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I neoleninisti

I neoleninisti, ovvero quell'intreccio di capitalisti e liberisti che di fronte ad una crisi epocale in cui tutti i santuari del capitalismo sembrano in caduta libera, invocano a gran voce l'intervento dello Stato. Qualcuno si spinge addirittura a criticare con argomentazioni che sembrano uscite da un trattato comunista del secolo scorso il capitalismo moderno. Quando la nave sta per affondare tutti corrono a cercare un posto nella scialuppa di salvataggio, tra donne e bambini non importa, meglio se camuffati. E' quello che accade ai neoleninisti.

A volte la vita riserva sorprese davvero inimmaginabili. Che un ultraliberista come il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti possa addirittura trasformarsi da un anno all’altro in una sorta di no-global con forti accenti leninisti, ha dell’impensabile, eppure è accaduto.
Nel suo ultimo libro, letto da tutta l’intellighenzia professionale, meno gli apodi che a certe conversioni stentano a crederci, Tremonti ci ha letteralmente stupiti. Mai si era visto che il protagonista della finanza creativa durante gli anni del secondo e terzo governo Berlusconi, cambiasse così radicalmente idea sulle cose del mondo. L’uomo che era stato il più orgoglioso paladino dello smantellamento dello stato fino a preconizzare la vendita dell’immenso patrimonio pubblico per far fronte al debito. Non si può certo dire che Tremonti fosse stato uno statalista durante il suo ministero. Ricordiamo tutti il suo discorso agli italiani diffuso dal telegiornale nazionale, quando appena nominato ministro nel 2001 annunciò che dalle grandi dismissioni di stato forse si sarebbe salvata solo la scrivania di Quintino Sella, il ministro che, unico nella storia d’Italia, era riuscito a raggiungere il mitico pareggio di bilancio: un’autentica ossessione per Tremonti, quel colpo gobbo che lo potrebbe consegnare alla Storia, quella fisima tipica di certi professori universitari che per essa sacrificherebbero anche la mamma.
Sua intenzione non era quella di centralizzare la ricchezza, semmai di vendere o svendere i gioielli di famiglia per far fronte agli interessi sul debito senza mettere le mani nelle tasche degli italiani, ovvero lasciandole in quelle di chi in un certo modo era abituato a sentirsele dentro ed evitando accuratamente di infilarle in quelle degli altri storicamente allergici alle imposizioni, specie se fiscali.
I procedimenti di cartolarizzazione con cui proseguì massicciamente nell’opera di smantellamento della proprietà degli edifici pubblici, specie di quelli degli enti previdenziali, impinguando quelle voci che in bilancio si sarebbero in altre maniere alimentate con la fiscalità tradizionale, ebbero del comico quando si decise persino di cedere edifici e monumenti di importanza minore. Fu proprio lui che, con involontaria ironia, tenne a precisare che la Fontana di Trevi non l’avrebbe mai venduta.
La manovra sullo scudo fiscale, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuta servire a far rientrare capitali dall’estero per immetterli in un circolo virtuoso a prezzi scontati e con la garanzia che nessuno avrebbe mai aperto inchieste giudiziarie per sapere come c’erano finiti oltreconfine e proventi di quali attività, finì con l’alimentare tutt’altri giri. E, soprattutto, non produsse quella crescita economica che si sperava, specie nelle attività produttive. All’epoca dei furbetti del quartierino più di un qualche valente osservatore aveva fatto notare che tutto quel sovrappiù di danaro aveva finito per alimentare i fondi speculativi degli immobiliaristi. Ma ciò che rese più spericolato di un pilota di rally il Nostro, fu l’idea che ebbe in quegli anni, per fortuna poi accantonata, di alimentare i consumi facendo impegnare agli italiani le loro case di proprietà. In pratica suggeriva l’accensione di un mutuo anche a chi, magari, il mutuo lo aveva da poco estinto per comprarsi un appartamento e tutto per rimettere in moto l’economia. Più economia basata sui debiti di questa sarebbe difficile immaginarla. E’ dello stesso periodo un’altra iniziativa del Governo, anche se non attribuibile direttamente al Ministro, chiamata “mutuo nonno”, ovvero i vecchietti di età superiore ai 65 anni avrebbero potuto sottoscrivere ipoteche sulle loro case, intascare i soldi e darsi alla pazza gioia, lasciando magari in eredità ai loro figli e nipoti una casa ipotecata.
Il Tremonti di oggi è agli antipodi rispetto a quello di ieri e per certi versi ricorda perfino i marxisti-leninisti di un tempo. Durante una trasmissione televisiva ha lasciato tutti stupefatti citando un libro da lui recentemente scritto in cui critica il mercatismo, la globalizzazione, gli hedge fund, gli investimenti altamente speculativi. Vi sono comunque stranezze in quello che afferma. Ad esempio sostiene che i paladini di questa logica in Italia siano gli uomini del Centro-Sinistra quali Prodi e Padoa Schioppa, quando è risaputo che il cinismo finanziari e l’avidità sono solitamente prerogative della Destra ultraliberista. Ma la vera conversione del Tremonti pensiero, le dichiarazioni che lasciano più sconcertati e disorientati, sono quelle sull’intervento della mano pubblica. Per Tremonti gestire una situazione difficile come quella globalizzata non è possibile se non interviene lo stato. Una mossa a dir poco spiazzante, non c’è che dire. Dopo anni in cui la Sinistra è passata per le forche caudine, sottoposta ad esami del sangue un giorno sì e l’altro pure e costretta a doversi depurare ogni giorno dallo statalismo, dal dirigismo, dal centralismo a forza di professioni di fede nel libero mercato, sostenute e rafforzate da autocritiche di stampo staliniano, arriva Tremonti che riscopre Marx; che ci dice che la globalizzazione è la bestia nera del terzo millennio, che il turbocapitalismo è il male assoluto e ci porterà alla rovina, e che le schiere di Satana si annidano in organizzazioni coma la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, per non parlare della Cina e del WTO.
Sarà anche condivisibile quello che sostiene Tremonti, ma, mi chiedo, quanto credibile, specie se a dirlo è il Ministro dell’Economia di un governo di destra? Giusto per non perdere il vizio, tra un’invettiva contro le banche ed un’altra contro i petrolieri a cui ha imposto la Robin Tax, ha varato, nella solita maniera geniale che lo contraddistingue, un provvedimento che ha suscitato subito gli entusiasmi più acuti delle odiate banche: quello sui mutui. Si sapeva che le lenzuolate di Bersanov sui mutui e sulle ipoteche non erano state molto ben digerite dai banchieri: che le avevano boicottate ad ogni piè sospinto, specie quella che consentiva ai clienti più tartassati di rinegoziare i mutui se trovavano di meglio sul mercato. Cosa ha pensato di fare il Robin Hood di Sondrio per andare incontro alle esigenze dell’italiano indebitato fino alla cima dei capelli? Via la rinegoziazione a costo zero di Bersanov e dentro un provvedimento all’apparenza innocuo che farà sentire i suoi effetti nel futuro. Le rate vengono riportate ai valori del 2006, ma non i tassi di interesse che corrono come il mercato desidera. E la differenza? La pagheranno i tartassati, che non sapranno mai con precisione quando l’incubo del mutuo finirà, visto che quello che non si paga oggi si accumula ed un giorno il debito dovrà essere necessariamente saldato.
Al Robin Hood di Sondrio poco interessa che oggi la gente, per comprare una casa, si indebiti per trenta ed a volte anche per quarant’anni; che i prezzi delle case siano ormai impossibili; che molti di coloro i quali acquistano, spesso non hanno un posto di lavoro stabile; che il potere di acquisto di salari e stipendi si è drammaticamente assottigliato; che è cresciuta notevolmente la forbice tra chi è ricco e chi invece appartiene a quella che una volta chiamavano la classe media. Ma al cinico commercialista di Sondrio tutto questo non importa, probabilmente non sarà lui il ministro dell’economia quando i mutui scadranno, ma se le case dovessero deprezzarsi e molti italiani si troverebbero costretti a pagare mutui molto più cari del valore della loro casa? Saremo come l’America da incubo delle banche che falliscono e dei mutui sub-prime.
Ma il nostro neoleninista non è in cattiva compagnia quando si tratta di mungere la mucca statale. Ad esempio risulta incomprensibile come ad un difensore della stabilità e del rigore economico che sacrifica qualche contante da restituire ai contribuenti sull’altare del pareggio di bilancio programmato per il 2011, appaia più conveniente mollare allo stato i ferri vecchi di Alitalia con un debito aggiuntivo che già si stima in un paio di miliardi di euro, piuttosto che lasciarla ad Air France, debiti e passività comprese. E’ un altro di quei misteri misteriosi per cui i neoleninisti a volte possono apparire figure molto enigmatiche ed a volte contraddittorie.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 10.10.08 h 21:45
Modificato il 21.10.08 h 14:50

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