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Social card

Il Governo Berlusconi si pone il problema di come superare la crisi economica e dal cilindro di Tremonti sbuca una iniziativa che di futuristico ha solo la plastica con cui è fatta; per il resto è una vecchia riedizione della tessera di povertà. Alle origini di una crisi annunciata, ma, più che prevista ed affrontata, semplicemente esorcizzata.

In data 26.11.08, il super-ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha presentato la social card, ovvero una sorta di carta di credito destinata ai meno abbienti: nella fattispecie anziani e giovani con figli piccoli e redditi bassi. La social card dovrebbe dare la possibilità a tali fortunatissimi italiani di godere di sconti per un ammontare totale di 40 euro al mese nei supermercati convenzionati o di risparmiare sulle bollette di luce e gas.
La trovata non è nemmeno tanto originale, visto che già in America fu introdotta negli anni “30 e per certi versi ricorda la vecchia tessera di povertà; in quanto alla quota, poi, meglio non commentare, non saranno di sicuro quei pochi centesimi a cambiare il tenore di vita di pensionati e famiglie con reddito bassissimo. Sta di fatto che quando l’economia non va più tanto bene, anzi va malissimo, almeno a detta di economisti più o meno esperti, un’intera classe di governo si eclissa dagli schermi televisivi, dall’agorà. Sarebbe stato molto interessante, ad esempio, conoscere le opinioni in merito di Stefania Prestigiacomo, attuale ministra dell’ambiente e che all’epoca del governo Prodi si era eretta a paladina dei pensionati che nel 2007 ricevettero un rimpinguimento della tredicesima; derubricando tale operazione ad una sorta di mancia. Per farlo, l’attuale ministra, allora strenua oppositrice del governo in carica al punto da non usare mezze misure nell’incitarlo a gettare la spugna, usava l’antico metodo della ripartizione della quota, elargita in un’unica soluzione, nei 365 giorni dell’anno, concludendo che di mancia si trattava.
Criticare Tremonti per l’esiguità della somma è legittimo, specie a fronte di altre manovre sostenute dal Governo Berlusconi IV, in cui, con molta più tempestività e molta più generosità, si è provveduto a devolvere (quanto meno si è mostrata una certa disponibilità in ciò) cifre ben più importanti e per cause molto discutibili. Ma quello che rende ancora più deprecabile l’idea della social card è il metodo che si sceglie per far finta di risolvere un problema che è molto più complesso e con il quale sembra si voglia alleggerirsi di un debito: un abbiamo già dato di infausta memoria, sempre berlusconiana. Sarebbe stato meglio concedere subito l’equivalente della social card con un accredito diretto, piuttosto che assecondarne il godimento ad un calvario fatto di passaggi per patronati, INPS, documentazioni astruse e l’impegno di dover trovare gli esercizi convenzionati, con il risultato di sconvolgere anche le abitudini di persone che magari fino all’altro giorno la spesa la facevano nel negozio sotto casa. In realtà questa sorta di patente della povertà da esibire al fine di ottenere un piccolo sconto, è molto congeniale all’idea che la Destra ha degli interventi in campo sociale. Dopo aver vinto le elezioni agitando gli spettri e le paure dell’ordine pubblico, dell’immigrazione clandestina e della delinquenza spicciola che da essa deriverebbe, ora si ritrova spiazzata e presa alla sprovvista nel dover affrontare un’emergenza a cui geneticamente è allergica: quella economica e del potere di acquisto delle classi medie che si riduce progressivamente.
Gli annunci e le esternazioni del premier hanno il sapore delle profezie all’incontrario. In prossimità dell’esplosione delle borse mondiali ed alle gravi crisi dei sistemi bancari, annunciò che non c’era nulla da temere, che la finanza è una cosa e l’economia reale un’altra. Trascurava forse il particolare che in un mondo finanziarizzato in cui chi possiede un tantino di risparmi corre ad investirli in titoli consigliati dalle banche; in cui le aziende ricorrono spesso a strumenti finanziari per diversificare i loro portafogli, il tracollo mondiale della finanza inevitabilmente avrebbe provocato contraccolpi in economia. Il Mago di Arcore sperava e si illudeva che non fosse così, anzi annunciava che l’Italia correva meno pericoli degli altri stati, il nostro sistema bancario era più solido. Gli esperti invece ci spiegavano che la presunta virtù delle banche italiane, era invece il frutto di un’arretratezza del sistema, che le aveva portate a prendere poco in considerazione investimenti in prodotti “innovativi”. Ma tanto valeva, al punto da far credere che sarebbe bastato tutelare i conti correnti fino a 25000 euro per evitare che i risparmiatori non si sentissero scoperti.
Oggi è invece costretto ad ammettere che il problema esiste, che il contraccolpo finanziario è visibile anche nell’economia cosiddetta reale e che basta investire 4 miliardi di euro per rientrare dalla crisi. Il programma del governo italiano non soddisfa nessuno, l’unico ad essere contento è il segretario generale della CISL, Bonanni. Tutti gli altri sono concordi nel sostenere che non basta, occorre qualcosa di più. Ad esempio detassare le tredicesime, ma il Governo ha fatto subito sapere che sarebbe un provvedimento troppo oneroso, pertanto meglio arrangiarsi ed aspettare che passi la buriana. In realtà, Tremonti lo sa benissimo, mancano i soldi, o meglio i soldi ci sarebbero sulla carta, nelle operazioni contabili in cui si spostano da un capitolo all’altro. Ma quando c’è da mettere mano a quelli veri, Tremonti è restio, meglio inventarsi un sistema per diluire il più possibile nel futuro le uscite, approfittando del fatto che come chiodo scaccia chiodo così una promessa fatta prima viene scacciata dalla successiva.

E’ un fatto che quando la destra berlusconiana governa, l’economia si blocchi in qualche modo e le formule che propongono per risollevarne le sorti sembrano clichè consunti ed abusati. I primi cinque anni furono quelli della finanza creativa, una parola che pronunciata ora assume l’aria di una bestemmia. La formula è sempre quella, finanziarie ultra-leggere, mantenimento dello status quo in tema di prelievo fiscale e poi sperare che la ripresa avvenga da sola, magari dopo aver allentato un bel po’ le briglie. Il pensiero di Tremonti è sempre stato quello di considerare l’economia una sorta di bestia indomabile della quale si possono solo subire o godere gli effetti, una specie di calamità naturale, a seconda dei cicli, benevola o malevola.
Succede sempre che la crescita economica si blocchi e che un governo privo di idee sia costretto a ricorrere alle frasi ad effetto, quando non addirittura irrealistiche. Il premier è sempre convinto che per rilanciare i consumi occorra che gli italiani spendano. Durante il suo primo mandato si inventò perfino uno spot pubblicitario che girava su tutte le televisioni nazionali, in cui si osservava un personaggio che rappresentava l’italiano medio impegnato nello shopping che ad ogni cambio di mano ringraziava. A destra sono convinti che l’economia si rilanci così.
La crisi che attanaglia oggi le classi medie, se vogliamo, è iniziata proprio in quegli anni, per la precisione tra la notte del 31 dicembre del 2001 ed il primo gennaio del 2002, quando l’euro smise di essere una moneta virtuale per trasformarsi in moneta corrente a tutti gli effetti. Nei mesi precedenti erano stati già predisposti dispositivi che avrebbero presieduto acché del cambio qualcuno non se ne avvantaggiasse. Quei dispositivi non furono proprio attivati dal Berlusconi II che in nome del laissez faire non si preoccupò assolutamente di alimentare meccanismi di controllo dei prezzi. In pratica, nel giro di qualche mese la sensazione comune diventò quella di un raddoppio del costo della vita, specie dei beni voluttuari. La grande mazzata per i percettori di redditi fissi si acuì quando si potenziò una sorta di dumping sociale, che da un lato limitava la crescita di salari e stipendi e dall’altro faceva in modo che il lavoro stabile diventasse una forma sempre meno realizzabile di impiego. Se a questo poi si aggiunge che il lavoro operaio, quindi direttamente produttivo, prendeva le strade della delocalizzazione spostandosi nell’Est europeo e poi in Cina, pratica non disdegnata soprattutto dalle aziende italiane, diventa chiarissimo il quadro che si andava componendo.
Di questa situazione se ne avvantaggiarono coloro i quali potevano permetterselo, ovvero non chi aveva legato il proprio reddito ad una controparte datoriale sempre più potente, ma chi, al contrario, poteva decidere quasi autonomamente di quanto i suoi margini dovevano crescere, favorito anche da condizioni anomale e al limite della legalità che il Berlusconi II solo di striscio e di facciata aveva dato ad intendere che avrebbe risolto, mi riferisco alla piaga del lavoro sommerso ed all’evasione fiscale. Nel primo caso, Tremonti, già allora mago dei numeri, aveva pensato ad un modo che permettesse l’emersione dei lavoratori in nero, favorendo con sconti fiscali le aziende che avessero avuto in animo di farlo. Fu una delle leggi più fallimentari del Berlusconi II, gli emersi furono pochissimi in rapporto alla platea di lavoratori a cui si faceva riferimento. D’altronde, con quella legge si ammetteva che lo Stato nulla potesse contro la piaga del lavoro nero, lasciando agli imprenditori la decisione ultima se uscire da una condizione di quasi clandestinità. Per molti rimaneva molto più conveniente non farlo. La lotta all’evasione fiscale fu ignorata per quasi tutta la legislatura, tranne ricordarsene alla fine, quando ormai non si sapeva più che fondo raschiare per reperire le risorse buone per far funzionare lo Stato.

Oggi si scontano le conseguenze delle discrasie prodotte in questi ultimi anni. Se grazie alle politiche lassiste berlusconiane qualcuno guadagnava a svantaggio di altri, se anche aumentava il divario tra i più ricchi ed i più poveri, comunque la Destra conservava un blocco sociale, sia pure fondato sul reciproco interesse: piccoli e grandi imprenditori, lavoratori autonomi; in sintesi una sterminata selva di partite IVA che si riteneva la parte produttiva del paese solo perché poteva permettersi un tenore di vita ad altri precluso.
La schiera dei lavoratori dipendenti a reddito fisso, dei precari, di chi non arriva alla fine del mese, arrancava ieri come oggi. Quello che è cambiato in questi giorni, dopo le crisi finanziarie e l’esplosione delle bolle di Wall Street, è che anche chi prima poteva permettersi le vacanze a Cortina, è costretto a stringere la cinghia, anzi la crisi sono proprio loro ad avvertirla, con gli investimenti azionari bruciati dalle borse planetarie e con le attività ferme perché nessuno non si fida più di nessuno.
Nel Natale 2008 stranamente i più preoccupati sono proprio coloro i quali non si preoccupavano più di tanto, sono i vari commercianti in abbigliamento, in beni strumentali, in desideri non più appagabili. La crisi riguarda soprattutto loro e di conseguenza diventano a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro, di commessi, di operai delle grandi, medie e piccole fabbriche. Accadono fenomeni che raramente si vedono. La mia generazione ha sempre avuto il problema di combattere l’inflazione, la deflazione era solo un nesso logico, un’ipotesi da trattato di economia. Sta diventando una realtà e per certi versi sembra sia addirittura peggiore dell’inflazione.
Per tutto ciò il Berlusca ed i geni dei numeri, molto loquaci e presenzialisti quando sono all’opposizione, ridotti ad ombre parlanti quando governano, non sembrano avere ricette efficaci. Invocano sempre la barzelletta delle profezie che si autoavverano e scaricano le colpe sui telegiornali e sui talk-show, accusandoli di essere troppo tetri; del TG3 si è addirittura detto che sia un telegiornale gotico. Evidentemente per qualcuno la realtà è una sorta di dimensione metafisica in cui le crisi possono essere vere o false a seconda di come le si vuol far apparire. Quando la realtà non è dominabile o controllabile, l’imperativo categorico diventa la manipolazione.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 01.12.08 h 22:57
Modificato il 15.12.08 h 23:16

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