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Quinte colonne 2

Seconda puntata di Quinte colonne. Il sen. Latorre passa i pizzini all'on. Bocchino del PDL ed il sen. Villari proprio non vuole saperne di dimettersi.

Non avrei mai immaginato di dover scrivere un sequel del mio primo “Quinte colonne”, ma a quanto pare la tendenza a volersi fare del male a qualunque costo è abbastanza spinta nel Partito democratico. Ad aggiungersi alla storia già in sé abbastanza divertente del senatore Villari che si ritrova quasi miracolato nella sua nuova veste di presidente della Commissione di Vigilanza, status a cui sembra non voglia proprio rinunciare, si è messa anche la scena francamente penosa di un altro senatore, tale Nicola Latorre da Bari. Questa volta non si tratta di un Carneade assurto quasi miracolosamente agli onori delle cronache e che si sforza di far durare oltre il possibile il suo quarto d’ora di celebrità, ma di un personaggio abbastanza noto, se non alle cronache politiche almeno a quelle paragiudiziarie; oltre che per D’Alema, è stata chiesta anche per lui l’autorizzazione all’utilizzo di registrazioni telefoniche intercettate e rimesse nel fascicolo dell’affaire Unipol – BNL. Il Latorre questa volta si è reso protagonista di un altro episodio che comprensibilmente regalerà qualche altro punto percentuale al partitino di Di Pietro che a furia di autogol del PD rischia segnatamente di diventare il primo partito dell’opposizione.
La questione è arcinota. Durante una trasmissione televisiva dell’emittente del gruppo Telecom, La7, si è visto il Nostro aiutare un suo avversario politico in difficoltà, l’onorevole Bocchino, che non riusciva a sgusciare dalle argomentazioni di un alleato politico del Latorre, l’on. Donadi dell’IDV.
Ad un certo punto, preso chissà da quale smania, se sindrome di Stoccolma o da un sentimento di solidarietà per un uomo in difficoltà, si vede il Latorre afferrare il giornale dell’on. Bocchino (non lo faceva per informarsi), annotare a penna qualcosa su un lembo vuoto e ripassarlo al suo proprietario. Si nota uno sguardo verso il basso quasi furtivo del Bocchino, il quale appare quasi subito rivatilizzato al punto da ricordare a Donadi di quando, qualche settimana prima, il PDL aveva ritirato la candidatura a giudice costituzionale di un altro illustre parlamentare: l’on. Pecorella. L’esempio sembra mettere in difficoltà Donadi che non riesce lì per lì a tener testa al ragionamento del suo avversario. In realtà l’argomento era già alquanto trito, delle due l’una: o il Bocchino è un ripetente impenitente incapace di mandare a memoria gli slogan del suo partito, oppure il copy-right è del Latorre, e delle due possibili soluzioni la seconda mi sembra francamente la peggiore.
A missione compiuta il Latorre riprende il giornale dell’on. Bocchino, strappa via la parte dove aveva annotato l’aiutino, lo appallottola e lo butta via.
Una sequenza di pochi minuti che viene vista da molti osservatori, compresi quelli di “Striscia” che non si lasciano sfuggire il boccone ghiotto. Rincara la dose Antonello Piroso, direttore del telegiornale de La7, il quale mostra, qualche giorno dopo, il reperto ritrovato in studio: un pizzino con su scritto “Io non posso dirlo ma tu sì. E l’on. Pecorella alla Corte Costituzionale?” Inevitabile la bufera su Latorre che si dimetterà subito dopo dalla Commissione di Vigilanza.
Ovviamente la storia sembra non essere un fatto a sé stante, in realtà già da qualche giorno circolavano molte voci e non pochi sospetti su una manovra interna al PD che aveva un preciso scopo: screditare ed indebolire il Segretario, evitando, al contempo, che Leoluca Orlando diventasse Presidente della Vigilanza. L’azione è attribuita a D’Alema ed ai suoi uomini, considerati come la parte più dialogante, o intelligente con l’avversario, dell’intera opposizione. Già qualche giorno prima avevano fatto pensare alcune dichiarazioni e mosse di D’Alema, l’incontro con Fini per smussare alcune asperità nella dialettica politica tra maggioranza ed opposizione e, dopo, le critiche molto esplicite all’indirizzo di Veltroni su come era stata gestita l’intera operazione della presidenza della Vigilanza. Non sono mancati alcuni sospetti anche sull’elezione di Villari a presidente. E’ notorio che il senatore napoletano ha un'ottima considerazione di D’Alema, così come è forte la sensazione che anche l’opzione dell’espulsione di Villari dal gruppo dei senatori PD non sarebbe una passeggiata, non per niente Latorre aveva proposto una semplice sopensione, piuttosto che l'espulsione. Anche la votazione di Villari non era avvenuta solo con i voti del PDL, c’erano stati due voti dell’opposizione, uno presumibilmente del Villari, quindi non proprio all’oscuro della sua candidatura, ed un secondo in un primo momento attribuito all’UDC, ma da questi ultimi smentito.
In questo contesto la figura del Latorre sembra apparire ancora una volta come quella dell’esecutore materiale di ordini provenienti dall’alto, colui il quale ci mette la faccia e spesso ne esce male.
Da premettere è che quella di Villari sta diventando una faccenda davvero penosa per il PD, tanto che oggi, 20 novembre, nonostante le dimissioni di Latorre dalla commissione e il suo reintegro con Sergio Zavoli, futuro presidente almeno in pectore; le dichiarazioni di Fini e Schifani seguite in serata da quelle di Berlusconi per invitarlo ad andar via, il Villari sembra avere incollata la poltrona al fondo schiena: non molla. Ancora oggi ha presidiato la prima seduta della nuova commissione ed ha fatto sapere che per lui vengono prima le istituzioni e poi il partito. Villari si crede quasi indispensabile e legato al suo alto ufficio, tanto da considerare nullità le richieste di dimissioni che arrivano proprio dai colleghi del suo partito. Non mancano i sostenitori, ad esempio alcuni leghisti e altri parlamentarid del PDL tifano per lui e lo incitano a non mollare. Che siano davvero essi l'espressione del sentire profondo della maggioranza al di là delle dichiarazioni ufficiali?
Davvero una storia incredibile che prima ancora di spiazzare i maggiorenti del PD li sta lasciando quasi increduli e seriamente imbarazzati.
Comunque finisca sarà emblema della crisi che sta attraversando questo partito, nato come la novità assoluta della politica italiana di questi ultimi anni che si ritrova ancora privo di un modello organizzativo forte, in balìa di un qualunque senatore che decide di fare di testa sua, in preda a lotte intestine e giochi inverecondi non privi di ammiccamenti e strizzatine d’occhio all’indirizzo degli avversari, incapace di dare di sé un’immagine, se non granitica, almeno credibile.
Quel vecchio detto secondo il quale dai nemici mi guardo io che dagli amici mi guardi iddio è quanto meno attuale.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 23.11.08 h 20:19
Modificato il 01.12.08 h 22:39

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