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Un Nuovo "68

La rivolta nelle Università e nelle scuole in seguito all'approvazione della Legge Gelmini ha rievocato per qualcuno antichi fantasmi. Sarà tornato il "68 o ci troviamo semplicemente d'avanti ad una legittima protesta di studenti, insegnanti e lavoratori della scuola in genere preoccupati per il loro futuro?

Rievocare epoche passate pensando di riviverle nel presente o vaticinare guai futuri sulla scorta di eventi già noti e conosciuti, è quanto di più inesatto si possa fare, tanto che spesso si ripete che i tragici eventi del passato la prima volta si manifestano in forma di tragedia, la seconda in quella di farsa.
La stessa massima si potrebbe richiamare osservando quello che sta accadendo oggi con la protesta degli studenti contro il decreto Gelmini sulla scuola. Qualcuno ha sostenuto che si sentono già i vagiti di un nuovo “68, alludendo, forse strumentalmente, al carico di violenza che accompagnarono le proteste e le manifestazioni di quegli anni ed a quello che accadde soprattutto dopo, con il terrorismo e gli anni di piombo. A destra sicuramente più di uno spera che poi vada a finire così e non a caso un emerito Presidente della Repubblica, che in quegli anni funesti è stato Ministro dell’Interno, ha rilasciato un’intervista al “Quotidiano nazionale” attraverso la quale dava suggerimenti, al nuovo governo, su come gestire le occupazioni, ovvero lasciare che scoppi il caos alimentandolo con l’uso di agenti provocatori, per poi normalizzare la situazione con le camionette ed i blindati della polizia. Non per niente proprio in quei giorni il Berlusca dichiarava che l’indomani avrebbe dato disposizioni molto precise al Ministro dell’Interno su come le forze dell’ordine avrebbero dovuto gestire l’emergenza rappresentata dalle occupazioni di scuole ed università.
Per fortuna che il giorno dopo un paio di ministri, compreso quello del’interno, si sono sottratti alle imbarazzanti diposizioni del premier, retrocedendo ad un fraintendimento giornalistico quella che un giorno prima era apparsa un’intenzione piuttosto ardita.
Sta di fatto che al di là delle mere questioni di ordine pubblico c’è una differenza fondamentale e persino curiosa tra la protesta dei giovani del “68 e quella degli studenti quarant’anni dopo. Allora la contestazione era di sistema, fortemente ideologizzata e la scuola era solo uno degli ambiti in cui si sviluppava. In realtà quella rivoluzione coinvolgeva tutto il mondo occidentale di allora, riguardava il modo di essere, di vestirsi, i gusti musicali e quelli letterari; si poteva configurare come un’autentica rivoluzione globale che occupava quasi tutti gli anfratti della vita ed aveva un respiro ed una valenza non confinati nei limiti territoriali italiani, basta ricordare il Maggio francese o le contestazione nelle università americane. Era un mondo nuovo che aveva voglia di venire a galla e di imporsi.
Quello che accade oggi in Italia non ha nessun rapporto con le ideologie del “68, con Marcuse, con le lotte di liberazione. Sembra piuttosto una reazione forte e localizzata ad un contesto tutto italiano e per circostanze molto precise e particolari. Non c’è nessun mondo nuovo da ricostruire, semmai una difesa strenua del vecchio, una lotta disperata per non perdere quello che finora si è conquistato piuttosto che aprirsi a nuovi orizzonti e sognare nuove mete ideali.

La Legge Gelmini

Da qualche giorno si discute dell’iniziativa del PD e del suo segretario di raccogliere le firme per abolire la Legge 137 passata da poco al Senato, ovvero le ultime trovate del Governo Berlusconi e del suo ministro dell’istruzione in materia scolastica. Buon ultimo è stato Mario Giordano dalle colonne de “Il Giornale” di famiglia che pur di far passare per incompetente Veltroni, non ha rinunciato a declassare la riforma della ministra ad un mero capitolo della Legge Finanziaria, e pertanto non sottoponibile a referendum. In poche righe ha dato ragione ai detrattori della Gelmini. Sostengono, infatti, la tesi della manovra taglia spese tutta riferibile al Ministro dell’Economia Tremonti (la mente di tutta l’operazione).
In realtà, anche se commentatori politici non molto dotati di acume hanno trascurato il particolare, la Legge 137 è sicuramente funzionale alla Finanziaria, ma costituisce un corpo a sé e contiene alcuni elementi di non poco conto che incidono sull’assetto organizzativo della scuola. Ormai li conosciamo tutti e qualcuno di questi è stato perfino ridicolizzato da chi ritiene improponibile il referendum.
Su alcuni di loro si potrebbe anche concordare. I grembiulini in molte scuole elementari si son sempre usati, quanto propone il Ministro è assolutamente ininfluente, come anche il ritorno ai voti, piuttosto che i giudizi, è auspicabile.
Qualche dubbio invece mi sorge quando il Ministro si mostra estremamente sicuro che il voto in condotta sarebbe un ottimo antidoto contro il bullismo. Va bene che all’interno del Governo Berlusconi quater esiste perfino un Ministro della semplificazione normativa, che tale iniziativa producesse semplicismo di governo c’era da temerlo e, come sempre accade, le peggiori previsioni si avverano sempre. La questione del bullismo è antica quanto il mondo, da sempre sono esistiti prepotenti di qualunque età che prevaricano i più deboli. Per fortuna noi adulti abbiamo regole, leggi, istituzioni ed il senso comune che ci protegge da taluni eccessi. Ma per bambini e ragazzi sappiamo benissimo che valgono altre modalità e condotte per le quali si ricorre di rado ad invocare le istituzioni degli adulti, si preferisce risolvere da soli i problemi. In un certo qual modo tutto ciò fa parte anche di quella fase di crescita in cui ognuno prende coscienza di sé e per farlo è costretto naturalmente a superare certe prove, tra le quali anche quella di fronteggiare il bullo di turno. E’ un discorso alquanto complesso e per addetti ai lavori, non per niente già il precedente Ministro, Fioroni, aveva delineato il fenomeno del bullo come una sorta di emergenza nazionale nelle scuole ed aveva diramato circolari acché li si tenessero sotto controllo.
Ora la Gelmini pretende di risolvere il tutto con un voto in condotta. Al Pensiero Unico associa il Pensiero Semplice: una sorta di ritorno alla casetta del Mulino bianco, al libro Cuore, ai ricordi di quando eravamo bambini; e pretendiamo di farli rivivere ai nostri figli in un contesto molto più complesso e variegato.
L’idea del maestro unico assume anch’essa una doppia valenza: quella, molto pragmatica, del risparmio in termini di risorse economiche, cara al Commercialista di Sondrio, e quella puramente ideale della Gelmini, partorita anch’essa sotto le suggestioni e i fumi dei ricordi dell’infanzia. Gli studiosi e i pedagoghi del Governo Berlusconi sostengono che in questa maniera si restituisce equilibrio alla psiche bistrattata dei bambini dalle tante figure che si alternano. Perderebbero, secondo questi novelli Pestalozzi, punti di riferimento fondamentali per quell’età. Il Venerabile Maestro, in questi giorni, ha avuto modo di pronunciarsi a favore di quanto prevederebbe la Gelmini: “ripristina l’ordine”, ha avuto a dichiarare.
Ovviamente, più che un tentativo di promuovere un’evoluzione, la controriforma Gelmini sembra ispirata, almeno nelle scuole elementari, da un sentimento di normalizzazione e di controllo politico, ad iniziare fin da tenera età. Un modo come un altro per rifarsi all’epica fascista del balilla. La chiave di tale lettura è in quell’idea con cui hanno riproposto il maestro unico, ovvero come un punto di riferimento. Di questi punti di riferimento molto forti farei tranquillamente a meno e certe affermazioni mi ricordano scene ed ideologie di altri tempi. Esiste un’ampia letteratura che dimostra come gli stati, se non totalitari, almeno improntati ad un forte senso dell’autorità, diano un’importanza quasi decisiva ad una forma di educazione che ha quasi dell’indottrinamento delle nuove generazioni, al punto da enuclearle emotivamente ed intellettualmente dai gruppi famigliari di riferimento. Il caso dei Balilla fascisti o della gioventù hitleriana sono paradigmatici di come qualcuno intende la scuola e l’educazione.

L’università.

Uno dei settori più caldi, dove più forte è stata l’onda di protesta contro la Legge 137, sono state le maggiori università italiane. Tralascio gli incidenti ed il codazzo di polemiche che ne è seguito, voglio semplicemente soffermarmi su un punto, uno solo, che riguarda tali istituti, ovvero il loro affidamento a fondazioni. I giovani universitari non contestano solo questo non trascurabile provvedimento, ma battono in generale sulle risorse economiche destinate alla ricerca ed all’istruzione universitaria che il governo si starebbe apprestando a tagliare. E’ una situazione alquanto complessa che coinvolge più categorie, dagli studenti ai ricercatori. Nei dettagli si sa benissimo che un certo numero di ricercatori si ritroverebbero a passare dalla condizione di precario a quella di disoccupato, così come si sa benissimo che l’affidamento a fondazioni privatizzerebbe di fatto gli atenei, creando, tra l’altro, forti scompensi tra Nord e Sud.
Fondazioni vuol dire soprattutto capitale privato che entrerebbe nel mondo della formazione, ma anche in quello della ricerca scientifica, con il rischio di forti condizionamenti. E’ quello che si è sempre temuto e che da sempre ha portato nelle piazze il mondo dell’università.
In questa operazione il Governo sta avendo buon gioco sfruttando proprio i limiti e tutti i peccati del mondo accademico, da corsi di laurea esageratamente onerosi per il contribuente e per pochi frequentanti, al numero relativamente basso dei laureati in Italia; dai bilanci in rosso di molti atenei al numero elevato di sedi universitarie, proliferate abbondantemente in questi ultimi anni. Non un cenno al valore scientifico del nostro prodotto, men che meno agli esigui investimenti nella ricerca. L’Italia è forse l’unico paese al mondo che spende un’infinità di denaro pubblico per formare un laureato e che dopo se lo lascia scappare, con il risultato che il beneficio di tanto lavoro finirà a vantaggio di qualche stato estero che offre ponti d’oro ai ricercatori.
Il Governo delle contraddizioni sembra comunque aver trovato il modo, ancora una volta, per non far ricadere su di lui le responsabilità di quanto accade. Sono stati lestissimi a trovare il nuovo nemico pubblico da esporre al ludibrio delle masse: i baroni, ovvero quella parte di classe dirigente di cui fanno parte due eminenti ministri del Governo Berlusconi (Tremonti e Brunetta, nonché qualche sottosegretario) e di cui il Governo si è sempre servito ricambiandoli lautamente.
Son passati indenni per tutte le riforme che in questi ultimi anni si sono alternate; nessuno ha mai provato a scalfire i loro privilegi, nepotismo compreso. Oggi i gruppi universitari di destra sembrano accanirsi contro i baroni con la stessa violenza con cui quelli di sinistra si accanivano nel “68. Ma i baroni non sembrano tanto mal disposti nei confronti del nuovo governo. Tanto per citare un esempio: la notizia che il nuovo rettore dell’Università di Foggia sembra intenzionato a far propri tutti i desiderata pervenuti dal governo centrale in tema di risparmio. Dopo aver moltiplicato le sedi universitarie, anche grazie all’autonomia di cui godono gli atenei, spostandole in città dove mai si sarebbe potuto immaginare di trovarle, han fatto marcia indietro riducendole. La cura Tremonti inizia già a funzionare.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 06.11.08 h 00:44
Modificato il 09.11.08 h 22:20

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