatta a uomini o donne che in quel momento stanno facendo semplicemente il loro lavoro. Il caso di Santoro che in una trasmissione televisiva mette rispettosamente in dubbio non già che la Protezione civile non abbia soddisfatto in pieno le emergenze successive al terremoto, piuttosto che nella macchina organizzativa dei soccorsi è mancata tutta la parte relativa alla prevenzione dell’evento (punti di raccolta, piano di sfollamento, informazione) e che per questo venga minacciato di sanzioni, fa molto riflettere; fa anche riflettere che l’opposizione politica, temendo la gogna mediatica, accetti la regola del non disturbare il manovratore.
Noi che non siamo testimoni diretti dei fatti non abbiamo elementi per poter dire se la macchina capitanata da Bertolaso non sia corsa in tempo nei luoghi del terremoto, e comunque ritengo che non sia questo il punto.
Organizzare soccorsi non è così semplice e potrebbe apparire addirittura da sofisti contare i minuti e i secondi in cui una squadra giunge a destinazione. Quello che invece sostengo è che la vicenda dell’Abruzzo poteva essere gestita molto meglio prima che il sisma si manifestasse ed in questo le responsabilità di Bertolaso sono incredibilmente alte.
Si può essere o non essere in grado di prevedere un terremoto, ci si può anche fare facili beffe di qualche tipo un po’ bizzarro che dice di aver costruito un sensore in grado di presagirlo, ma il ruolo di un responsabile nazionale della Protezione civile, non è quello di chiedere pareri a chi palesemente non è in grado di fornirli. Quando si dà retta ad un signore canuto che afferma che i terremoti non sono prevedibili per definizione, non si può prendere per buona tale affermazione e diramare il messaggio di rimanere tutti tranquilli a dormire nelle proprie case. Che un sisma non sia prevedibile non significa che non ci sarà, e comunque una decisione ha in sé un’idea di premonizione che può rivelarsi giusta o sbagliata. Nel caso di Bertolaso la previsione si è rivelata errata e l’errore è stato tanto più grave quanto più alti sono stati i livelli di paura e di agitazione nella popolazione precedenti l’evento sismico disastroso. Tanto tuonò che piovve, recita un vecchio proverbio, ma Bertolaso deve averlo dimenticato. Lui aveva il dovere di diffondere uno stato di allerta se non altro per rispetto ad un principio di cautela.
Per quanto riguarda il prof. Boschi, si conferma che anche questa volta le sue non previsioni si sono rivelate inesatte, pertanto rimane confermata la sua tendenza alle topiche. Ci chiediamo tutti: se un istituto di geofisica sballa puntualmente l’interpretazione dei dati che arrivano dai suoi sismografi, quale funzione scientifica che ricopre può essere così importante da giustificare la sua esistenza? Se il suo presidente sostiene che i terremoti sono imprevedibili per natura, non sarebbe meglio investire nell’astrologia che almeno qualche risposta ce la dà?

I precari dell’IGV

Il 1 ottobre 2008 il prof. Boschi invia una lettera al Governo Berlusconi per dissuaderlo dall’idea di dare applicazione al cosiddetto decreto Brunetta, quello che blocca il rinnovo dei contratti dei lavoratori precari nella Pubblica Amministrazione.
I toni sono piuttosto allarmati, si parla dell’impossibilità di mantenere gli impegni internazionali e scientifici assunti. D’altronde la composizione del personale lascia adito a pochi dubbi. L’IGV dispone di sole 556 unità a tempo indeterminato (dipendenti in pianta stabile), ma il suo organico complessivo di fatto annovera anche 282 dipendenti a tempo determinato, oltre altri 75 tra assegni di ricerca e collaboratori coordinati continuativi. La mannaia del Governo Berlusconi prevede che l’organico dell’Istituto debba essere complessivamente di 584 unità, ovvero agli attuali dipendenti inamovibili se ne potrebbero aggiungere altri 28 per saturarlo. Si comprende bene l’entità dei tagli. Il prof. Boschi precisa inoltre che l’attuale organico è legato ad un’esigenza reale dell’istituto, non potendo per legge assumere, e che tra il 2007 ed il 2008 le leggi finanziarie avevano previsto l’assunzione di 220 stabilizzandi, diventati “parte integrante delle risorse organiche dell’Ente”, consentendogli “di onorare gli impegni internazionali“.
Di sicuro, dopo il Piano Casa, quello dello scarso investimento che il Governo fa nella ricerca è l’altro elemento di debolezza della potenza italiana e costituisce un'altra di quelle linee strategiche smentite nei fatti e messe desolatamente in crisi dal terremoto; un altro di quei sintomi che fanno della crisi italiana, evidenziata dagli eventi di questi giorni, una crisi terribilmente di sistema.

Pubblicato il 17.04.09 h 22:25
Modificato il 03.05.09 h 16:45

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