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Eluana Englaro – parte 2

Uno strano attivismo coglie il Governo che lo porta a boicottare prima la clinica “Città di Udine”, poi a tentare di annullare una sentenza della Cassazione per decreto ed infine a rallentare i tempi per la legge sul testamento biologico, tornata in commissione dopo che la morte di Eluana ha reso non più “urgente” la discussione ed, eventualmente, l’approvazione.

Per dar corso alla sentenza della Cassazione c’è da trovare una clinica in cui ricoverare Eluana per permettere la sospensione dell’alimentazione secondo i protocolli medici. La trappola del Governo scatta qui. In questa vicenda ricopre un ruolo strategico il Ministro Sacconi, responsabile anche per la Sanità, che con le sue circolari, direttive ed ispezioni sarà uno dei maggiori protagonisti: un indefesso esecutore di ordini provenienti dall’alto con la sagacia del servo furbo. Intanto, individuata una prima clinica a Udine, emette una disposizione sui generis per un ministro della Repubblica. Quel che per il diritto è un’istanza riconosciuta, per Sacconi è un atto immotivato e dà disposizioni alla clinica che stava per ricoverare presso di sé Eluana, di non procedere con il trattamento del distacco del sondino, pena il blocco di tutte le convenzioni pubbliche. Un chiaro abuso di potere, un arbitrio, visto anche che le convenzioni tra cliniche e Servizio Sanitario Nazionale vengono stipulate dalla Regione. La clinica “Città di Udine” non vuole rischiare e dichiara di non voler più accogliere Eluana.
Siamo ai giorni nostri, un’altra clinica, “La Quiete”, sempre di Udine, formalizza la sua disponibilità a rispettare la sentenza. La minaccia delle convenzioni con loro non funziona. Per il governo sembra non ci sia niente da fare. Sacconi si eclissa per qualche giorno e lascia campo libero al suo principale, che irrompe sulla scena a piedi uniti. Fino ad allora il Berlusca aveva mantenuto un atteggiamento vagamente defilato, o quantomeno non si era esposto alla maniera di altri del PDL. Ma i fuochi d’artificio, con il Berlusca, sono garantiti. A metà della settimana scorsa fa uno di quegli annunci che lasciano perplessi, risolverà la questione direttamente in Parlamento. Le dichiarazioni allarmano il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che sollecita una legge sul testamento biologico. Il Presidente si augura che avvenga con tanto di discussione ed accordi condivisi. In realtà già da qualche giorno sta girando al Senato una bozza di legge (la Calabrò) che suscita le ire di alcuni esponenti dell’opposizione. La proposta del PDL viene ritenuta non accettabile, al punto da preferirgli i pronunciamenti della Cassazione. Al solito Berlusconi parte alla sua maniera e fa sapere che sta accarezzando l’idea di presentare, per far prima, un decreto legge, voce messa in giro già il 5 Febbraio a cui fa seguito una mezza smentita in giornata. La preoccupazione del Colle monta su fino ai livelli di guardia.
La situazione di Napolitano non è delle migliori, qualche giorno prima era stato attaccato a Piazza Farnese da Antonio Di Pietro: durante una manifestazione aveva accusato il Presidente di subalternità ai desiderata del premier. L’ennesimo pomo della discordia era la legge sulle intercettazioni (Di Pietro invitava a non firmarla) ed il Lodo Alfano. Il parlamentare dell’IDV aveva usato parole pesanti, fino a definire i silenzi di Napolitano addirittura omertosi. Accuse che avevano provocato la pronta reazione del Colle.
Come poteva, dunque, Il Presidente della Repubblica accettare un decreto legge che rappresentava nei fatti una smentita della sentenza della Cassazione sul caso di Eluana Englaro? Non è il Presidente della Repubblica anche presidente del CSM? E dov’erano le motivazioni di necessità ed urgenza?
Napolitano gioca d’anticipo e prepara una lettera riservata da far pervenire al Presidente del Consiglio, in cui ribadisce che il testamento biologico è tema troppo complesso per essere di fatto liquidato tutto in poche righe e per decreto, ergo lui non accetterà mai di firmarlo, considerato anche il venir meno delle caratteristiche di necessità ed urgenza.
La missiva del Capo dello Stato viene ricevuta da Berlusconi venerdì 06 Febbraio mentre è in corso un Consiglio dei Ministri e fa l’effetto di un esplosivo, o forse era l’occasione giusta che aspettava per regolare definitivamente i conti con il Capo dello Stato. Il Presidente del Consiglio perde la testa, accusa Napolitano di ingiustificate ingerenze nell’attività di governo, dimenticando che i decreti non sono misure ordinarie, ma del tutto eccezionali e che la firma del Capo dello Stato non è un fatto puramente formale. Riunisce nuovamente il Consiglio dei Ministri, questa volta per decidere la presentazione un disegno di legge che il Parlamento dovrà approvare in tre giorni, giusto in tempo per salvare Eluana. Schifani scatta sull’attenti. Fini si mostra preoccupato. Berlusconi non si arresta e fa sapere che si rivolgerà al popolo per modificare la parte di Costituzione che disciplina la decretazione d’urgenza. Uno scontro istituzionale senza precedenti, forse, nella storia della Repubblica, infarcito anche dalle curiose esternazioni di alcuni vescovi, che dimentichi della breccia di Porta Pia bacchettano il Presidente della Repubblica e plaudono al nuovo Caudillo. Una scena francamente penosa da repubblica delle banane. Il giorno dopo ve n’è anche per la Costituzione, Berlusconi la definisce scritta sotto l’influsso di partiti bolscevichi, salvo poi rinsavire puntualmente il giorno dopo, domenica, quando afferma che lui ha giurato sulla Costituzione, che è la prima legge dello Stato, ma non per questo immodificabile, occorrono i due terzi dei voti in Parlamento.
La situazione che si definisce è quanto meno surreale, resa ancora più assurda dagli alti prelati che in questa vicenda non si sono mai fatta sfuggire l’occasione per esternare e dire che Eluana va mantenuta in quello stato e che il sondino non va staccato. Ignorando una volta di più la giurisprudenza del caso ed il nostro ordinamento, si buttano nella mischia, schierandosi apertamente in favore del Berlusca, bacchettando il Capo dello Stato dal quale qualcuno si dice deluso. Allo scontro tra poteri interni si aggiunge perfino l’incidente diplomatico. Formalmente l’Italia e la Città del Vaticano sono due stati diversi e nelle loro relazioni valgono le regole previste dalle diplomazie, ma evidentemente vescovi e cardinali credono di esercitare un qualche potere direttamente, visto che con totale spregio del pericolo e trattando il Capo dello Stato alla stregua di un comprimario, prendono posizioni da terza camera del Parlamento.
Il culmine lo si raggiunge lunedì 9 febbraio, quando la donna in coma da diciassette anni muore. In Parlamento si scatena la bagarre e l’avversario politico diventa un assassino a prescindere. Si distingue, in questa ginnastica verbale, l’on. Quagliarello, alla sua prima legislatura, ma già abbastanza scafato. E’ suo l’urlo che spacca l’emiciclo.
Curiosa situazione che vale la pena rimarcare. Quagliarello è un esponente della PDL, e, come tutti loro, ha l’obbligo di dichiararsi garantista a diciotto carati. I garantisti sono quelle persone che ritengono, giustamente, l’innocenza di un reo presunta fino a quando non se ne dimostra il contrario, ovvero fino a quando a pronunciarsi non è direttamente il terzo grado di giudizio con una sentenza contraria. Si presume, quindi, che secondo tale approccio intellettuale, si tenda a non pronunciare mai la parola assassino verso qualcuno fino a quando non ne viene provata la responsabilità. Nel caso della ragazza in coma, tutti i gradi di giudizio si sono espressi autorizzando il distacco del sondino e quindi la morte. Pertanto non si può parlare giuridicamente di omicidio, sennò sarebbero già tutti sotto inchiesta.

Come fa, quindi, il Quagliarello a formulare tali accuse, visto che per definizione dovrebbe essere un garantista? Probabilmente lo fa perché ritiene sbagliata la sentenza dei giudici di Cassazione (inappellabili nel nostro ordinamento). Ma se così fosse, il professore napoletano avallerebbe una tesi molto pericolosa in uno stato di diritto fondato sulla tripartizione dei poteri, ovvero che è possibile prevaricare uno dei due. Tesi oziosa, tra l’altro. In realtà il Berlusca ha dimostrato ripetutamente che già il potere legislativo è sotto il controllo completo del suo governo; al momento gli mancano solo due tasselli per portare a termine l’opera di totale asservimento della Repubblica: il Capo dello Stato che lui considera alla stregua di un notaio, la Magistratura che già da qualche anno sta cercando di esautorare. Il tutto garantito dai garantisti di casa nostra, che si trasformano improvvisamente in feroci censori quando il garantito non è il loro azionista di riferimento.

Pubblicato il 13.02.09 h 22:03
Modificato il 19.02.09 h 16:34

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