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Eluana Englaro – parte 1

Un caso pubblico o lo sfruttamento di una vicenda privata per pura propaganda politica? Un passaggio obbligato di civiltà o una gigantesca arma di distrazione di massa? L’Italia si divide sul fine vita, ma dimentica che la civiltà sta nella tolleranza e nella capacità di porsi pacatamente e rispettosamente questioni fondamentali, possibilmente senza ideologismi.

Ho preferito non parlare mai sul mio sito del caso di Eluana Englaro per svariati motivi, ma la notizia della morte della ragazza impone qualche riflessione. Non voglio prendere alcuna posizione pro o contro le scelte del padre, Beppino Englaro. Sono faccende troppo delicate che attengono alla coscienza di ognuno e credo che in contesti simili nessuno possa pretendere di esercitare il monopolio dell’assoluta verità, di essere l’unico in grado di poter discernere tra quel che è giusto e va fatto e quello che è sbagliato e va condannato.
Ciò che invece mi colpisce è la speculazione incredibile, ai limiti della decenza, che si è fatta sulla vita e sulla morte della povera Eluana, quando situazioni davvero al limite come questa avrebbero meritato ben altra sensibilità, ben altro approccio e, se mi consentite, molto più garbo.
I quesiti sulla vita e sulla morte, su quanto un’esistenza umana si possa considerare tale, su quali scelte intraprendere in situazioni limite, fanno parte dei problemi a cui noi, essere umani, spesso dobbiamo dare una risposta, se non di ordine filosofico (su quello non riusciremo mai a trovare un accordo), almeno sul piano giuridico. Eppure quello a cui abbiamo assistito in questi giorni è stato quanto di peggio possa accadere, gli avvenimenti contingenti li ricorderemo tra i peggiori possibili di fronte al dramma di una famiglia ed all’incapacità di trovare un metodo su come confrontarsi per dare una risposta.

Il senatore a vita Giulio Andreotti si è pronunciato in maniera condivisibile sulla questione quando ha sostenuto che la politica debba fermarsi sull’uscio di chi privatamente vive certi drammi. La vicenda degli Englaro riguarda essenzialmente Eluana, i suoi famigliari, i giudici che man mano si sono pronunciati.
L’averla trasformata in una vicenda dai contorni addirittura pruriginosi con dichiarazioni ed affermazioni che starebbero meglio sulle pagine dei peggiori rotocalchi, piuttosto che in bocca al Presidente del Consiglio italiano (“Eluana potrebbe avere un bambino”, “il padre vuole liberarsi di una scomodità”), fa parte di un gioco politico pericoloso, eversivo, e i fatti di questi giorni lo dimostrano ampiamente.
Facciamo mente locale non sull’aspetto privato della vicenda, ma su quello più propriamente pubblico e su come gli intereventi del Governo abbiano condizionato esiti che sembravano naturali.
Beppino Englaro, il padre di Eluana, ha avuto ragione perfino di fronte alla Suprema Corte di Cassazione (in ipertesto Vi rimetto la sentenza) che ha ritenuto fondate le sue richieste e conformi a quegli articoli della Costituzione italiana riguardanti la dignità dell’individuo ed il suo diritto a rinunciare alle cure mediche; qualora egli non dovesse ritenerle efficaci o peggiorative della sua condizione esistenziale, al punto da fargli preferire la morte. Tale principio, all’apparenza molto chiaro e scontato, in realtà non viene facilmente condiviso ed alcuni sono dell’idea che sia addirittura poco applicabile. Il caso Englaro è addirittura complicato dall’impossibilità della paziente di esprimere una volontà compiuta, trovandosi da diciassette anni in uno stato di totale incoscienza. Ma anche quando la domanda di staccare la macchina è pervenuta da persone ancora in grado di intendere e di volere, la reazione di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica di questo paese non è stata tanto tenera con l’uomo che chiedeva di essere lasciato libero di decidere, il caso di Piergiorgio Welby è emblematico.
Nel caso di Eluana, la Cassazione ha accettato comunque il principio che il ruolo di tutore del padre fosse sufficiente a decidere se interrompere l’alimentazione, suffragato ovviamente da elementi che testimoniassero in maniera univoca e incontrovertibile la volontà della figlia, nella malaugurata ipotesi si fosse trovata nella condizione terribile in cui poi è finita. Non tutti sono d’accordo. Tabacci, in un’intervista a “L’Unità”, sostiene che i giudici non possono arrogarsi tale potere, e ritiene, come molti della sua stessa formazione culturale, che l’idratazione e l’alimentazione non siano da considerarsi forme di accanimento terapeutico, ma pratica comune nell’assistenza dell’ammalato.
Di sicuro le rispettabilissime posizioni di Tabacci configurerebbero il rischio di qualche paradosso, ad esempio: come potrebbe mai decidere della propria vita una persona che non è oggettivamente nella condizione di farlo? E se in condizioni di lucidità mentale tale malato avesse propeso per essere lasciato al suo destino, non sarebbe stata una violenza ancora più inaudita verso la sua persona il lasciarlo sospeso in una condizione indefinita, approfittando della sua menomazione?
A ciò si aggiunge la valutazione parziale che si fa di certi meccanismi come l’alimentazione forzata, che secondo Tabacci non costituirebbe una forma di accanimento terapeutico. Probabilmente l’errore sta nel fatto che ci si limita a considerare il metodo e non il merito. Tenere in vita artificialmente per un periodo limitato una persona che ha qualche speranza di miglioramento è ben diverso dal sospendere nell’indefinito chi sembra realisticamente compromesso.
Ma fin quando la discussione vien posta su un piano di questo tipo rimaniamo nel solco dello stato democratico e di diritto, quello che invece ha alterato le normali prassi repubblicane consolidate sono le vicende che hanno avuto per protagonisti alcuni uomini di “sgoverno”. Ricapitoliamole per grandi linee.

Pubblicato il 10.02.09 h 23:35
Modificato il 13.02.09 h 21:50

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