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Alitalia: affare fatto.

L'affaire Alitalia sembra essersi concluso. A CAI ono finite le attività produttive della compagnia di bandiera, mentre il resto rimane allo stato nelle isponibilità del Commissario straordinario che dovrà decidere come chiudere la faccenda. Non è scluso che alla fine dovremo ritrovarci sul groppone una somma di qualche miliardo di euro in nome dell'italianità presunta del gruppo.

L’ultimo post pubblicato su questo sito inerente l’affaire Alitalia è quello del 18 Settembre, data in cui CAI ritirò l’offerta per l’acquisizione della parte buona della compagnia di bandiera. Sugli sviluppi di quella vicenda siamo stati aggiornati dai giornali: dalla lettera di Veltroni al Presidente del Consiglio, alla sollecitazione di incontri tra Colaninno e Cofferati, alla ripresa dei negoziati con la conseguente firma dei sindacati autonomi.
E’ del 02 ottobre la notizia di CAI che riunisce il suo consiglio d’amministrazione per ripresentare l’offerta e del Senato che ha convertito in legge il decreto di modifica della Marzano; per intenderci: quello che ha consentito tutta l’operazione Alitalia. Il Partito democratico al momento del voto è uscito dall’aula, lasciando il solo senatore Zanda ad esprimere un no esplicito.
Pur tuttavia ci sono alcuni punti da sottolineare nella vicenda che riguardano proprio l’azione del PD. La lettera di Veltroni potrebbe rientrare in quelle che in certe situazioni sono le dinamiche obbligatorie di un’operazione che, malgrado tutto, se fallisse lascerebbe senza lavoro circa ventimila persone. Ed almeno questo dovrebbe essere sufficiente a smuovere il segretario di un partito di sinistra. Si potrebbe anche invocare il senso dello Stato e la responsabilità per gli interessi della nazione e per il bene comune per uscire dall’impasse del tanto peggio, tanto meglio in cui la Destra, molto più cinica e spregiudicata, ha cacciato il maggior partito d’opposizione.
Mi chiedo, però, non esisteva qualche altra maniera per rendere più visibile la propria posizione ed i propri meriti? Non per niente l’elettore medio, quello che degli eventi nazionali ha semplicemente la conoscenza che gli viene dai telegiornali e dai talk-show, avrà avuto qualche difficoltà a capire se il deus ex machina dell’operazione sia stato Veltroni con la sua lettera (derubricata a letterina natalizia dall’alleato Di Pietro), se è stata la reazione soddisfatta di hostess e piloti per il fallimento dell’acquisizione (teoria sempre dell’alleato Di Pietro) o se alla fine la differenza l’ha fatta Gianni Letta, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Ed allora, cosa sarebbe stato meglio? Sperare che il Cavaliere si cuocesse nel suo brodo, mollasse la preda e facesse fallire Alitalia? Sicuramente no, i rischi di una tale evenienza sarebbero stati enormi e difficilmente arginabili. Il Cavaliere avrebbe usato la sua potenza di fuoco mediatico per scaricare la responsabilità dell’accaduto sui ciechi sindacati, la CGIL per tutti, intelligenti con l’opposizione nel tentativo di ribaltare il suo governo. Che il canovaccio fosse questo lo si era già capito da qualche giorno, da quando è partita l’offensiva politica del Berlusca, spalleggiato dal fido Sacconi; né il PD avrebbe potuto tollerare qualche nuovo migliaio di disoccupati, anche se buona parte dei lavoratori di Alitalia non si possono considerare propriamente come appartenenti al suo blocco sociale. In altre parole non aveva assolutamente scelta, costretto a trangugiare una minestra della quale avrebbe volentieri fatto a meno, con la logica che gli avrebbe imposto ben altre scelte.
L’uomo che sicuramente ha giocato meglio di tutti la sua partita, conquistando forse anche in questa nuova occasione qualche nuovo consenso, è stato Tonino Di Pietro. E’ riuscito a smarcarsi su tutto il fronte, denunciando in maniera veemente l’irregolarità, e forse anche l’illegalità dell’operazione CAI. Ancora una volta la sua condotta è stata chiara, non ha lasciato adito a dubbi o a cattive interpretazioni. Si è permesso perfino di andare a Fiumicino a portare la sua solidarietà ai lavoratori di Alitalia in presidio permanente all’aeroporto, proprio nel momento in cui CAI ritirava la sua offerta, sanzionando di fatto un futuro incerto, imprevedibile. Ha cavalcato la tigre della protesta tenendo perfino un comizio applaudito. E’ andato lì dove nessun politico in quel momento avrebbe mai avuto il fegato di andare senza rischiare sonori fischi, se non peggio. Inoltre ha denunciato alla Magistratura il Governo ed il Commissario straordinario, con il risultato che se l’inchiesta dovesse avere un seguito, avrebbe ben donde nel dire “è stato merito mio”.
Che l’operazione CAI sia poco chiara e che un eventuale intervento di Bruxelles non potrebbe essere altro che sanzionatorio nei confronti dell’Italia, lo afferrerebbe anche un bambino. Già la compagnia aerea Ryan Air ha presentato un esposto denuncia sulla violazione della concorrenza su certe tratte (ad esempio la Roma – Milano, dove per decreto si è riusciti perfino a limitare i poteri dell’Autorità per la concorrenza ed il libero mercato) e sul prestito di trecentomilioni di euro che non verrà più restituito e che in Europa considerano un aiuto di stato irregolare.
Al momento l’affaire Alitalia sembra chiuso, ma sono sicuro che tra qualche mese tornerà terribilmente alla ribalta e se dovesse accadere proprio alla vigilia di una qualche importante consultazione popolare, si potrebbe creare non poco imbarazzo per molti, tranne che per qualcuno.

Capitani coraggiosi.

Il giorno dell’accordo “L’Unità” ha titolato “Alitalia salva” ed in un corsivo Rinaldo Gianola, firma di punta di quel quotidiano, esprimeva alcuni apprezzamenti per Colaninno, definendolo un uomo che aveva una forte vocazione a cacciarsi nei guai. Forse sarebbe opportuno spendere qualche parola per il Ragioniere di Mantova che circa dieci anni fa scalò Telecom.
Colaninno è fondamentalmente un manager più che un imprenditore, chiamato a gestire situazioni difficili, qualche volta fallimentari, e solitamente arriva quando orami non c’è più niente d fare e spesso viene aiutato dalla politica. Il suo primo incarico importante fu nell’Olivetti di Ivrea, dopo che fu decretata la defenestrazione dell’ingegner De Benedetti con magna pars dei fondi di investimento britannici, additati in seguito come i fautori di quell’illustre licenziamento. Fu in quel periodo che il Ragioniere fu chiamato a gestire una situazione contabile estremamente critica, soprattutto nel comparto manifatturiero, dove tutta l’elettronica di Olivetti nei personal computer aveva subito le maggiori perdite ed arretramento sui mercati, anche in conseguenza di una concorrenza feroce dei cloni: i personal assemblati molto meno costosi delle macchine Olivetti.
Il Ragioniere di Mantova gestì la crisi alla maniera di un ragioniere, badando brutalmente ai conti senza timori riverenziali per un marchio che incuteva rispetto solo a sentirne pronunciare il nome. L’intero comparto dei personal fu messo in liquidazione anche grazie ad un accordo con Mannesmann, rimasero per qualche anno in Olivetti solo le periferiche (in pratica le stampanti) chiuse definitivamente dopo qualche anno. Già Olivetti possedeva Omnitel ed Infostrada e la nuova frontiera dell’azienda puntava sull’esercizio delle telecomunicazioni.
In quegli anni capo del governo era Massimo D’Alema e Telecom Italia era stata già privatizzata con un consiglio d’amministrazione formato da membri espressione di aziende che al massimo singolarmente detenevano meno dell’un per cento del capitale azionario di Telecom Italia. Gli uomini che erano stati presidente prima ed amministratore delegato dopo, erano manager legati tradizionalmente al gruppo Fiat (Rossignolo e Franco Bernabè). In pratica si era riproposto anche in Telecom lo schema tpico del capitalismo italiano in cui chi è a capo di un’azienda lo fa senza rischiare molto dei propri capitali, grazie ad un giro di alchimie legate a patti di sindacato, scatole cinesi azionarie, fondi fuori borsa costituiti possibilmente in qualche paradiso fiscale. Nessuno lo ha mai dichiarato ufficialmente, ma ho buone ragioni per credere che il governo D’Alema si era posto il problema di superare, almeno per Telecom, una situazione di tale natura, e di proporre una forma nuova di gestione aziendale con partecipazioni azionarie più convincenti. D’Alema ha sempre sostenuto di non c’entrare niente con l’offerta pubblica di acquisto fatta dopo da Colaninno; ha sempre negato che all’allora direttore del Tesoro ed attuale governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, fosse stata recapitata una lettera in cui lo si invitava a non presentarsi a quel consiglio d’amministrazione di Telecom con il quale si celebrava la conclusione dell’OPA di Tecnost, ma io ritengo che in realtà una regia politica dietro l’operazione vi è stata. Ricordo infatti che apparve qualche mese prima un articolo su “L’Espresso” in cui, con dovizia di particolari e con una certa precisione, veniva presentata la cosiddetta razza padana, un nome non a caso scelto apposta che per via delle assonanze ricordava un altro cavallo di battaglia storico del settimanale: la razza padrona.
“L’Espresso” raccontava che in quel di Mantova e di Brescia stava emergendo una nuova schiera di imprenditori, diversi da quelli delle famiglie tradizionali del capitalismo italiano: il salotto buono, per intenderci. Capofila di questi nuovi signorotti del capitalismo erano due emergenti: Gnutti, famoso per la sua Bentley, e Colaninno. Non erano ovviamente i soli, anche il Consorte di Unipol che dopo si incaponì per la BNL, era legato a tali gruppi. Si trattava di gente nuova, almeno per le cronache, molto liquida (così almeno si diceva), spregiudicata. Il settimanale rivelava che a questi uomini stava guardano D’Alema proprio per acquisire una quota maggioritaria di Telecom. Al momento la notizia passò quasi inosservata, lasciandomi incredulo e scettico sulla possibilità che un’ipotesi che aveva quasi dell’incredibile, potesse inverarsi.
A distanza di poco tempo e con Bernabè amministratore delegato da poco insediato, Tecnost, una società del gruppo Olivetti nota per la produzione dei terminali per Sisal e Lottomatica, annunciò il lancio di un’OPA (offerta pubblica di acquisto) su quasi il 60% delle azioni Telecom. L’amministratore delegato di Olivetti era proprio Colaninno, sostenuto da una nutrita schiera di banche e dai suoi amici bresciani, tra i quali Gnutti. L’operazione Tecnost non mancò di suscitare parecchie perplessità nel mondo economico. Tecnost era una piccola società con scarsa capitalizzazione che si lanciava all’attacco di un autentico colosso industriale. Telecom all’epoca capitalizzava circa centomilamiliardi di lire in Borsa, e l’operazione sarebbe costata come minimo sessantamilamiliardi di lire. Poteva una piccola società come quella controllata da Olivetti ingurgitare un simile gigante? Naturalmente vi erano le banche a garantire, ma la vera gallina dalle uova d’oro era il metodo contestatissimo che si era scelto di utilizzare per avviare le operazioni. Tecnost avrebbe contratto debiti incredibili per l’OPA, foraggiata dalle banche, ma ad operazione completata Tecnost sarebbe stata sciolta in Olivetti ed Olivetti e Telecom si sarebbero fuse in un’unica società in maniera tale che i debiti contratti per l’acquisizione non sarebbero rimasti sul groppone di Olivetti, ma si sarebbero trasferiti automaticamente nella società controllata: Telecom, per l’appunto. In altre parole l’acquisita avrebbe pagato le spese di acquisizione. Tale meccanismo gli operatori di borsa lo chiamano leverage buy out. Tale pratica fu denunciata in una drammatica assemblea dei quadri Telecom che Bernabè convocò qualche settimana prima che il progetto, definito ostile dall’allora amministratore delegato, diventasse operativo. Lo stesso termine fu usato dall’ingegner Carlo De Benedetti in un’intervista al “Corriere della Sera”, aggiungendo che Telecom, dopo l’operazione di Colaninno, si sarebbe ritrovata più indebitata che mai. E così è stato.

Stranamente qualcosa di simile accade anche per Alitalia e per la cordata italiana CAI. Allora i debiti di acquisizione venivano scaricati sull’azienda comprata, oggi invece si è ricorso ad un altro stratagemma per rendere più agevole e meno onerosa l’acquisizione di un’azienda pubblica. Si è diviso la società in una buona ed in una cattiva, si lascia a carico dello Stato la parte peggiore e si passa all’industriale Colaninno la parte buona depurata dai debiti.
Stranamente cambiano i governi, ma gli attori protagonisti sembrano sempre essere gli stessi. L’altra bizzarria del caso è il fatto che per realizzare un’operazione tutta in quota ad un governo di destra, si convochino personalità tutte legate a qualche titolo al centro-sinistra. Colaninno Roberto ha un figlio, Matteo, che è deputato del PD e pubblicamente ha dichiarato che vota per i democratici. Il Commissario straordinario, chiamato a gestire la liquidazione di Alitalia, è Augusto Fantozzi, già ministro nel governo Dini e nel governo Prodi. Nella CAI è rappresentato un po’ tutto l’arco costituzionale confindustriale, tra i quali un personaggio che sono stato indotto a ritenere sempre uomo vicino al Berlusca, checché ne dica e pensi Tavaroli: Tronchetti Provera.
Insomma, un autentico minestrone in salsa di Arcore che non si capisce bene se sia frutto della diabolica mente del Cavaliere per ammorbidire gli eventuali attacchi dell’opposizione, o se sia nato così per caso. Di fatto il Segretario del PD un po’ ha partecipato alla riuscita dell’operazione CAI, rimarrà da vedere quanto sarà efficace l’opposizione quando ci sarà da liquidare la bad company e mettere a carico dei contribuenti i debiti che Alitalia ci ha lasciati in eredità. Saranno capaci di stracciarsi le vesti dopo aver contribuito a non lasciare in mutande il Cavaliere?


Sabino Saccinto

Pubblicato il 04.10.08 h 20:18
Modificato il 10.10.08 h 21:37

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