Home

Quinte colonne

I guai per l'opposizione non vengono tutti dal Governo, ci sono episodi che fanno pensare all'esistenza di quinte colonne interne alle forze che si oppongono alla Destra.

Le cronache di questi giorni hanno offerto spaccati molto interessanti della vita democratica in questa nazione e soprattutto ci hanno dato la possibilità di credere seriamente che anche in un regime, specie se da operetta, è possibile ridere, magari piangendosi addosso. Due episodi ci hanno fatto plasticamente ritenere che il rischio della comica (se non finale, almeno intermedia) è onnipresente e spesso non dà scampo.
Il primo episodio, chiamiamolo divertente, è avvenuto martedì 11 novembre durante la trasmissione di approfondimento politico di Rai 3, Ballarò. Era presente il segretario generale della UIL, Angeletti, a discutere di crisi economica o giù di lì. Ad un certo punto al conduttore gli è balenato un ricordo abbastanza fresco della giornata appena trascorsa: aver sentito che Angeletti e Bonanni (segretario generale della CISL) erano stati visti uscire come amanti clandestini dal retrobottega della sede romana della Real Casa di Arcore, Palazzo Grazioli. Cosa ci facevano due sindacalisti, privi dell’altro pezzo del sindacalismo confederato (la CGIL di Guglielmo Epifani), in amena compagnia del Ministro del Lavoro e del Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nella residenza privata del presidente del Consiglio? Tramavano? Preparavano qualche altro patto della torta o della crostata o più semplicemente del tramezzino, approfittando dell’assenza del convitato di pietra Epifani? Non solo non è dato saperlo, ma l’Angeletti negava ripetutamente di essere mai stato lì, almeno quella sera, nonostante fosse stato visto da più di uno. Visionari.

Il secondo fatto importante della settimana è avvenuto giovedì 13 novembre. La location non è uno studio televisivo, ma una più austera aula di Montecitorio. Questa volta la storia ha più della pochade o della commedia degli equivoci non priva di qualche venatura di giallo, che della spy-story con annesso intrigo sindacale. Non si gioca su identità incerte, ambigue, su improbabili sosia, ma su una questione che ormai si trascina sin dall’inizio della nuova legislatura, ovvero dal maggio di quest’anno. Elezione del Presidente della Commissione di Vigilanza sulla televisione pubblica, ovvero di colui il quale controlla il maggior mezzo di diffusione di massa: la televisione; un incarico che qualcuno paragona a quello della quarta carica della Repubblica.
Protagonisti: il Partito democratico, l’Italia dei valori, il Partito delle Libertà; Leoluca Orlando nei panni del candidato impossibile.
La vicenda è nota ed anche abbastanza arzigogolata. Per prassi la presidenza delle commissioni parlamentari di garanzia (servizi segreti e televisione) spetta ad un membro dell’opposizione, la quale ha presentato quello di Leoluca Orlando per la vigilanza , ex sindaco di Palermo ed attuale deputato del partito di Di Pietro. Quel nome non va giù a Berlusconi. Ufficialmente ritiene che i dipietristi siano al di fuori della democrazia alla maniera di come lui la intende, ovvero con l’opposizione da considerare una sorta di dependance del governo. Pertanto ritiene inaccettabile il nome di chiunque faccia parte di quel partito. In realtà la Commissione di Vigilanza ha una funzione strategica e potrebbe creare qualche grosso problema alla propaganda velata di certi telegiornali o programmi televisivi. Non potendola abolire, il Cavaliere preferisce che almeno non finisca in mano a chi poterebbe farne un uso forse fin troppo appropriato.
Sulla questione si crea naturalmente una empasse: da una parte l’opposizione (quasi tutta) che cerca di far passare il suo candidato; dall’altra la maggioranza, che lo trova sgradevole e tenta di farli desistere da quella scelta. Veltroni e Casini (i due pompieri) cercano perfino una mediazione: convincere Di Pietro a presentare non un solo candidato, ma una rosa di nomi tutti targati IDV, nella speranza che tra quelli ce ne sia almeno uno che non sortisca i furori della Destra. Di Pietro capisce il gioco e non abbocca, ripropone Leoluca Orlando, almeno fino al fatidico giovedì 13, quando il PDL si inventa una sortita tutta nuova per porre fine alla querelle, in pratica vota compatta un candidato del Partito democratico, non quello scelto dall’opposizione però, semplicemente uno tutto nuovo come piace a lei. Il candidato è un tal Villari, una sorta di Carneade che prima di approdare sugli accoglienti lidi del PD li aveva provati tutti, il penultimo partito era stato l’UDEUR di Clemente Mastella. Veltroni salta sulla sedia, accusa la Destra di tendenze autoritarie e grida all’ennesimo tradimento. Ma il peggio deve ancora arrivare. E’ naturale per Veltroni e per tutti i parlamentari democratici, che l’escamotage messo in piedi da Bocchino (considerato l’autentico regista delle operazioni anche in virtù della conterraneità con Villari) potrebbe durare l’arco di un respiro se l’accordo stipulato fra tutti i parlamentari democratici avesse immediato effetto, ovvero dimettersi subito dopo l’eventuale elezione in caso la maggioranza avesse scelto un candidato diverso da quello indicato dall’opposizione. Esattamente quello che è accaduto.
Certi accordi sono scritti sull’acqua e così purtroppo non è. Villari cerca di tranquillizzare tutti sostenendo che si sarebbe dimesso, ma che prima di farlo avrebbe voluto sentirsi con il Presidente della Repubblica e con i presidenti di Camera e Senato. Il Presidente della Repubblica, uomo navigatissimo della politica, già ha capito dove Villari vuol andare a parare, magari in cerca di un imprimatur a dir poco imbarazzante per il Capo dello Stato. Fa sapere, a distanza di un giorno, che il Colle è indisponibile a qualsiasi colloquio con il presidente eletto della Commissione di Vigilanza. Villari, allora, fissa un appuntamento con Veltroni per lunedì 17. Da Palazzo Madama e Montecitorio, nel frattempo, non sono ancora arrivate smentite sull’eventuale visita del neo presidente. Veltroni ribadisce la richiesta di dimissioni, ma Villari improvvisamente scopre in sé un gran senso di responsabilità. Il Parlamento non ha una commissione di vigilanza perché non ha un presidente ed ora che il presidente l’ha trovato non ha alcuna voglia di mollare il posto.
Villari decide di rimanere presidente eletto fino a quando PDL e PD non avranno trovato un nome alternativo sul quale convergere, in pratica sfida il suo partito, che per poterlo dimissionare dovrebbe o espellerlo per indegnità, o ritirare tutti i suoi membri dalla commissione o entrambe le cose insieme.
L’episodio impone sicuramente qualche riflessione sui metodi che i partiti utilizzano per reclutare il proprio personale politico e sulla bontà di una legge elettorale che al momento della preparazione delle liste si trasforma in una sorta di mercato delle vacche.
Il fatto curioso di questo episodio è che ne ricorda uno analogo della precedente legislatura, quando il senatore Di Gregorio, fresco di elezione con le liste di Di Pietro, giocò un tiro mancino molto simile a questo nella Commissione Difesa del Senato. All’epoca ne fece le spese una candidata comunista: Lidia Menapace. Oggi la legge del contrappasso si rivale contro Di Pietro che subisce le conseguenze di una mazzata molto simile a quella.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 18.11.08 h 23:57
Modificato il 21.11.08 h 13:44

Eventuali commenti potranno essere inviati all'autore del sito utilizzando lo spazio sottostante o in alternativa inviando un'e-mail all'indirizzo sabino.saccinto@alice.it
Oggetto:
Indirizzo e-mail: (facoltativo):
Testo: